I diritti dei lavoratori del mare | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Il porto commerciale di Cape Town è simile a un limbo, dove passano centinaia di migliaia di persone, marinai da tutto il mondo che sfiorano la città, senza mai farne parte davvero. Ciò che avviene al porto rimane al porto, scivola sulla città senza che i suoi abitanti se ne accorgano.

Si tratta di uno dei porti più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa; un luogo di scambi economici e culturali, ma anche di violenze, di criminalità, di abusi e sfruttamento. C’è chi ci passa per qualche giorno, chi rimane intrappolato per mesi.

“The Apostleship of the sea” è un’associazione presente in trecento porti di 50 Paesi e a Cape Town si occupa del benessere dei marinai e dà loro un supporto a 360 gradi, con questioni di documenti, salari, denunce di abusi e maltrattamenti, violazioni contrattuali. In altri porti le associazioni che fanno questo lavoro sono diverse, ma a Cape Town ci sono solo loro.

Nicholas è stato volontario dell’associazione per 10 anni, poi, dopo una pausa di due anni, nel maggio 2018 ha accettato di lavorare per i diritti dei lavoratori del mare a tempo pieno. Ogni settimana sale sulle navi ormeggiate, gira tra i moli, cerca di parlare con i marinai. Alcuni, se hanno problemi, si rivolgono al suo ufficio non appena attraccano, in cerca di un aiuto, di supporto legale e di sostegno, anche psicologico.

Mi racconta che almeno una volta al mese si trova ad affrontare problemi piuttosto grossi: “Arrivano marinai senza passaporto né contratto. Probabilmente gli armatori non hanno registrato in maniera corretta i loro contratti. Alle volte i proprietari della nave si tengono i loro documenti, facendoli lavorare come schiavi, altre hanno un accordo, ma è scritto in una lingua che non conoscono, e quindi non lo capiscono, non si rendono conto che i salari sono più bassi rispetto al minimo legale del Paese in cui il contratto è registrato. I primi sei mesi magari non guadagnano nulla pur lavorando nella nave, perché devono pagarsi tutto, dal pranzo all’acqua per lavarsi. Poi iniziano a guadagnare qualcosa, ma capita che gli ufficiali si tengano parte dei soldi. I peggiori problemi li abbiamo con le navi cinesi o di Taiwan, mentre quelle battenti bandiera giapponese di solito sono a posto. Ci sono anche dei casi che potremmo definire di traffico di esseri umani, soprattutto dal Myanmar o dal Vietnam: persone che lavorano nelle navi, ma non hanno un contratto registrato con il governo, per cui nell’elenco dell’equipaggio non esistono e sono dunque privi di ogni diritto. All’inizio di ottobre è arrivato un ragazzo che era stato appeso con una corda al collo, come punizione: siamo riusciti a far licenziare l’ufficiale responsabile”.

È Nicholas a portarmi a conoscere James e Juma, due marinai kenioti bloccati a Cape Town da oltre un anno. Il piccolo rimorchiatore Comarco Falco è arrivato in città nel maggio del 2017 dopo aver scaricato a Port Elizabeth. Qui doveva essere venduto e l’equipaggio avrebbe preso l’aereo per tornare in patria, in Kenya. Qualcosa tuttavia è andato storto, l’affare è andato a monte perché non c’era un accordo sul prezzo del rimorchiatore, e questo è rimasto attraccato nel porto di Cape Town per quasi due anni. Alla fine dopo alcun denunce, poiché l’equipaggio non veniva pagato da tre mesi e non venivano fornite provviste a sufficienza per vivere, la nave è stata posta sotto sequestro e la maggior parte dell’equipaggio è tornato a casa a metà ottobre 2018. Hanno ricevuto un mese di stipendi arretrati, sono rientrati a Mombasa e attendono il resto dei soldi. A bordo della barca sono rimasti James e Juma, perché una barca, anche se attraccata, non può rimanere incustodita.

Quando li ho incontrati, agli inizi di novembre, si trovavano bloccati nella città sudafricana già da un anno e quattro mesi e da tre mesi non percepivano più uno stipendio. La situazione li stava logorando fisicamente e psicologicamente: senza soldi, lontani da casa, in un Paese che non era il loro. Nicholas li stava aiutando, ma andarsene prima di essere stati pagati avrebbe significato perdere ogni speranza di rivedere i propri soldi.

Entrambi avevano una famiglia ad attenderli in Kenya e tanta nostalgia. Juma a oggi non può ancora riabbracciare la moglie e i suoi sei figli e avanza, da ottobre a febbraio, ancora 1500 dollari di stipendi arretrati. James invece il 31 gennaio ha finalmente preso un aereo per Mombasa e ora ha raggiunto la moglie e il figlio e ottenuto tutti i soldi arretrati grazie al continuo sostegno di Nicholas e di padre Rico che collabora con lui. Entro la fine del mese dovrebbe tornare in patria anche Juma. Sperando che nel frattempo gli siano restituiti i soldi che avanza, visto che partire senza può significare non vedere più il denaro che gli spetterebbe di diritto.

Sfortunatamente per due marinai che hanno ricevuto sostegno e forse concluderanno entrambi in maniera positiva la loro storia ne rimangono tanti altri ancora sfruttati e abusati. La violenza a bordo delle navi è una cosa piuttosto comune e spesso la paura e la poca consapevolezza dei propri diritti fanno si che molti non denuncino e che armatori, capitani e ufficiali di bordo esercitino sui loro sottoposti un controllo simile a quello degli antichi padroni con i loro schiavi.

Il sequestro di Milena Sutter nel 1971 e il lavoro del giornalista

di Maurizio Corte

Lorenzo Bozano, 73 anni, condannato all’ergastolo per il rapimento e l’omicidio di Milena Sutter (Genova, 6 maggio 1971), ha ottenuto la semilibertà.

Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, dopo l’udienza del 12 febbraio 2019, ha deciso che Bozano può accedere alla misura alternativa al carcere. L’ex “biondino della spider rossa” (che biondino non era) potrà uscire dal carcere durante il giorno per lavorare e per svolgere attività di volontariato.

Sul caso di Milena Sutter, 13 anni, e Lorenzo Bozano vi è un sito web. Il sito analizza in profondità il fatto di cronaca nera che nel 1971 ha sconvolto l’Italia e mezza Europa: Il Biondino della Spider Rossa. Cold Case: crimine, giustizia e media”.

Come ProsMedia abbiamo svolto la ricerca su come i giornali trattarono, nel 1971 e negli anni seguenti, la vicenda di Milena Sutter – figlia di un ricco industriale della cera – e le accuse e il processo contro Lorenzo Bozano. Qui merita di approfondire il lavoro tecnico del giornalista nell’affrontare un caso complesso come il primo importante rapimento di una minorenne nell’Italia degli Anni Settanta. Vi era stato solo il caso di Ermanno Lavorini, a Viareggio, tempo prima, ma in un contesto molto diverso.

La Questura di Genova riceve la denuncia di scomparsa di Milena Sutter nella serata di giovedì 6 maggio 1971. La mattina dopo, in un orario fissato in modo arbitrario alle 9.40, giunge a Casa Sutter una telefonata anonima. Una voce maschile dichiara: “Se volete Milena viva, 50 milioni prima aiuola Corso Italia”. Da quel momento, gli investigatori accreditano la tesi del sequestro per motivi di denaro. I giornalisti registrano quella notizia e la diffondono. Nessuno mette in dubbio le parole delle fonti ufficiali: quelle degli inquirenti.

Appresa la notizia, i cronisti del “Corriere Mercantile” vanno in via Orsini, a Genova, vicino alla casa di Milena Sutter e intervistano le vicine di casa della famiglia Sutter. Una donna parla di un giovane “biondino” che è solito sostare nei pressi della casa della vittima e della sua auto sportiva rossa, vecchia e malandata.

Nasce allora il “personaggio” del “Biondino della Spider Rossa”. Un biondino identificato poi in un giovane di 24 anni, Lorenzo Bozano, che non era biondo ma castano scuro e che non era magro. Abbiamo in entrami i casi – la tesi del rapimento fornita dagli inquirenti e il “biondino della spider rossa” – una fede cieca dei giornalisti nei confronti delle fonti. Nessuno mette in discussione, nell’immediatezza del fatto, la notizia che Milena Sutter è stata sequestrata per estorcere denaro alla ricca famiglia.

Nessuno metterà mai in discussione, neppure a 48 anni di distanza dal caso, l’immagine di Lorenzo Bozano “biondino della spider rossa”. La spider c’era, a dire il vero, ma il giovane non è mai stato biondino. La tesi del sequestro di Milena Sutter comincia a vacillare una settimana dalla sparizione. Il fatto che il “rapitore” non telefoni più, dopo quella prima volta; la sparizione in una zona molto frequentata di Genova; i dubbi dello stesso capo della Squadra Mobile, Angelo Costa, che svolge le indagini, portano i giornalisti a dubitare che si tratti di un rapimento per denaro.

Il ritrovamento del corpo della ragazzina, il 20 maggio 1971, annulla però ogni dubbio. Viene anzi data subito la versione su cause e ora della morte della giovane: Milena Sutter è stata uccisa lo stesso giorno della scomparsa e il suo corpo è stato subito gettato in mare. Una versione medico-legale che, oggi sappiamo, non ha fondamento scientifico.

Cosa deve fare un giornalista in situazioni come queste? Come poter fare cronaca e scrivere senza cadere nelle logiche (e nei possibili errori) delle fonti ufficiali? Nell’analisi di questo caso occorrono tre doti: attenzione massima ai dettagli, studio e professionalità, etica e indipendenza di giudizio. Nello studiare la vicenda io stesso ho applicato il “metodo Besozzi”, come l’ho voluto chiamare in onore del più grande cronista italiano di “nera” di tutti i tempi, Tommaso Besozzi (1903-1964)

Qui voglio trattare una delle tre doti, di cui Besozzi era portatore: l’attenzione massima ai dettagli, la cura quasi maniacale della logica argomentativa, la conseguente verifica della rispondenza tra quanto accaduto sul piano fattuale e quanto riferito come informazione dalle fonti. Questa dote della “attenzione al dettaglio” è un metodo di lavoro fondamentale. Consente di scomporre gli eventi (semplici o complessi che siano) in piccole parti, per meglio verificarne la corrispondenza ai dati di fatto. Io ho diviso la vicenda di Milena Sutter in quattro “scene del crimine”: scomparsa, decesso, telefonata del rapitore, ritrovamento del corpo. Ogni scena l’ho rivista al rallentatore, minuto per minuto. Questo metodo mi ha consentito di rilevare incongruenze, errori di visione, contraddizioni logiche. Errori, si badi bene, spesso in buona fede. Errori che però non possono sfuggire a chi, con fredda attenzione e imparzialità di visione, osservi attentamente la vicenda di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano, il ”biondino della spider rossa” che biondo non era.

Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi

Come si combattono le fake news sull’immigrazione? Anche con numeri e dati. È uno dei punti di forza del Dossier Statistico Immigrazione 2018, un sussidio per favorire la conoscenza del fenomeno migratorio. In un’epoca di mistificazione delle migrazioni, questo documento continua a proporsi come uno strumento che, attraverso la lezione dei numeri e un’analisi ragionata della realtà, può aiutare a conseguire una comprensione più esatta del fenomeno.

