Misantropia e misoginia dei media nei casi giudiziari di violenza sulle donne

Il Biondino della Spider Rossa. Misantropia e misoginia dei media nei casi giudiziari di violenza sulle donne è il tema della conferenza, organizzata da Fidapa Verona Est e dall’associazione culturale ProsMedia, per mercoledì 28 novembre 2018, alle 17, nella Sala Galtarossa al Museo degli Affreschi (Tomba di Giulietta), in via Luigi da Porto 5, a Verona.

La conferenza prevede gli interventi di Maurizio Corte, giornalista e docente di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, e di Laura Baccaro, psicologa giuridica, criminologa e docente in varie Università italiane.

Tiziana Sartori, direttore dell’Osservatorio Monografie d’Impresa, dialogherà con gli autori del libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, che ricostruisce a quasi mezzo secolo di distanza il caso di Milena Sutter.

La conferenza rientra nel programma – promosso dal Comune di Verona – per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle Donne.

Non vi è dubbio che molto ancora vi sia da dire sul caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano. Un caso giudiziario che sconvolse l’Italia e mezza Europa nel 1971.

Genova, giovedì 6 maggio 1971, ore 17. Milena Sutter, una ragazza di 13 anni, scompare all’uscita della Scuola Svizzera, dove frequenta la terza media. È figlia di un ricco industriale. Il corpo della ragazza, senza vita, viene trovato in mare due settimane dopo la scomparsa. L’ipotesi investigativa è soltanto una: il sequestro per motivi di denaro.

Ad essere accusato del rapimento e dell’omicidio della studentessa è un giovane di 25 anni, Lorenzo Bozano, un perdigiorno di famiglia alto-borghese. È soprannominato il “biondino della spider rossa”. Non è biondo, né magrolino.

Assolto in primo grado nel 1973, Bozano viene condannato all’ergastolo nel 1975. Scappa in Francia e in Africa, ma nel 1979 viene arrestato e portato, in una contestata operazione di polizia, in Italia. Dopo oltre 40 anni di carcere Lorenzo Bozano continua a professarsi innocente: “Milena? Non l’ho mai conosciuta”.

Il libro di Laura Baccaro e Maurizio Corte è il frutto di una ricerca durata otto anni, condotta con la collaborazione del gruppo ProsMedia del Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona. Al libro si accompagna il sito web www.ilbiondino.org con altre analisi dei giornali e della vicenda.

Il libro affronta gli aspetti fondamentali del caso:

  • i nodi non risolti sulla vicenda di Milena Sutter
  • gli indizi contro l’imputato Lorenzo Bozano e il suo alibi che non c’è
  • la discutibile perizia medico-legale
  • la personalità controversa del giovane della spider rossa
  • il ruolo dei media nel rappresentare la giovane vittima e il giovane condannato
  • la seconda vittima della vicenda (l’amica di Milena, Isabelle)

Con un’analisi rigorosa, gli autori studiano gli elementi contraddittori di un evento che ha segnato la Storia civile d’Italia.

È una vicenda, quella di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, che anticipa di trent’anni la mediatizzazione televisiva dei grandi casi giudiziari.

Perché il caso di Milena Sutter rientra di diritto nel tema della violenza sulle donne? “La risposta sta nella vicenda in sé e nella rappresentazione data dai giornali e dalla televisione”, spiega Maurizio Corte, autore del libro ‘Il Biondino della Spider Rossa’. “Milena Sutter è stata vittima di violenza per la morte che l’ha colpita. Ma è stata vittima di violenza anche per il non aver fatto luce a sufficienza – sia o meno Lorenzo Bozano colpevole – su quanto accadde quel 6 maggio del 1971. È insomma una storia tutta ancora da scrivere. Laura Baccaro e io, con il libro, abbiamo voluto mettere dei punti fermi oltre le narrazioni dei media che poca aderenza hanno con la verità sostanziale dei fatti”.

L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne ProsMedia e Porto Burci presentano “L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa nei casi di violenza di genere e femminicidio” mercoledì 21 novembre alle 20.45 con la formatrice Cristina Martini, ricercatrice e media educator di ProsMedia. Interverranno anche: Margherita Chiais, psicologa dell’associazione Donna chiama donna, e Maria Stocchiero, rappresentante del progetto Follia Organizzata.

