Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Femminicidio: il killer parla, la vittima tace

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di mercoledì 31 maggio, nella home page del sito, si ripete la solita rappresentazione del dramma mediatico che accompagna i femminicidi. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva a Roma dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni. L’agenzia Ansa in una prima versione titola la notizia spiegando la ragione del gesto criminale, e in questo giustificandola. Dà la parola all’assassino, che parla attraverso l’avvocato il quale, è ovvio, cerca di evitare la massima pena al proprio cliente: “Aveva un altro, l’ho uccisa”, leggiamo nel titolo.

Femminicidio -In una seconda versione della notizia, sempre sul sito dell’Ansa, è ancora l’assassino, Vincenzo Paduano, a parlare, attraverso il suo portavoce, l’avvocato: “Il killer dal carcere: ho paura”. Tanto che ci dovremmo preoccupare per lui, anziché preoccuparci per la vittima e per le donne maltrattate, violentate, ridotte a oggetto e uccise. A corredo di entrambi i titoli, la foto – che, visto il dramma, trovo di cattivo gusto – dei due ex-fidanzati assieme, sorridenti. Quella foto, infatti, appartiene a un passato che Sara non voleva più, avendo inteso la violenza e la gelosia possessiva di Vincenzo Paduano; e comunque avendo deciso per un altro modo di vivere e di amare.

Sui giornali, come sull’Ansa, si sono poi scritti articoli sulla indifferenza degli automobilisti che avrebbero visto Sara Di Pietrantonio in pericolo di vita, prima che si compiesse il femminicidio: l’ex fidanzato, dopo averla cosparsa di alcol, le ha dato fuoco. Al di là del merito delle considerazioni su quel comportamento di chi poteva aiutare Sara, merita sottolineare come si siano voluti tematizzare da un lato la gelosia e l’abbandono di cui sarebbe stato “vittima” l’assassino; e dall’altro lato, l’indifferenza della gente, come se fosse questa indifferenza ad avere condannato a morte Sara Di Pietrantonio.

La rappresentazione mediatica di questo altro caso di femminicidio ci dice che, ancora una volta, le vittime non hanno voce, mentre gli assassini possono parlare attraverso i loro avvocati. I killer possono così tentare di smorzare la motivazione violenta, possessiva e annientante che sta dietro l’omicidio. La rappresentazione mediatica dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, però, ci dice anche che i media non tematizzano le ragioni “culturali” che stanno dietro il femminicidio. In questo modo, non denunciano la cultura della violenza che lo ispira, al di là delle ragioni personali che portano un uomo a uccidere la sua ex compagna.

Osservatorio sul femmicidio aggiornato al 31 giugno 2016 compreso.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016

#dagrandesarò Zaha Hadid

cartolina_dagrandesaroPer la Campagna #dagrandesarò le avevamo dedicato una cartolina. Anche per questo oggi non possiamo non ricordare la grande architetta Zaha Hadid, britannica di origini irachene, mancata ieri all’età di 65 anni a causa di un attacco cardiaco in un ospedale di Miami. Era ricoverata per una bronchite. L’architetta era nata il 31 ottobre 1950 a Baghdad e si era laureata in matematica all’American university di Beirut e in architettura all’Architectural association di Londra.

Nel 2004 è stata la prima donna a vincere il premio Pritzker, uno dei massimi riconoscimenti nell’ambito dell’architettura, lo Stirling e la medaglia d’oro per l’architettura, un premio alla carriera che viene assegnato ogni anno dalla Royal institute of British architects (Riba). Nel 2010 il Time l’aveva inclusa nelle 100 personalità più influenti del mondo, un’eccezione per una progettista.

L’abbiamo scelta come esempio di “Puoi essere chi vuoi” attraverso una delle sue opere, il centro culturale Heydar Aliyev in Azerbaigian, per una comunicazione che combatte gli stereotipi che proprio i media veicolano proponendo a bambini/e ed adulti/e dei modelli a cui ispirarsi per diventare ed essere persone di successo. Spesso questa comunicazione stereotipata fa leva su delle presunte caratteristiche innate che apparterrebbero al femminile ed al maschile, indirizzando i più piccoli e piccole a sognarsi come la società li vorrebbe e non come si desiderano. Nello stereotipo comune Zaha Hadid è appartenuta a una categoria professionale prettamente maschile; per noi lei è il simbolo dell’impegno e del successo oltre ogni etichetta.