L’incontro “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” di giovedì 14 febbraio alle 20.30 a La Sobilla (dalle 19.30 calda accoglienza in Salita San Sepolcro, 6/b, zona Porta Vescovo) vuole approfondire la questione con i numeri veronesi e veneti grazie all’analisi di Gloria Albertini, redattrice regionale IDOS/Progetto “Voci di Confine”, ed Elena Guerra, giornalista e ricercatrice nell’ambito dell’analisi dei media di Prosmedia.

L’ultima relazione della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo attesta che l’Italia è il Paese del mondo con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione. Non sorprende perciò che, secondo un sondaggio del 2018 condotto dall’Istituto Cattaneo, gli italiani risultino essere i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà riguardo al numero di stranieri che vivono nel paese, credendo che ve ne siano più del doppio di quelli effettivamente presenti. In realtà nell’Ue a 28 Stati, dove – in base agli ultimi dati Eurostat al 1° gennaio 2017 – i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e incidono per il 7,5% sulla popolazione complessiva, l’Italia non è né il Paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Durante la serata “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” si vuole scardinare qualche stereotipo e pregiudizio nei confronti del fenomeno migratorio, anche con l’apporto di alcune realtà del territorio impegnate a creare spazi interculturali di condivisione.
Per chi ne fa esplicita richiesta via mail a comunicazione@prosmedia.it con nome e cognome della persona che parteciperà all’evento validi per il ritiro, verrà messo a disposizione gratuitamente (fino a esaurimento scorte) il Dossier Statistico Immigrazione 2018, realizzato da Idos in partenariato con Confronti, con la collaborazione dell’UNAR, il contributo di “Voci di Confine-Progetto Aics” e il sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi. Ingresso libero con tessera consigliata. L’evento è realizzato grazie all’associazione veronetta129, La Sobilla, Prosmedia e Cestim.

Memoria Immagine racconta l’immigrazione oggi

L’associazione Memoria Immagine festeggia quest’anno i sui primi dieci anni di attività. È nata dall’idea di Dario Dalla Mura, Elena Peloso e di alcuni amici e collaboratori appassionati di storia e memoria. Per celebrare questo primo decennio di lavori per il grande schermo, il Cinema Nuovo San Michele di Verona, in via Vincenzo Monti 7c a San Michele Extra, ha deciso di proporre al pubblico una retrospettiva con quattro dei documentari più rappresentativi del lavoro di Dalla Mura e Peloso, durante i quattro lunedì di febbraio, alle 20.30, ingresso gratuito.

Lunedì 11 febbraio è il turno di Noi cittadini del mondo (Italia, 2015, 55’) sull’emigrazione a Verona con la presenza di alcuni protagonisti e l’introduzione di Elena Guerra, giornalista e parte dell’associazione culturale veronetta129 che ha collaborato alla realizzazione del documentario. Volti e voci, storie e memorie di giovani immigrati che sono arrivati in Italia e che qui vivono. Nelle loro testimonianze la nostalgia per i paesi lasciati, le difficoltà e le soddisfazioni nella scuola, nel mondo del lavoro e nella vita di tutti i giorni. Un racconto che è anche uno sguardo su come siamo e su come potremmo essere in un futuro più condiviso. Il documentario sarà preceduto da Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour, il cortometraggio prodotto dalla GoldenArt Productions e WellSee, vincitore della terza edizione del bando MigrArti promosso dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali (bando che è stato cancellato dall’attuale governo). È un viaggio pittoresco tratto da una storia realmente accaduta trasformata in commedia per portare lo spettatore a riflettere su temi sensibili distruggendo barriere o preconcetti che impediscono una reale percezione della realtà. Uno squarcio sulla Roma di oggi che mostra i figli dei migranti nelle varie sfaccettature, condito con ironia ed enfatizzando la dimensione del linguaggio come veicolo per abbattere pregiudizi e stereotipi.

La rassegna dedicata a Memoria Immagine continua il giorno 18 con Lassù in Germania storie di emigrazione italiane negli anni Sessanta (Italia, 2012, 43’), con la presenza di alcuni protagonisti e l’introduzione di Ernesto Kieffer, e infine il 25 febbraio con Ritorno a casa (Italia, 2016, 44’), introdotto dagli autori e con la presenza di Giannantonio Conati, storico e protagonista del film. Ingresso gratuito.

Giornalismo e incitamento all’odio: il ruolo dei giornalisti a tutela della professione

di Maurizio Corte

Il giornalismo è “selezione”, sottolinea nei suoi studi Carlo Sorrentino, studioso del giornalismo italiano. I giornalisti hanno una funzione di “mediazione” tra le fonti e i lettori, ci ricorda Sergio Lepri nel suo libro “Professione giornalista”.

Dare spazio, o addirittura avallare, l’incitamento all’odio sociale, all’odio etnico, all’avvelenamento della pubblica opinione o addirittura a posizioni contrarie alla Costituzione vuol dire rinunciare a essere giornalisti.
Vuol dire fare un altro mestiere, non quello del professionista del Giornalismo.

“Mediatore è il giornalista che racconta il fatto e lo racconta così come è avvenuto. La libera invenzione del fatto non è giornalismo ed è cattivo giornalismo l’eccessiva drammatizzazione del fatto”, sottolinea Sergio Lepri.

“L’obiettività è impossibile, ma è possibile la coscienziosa e imparziale aderenza alla realtà effettuale”, fa notare Lepri, giornalista e studioso. “Il giornalismo ha il compito di accrescere il patrimonio conoscitivo dei cittadini; deve dare conoscenze, suggerire riflessioni, non limitarsi a suscitare emozioni”.

Sul quotidiano “Il Gazzettino”  (https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/simone_borile_padova_movimento_5_stelle_omicidio_bambino_napoli-4263470.html) del 29 gennaio 2019 è uscito un articolo con questo titolo: “Borile (M5s) sui social: L’omicida del bambino va appeso in piazza”.