I media hanno un ruolo ormai noto nella costruzione della realtà e del significato. Molto di quello che siamo, pensiamo e di come ci comportiamo è dovuto ai media. In un percorso di senso a partire dalla cultura, dai messaggi pubblicitari e dalla cronaca nera riguardante la violenza di genere e il femminicidio, si analizzeranno stereotipi e pregiudizi veicolati al fine di fornire al pubblico elementi per riconoscerli in autonomia in modo critico.

Ricercatrice e media educator, laureata magistrale in Editoria e Giornalismo, Cristina Martini si è specializzata all’Università La Sapienza sull’analisi lessicale e testuale del contenuto. La sua area di ricerca è principalmente rivolta al tema dei femminicidi e alla cronaca nera. Si occupa di formazione su stereotipi e rappresentazioni della stampa e della pubblicità e di educazione ai media. È tutor didattico del Master in Intercultural competence and management del Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona ed è stata assegnista di ricerca per la comunicazione scientifica nello stesso ateneo.

La partecipazione è vincolata ad un contributo di 10 euro a partecipante.

Iscrizioni e informazioni a comunicazione@prosmedia.it

Adozione di bambini, sui media il solito copione “ideologico”

di Maurizio Corte

Quando sui media si parla di adozione di bambini vi è sempre stato il rischio che il pendolo oscilli fra due poli.

Da un lato vi è il “pietismo” verso i poveri bimbi abbandonati che trovano un’occasione di riscatto. Dall’altro vi è il commovente dolore di una coppia che non riesce ad avere figli biologici.

Negli ultimi tempi si è aggiunta una terza componente. Stavolta ideologica. È una “terza posizione” che può assumere forme diverse.

Una di queste è l’urlo entusiasta che essere figli adottivi o genitori adottivi è una sorta di “paradiso di felicità”.

Un’altra è la battaglia perché l’adozione possa essere fatta anche da coppie omosessuali.

La terza componente ideologica vede come posizione quella che “genitore single è bello”.

Al benessere dei bambini adottati, chi ci pensa mai? Degli aspetti critici dell’adozione – sfocati dall’idea che l’amore tutto risolve – chi parla mai con cognizione di causa?

Chi mai approfondisce, senza interessi di parte, il tema dell’adozione, affrontandolo nella sua complessità?

Un altro elemento che propone il “discorso dei media” sull’adozione di bambini è quello di dare voce ai figli adottivi e ai genitori adottivi. Scelta doverosa. Sacrosanta.

E gli esperti? Non vogliamo far parlare mai gli esperti di adozione di bambini?

Come per il tema “media e immigrazione”, anche per il tema “media e adozione di bambini” possiamo dire che la voce degli esperti – indipendenti da interessi di parte – non viene tenuto nel dovuto conto.

In una puntata radiofonica di “Cactus – Basta poca acqua”, condotta dalla giornalista Concita De Gregorio su Radio Capital, si è parlato di adozione di bambini.

La posizione “ideologica” questa volta ha riguardato la difesa dell’adozione di bambini da parte di genitori single.

Da parte di un single un’adozione è possibile, ci informa la trasmissione. È consentita se fra l’aspirante madre (o l’aspirante padre) e un bambino/a si è creato un legame affettivo.

Deve essere un legame tale da convincere un giudice a concedere a una persona singola la genitorialità di un figlio (o figlia) non biologici.

Il caso trattato è interessante. È quello di una donna single che a casa sua, in Italia, ha ospitato alcuni mesi l’anno per anni, in un incontro frutto del caso, un bambino dell’Ucraina che ora ha 11 anni.

La signora sta aspettando impaziente la pronuncia di un giudice, dopo aver prodotto tutta la documentazione e le prove che fra lei e il bambino si è instaurato un rapporto genitore-figlio.

È un rapporto tanto stretto e genitoriale che il bambino chiama “mamma” la signora. Quest’ultima l’ha ospitato 4 mesi l’anno per un certo numero di anni, stando a quanto emerge dalla testimonianza in diretta della donna.

La vicenda è interessante. Degna di approfondimento in una trasmissione radiofonica, il cui obiettivo dovrebbe essere anche quello di informare e far pensare. La conduce, infatti, una giornalista di prestigio e professionalità, come Concita De Gregorio.