Per approfondire leggi l’articolo che Pantheon di febbraio 2016 ha dedicato alla Campagna #dagrandesarò.

Bruxelles, i media e il terrorismo islamista

di Maurizio Corte

Gli attacchi terroristici di Bruxelles, con bombe alla metropolitana e all’aeroporto Zaventem, hanno portato i media italiani a dare una rappresentazione prevedibile degli esiti del terrorismo islamista: la cronaca degli eventi, con luoghi e informazioni; il ritratto delle vittime; il profilo dei sospetti attentatori; il tema dell’attacco all’Europa e ai valori occidentali, questi ultimi evocati dai commentatori.

Tutti i maggiori media – nei primi tre giorni di cronache e analisi degli attentati – si sono fermati soprattutto al “primo livello” del terrorismo; con qualche puntata al “secondo livello”. Il primo livello è quello dei killer di massa, i terroristi-kamikaze di cui sono state in fretta diffuse le foto; il secondo livello è quello dei fiancheggiatori e degli addetti alla logistica, figure indispensabili senza le quali un attentato non si realizza.

I mandanti degli attentati di Bruxelles, come avvenne del resto a Parigi lo scorso novembre, sono stati chiamati in causa con il solo riferimento all’Isis. Ora, puntare il dito contro l’Isis quale mandante degli attentati è giusto e corretto, ma non porta a capire come il terrorismo si muova, di quali complicità goda. E, di conseguenza, come lo si possa sconfiggere. La stampa, insomma, nei giorni di maggiore attenzione mediatica, non mostra di avere tematizzato le ragioni profonde del terrorismo.

Parlando del terrorismo islamista che ha colpito a Bruxelles, molti media italiani hanno fatto riferimento alle periferie della capitale dell’Unione Europea: “periferie inquiete”, abitate da giovani di religione islamica, dove disoccupazione ed estremismo (quando non il fondamentalismo islamista) si mescolerebbero in una miscela pericolosa. Il riferimento alle periferie e ai “foreign fighters” filo-Isis fa il paio, insomma, con la “personalizzazione” del fenomeno terroristico.

I media, per dare efficacia al proprio lavoro informativo, tendono a personalizzare gli eventi. Rifuggono dalle astrazioni. Puntano a dare un volto, una biografia, uno spessore personale ai protagonisti delle vicende, anche quelle criminali e terroristiche. Criminalizzano il sospettato di un delitto, ad esempio. Presentano, loro malgrado, come “titani” impossibili da sconfiggere i terroristi assassini che attentano alla libertà, alla convivenza pacifica, alla comunità dei cittadini.

Pochissimo spazio ha avuto Oliver Roy, orientalista e politologo francese, che sul “Corriere della sera” ha spiegato come i terroristi islamisti che hanno colpito a Bruxelles, come a Parigi, non abbiano quasi nulla di religioso. Come si tratti di delinquenti, che in nulla credono se non nelle azioni criminali: “Tutti vengono dalla criminalità comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione”, afferma Roy, smentendo in questo modo l’idea e la paura di un esercito di combattenti dell’Islam impegnati ad abbattere la civiltà occidentale.

Ignorare le analisi degli studiosi è una pratica comune nella stampa italiana, come dimostrano le ricerche su “media e immigrazione”, condotte da ProsMedia. In compenso, si dà spazio – con una intervista del “Corriere della Sera” all’ex premier inglese Tony Blair – a chi agita lo scontro di civiltà e sottolinea la “debolezza dell’Occidente”. Blair, non a caso, tace il fatto che “amici” delle élites (non dei cittadini comuni) dell’Occidente finanziano e armano i terroristi; che il terrorismo si sviluppa anche grazie a situazioni di ingiustizia sociale ed economica create proprio da quelle élites; che le classi dirigenti (le solite élites) poco fanno per intervenire sulle ragioni vere del terrorismo, mandanti compresi.

foto da: Lapresse.it

O Capitana, mia Capitana | Rilanciare le opportunità nello Sport

gender.equalitydi Francesca Miglioli

Il 24 febbraio 2016 Uisp nazionale e la Vice presidente del Senato,Valeria Fedeli  hanno organizzato nella sede del Senato della capitale  il convegno “O capitana, mia capitana“, dedicato al tema della parità di genere nello Sport, per rilanciare il dibattito di genere in uno dei settori lavorativi strategici dei prossimi anni . Per l’occasione Uisp ha presentato un video che racconta per immagini e con i numeri cinquantenni di presenza femminile nello Sport italiano, settore ancora oggi considerato prettamente ‘maschile’ e segnato da persistenti stereotipi sessisti ( soprattutto nel Calcio).

