Il giornalismo sviluppa una consapevolezza interculturale?

di Barbara Minafra

Quanto ci condiziona il nostro filtro culturale? Come i giornali che leggiamo interpretano per noi l’eterogeneità culturale e sociale che caratterizza l’epoca attuale?

“I giornalisti sono interpreti culturali che ne siano coscienti o meno” e “agiscono con i loro limiti culturali”. Nel 1994 Kenneth Starck spiega il giornalismo interculturale con l’intento di rendere cosciente, chi si occupa di comunicazione, di quanto la cultura ne influenzi il lavoro. Perchè, se “ciò in cui crediamo può determinare ciò che vediamo”, i giornalisti, “in quanto osservatori professionisti, dovrebbero essere consapevoli di quanto le loro credenze influenzino la loro percezione delle notizie e dell’Informazione, oltre che alla scelta stessa di ciò che fa notizia”.

Questo processo dovrebbe anticipare il potere di condizionare, con il proprio racconto o la propria interpretazione critica e soggettiva degli eventi, chi legge o ascolta o vede un servizio giornalistico. Questa mancata precedenza fa sì che spesso non si riconoscano o, involontariamente, si trasmettano falsificazioni, distorsioni, pregiudizi, stereotipi, forme di intolleranza, etnocentrismo e razzismo.

Per Starck non è un processo facile: si può avere coscienza dei propri parametri interpretativi solo conoscendo altre culture; il confronto permette di vedere modi alternativi di interpretare il mondo e fare cose. “Dopo il primo passo con cui comprendiamo che il pregiudizio, il biasimo e l’etnocentrismo cominciano dentro noi stessi, si possono cogliere gli ostacoli che interferiscono la pratica di un giornalismo accurato e responsabile”.

Estrella Israel Garzón sostiene che “in una società globalizzata, convergente e interconnessa, è necessario stimolare la formazione di comunicatori interculturali come chiave per stabilire il discorso giornalistico della differenza”. Essere aperti, disponibili, al pluralismo comunicativo significa mettere in discussione le barriere che si sono create tra ‘noi’ e ‘loro’. Queste barriere sono il sessismo, l’etnocentrismo, la xenofobia, “tre situazioni di radicale incomunicabilità, variazioni – continua Israel Garzón – di un concetto sconvolgente: il razzismo”. Tutto ciò rappresenta l’origine dell’hate speech, l’incitamento all’odio, che si rincorre soprattutto nei post dei social media e che è l’espressione linguistica di un atteggiamento sociale, di relazione ostile verso gli altri, interpretati non solo come “l’altro da me” ma come qualcuno così diverso da diventare per me una minaccia, un nemico, persino qualcuno da eliminare.

Se l’Interculturalità è il processo comunicativo che coinvolge soggetti con patrimoni cultuali diversi e che presuppone forme di dialogo, confronto e di reciproco scambio di conoscenze proponendo una dinamica relazionale per interagire con la diversità, il giornalismo può aiutare a far crescere una consapevolezza interculturale? Come influenza l’approccio alla differenza?

Il giornalismo interculturale andrebbe anzitutto inteso non come una declinazione buonista, che opta per formule neutre o politicamente caute, ma come una modalità di approccio alla notizia. “È ciò che cerca di colmare una carenza aumentando la consapevolezza culturale”, dice Starck. Poter contare su una capacità di decodificazione dei comportamenti altrui significa non solo interpretare e descrivere meglio quel che accade ma anche avere la possibilità di mettere in discussione idee che consideriamo ovvie, riesaminare credenze ritenute ataviche, immutabili, e concedersi la possibilità di un’evoluzione.

Significa capire chi siamo. Non per differenza ma usando la differenza per renderci conto di cosa siamo, con consapevolezza. Quest’approccio presuppone l’approfondimento, l’attenzione al linguaggio e al significato che culture differenti attribuiscono a soluzioni comportamentali e interpretazioni valoriali che l’abitudine a conoscere solo le proprie versioni, o quelle della comunità di appartenenza, le fa ritenere naturali e universali.