Peccato che la trasmissione si riveli “ideologica” per il suo sposare, senza esitazione alcuna, la causa – certo comprensibile e legittima – di un’aspirante mamma single.

Non ci si interroga, ad esempio, sull’opportunità che il bambino adottando abbia bisogno di entrambe le figure genitoriali.

Non si tematizza – ascoltando un esperto – la difficoltà che comporta il crescere da soli un figlio (o una figlia) adottato, specie in età adolescenziale.

Siamo certi che l’avere un solo genitore – per un figlio adottivo che ha avuto problemi di relazione con i genitori biologici – sia nell’interesse di chi viene adottato?

Sono domande che richiedono anche la voce di un esperto. Il sostegno di studi e di analisi. Il conforto di una riflessione professionale, fatta alla luce delle esperienze adottive studiate da esperti.

Nulla di tutto questo vi è nella trasmissione radiofonica di Concita De Gregorio. Eppure l’ascolto di posizioni differenti e l’approfondimento, oltre l’impressionismo del singolo caso che attira, dovrebbero essere bagaglio dei giornalisti.

L’adozione di bambini (e bambine), anche nella trasmissione “Cactus – Basta poca acqua”, di Radio Capital, resta insomma alla superficie dei temi.

Eppure l’adottare un bambino (o una bambina) grandicello non dovrebbe essere un argomento da trattare in superficie. Né da affrontare con un’impostazione ideologica. O, peggio, da tifoseria interessata.

Parole “sbagliate” e titoli “tendenziosi”: quanto ci condizionano?

di Barbara Minafra

“Azione o comportamento che mira a creare artificialmente, e per lo più allo scopo di ottenere un preciso risultato, un clima di tensione”: la Treccani definisce così l’allarmismo, quel clima diffuso che sembra pervadere i nostri media, insieme alle derive populiste e demagogiche nate come reazione alla crisi del capitalismo e ai conseguenti cambiamenti geo-politici ed economici in atto.

Nel 2017 è stato registrato un significativo incremento dei toni allarmistici sulla carta stampata: quasi 20 punti in più rispetto all’anno precedente (dal 27% del 2016 al 43% dello scorso anno). Detto altrimenti, 4 titoli/notizie su 10 risultano avere un potenziale ansiogeno. I dati sono del quinto Rapporto della Carta di Roma, il quale registra toni allarmistici nella dimensione dei flussi migratori, nel racconto delle morti in mare, nell’urgenza dei soccorsi, nell’emergenza degli arrivi, nella gestione dell’accoglienza. Si parla della criminalizzazione del soccorso in mare, delle infiltrazioni terroristiche, delle condizioni di profughi e migranti nei campi di detenzione, e si mettono in correlazione le migrazioni (economiche o per ragioni umanitarie) con la sicurezza del Paese, la diffusione di malattie, il disagio sociale, i problemi di convivenza.

Lo scorso anno ha segnato maggiore visibilità per criminalità e sicurezza, terzo tema con il 16% dei titoli sulle prime pagine dei quotidiani, dopo la gestione dei flussi migratori (prima voce nel 2017 con il 44%) e l’accoglienza a quota 24% che però, pur occupando la seconda posizione, si dimezza rispetto al 2015. Per il Rapporto della Carta di Roma permane una sovraesposizione del tema della criminalità e della visibilità di migranti e profughi come autori di reato. In particolare, il racconto di fatti relativi ai crimini e alla minaccia all’ordine pubblico è quasi tre volte in più rispetto al 2015. In un certo senso, anche se non ci fosse connessione esplicita tra le due notizie, le due questioni finiscono per associarsi nella testa del lettore.

Nel suo saggio sull’opinione pubblica datato 1922 – ben 96 anni fa – Walter Lipmann scriveva: “Non c’è nulla più refrattario all’educazione, o alla critica, di uno stereotipo. Si imprime sull’evidenza, nell’atto stesso di constatarla”. In altre parole, più si consolida un certo tipo di visione sociale, una certa interpretazione della società, più si deforma la lente, si distorce una lettura corretta degli eventi, si condiziona l’occhio di chi guarda.