Vediamo un breve excursus temporale del confronto tra praticanti donne e praticanti  uomini in Italia dal 1959 ad oggi:

  • 1959: solo lo 0.5% delle ragazze praticava continuativamente un’attività sportiva a fronte del 4.9% del campione maschile relativamente ai giovani di 6 anni compiuti;
  • 1985: lo scenario è mutato ma persiste una disparità numerica ancora significativa. Le praticanti rappresentano il 14.4% a fronte del 30.4% tra le fila maschili. In quell’anno Uisp lancia la Carta dei Diritti delle Donne nello Sport;
  • 2001: inizia a diminuire il gap. Le donne rappresentano il 15.2% a fronte del 23.4% dei maschi ;
  • 2010: le donne raggiungono il 18% contro il 28% degli uomini
  • 2014: il 24% della popolazione femminile italiana pratica Sport

Resta quindi un gap tra maschi e femmine pari al 12% da colmare nella pratica sportiva sul territorio nazionale . A rimarcare le disparità va aggiunto il fatto che nessuna donna è Presidente di Federazione Sportiva o ente o struttura di disciplina, quindi le atlete italiane sono penalizzate per quanto riguarda la carriera, e sono retribuite meno dei propri colleghi maschi anche se sono professioniste dell’agonismo.

Una disparità che non tiene conto dei successi di medaglie olimpiche, europee e nazionali di varie discipline, sempre più spesso appannaggio delle donne (dal pattinaggio artistico alla ritmica, passando per il volley o ancora i l nuoto o il tennis). Le atlete sono anche meno raccontate dai media, e la minore visibilità si traduce in minori occasioni economiche (sponsorizzazioni in primis), di networking, di tutele sanitarie, assicurative, previdenziali e salariali e inevitabilmente di leadership sia durante la pratica sportiva che nella carriera tecnica o giornalistica successivamente .

Eppure la Carta europea dei Diritti dello Sport (redatta nel 1985) prevede  ‘l’adozione di norme specifiche negli statuti delle Federazioni sportive e delle associazioni che favoriscano l’equa rappresentanza di uomini e donne in tutte le posizioni di leadership’. Tra le misure raccomandate per favorire le Pari Opportunità vi sono lo sviluppo di reti di supporto di (potenziali) donne dirigenti al fine di migliorare l’equilibrio di genere all’interno degli stessi gruppi dirigenti, e la presa di coscienza dell’ineguaglianza di genere. Rendere vincolante il documento nel mondo istituzionale, politico e sportivo porterebbe a una maggiore presenza delle donne nel settore e favorirebbe un’effettiva e sostanziale parità tra i sessi secondo Manuela Claysset, Presidente del Consiglio nazionale Uisp.

Dello stesso avviso Valeria Fedeli, promotrice di un disegno di legge volto a promuovere l’equilibrio di genere nei rapporti tra società e sportivi professionisti, in linea con il Diritto europeo ed internazionale. Si impone un ripensamento anche degli impianti sportivi, che tengano conto delle esigenze delle donne provenienti da culture diverse e uno sforzo relativamente al rinnovamento del linguaggio sportivo riferito alle donne nei media, ancora fortemente sessista.

La testimonianza di  Carolina Morace, ex capitana della nazionale azzurra rosa di Calcio, attualmente in Australia, e firmataria della Carta Europea dei Diritti delle Donne nello Sport, ricorda che vi sono paesi come la Norvegia in cui il ruolo delle donne è valorizzato maggiormente rispetto all’Italia, e che strumenti normativi come la Carta hanno permesso di enfatizzare lo Sport al femminile, rendere più sicure le dotazioni sportive e portare al parziale scardinamento di alcuni stereotipi sessisti. Ma resta ancora un disconoscimento dell’importanza che lo Sport femminile rappresenta sul fronte sociale ed economico di un Paese che occorre colmare. La maternità, la carriera delle donne dopo la pratica sportiva o ancora la questione salariale rappresentano ancora le sfide da vincere per ottenere realmente Pari Opportunità nello Sport.  Per far sì che la forza lavoro femminile sia una risorsa in campo per rilanciare l’empowerment femminile a livello nazionale.