Approccio che non è semplicemente utile ai media per dare una lettura più veritiera e responsabile della realtà, ma che è una questione educativa.  “L’educazione ha un ruolo particolare nello sviluppo dell’alfabetizzazione interculturale. Uno dei nostri obiettivi come educatori di giornalismo – dice Starck nel 1998 – dovrebbe essere quello di produrre giornalisti interculturali competenti. Più facile a dirsi che a farsi. Ma almeno dobbiamo essere ragionevolmente chiari rispetto all’obiettivo”.

Annunci

Mediazione interculturale, il Master in e-learning dell’Università di Verona

consegna-diplomi-gruppo-2013Mediazione interculturale, gestione dei conflitti, comunicazione interculturale, immigrazione, globalizzazione, internazionalizzazione delle imprese, mediazione in ambito sociale, sanitario e giuridici. Sono questi alcuni dei grandi temi affrontati dal Master di primo livello in “Intercultural Competence and Management”, diretto dal professor Agostino Portera,  e organizzato dal Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona.

Il Master è con formazione a distanza (e-learning) e seminari/lezioni in presenza. E’ organizzato in modo da favorire la partecipazione anche di chi già lavora. Il Master prepara professionisti in grado di cogliere i rischi e le opportunità in un contesto pluralistico e multiculturale. Insegna a saper individuare, mediare e gestire conflitti e potenzialità di crescita e di arricchimento.

Il Master in “Intercultural Competence and Management” (Comunicazione, Gestione dei conflitti e Mediazione interculturale in ambito aziendale, educativo, sociosanitario, giuridico, dei mass media e per l’italiano L2) è la risposta ai problemi e alle opportunità poste da una società complessa.

Alla luce della Pedagogia interculturale e con l’acquisizione di competenze nel settore della mediazione interculturale, del coaching e della gestione efficace dei conflitti, il Master consente di migliorare le capacità di comprensione, di relazione e di problem solving nei settori educativo, scolastico, sociale, giuridico e aziendale, e dei mass media (giornalismo, media relations, social media e webmarketing). E’ poi prevista una specializzazione nell’insegnamento dell’italiano come L2, in una prospettiva interculturale.

Per meglio preparare alla gestione dei conflitti, alla mediazione interculturale e alla professionalità nell’ambito dell’immigrazione (ambiti sociale, sanitario, giuridico) e della internazionalizzazione delle imprese, il Master in “Intercultural Competence and Management” si articola in tre Macro-aree (moduli universitari) comuni e in una Macro-area (modulo universitario) specialistica a scelta degli/delle iscritti/e al corso. Per maggiori informazioni: www.csiunivr.org e centro.interculturale@ateneo.univr.it.

Stupratori, prima di tutto

di Erica Tessaro del gruppo Net Generation*

Lo stupro, in sé, non fa notizia, non fa scalpore. Eppure la cronaca dell’estate 2017 si è concentrata sullo stupro di Rimini della notte del 25 agosto. Questo perché si è finalmente iniziato a dare il giusto peso agli episodi di violenza contro le donne? Perché si percepisce l’urgenza di scuotere le coscienze e dare l’avvio ad una indignazione generale che modifichi l’immaginario dello stupro? NO. Ha fatto notizia solo perché commesso da immigrati. Mi correggo: certa stampa italiana ha permesso a questa notizia di diventare “La notizia”, non per ciò che è successo, ma per chi ha commesso la violenza.