Se poi a corroborare il preconcetto, a incidere sull’opinione pubblica già densa di tensioni (che nell’hate speech hanno una diffusione social), sono le testate giornalistiche (cioè la comunicazione formale, istituzionalizzata, riconosciuta), il potere di condizionare e avallare un certo tipo di lettura sociale, di interpretazione della realtà, si amplifica. Gli articoli di giornale finiscono per avere un peso superiore, per essere titoli, parole e dunque idee più “pesanti” del dovuto, divenendo alibi o sponde morali di atteggiamenti discutibili, al punto che il comportamento violento se non accettato risulta almeno giustificabile, indotto da un certo clima.

Il fatto stesso che in 10 mesi 14.813 titoli siano stati dedicati all’immigrazione e nel 2017 siano stati solo 43 i giorni senza questo argomento, racconta la visibilità continua del tema (anche se con un’intensità inferiore rispetto agli ultimi due anni quando le giornate senza notizie erano 12), e la dice lunga sugli effetti dell’esposizione mediatica.

Il fenomeno migratorio non solo è sempre più strutturale e meno emergenziale ma a livello sociale è “pane quotidiano”, è una sorta di strada obbligata, una presenza anche per chi materialmente non incontra immigrati per strada. “Senza sorpresa”, dice il quinto Rapporto, “migrante” e “profugo” sono fra i termini più presenti nei titoli, utilizzati 2.455 (17% dei titoli) e 1.322 volte (9%).

Se si analizza la produzione giornalistica si ha una conferma della tendenza positiva rilevata negli ultimi anni: l’utilizzo di termini giuridicamente scorretti risulta diminuito. “Migrante” e “profugo” hanno stabilmente sostituito “clandestino”, termine stigmatizzante che resta tra i 30 più ricorrenti nei titoli (195 volte rispetto ai 6 quotidiani nazionali esaminati). Evidentemente, non si deve abbassare troppo la guardia se l’Associazione Carta di Roma ha appena aggiornato le Linee Guida per l’applicazione del protocollo deontologico su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti del 2008 e lanciato la campagna “Vediamo l’effetto che fa”.

Poiché la scelta delle parole dà forma al racconto, ne disegna il contenuto e se si sbaglia l’uso delle parole si deforma il fatto raccontato, si invita a un esperimento sociale e comunicativo: sostituire “clandestino” con “persona”, la parola “immigrato” con “uomo/donna” per arginare il dilagare dell’intolleranza legata agli stranieri che si manifesta anche con parole aventi una semantica che rimanda all’hate speech.

Questo perché, se le “violazioni colpose” della Carta di Roma – che derivano dalla scarsa conoscenza del principio costituzionale che sancisce il diritto all’asilo e della Convenzione di Ginevra – sono diminuite, sono parallelamente aumentati i titoli che “connettono deliberatamente comportamenti criminali all’appartenenza religiosa o alla nazionalità dei loro autori”. Il messaggio subliminale che passa, continuando a depositarsi, stratifica l’ansia, rafforza l’allarme sociale, consolida il pregiudizio e con le nostre paure finiamo per rafforzare ciò che ci spaventa.

Israele, mito e realtà a la Sobilla e Rockabul a Mediorizzonti

ROCKABUL

di Elena Guerra

Giovedì 25 ottobre alle 20.30 si tiene la presentazione del libro Israele, mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo a cura di La Sobilla. Presentazione del libro (ed. Alegre, 2018) con gli autori Michele Giorgio e Chiara Cruciati, entrambi giornalisti per il Manifesto, a La Sobilla, in salita Santo Sepolcro 6/b. Ingresso libero con tessera consigliata.

E si prosegue con l’ultimo appuntamento del 2018 di MediOrizzonti, la rassegna di cinema mediorientale a Verona, realizzata grazie all’associazione culturale veronetta129, il gruppo informale Net Generation e La Sobilla, con il supporto del Cinema Nuovo San Michele. Il documentario Rockabul del regista Travis Beard (Afghanistan, Australia, Bosnia Erzegovina | GB, 2018, 77’) sarà presentato lunedì 29 ottobre alle 20.30 al Cinema Nuovo San Michele via V. Monti 7c. Il giornalista Ernesto Kieffer intervista il regista e attore Travis Beard in collegamento skype. Ingresso con biglietto unico 5€.