“Non ha esitato a usare toni molto forti di fronte a un episodio di una gravità inaudita. E lo ha fatto pubblicamente, mettendoci la faccia, con un post sui social, a commento della notizia sulla tragedia avvenuta in terra partenopea”, si legge nella prima parte dell’articolo del Gazzettino.

“Simone Borile, fino a qualche mese fa consigliere comunale del Movimento 5Stelle e dimessosi per impegni accademici, non ha fatto ricorso a perifrasi per esprimere il suo stato d’animo di fronte al crimine commesso dal ventiquattrenne di origine tunisina che ha ammazzato di botte e a colpi di scopa il figlio di 7 anni della compagna e picchiato con violenza anche la sorellina di poco più grande, mandandola in ospedale”, prosegue l’articolo.

“Ora in carcere, a spese dei contribuenti, per una possibile riabilitazione! Per me giustizia in piazza e cappio al collo, ha scritto l’esponente pentastellato, che è anche criminologo, antropologo e direttore generale della Scuola per Mediatori Linguistici (Ciels)”, sottolinea l’articolo del Gazzettino.

L’autore delle affermazioni riportate dal quotidiano veneziano è libero di avere in spregio la Costituzione, che non ammette la pena di morte, e di avere a cuore l’odio sociale ed etnico (l’autore dell’omicidio è un cittadino tunisino) verso un autore di reato. Ne dovrà rispondere, caso mai, di fronte alla legge, se ve ne sono le condizioni.

Il problema sta nella gestione dell’informazione. Il problema sta nel ruolo assunto qui da chi scrive l’articolo.

Un giornalista può e deve avallare le posizioni “devianti” e illegali di un qualsiasi soggetto che esprime una sua opinione?

Il giornalismo è una fotografia dell’esistente? Come tale è chiamato a riferire tutto quanto viene detto, fatto, rappresentato, sia esso ammesso o vietato?

Il giornalismo – e con esso la comunicazione mediale e non – contribuiscono alla “costruzione della realtà sociale” entro cui viviamo.

I giornalisti e i comunicatori creano “significati”, “visioni del mondo”, chiavi interpretative con cui leggere la realtà in cui siamo immersi.

I media sono infatti fra gli attori principali nella costruzione dei “frame”, degli schemi mentali con cui affrontiamo, comprendiamo e raccontiamo la realtà.

Le dichiarazioni riportate dal “Gazzettino” offrono una certa visione del mondo. L’autore ci propone una società dove non vi sono le garanzie previste dalla Costituzione italiana, dove non vi è una Giustizia da amministrare, pene da decidere e da scontare in carcere. Vi è una rapida impiccagione in piazza.

Delle dichiarazioni su questo punto si assume la responsabilità chi le emette, che esercita il suo diritto alla libertà di espressione. Una libertà, si badi bene, regolata anch’essa per legge.

Il giornalista, da parte sua, ha il compito di filtrare queste posizioni di violenza e contrarie alla Costituzione. Può decidere selezionarle e pubblicarle, oppure se ignorarle.

Compete al giornalista decidere se le dichiarazioni di quel soggetto sono “notizia” o meno. Spetta al giornalista amplificarle in modo che ottengano consenso; oppure gettarle nel cestino dei rifiuti verbali dimenticati.

Quella del giornalista è una scelta di campo. Così com’è una scelta di campo l’uso di certe aggettivazioni anziché altre.

È una scelta di campo il richiamo al “principio di autorità”, nello specificare che l’autore di quelle dichiarazioni (“Per me giustizia in piazza e cappio al collo”) è criminologo e antropologo e dirige una scuola per mediatori linguistici.

L’estensore dell’articolo del “Gazzettino” ha preso alcune decisioni: nella scelta dell’argomento del suo articolo, nella scelta del linguaggio da utilizzare, nella scelta di cosa riferire e di cosa tacere, nella scelta di avallare e di non condannare una certa posizione.

Come ricorda sul suo sito web l’Ordine dei Giornalisti (Consiglio Nazionale), “l’articolo 15 della legge 47/1948 sulla stampa vieta la pubblicazione di immagini a contenuto impressionante o raccapricciante: Le disposizioni dell’art. 528 c.p. (pubblicazioni e spettacoli osceni), si applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale e l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti”.

Il secondo comma dell’articolo 2 del Testo Unico dei Doveri del Giornalista, recita così: il giornalista “rispetta i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia”.

Il dare notizia di affermazioni che incitano al linciaggio, alla pena di morte e all’odio sociale ed etnico è una violazione della Deontologia professionale dei giornalisti?

La risposta la lasciamo agli organi che tutelano la professione giornalistica. E che sanzionano le violazioni compiute dai giornalisti.

Il problema, dal punto di vista della riflessione sul giornalismo e sulla comunicazione mediatica, è se il diventare un megafono acritico di posizioni che incitano a violare la legge (Costituzione in primis) sia Giornalismo. E se la professione giornalistica non sia umiliata dal rinunciare ai principi di selezione delle notizie e di mediazione e filtro tra le fonti e i lettori.

Il punto nodale da tecnico diventa etico. Hanno i giornalisti un dovere di tutela e di rispetto della loro professione? La risposta è di certo positiva. Lasciare spazio a chi incita all’odio e alla violazione della legge non è un esercizio di libertà di informazione. È una rinuncia a essere giornalisti.