L’impostazione data è chiara: se lo stupro è commesso da immigrati sono delle “bestie” da stanare, trovare, punire in maniera esemplare e cacciare dall’Italia; se è commesso (come nel 61% dei casi!) da italiani allora i toni cambiano e “la ragazza se l’è cercata”, ci si interroga sulla lunghezza della gonna che portava, oppure gli stupratori “sono bravi ragazzi”. La violenza quindi diventa atto da interpretare a piacimento: un reato gravissimo se commesso da nordafricani, una “bravata” se commesso dai soliti “bravi ragazzi”. Il fatto, ovvero uomini che violentano donne, perde importanza, l’importante è usare la violenza per indirizzare l’opinione pubblica. E non è un indirizzo apolitico concentrato sull’importanza di salvaguardare i corpi, di tutelarli dalle violenze, di dare un immaginario che condanni lo stupro tanto da renderlo unanimemente e universalmente condannabile; no, è un indirizzo politico meramente finalizzato alla condanna degli immigrati. I commenti più comuni agli stupri di Rimini sono sulla falsariga di “ecco, vengono qua e non rispettano niente e nessuno”.

Non è stato visto uno stupro, donne violate nella loro intimità, no, è stato visto l’immigrato che stupra. Ecco ancora che il corpo (femminile) non conta. Conta il malcontento da strumentalizzare, conta la gretta ignoranza della gente che punta il dito contro gli immigrati, contano i voti della malapolitica. Nessun commento reale, utile, veritiero, su ciò che è successo: uomini che violentano donne. Questo è successo. Ed è successo 2333 volte dall’inizio dell’anno.

2333 donne violentate da gennaio a luglio 2017 da 1534 italiani e 904 stranieri. 

E nessuno ha detto nulla.

117 vittime di femmicidio nel 2016. Il 71,8% (dei casi risolti) vede come omicida un italiano, non uno straniero.

E nessuno ha detto nulla.

Il gruppo informale NET GENERATION nasce dalla necessità di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono, tessendo reti innovative, far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. I suoi obiettivi rientrano nelle attività della campagna di promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. Collabora con Veronetta Centoventinove, un’associazione culturale che ha tra le sue finalità quella di favorire e promuovere l’incontro tra culture diverse e tra i cittadini.

La nazionalità prima del crimine

I mass media italiani da una settimana parlano di crimini sessuali commessi in Italia dai cittadini stranieri, dopo i due stupri la notte del 25 agosto scorso ai danni di una turista polacca e una trans sudamericana sulla spiaggia di Miramare, a Rimini. Perchè questo interesse solo ora?

Secondo il dossier del Viminale nei primi sette mesi del 2017 risultano essere stati denunciati 2.333 casi di stupro, che nello stesso periodo del 2016 erano 2.345. Le persone denunciate o arrestate nel 2017 risultano essere 2.438. Tra queste, 1.534 sono italiane (nel 2016 erano 1474) e 904 straniere (909 l’anno scorso).  Quasi quattro denunciati su dieci (esattamente il 37 per cento) sono stranieri. Stranieri, non migranti. Il gruppo italiano di ricerca Demoskopica, in un rapporto relativo agli anni tra il 2010 e il 2014 e pubblicato a novembre 2016, rivela che denunce e arresti hanno interessato in maggioranza gli italiani (61% dei casi), seguiti da romeni (8,6%), marocchini (6%), albanesi (1,9%) e tunisini (1,3%). Anche le vittime sono principalmente donne di nazionalità italiana (68% dei casi), seguite da romene (9,3%) e marocchine (2,7%). La maggioranza invece degli arrivi nel 2017 nelle coste italiane parla invece di persone provenienti da Nigeria (16.317), Bangladesh (8.687), Guinea (8.631) e Costa d’Avorio (7.905).

Secondo l’Istat una donna su 5 in Italia è vittima di violenza sessuale. Il 21% delle donne, oltre 4,5 milioni, ha subito violenza nel corso della propria vita, un milione e 157 mila nelle sue forme più gravi, lo stupro (653mila) e tentato stupro (746mila). E ancora: il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni, 4,3 milioni, è stata vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci. Un crescendo che in una minoranza dei casi, l’1,5%, ha portato a danni seri e permanenti, per strangolamento, ustione, soffocamento. E il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica.