Sei disposto a mettere la tua vita a rischio per la musica? I District Unknown, una band metal nata in un Afghanistan stremato dalla guerra, sono disposti a farlo. Girato per la maggior parte da Beard con una camera a spalla,  il documentario,  rock’n’roll nel suo spirito e nel suo approccio, sfida il conservatorismo con la cultura, cerca di ritrovare la speranza in un paese devastato. Nel periodo tra il 2007 e il 2012, la capitale Kabul aveva una vasta comunità di espatriati con una propria scena culturale underground, così separata dalla società afgana tradizionale da farsi chiamare Kabubble. Il musicista e giornalista australiano Travis Beard faceva parte di questa scena, che nel suo momento d’oro è riuscita a unire la comunità degli espatriati attorno a band locali che volevano fare musica rock’n’roll, che nel Paese islamico era bandita. Ed è così che ha scoperto la prima – e finora l’ultima – band heavy metal afgana, i District Unknown.

Djset mediorientale e Mr Gay Syria a Mediorizzonti

La regista di Mr Gay Syria, Ayse Toprak

di Elena Guerra

La Festa di Mediorizzonti si tiene al Colorificio Kroen domenica 21 ottobre alle 19.00 con Dj Babari & Domestic Dome, un djset mediorientale (World Groove), con proiezioni e aperitivo libanese a cura di Tabulè, in via Antonio Pacinotti 19 (ZAI). Stefania Berlasso intervista i musicisti prima del djset. Ingresso con pretesseramento AICS obbligatorio a www.colorificiokroen.it/tesseramento. MediOrizzonti, la rassegna di cinema mediorientale a Verona, è realizzata grazie all’associazione culturale veronetta129, il gruppo informale Net Generation e La Sobilla, con il supporto del Cinema Nuovo San Michele.

Il documentario Mr Gay Syria della regista Ayse Toprak (Germania | Malta | Turchia, 2017, 85’) sarà presentato lunedì 22 ottobre alle 20.30 al Cinema Nuovo San Michele via V. Monti 7c. Il dibattito dopo il documentario sarà condotto dalla giornalista Elena Guerra che intervisterà la regista turca in collegamento skype, dialogando con Lorenzo Bernini dell’Università degli Studi di Verona insieme ai rappresentanti delle associazione Pink Refugees del Circolo Pink e ARCI/Arcigay Pianeta Milk Verona.

Mr Gay Syria racconta le peripezie di alcuni rifugiati che cercano d’inviare un rappresentante siriano alla competizione Mr Gay World. Mahmoud Hassino, il primo LGBT blogger in Siria, ha organizzato un concorso segreto per eleggere, tra i profughi in Turchia, il Mr Gay Syria, per fargli acquisire il diritto di partecipare alla competizione mondiale, andando contro l’omofobia dei terroristi. La regista Ayse Toprak, giornalista e regista turca che vive a Istanbul, ha incontrato Mahmoud nel 2011, mentre lavorava come reporter per Al Jazeera e stava raccogliendo informazioni sulla crisi dei profughi siriani al confine turco. I concorrenti sono stati solo cinque e i loro volti sono coperti, per non metterli ulteriormente in pericolo. Il vincitore è stato Husein, un profugo siriano di 23 anni, gay, originario di Aleppo, che ora vive a Istanbul. Il suo sogno era quello di mostrare finalmente il suo vero volto al mondo, togliersi la maschera. Al Daily Mail, subito dopo avere vinto il contest, ha  spiegato: «Voglio dimostrare che i gay siriani non sono solo corpi gettati dai palazzi a causa dell’ISIS. Abbiamo sogni, idee e vogliamo vivere la nostra vita. Certo, eravamo nervosi a competere per il concorso ma anche entusiasti. Tutti noi volevamo essere eletti per far qualcosa di utile». Negli ultimi tre anni, Mahmoud e Ayse hanno seguito i loro personaggi in Turchia, Malta, Germania e Norvegia. Uno spaccato intimo e inedito dell’identità omosessuale siriana “in esilio”. Ingresso con biglietto unico 5€. La proiezione è in lingua originale con sottotitoli in italiano. Per informazioni scrivere a info@veronetta129.it o consultare la pagina FB di Mediorizzonti.