Lawrence House, finestra sul mondo | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol
Raccontare la Lawrence House, raccontarla davvero, è difficile come racchiudere il mondo in una scatola. Facile parlare di centro di accoglienza, di minori non accompagnati, di dati e di statistiche. Più difficile spiegarne la quotidianità e le dinamiche. Provate a immaginare vostro figlio o nipote bambino o adolescente, con tutti i problemi legati a quell’età turbolenta e piena di cambiamenti. Moltiplicate per 25. Venticinque ragazzi fra gli 8 e i 19 anni, con esigenze dunque diversissime. Che vivono nella stessa casa e condividono tutto: cibo, camera, sala tv, bagni. Aggiungete che questi ragazzi hanno alle spalle storie di sofferenza, di abbandono, di distacco dal Paese di origine, di abuso o di violenza familiare. Aggiungete che non vivono in un luogo separato dal resto del mondo, ma in una società globale, che porta con sé sogni, desideri e speranze comuni a tutti i ragazzi della loro età.

Questa casa non può essere racchiusa nelle sterili parole “centro di accoglienza”, ma è un organismo vivo, che respira e si evolve, in cui ogni giorno è diverso da quello precedente, in cui si instaurano dinamiche di volta in volta differenti, in cui gli equilibri si creano e si spezzano come le onde del mare, in cui le vite di decine di persone si intrecciano nei modi più inaspettati.

La Lawrence House è un luogo aperto al mondo, un luogo in cui tutti sono benvenuti e possono sentirsi a casa. Ogni giorno si ride, si scherza, si litiga, si sbaglia, si urla, si impara. Fa tutto parte della quotidianità di una casa dove i ragazzi, grazie agli educatori che gli stanno accanto e ad attività e percorsi costruiti per loro, provano a costruire un sé positivo e si preparano ad affrontare al meglio il loro futuro. Se vi capitasse di entrarvi verso le sei del mattino, vi trovereste di fronte a un uragano urlante di bambini e ragazzi che corrono per i corridoi vestendosi, fanno colazione mentre cercano le cose per la scuola, e nel frattempo ascoltano musica, cantano e ballano. Non ho altre parole per descrivere quello che accade alla Lawrence House ogni mattina se non come vita, o come un quotidiano tentativo di demolire l’edificio. In un paio d’ore poi tutti escono per raggiungere le loro scuole, e la casa si spegne in un silenzio quasi surreale.

Tra questi ragazzi c’è Sabine. Ha 15 anni e viene dallo Zambia. Mi ha chiesto di imparare l’italiano, così ogni tanto dopo cena abbiamo fatto qualche lezione di lingua con lei e una sua amica. Mi accorgo presto di quanto sia brava e una sera, mentre chiacchieriamo in cucina, le faccio i miei complimenti. Mi dice che ci tiene molto a studiare la nostra lingua, perché vorrebbe vivere in Italia, a Venezia. Le racconto che Venezia è una città meravigliosa, ma non la più facile in cui vivere. Allora Roma? Perché no? È una metropoli piena di opportunità, un po’ caotica forse… forse meglio Milano.

Parlo con lei sorridendo, ma mi chiedo se venendo nel mio Paese troverebbe il futuro che sogna o diffidenza, emarginazione e razzismo.Sabine mi dice che vuole completare gli studi e trovare un buon lavoro, mettere da parte i soldi e poi tornare in quei luoghi dove ora va in gita con i bambini della Lawrence House, come le spiagge dei ricchi. Vuole andare lì con i suoi soldi, ed essere trattata come una persona normale, con rispetto, non più come un bambino bisognoso che suscita compassione.

Mi dice che vuole viaggiare, girare il mondo, conoscere culture diverse, e nelle sue parole rivedo me stessa alla sua età. Con una piccola differenza: io con il mio passaporto posso andare ovunque, o quasi; lei non ha nemmeno un certificato di nascita. Da anni qui alla Lawrence house stanno lottando per farle ottenere un documento che ancora non c’è. Così lei va a scuola, ma solo informalmente: se non salta fuori quel pezzo di carta e non si riesce a registrarla non otterrà mai un diploma che attesti i suoi studi, non potrà lavorare in maniera regolare, né fare nulla di quello che sogna una ragazza di quindici anni. Oltre a vedere il mondo, Sabine vuole anche una famiglia e dei bambini. Da adolescente il suo unico timore è quello di non riuscire a conciliare i due desideri, e rifiuta di pensare che senza documenti nulla di tutto ciò sarà realizzabile.

Indovina chi viene a cena? nuova edizione e il corto a tema di Amin Nour

di Elena Guerra
Una serata per conoscere il progetto Indovina chi viene a cena?_Verona, per partecipare a un contest culinario e per vedere i due corti Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour (vincitore del bando MigrArti 2018) e il backstage Macedonia all’italiana di Diana Pesci, con entrambi i registi presenti all’evento. Tutto questo a La Sobilla, salita San Sepolcro 6/b (zona Porta Vescovo) a Verona, giovedì 17 gennaio alle 19.30 con un gioco che può far vincere la partecipazione a una cena, 20.30 accoglienza e saluto degli ospiti e presentazione dei due cortometraggi.

Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour è il cortometraggio prodotto dalla GoldenArt Productions e WellSee, vincitore della terza edizione del bando MigrArti promosso dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali (bando che è stato cancellato dall’attuale governo). È un viaggio pittoresco tratto da una storia realmente accaduta trasformata in commedia per portare lo spettatore a riflettere su temi sensibili distruggendo barriere o preconcetti che impediscono una reale percezione della realtà. Uno squarcio sulla Roma di oggi che mostra i figli dei migranti nelle varie sfaccettature, condito con ironia ed enfatizzando la dimensione del linguaggio come veicolo per abbattere pregiudizi e stereotipi.