Profughi, media e violenza sulle donne

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di venerdì 5 febbraio, alle 14.59, compare quello che sarà il tormentone mediatico dei prossimi mesi: l’illegalità e i rischi di devianza rappresentati dai profughi, bene amplificati dalle notizie sulle violenze carnali ai danni di donne. In questo caso, la notizia si riferisce a una ragazza di 22 anni violentata a Colonia (Germania); per la quale è stato fermato un profugo afghano.

È interessante, e sconcertante allo stesso tempo, notare come la violenza maschile su una donna – da parte di un marito o di un ex-fidanzato – sia presentata dai giornali come espressione di un “raptus”; o come l’esito di una “lite”, meglio se “furibonda”; oppure come la conseguenza di una serie di “dissapori”, incomprensioni e tensioni.

Se invece la violenza su una donna è frutto dell’azione di una persona “straniera”, allora la notizia assume una diversa ideologia: l’estraneo incarna il pericolo letale, la minaccia estrema, il male da debellare, l’attacco a quanto vi è più caro (la figura femminile, procreatrice e in quanto tale portatrice di speranza).

C’è poi da osservare il cambiamento semantico che possiamo osservare essere in corso sulla parola “profugo”, termine che pure dovrebbe essere collegato alla fuga dalla guerra, dal terrore e dalla miseria causata dai conflitti. L’accostamento con le violenze ai danni di donne, porta il termine “profugo” ad assumere via via una connotazione negativa: perde il primario significato di espressione dei mali, dei dolori e delle violenze provocate dalla guerra, per incarnare il significato secondo di minaccia incombente e ansiogena alla convivenza civile.

Possiamo evidenziare, nel caso della notizia dell’agenzia Ansa, il processo di “nominalizzazione” che qualifica la notizia sin dal titolo: “Colonia: violentata ragazza di 22 anni a Carnevale. Fermato profugo afgano. L’abuso dopo averla picchiata fino a svenimento”. Il violentatore viene qualificato non in quanto uomo, maschio; né in quanto giovane; né per altre caratteristiche personali. Il violentatore viene nominato sulla base del suo status di “profugo”.

Questa notizia, collegata ad altre notizie di violenze su donne (a Colonia, ma non solo) da parte di profughi, grazie al processo di nominalizzazione, contribuisce a rendere la parola “profugo” (e quindi il suo status) come l’espressione di una minaccia, di un pericolo. L’uso reiterato della parola “profugo” – che è frutto di una scelta da parte dei giornalisti, non di un dato oggettivo ed esclusivo – porta poi la pubblica opinione a pensare che i profughi possano, di per sé, costituire non solo un problema economico e sociale; ma anche una minaccia.

È indubbio che fra i profughi – non fosse altro che per un fatto statistico – vi possano essere criminali, violentatori, ladri e malfattori, come anche uomini e donne dai capelli rossi, dagli occhi verdi e del segno zodiacale dello scorpione (o del leone, o dell’acquario). Quello che è importante notare è che, nel caso dei profughi, gli uomini che usano violenza sulle donne sono presentati per il loro status giuridico e sociale appunto di “profughi”; anziché di maschi, di adulti (o di giovani) o come espressione di una certa ideologia (fascisti, nazisti, liberali, comunisti, liberisti).

Vi è poi da notare come sia notiziabile, specie nei media generalisti, la violenza di soggetti che appartengono a gruppi minoritari e svantaggiati (profughi, migranti, Rom). La violenza, pur peggiore e con danni ben maggiori, data dalla violazione dei diritti civili, dallo sfruttamento economico, dalla ingiustizia sociale, non viene tematizzata dai media. Anzi, non assume proprio le caratteristiche della notizia. Il sospetto è che la violenza dei profughi sia più funzionale agli interessi economici dei media, che – trincerandosi dietro i “valori notizia” – dimostrano così di essere asserviti al potere del più forte. Non certo all’interesse dei lettori.