La regista. Ha conseguito un BFA in film e TV alla “Tisch School of the Arts” ( NY University) e un master la New School University. Dopo quasi 15 anni di vita, studio e lavoro a New York, Londra e Doha (Qatar), nel 2011 è tornata in Turchia dove lavora con Al Jazeera a documentari sociali e politici.

Lorenzo Bernini è professore associato di Filosofia politica presso l’Università di Verona. Con la professoressa Adriana Cavarero, ha fondato il Centro di ricerca PoliTeSse (Politiche e Teorie della Sessualità, www.politesse.it) di cui adesso è direttore. I suoi interessi spaziano dalla filosofia politica classica della modernità (in particolare Thomas Hobbes) e dal pensiero francese del Ventesimo secolo (in particolare Michel Foucault), alle teorie contemporanee della democrazia radicale, alle teorie critiche sulla ‘razza’ , alle teorie queer.

Pink Refugees nasce nel febbraio 2017 all’interno del Circolo Pink di Verona, associazione gay, lesbica, bisessuale, trans ed etero di Verona. La costituzione del gruppo si è resa necessaria per soddisfare le tante richieste che arrivavano alla nostra associazione per l’assistenza e l’accoglienza di migranti gay presenti sul territorio veronese e non solo. Scopo del gruppo, è dar vita a uno spazio di confronto sui temi legati all’essere gay, lesbica e trans in paesi dove spesso l’omosessualità è un reato punito con carcere e in alcuni casi la pena di morte. Lo sportello migranti GLBT Verona di ARCI/Arcigay Pianeta Milk Verona vuole offrire un servizio gratuito per aiutare tutte le persone migranti in difficoltà o che non sono in grado di avviare le pratiche per la richiesta di asilo, e riprende un’analoga esperienza già attiva a Milano e resa possibile anche grazie ai risultati del progetto nazionale di Arcigay “IO – Immigrazione e Omosessualità”.

Consulta il programma di Mediorizzonti.

“Ma che genere di linguaggio!”, convegno a Verona

di Cristina Martini

Possono immagini, parole e pensieri indurre i comportamenti violenti? Quali passi avanti sono stati fatti e quanti da fare ancora per una cultura rispettosa delle differenze? Su queste ed altre domande si cercherà di riflettere venerdì 19 ottobre dalle 16 al convegno “Ma che genere di linguaggio!”, organizzato dal Coordinamento di associazioni Caffè e parole e ospitato in sala Farinati, biblioteca Civica a Verona. Oltre all’intervento di chi scrive, relazioneranno Michele Cortellazzo, docente di Linguistica dell’Università di Padova e Irene Biemmi, ricercatrice dell’Università di Firenze.

Nominare la realtà con le parole giuste nel quotidiano, nei libri scolastici, nelle pubblicità, nel mondo dell’informazione è una responsabilità a cui non ci si può sottrarre, se l’intento è quello di lavorare per una cultura del rispetto. Questa passa da un superamento degli stereotipi legati al genere, che inquadrano e “ingabbiano” maschile e femminile in alcuni schemi prestabiliti che spengono le unicità di ciascuno/a e creano delle aspettative sulle caratteristiche che bambini e bambine, uomini e donne dovrebbero avere per essere socialmente percepiti come “normali”.

“Ma che genere di linguaggio!” è ad ingresso libero e rivolto a cittadini/e ma anche a tutti/e coloro che lavorano negli ambiti dell’educazione, della comunicazione e con i/le più giovani.

Dossier Indifesa 2018: i diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo

di Cristina Martini

Maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali, pedopornografia: il Dossier Indifesa 2018 di Terre des Hommes dipinge un quadro preoccupante sulla condizione di bambine e ragazze nel mondo.

Presentata il 10 ottobre in Parlamento, l’indagine statistica conferma l’aumento – rispetto al 2016 – dei reati sui minori con 5788 coinvolti/e (+8%), di cui il 60% è rappresentato da bambine e ragazze. Le violenze sessuali sono aumentate del 18% e 1723 minorenni sono stati coinvolti in situazioni di violenze in famiglia (senza dimenticare che in questo numero non rientrano i molti casi sommersi in cui nessuno denuncia o si rivolge a qualcuno per un aiuto). Due dati sono invece in calo: la prostituzione minorile (-35%) e le sottrazioni di minori (-18%).