Sinossi. Un giovane di origine somala e vissuto romano si prepara ad incontrare i genitori della sua ragazza, russa di origine, ma italiana a tutti gli effetti, anzi proprio di Albano. Il racconto si focalizza sulle ore precedenti l’incontro, ore in cui vediamo la vita del nostro giovane protagonista, Mohamed, 25 anni, scorrere normalmente. Conosciamo meglio le vie di Termini, che ci appaiono come le vie di un film di Spike Lee, popolate solo ed esclusivamente da neri; entriamo in contatto con gli amici di Mohamed: tutti ragazzi di seconda generazione che passano il tempo cazzeggiando su una panchina di Piazza dei Cinquecento. Gli amici, per gioco, iniziano a sfotterlo sul suo abbigliamento, anche questo tipico dei neri che imperversano i film di Spike. Lo fanno bonariamente, ma Mohamed inizia a temere la possibile reazione dei suoceri, a cui la sua fidanzata non ha comunicato il colore della sua pelle. Per questo, si lascia convincere che è meglio dare una sfoltita al suo taglio di capelli decisamente afro. All’interno del Black Hair, un parrucchiere/barbiere africano, in una girandola di battute, esplode il conflitto generazionale sul tema dell’identità. Conflitto che Mohamed mette improvvisamente a tacere tirando fuori tutto il suo innato ottimismo: «Siamo nel 2018 il colore della pelle non conta più niente!», urla indignato, decidendo di non tagliare i suoi capelli e di presentarsi ai suoceri per quello che realmente è. Con questa convinzione, in realtà sempre più debole, Mohamed sale sul treno che lo conduce ad Albano, dove lo attende la sua ragazza.Il corto si avvale dell’amichevole partecipazione di Jonis Bascir (Un Medico In Famiglia), Alla Krasovitzkaya (Come un gatto in tangenziale) e Cecile Kyenge, ex ministra per l’integrazione. Presenti anche Yoon C. Joyce (Gangs of New York), e, tra gli altri, i giovani attori Lavinia Cipriani, Settimo Palazzo e Yonas Roncarati.

Con il 2019 “Indovina chi viene a cena?” ricomincia nelle case di tanti cittadini a Verona con la sua sesta edizione scaligera, una volta al mese da gennaio a maggio. 54 cene organizzate, 206 ospiti accolti, 30 famiglie coinvolte e 28 nazionalità rappresentate. Sono questi i numeri del progetto di relazione per mezzo del cibo, che sta diventando anche a Verona un piccola ma grande modo per conoscere da vicino la cultura e le tradizioni del paese d’origine di tante famiglie ospitanti di origine straniera che vivono nel territorio già da tanti anni. Si tratta di un dispositivo di attivazione di comunità che sovverte l’idea classica di ospitalità, aprendo le porte delle case dei nuovi cittadini, abbattendo i muri e le barriere culturali tramite il rito più antico del mondo: mangiare insieme.

L’evento nato a Torino nel 2011 dalla Rete Italiana di Cultura Popolare, ha preso piede in diverse città, compresa Verona dal 2013, dove è supportata da Net Generation – associazione culturale veronetta129, Mag e CookPad. L’iniziativa parte dal percorso sul concetto di “altro”, sull’idea di incontro e di socializzazione declinabile in differenti modalità, che ha intrapreso la Rete in questi anni. Tutto ciò ha  consolidato rapporti di collaborazione e di condivisione con alcune famiglie e persone facenti parte diverse comunità migranti.

Ma chi sono le famiglie incontrate a cena finora a Verona? 8 su 30 sono le famiglie miste (con un coniuge italiano oppure entrambi i coniugi stranieri ma di differenti Paesi), 28 nazionalità rappresentate, ossia persone provenienti da Sri Lanka, Giappone, Bangladesh, Eritrea, Ghana, Costa D’Avorio, Marocco, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Tunisia, Algeria, Palestina, Libano, Iran, Giordania, Russia, Moldavia, Romania, Bulgaria, Lituania, Croazia, Spagna, Irlanda, Inghilterra, Honduras e Brasile (oltre ovviamente all’Italia). Gli ospiti non sono solo veronesi, ma anche cittadini di origine straniera.

Il calendario 2019: sabato 26 gennaio, 23 febbraio, 30 marzo, 27 aprile e 25 maggio. Per partecipare Basta prenotare i posti per le cene, contattando i riferimenti organizzativi locali. Quelli della città scaligera sono info@veronetta129.it o scrivere al numero 334.5291538 entro dieci giorni dalla data scelta per dare la possibilità agli organizzatori di intrecciare le varie richieste, anche per chi soffre di intolleranze o allergie alimentari. Per info consultare la pagina Facebook dedicata https://www.facebook.com/IndovinaChiVieneACenaVerona/

sabato 26 gennaio | sabato 23 febbraio | sabato 30 marzo | sabato 27 aprile | sabato 25 maggio

Una finestra su Cape Town | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Cape Town e Robben Island
viste dalla cima della Table Mountain

Chi parla di invasione riferendosi alle migrazioni che dal continente africano raggiungono l’Italia e l’Europa non usa nessun criterio razionale per definire il fenomeno: circa l’80% delle migrazioni africane,secondo i dati dell’agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite, avvengono infatti all’interno del continente, dalle zone rurali alle aree metropolitane,da Paesi in guerra o in situazione di povertà assoluta, con forti sconvolgimenti sociali o politici, da Stati con grossi problemi climatici. Le persone si spostano verso i luoghi sicuri più vicini, appena attraversato il confine,oppure verso le aree più ricche del continente, come il Sudafrica.

È proprio per comprendere meglio il fenomeno delle migrazioni verso il Sud del mondo che ho trascorso due mesi a Cape Town, in Sudafrica, lavorando come volontaria in una casa per minori stranieri non accompagnati o separati dai genitori, e a stretto contatto con lo Scalabrini Centre of Cape Town, da cui la struttura per minori dipende. Il centro si occupa di rifugiati e richiedenti asilo a 360 gradi, attraverso progetti di accoglienza, insegnamento della lingua inglese per stranieri francofoni o arabi, orientamento al mondo del lavoro, consulenze legali per l’ottenimento dei documenti, una piattaforma per educare le donne migranti ai propri diritti e un centro studi sulle migrazioni connesso con università e istituti di ricerca di tutto il mondo.