Per la prima volta l’indagine ha incluso anche tutti quei 2000 bambini/e che frequentano il mondo dello spettacolo in Italia. “Spesso – afferma Federica Giannotta, responsabile Advocacy Terre des Hommes – durante le sfilate non possono bere o sono costretti a mangiare poco, con le famiglie che li pressano.  Il capitolo del rapporto dedicato alle “bimbe allo sbaraglio sulle passerelle” si basa sui dati raccolti dalla giornalista Flavia Piccinni nel libro-inchiesta “Bellissime””.

“È necessario ascoltare e monitorare”, ha commentato Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes, “ma soprattutto fare rete per non lasciare bambine e ragazze sole; solo unendo le forze tra famiglie, attori privati, istituzioni pubbliche e scuole possiamo produrre un impatto reale nella loro vita e ribaltare i trend sulla violenza di genere”.

Il Dossier Indifesa 2018 si è concentrato in questa edizione sull’importanza dell’istruzione per combattere le violazioni dei diritti delle bambine come i matrimoni e le gravidanze precoci: bambine e ragazze costrette a sposare uomini più grandi di loro che le costringono spesso a subire violenze. Oltre alla privazione dei diritti fondamentali, è la società a subire una perdita in termini di potenziale, rappresentato dal contributo che le ragazze potrebbero dare se avessero accesso all’istruzione.

Formazione e istruzione diventano la chiave “mettendo al centro i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, costruendo sulla loro partecipazione e sul loro protagonismo”, continua il presidente Salinari. “Solo così educheremo cittadini/e consapevoli in grado di superare la violenza e gli stereotipi. E poi innovare, sui linguaggi e sulle modalità di intervento, perché è evidente che i risultati ottenuti non sono sufficienti e dobbiamo provare a cambiare”.

È possibile scaricare qui il Dossier completo e consultare il sito www.indifesa.org.

Wajib apre MediOrizzonti

di Elena Guerra

La quarta edizione della rassegna di cinema mediorientale si inaugura lunedì 8 ottobre alle 20.30 al Cinema Nuovo San Michele, via V. Monti 7c, che è sostenitore dell’iniziativa, realizzata grazie all’associazione culturale veronetta129, il gruppo informale Net Generation e La Sobilla. Wajib – Invito al matrimonio è un road movie emozionante che sarà raccontato dal protagonista Saleh Bakri in collegamento via skype, intervistato dal giornalista Paolo Sacchi. Ingresso con biglietto unico 5€. La proiezione è in lingua originale con sottotitoli in italiano. Per informazioni scrivere a info@veronetta129.it o consultare la pagina FB di Mediorizzonti.

La trama: Abu Shadi prepara il matrimonio della figlia. Suo figlio, architetto a Roma, rientra per aiutarlo come vuole la tradizione del “wajib”, ossia il “dovere” di portare a mano a tutti gli invitati le partecipazioni di matrimonio. Tra una visita e l’altra, tra le tortuose salite e discese di Nazareth, emergono rancori e ricordi che tracciano la geografia di una città divisa. Abu Shadi (Mohammad Bakri) e Shadi (Saleh Bakri), padre e figlio anche nella vita e per la prima volta insieme al cinema, ci guidano, a bordo della loro vecchia Volvo, in un road movie urbano tra lo spazio di una città ferita e il tempo di una famiglia distrutta. Guarda l’evento su Facebook.

La regista guarda alla sua Palestina attraverso la relazione famigliare in cui si riflette l’intera comunità: due diverse generazioni rispecchiano modi opposti di essere palestinese. La capacità di Annemarie Jacir è di farci addentrare in una situazione di “conflitto” generazionale, che passa dalla visione opposta sulla convivenza tra palestinesi ed ebrei, toccando però ogni aspetto della vita sociale (convivere fuori dal matrimonio, omosessualità, usanze e doveri, etc) senza far sentire, eccessivamente, il peso della realtà storica in cui viene raccontata la vicenda. Il film si ispira a un episodio autobiografico della regista, che incuriosita da questa tipica usanza nazarena, seguì il marito durante i cinque giorni di consegna delle partecipazioni. Tra i numeri premi ha ricevuto il Middle East Now Award 2018 del Festival fiorentino Middle East Now.

Annemarie Jacir è una regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica palestinese, laureata in Politica e Letteratura ai Claremont Colleges, in California, con un master in cinema alla Columbia University, New York. Con il suo film d’esordio, Il sale di questo mare è diventata la prima regista donna palestinese ad aver diretto un lungometraggio, lavoro però che l’ha costretta nel 2007 a lasciare la Palestina poichè le autorità israeliane le impedirono di stabilirsi definitivamente nel suo Paese natale. Il divieto le fu infine revocato e oggi la regista risiede nella città di Haifa, Israele.

MediOrizzonti, supportata dal Cinema Nuovo di San Michele Extra a Verona, è l’iniziativa dell’associazione culturale veronetta129, Net Generation e La Sobilla. La rassegna di cinema mediorientale propone uno sguardo libero da stereotipi e pregiudizi troppo spesso veicolati nel racconto mediatico di questa zona del mondo, e lo fa attraverso film, documentari, incontri poetici, arte, musica e presentazioni di libri. L’appuntamento vede la collaborazione del Middle East Now di Firenze, l’Associazione culturale Italo-Spagnola ACIS, Colorificio Kroen, Pink Refugeese del Circolo Pink, ARCI/Arcigay Pianeta Milk Verona, Tabulè e Prosmedia. L’immagine del manifesto di quest’anno è di Tamara Abdul Hadi, dal titolo Natalie at home in Beirut. Tamara Abdul Hadi è una fotografa indipendente, nata negli Emirati Arabi Uniti da genitori iracheni, cresciuta a Montreal, in Canada e attualmente residente a Beirut, Libano.

La settimana di Mediorizzonti prosegue martedì 9 ottobre alle 19.30: Medina Azahara. La città splendente a cura di Acis. Una serata sulla città dell’Andalusia, oggi Patrimonio dell’Umanità, a l’Osteria Ai Preti, Interrato Acqua Morta 27. Ingresso libero. Guarda l’evento su Facebook.

Consulta il programma.

Ferrara | Festival di Internazionale 2018

di Cristina Martini

3 giorni di incontri, workshop e laboratori per bambini, 216 ospiti da 44 Paesi dei 5 continenti, più di 75.000 presenze attese: questi sono i numeri in crescita del Festival di Internazionale 2018, l’appuntamento annuale che dal 5 al 7 ottobre porterà a Ferrara i giornalisti di tutto il mondo.

Giunto ormai alla dodicesima edizione, il Festival propone al pubblico dibattiti, workshop, mostre, proiezioni di film e documentari alla presenza di giornalisti, studiosi, scrittori, fotografi e artisti. Ferrara sarà spazio e luogo di contaminazione culturale su molteplici tematiche quali attualità, economia, letteratura, fumetti e fotografia.

Il simbolo del Festival 2018 racchiude in sé il messaggio e il filo conduttore degli incontri: il tempo è scaduto. Suona quindi una sveglia: l’ascesa dei nuovi populismi, il ritorno di misure protezionistiche e il dilagare di posizioni xenofobe hanno generato in Europa e nel mondo un forte bisogno di risposte. Dalle guerre in corso alle catastrofi ambientali, dal razzismo alle disuguaglianze economiche e sociali, è tempo di reagire.

“In un’epoca di muri e di percorsi di isolamento – afferma il vice sindaco di Ferrara Massimo Maisto – Internazionale a Ferrara è una manifestazione di straordinaria importanza, perché apre lo sguardo e la conoscenza verso tragitti, storie, esperienze diverse, consente confronti, stimola curiosità, favorisce la contaminazione del pensiero e delle opinioni. È un festival che “accoglie”, che approfondisce, che squaderna sul suggestivo palcoscenico del centro storico di Ferrara problemi, scenari e prospettive del mondo futuro – globale e locale – che ci attende”.

Le attività saranno per la maggior parte gratuite e raggiungibili in modo sostenibile (a piedi o in bicicletta). Internazionale e la città di Ferrara hanno ancora una volta profuso il loro impegno per rendere questo grande appuntamento accessibile a tutti, senza barriere architettoniche.

Puoi consultare il programma qui: https://www.internazionale.it/festival/programma.