A chi mi chiede come sia il Sudafrica, rispondo che si tratta di un Paese davvero bizzarro, e non avrei molti altri aggettivi con cui definirlo. È un Paese dalle tante contraddizioni, un Paese dalle bellezze naturali mozzafiato,luoghi magici e paesaggi da sogno; il tutto accompagnato da un tasso di criminalità talmente alto da non permettere a chi vuole conoscere tali bellezze di girare serenamente ed esplorare questi mondi meravigliosi. È il Paese dalle spiagge bianchissime, della catena montuosa dei Dodici Apostoli che, vista dalla costa,pare gettarsi a picco nell’oceano, dei grandi parchi naturali e dei quartieri vip con le ville con piscina appartenenti agli attori di Hollywood; ma basta allontanarsi solo poche decine di chilometri per trovarsi di fronte a immense distese di baracche di lamiera, dove non esistono nemmeno i servizi igienici, e osservare la distesa delle township che si estende a perdita d’occhio. Povertà estrema, ricchezza eccessiva e sfarzosa, libertà e uguaglianza, conquistate con il sangue solo nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, e ancora così lontane dall’essere raggiunte davvero.

Si tratta di uno dei Paesi con il governo più stabile del continente africano, tuttavia la corruzione logora tutto, a tutti i livelli. La costituzione democratica nata nel 1994 con l’ascesa al potere di Nelson Mandelatutela le minoranze, le diversità, garantisce la libertà di espressione e di stampa. Lo Stato ha una delle politiche più aperte e progressiste in materia di rifugiati: non esistono centri di accoglienza né di detenzione preventiva per l’identificazione di chi entra nel Paese. Chi fa domanda come rifugiato in Sudafrica può immediatamente cercarsi un lavoro e costruirsi un futuro inattesa dei documenti definitivi che attesteranno il suo status. (La legge sull’immigrazione sta per cambiare anche lì, ma di questo parlerò più approfonditamente in uno dei prossimi post). Tuttavia i percorsi per la richiesta dei documenti sono complessi, irti di burocrazia, farraginosi e costosi, oltre che disseminati di funzionari corrotti e di ingranaggi da oliare nel modo più appropriato.

I bambini, tutti i bambini, sono tutelati dal Children’s Actdel 1983, eppure assistiamo ad alcune delle violazioni dei diritti umani più vergognose al mondo, che si lasciano alle spalle centinaia di migliaia di minori senza documenti, fantasmi a cui viene strappato ogni futuro.

Cape Town è anche uno dei porti commerciali più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa, fonte di ricchezza, di scambi economici eculturali. L’altra faccia della medaglia, quella più invisibile, è quella degli schiavi del porto, marinai a cui vengono sequestrati i documenti, sfruttati,retribuiti con salari più bassi del minimo legale, o non retribuiti affatto.Picchiati, abusati fisicamente e psicologicamente, alle volte rimangono bloccati per mesi e mesi in città, senza poter abbandonare navi che non ripartiranno e senza poter tornare a casa dalle proprie famiglie.

Questo e tanto altro è il Sudafrica che ho visto e sentito sulla mia pelle, il Paese che mi è rimasto nel cuore nonostante tutto, il Paese che nelle prossime settimane proverò a raccontare più nel dettaglio, per chi avrà voglia di scoprirlo con me.

Immigrazione e media: il ruolo dei giornalisti nell’informare i cittadini

di Maurizio Corte

Notizie di chiusura”, il sesto rapporto dell’Associazione Carta di Roma,conferma quanto – come gruppo di ricerca ProsMedia – siamo andati studiandone gli ultimi dieci anni sul tema “media e immigrazione”.

Sul tema “migranti e mass media” la stampa italiana – in tutto lo spettro dei media mainstream e dei social media – si rivela essere in continua “emergenza immigrazione”, dice il rapporto della Carta di Roma. Il dato era prevedibile e tale resterà: la classe politica italiana non ha alcuna intenzione di tematizzare in modo strategico la “questione immigrazione”.

Il rapporto dell’Associazione Carta di Roma poi segnala un calo delle notizie sull’immigrazione, nel corso del 2018, in concomitanza con il nuovo governo Lega-Cinque Stelle. Anche questo era prevedibile.

Nel 2011, come ProsMedia, con il governo Monti registrammo un netto calo di notizie sui migranti. Da un lato vi era stato una diminuzione degli sbarchi di cittadini stranieri sulle coste italiane; dall’altro non faceva comodo ad alcun partito politico usare l’immigrazione (e le notizie su cittadini stranieri) come arma di lotta politica.

Può fare comodo al governo ora in carica alimentare l’emergenza degli sbarchi? La risposta è no. Da un lato perché gli sbarchi sono calati. Dall’altro perché nuocerebbe all’immagine di settori del governo far vedere che, nonostante il Decreto Sicurezza e i proclami di fermare le navi dei migranti, il fenomeno non si arresta.

Quello che conviene, sul piano della lotta politica, è proseguire quanto il rapporto “Notizie di chiusura” registra, grazie allo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia sui media. Ovvero l’associazione fra immigrazione e insicurezza, fra immigrazione e criminalità, fra immigrazione e clandestinità.


Quanto al dato della maggiore “voce” concessa sui media ai cittadini stranieri – come rileva il rapporto di Carta di Roma – siamo di fronte a un “falso positivo”. I cittadini immigrati sono comunque rappresentati come vittime di atti di razzismo o di violenza; in ogni caso come un problema. Né come risorse della società, né come cittadini con diritti e doveri.

Un altro elemento interessante di “Notizie di chiusura” è che la televisione mostra un maggiore “allarmismo” e più notizie, rispetto a un tono meno gridato e a meno articoli del giornali (se confrontati con il passato).

Anche qui vi è una spiegazione: è indubbio che una parte importante dell’informazione su carta sia su posizioni anti-governative. Le direzioni di quei giornali ben sanno che l’immigrazione è un’arma politica e si adeguano di conseguenza.


In conclusione, dal rapporto dell’Associazione Carta di Roma emerge poi il ruolo fondamentale di noi giornalisti. Come osserva il suo presidente, Valerio Cataldi: “La ricerca della verità sostanziale dei fatti, con l’uso corretto delle parole e l’obiettività dei numeri sono il solo argine alla costruzione distorta della realtà che gli ‘spaventatori’ ripetono ogni giorno. È una questione di dignità, di credibilità, di sopravvivenza del mestiere di giornalista”.

“Il Washington Post per arginare il presidente Trump che non vuole giornalisti che fanno domande, ma giornalisti che rilanciano i suoi tweet e i suoi messaggi aggressivi, ha proposto di evitare di ripetere le bugie della politica”, fa notare Cataldi. “Evitare di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”.

È necessaria “una riflessione anche nel nostro paese, che Carta di Roma ha rilanciato con un appello ai direttori di giornali e telegiornali”, sottolinea il presidente dell’Associazione, Cataldi. “Le parole possono trasformare la realtà. E la responsabilità è anche, e forse soprattutto, di chi scrive e riproduce quelle parole. Per questo abbiamo deciso di lanciare una campagna sull’uso corretto delle parole”.

La “terapia semantica” – con l’uso attento delle parole – è una delle azioni pratiche del Giornalismo Interculturale, come l’abbiamo delineato – quale gruppo ProsMedia – nel libro“Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale”(Cedam, 2014).

La scelta del linguaggio, assieme a quella dei temi da sottoporre ai lettori,qualifica la professione di giornalista come “mediatore” tra le fonti e il pubblico. Evita che il giornalista divenga il megafono e il servitore di questa o quella fonte, di questa o quella parte politica.

Ecco che la dignità e l’autonomia professionale dei giornalisti passa anche attraverso un trattamento del tema immigrazione che sia corretto, imparziale, preciso nell’uso delle parole e scevro da pregiudizi.

Il ruolo dei giornalisti – come conferma “Notizie di chiusura”, il rapporto dell’Associazione Carta di Roma su “media e immigrazione” – diventa fondamentale in una democrazia. Soprattutto a fronte di un fenomeno strutturale della nostra società, qual è quello dei migranti. E implica un impegno etico e un rispetto della deontologia per evitare – come rileva lo studio di Carta di Roma su Facebook – che l’odio, lo scontro, la discriminazione e tutto il relativo arsenale di offese manipolatorie abbiano la meglio sul dibattito onesto e proficuo.

Molestie sul lavoro a scuola

di Elena Guerra

Prevenire le molestie in ambito lavorativo sin dall’Alternanza scuola-lavoro. Questo l’obiettivo degli incontri di formazione organizzati a dicembre 2018 e gennaio 2019 dalla Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza e su proposta di Logika di Rosanna Bonollo con il patrocinio dell’assessorato alle Pari Opportunità di Comune di Thiene. Perché la prevenzione sulla discriminazione di genere non termina con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

I laboratori condotti da Cristina Martini, media educator e ricercatrice, e Arianna Bigarella, psicologa e psicoterapeuta, vogliono essere un momento informativo e formativo rivolto alle studentesse e agli studenti della quarta superiore di tre istituti scolastici della Città di Thiene, Vicenza, ossia “Aulo Ceccato” il 14 dicembre, “Istituto Garbin” il 21 dicembre e “Liceo statale Corradini” a gennaio 2019, che si stanno preparando per affrontare il periodo di Alternanza scuola-lavoro spiegando attraverso l’educazione ai media con la mediazione di una psicoterapeuta la normativa sulle molestie sul lavoro, la discriminazione, prevaricazione e possibile disagio a partire da quelle di genere. Gli interventi andranno ad affiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio.

I media hanno raccontato nell’ultimo anno alcuni di questi casi che hanno coinvolto il mondo del cinema e dello spettacolo – il cosiddetto caso Weinstein a Hollywood – talvolta valorizzando l’iniziativa coraggiosa di molte donne, in altri rivittimizzandole attraverso un processo mediatico sulle loro presunte colpe. Parole e immagini che sono state veicolate non aiutano la percezione del problema legato alla modalità di manifestazione del potere nell’ambito lavorativo e di studio. Ecco che, per un pregiudizio che colpisce uomini e donne, le molestie passano in molti casi per bravate e scherzi, innescando un’assuefazione che porta a normalizzare alcuni comportamenti lesivi della dignità.

Cristina Martini, che ha curato i contenuti ed è formatrice durante gli incontri, spiega: «il percorso nasce come una proposta nuova nel suo genere perché ha l’obiettivo di raggiungere ragazzi e ragazze che – grazie all’alternanza scuola lavoro – si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro. Gli interventi andranno adaffiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio».

«Il percorso formativo – continua la media educator –  coinvolgerà ragazzi e ragazze con linguaggi a loro affini in una riflessione attorno ai temi del “consenso”, delle giustificazioni, degli stereotipi e pregiudizi veicolati dai media, del linguaggio intriso di discriminazioni e delle emozioni che emergono a questi casi che sono spesso difficili da riconoscere, esternare e denunciare.»

A introdurre gli incontri ci sarà Grazia Chisin, Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza, che darà alcune indicazioni ai partecipanti rispetto ai riferimenti da contattare nel caso siano vittime o testimoni di molestia, e l’iter previsto dalla normativa.