In definitiva, è vero che gli stranieri compiono più stupri degli italiani? Il sito TPI news spiega come vengono conteggiati i reati. Se si considerano i crimini in generale – e non solo i casi di stupro – l‘unico modo che si ha per stimare la quantità di reati commessi è osservare i destinatari di denunce e le persone in carcere, come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) nella sezione fact-checking del suo sito internet. “Dai dati emerge che, a fronte di una presenza di stranieri in Italia equivalente all‘8,3 per cento della popolazione nel 2015, le denunce nei confronti degli stranieri (escludendo quelle a carico di ignoti) erano il 32 per cento del totale, mentre la popolazione carceraria era costituita per il 33 per cento da stranieri”, si legge sul sito.

In altri termini, su mille stranieri presenti sul territorio italiano circa 3,5 sono in carcere, mentre su mille italiani lo 0,6 è detenuto. Sembra dunque che uno straniero abbia una probabilità di essere arrestato di oltre cinque volte superiore rispetto a quella di un italiano. I dati nascondono tuttavia una situazione più complessa: “Mentre stranieri e italiani vengono incarcerati in misura simile per certi tipi di reati violenti, come per esempio le lesioni dolose (5,5 per cento dei reati per entrambe le nazionalità), gli stranieri vengono incarcerati in misura superiore per reati connessi alla produzione e spaccio di stupefacenti (45 per cento contro 36 per cento)”.

Inoltre, l’istituto puntualizza che all‘aumentare dei migranti non sembra aumentare il loro “livello di delinquenza”. Tra 2009 e 2015, a fronte di un aumento del 47% degli stranieri residenti la popolazione carceraria straniera è scesa dal 37% al 33% del totale.

Teoria del contagio emotivo, razzismo e social media

Foto blog Wired.it

di Barbara Minafra

Perché nella nostra vita social abbassiamo le difese e ci lasciamo contagiare? In rete facciamo operazioni solo in apparenza innocue: leggiamo, guardiamo, postiamo, condividiamo. Qual è l’effetto di queste azioni? Quale messaggio contribuiamo a diffondere tra i nostri contatti, e perché non attiviamo gli anticorpi con cui ci difendiamo dagli agenti estranei visto che, proprio sui social, discriminiamo e prendiamo continuamente posizione?

Il contagio emotivo si definisce come un passaggio non consapevole, automatico e immediato di emozioni da un soggetto all’altro. Una condivisione istantanea che fa vivere le esperienze altrui come se fossero le nostre. Avviene senza che ce ne rendiamo conto: come ci ammaliamo senza accorgerci di essere stati contagiati, così proviamo l’emozione altrui senza mediazione cognitiva.

Ricercatori della Cornell University e del Core Data Science Team di Facebook, nel giugno 2014 hanno dimostrato che non solo il linguaggio verbale, la mimica, la postura, le inflessioni della voce, l’interazione tra soggetti, sono in grado di attivare questo trasferimento istantaneo, ma riesce a farlo anche un testo scritto, in assenza di comunicazione diretta, senza dialogo. Per le scienze cognitive basta una parola per trasmettere uno stato d’animo.

Kramer, Guillory e Hancock lo hanno dimostrato attraverso l’analisi di 122 milioni di parole di 689.000 persone che in modo inconsapevole e all’oscuro dell’esperimento, interagivano con la messaggistica di Facebook. Il contagio emotivo è per così dire una forma primitiva del sentire: senza mediazione, senza cognizione, riproduciamo l’esperienza altrui. Piangiamo se altri piangono (esattamente come fanno i neonati se sentono altri bambini piangere; è quello che nel 1987 Hoffman ha chiamato Reazione circolare primaria), cambiamo tono di voce o espressione del viso in base al contesto e all’interlocutore (Motor mimicry).

Quanto razzismo c’è in alcune immagini o quanti pregiudizi ci sono in affermazioni che si rincorrono nei tweet senza darci il tempo di capirne il substrato intollerante? Oltre a non renderci conto del processo di trasmissione/ricezione dei vissuti emotivi altrui, manca la capacità di cogliere la differenza tra noi e l’altro. Le emozioni sono eventi sociali ma se condividiamo link senza pensarci, se mettiamo un impulsivo Mi Piace, finiamo per annullarci (a questo punto volontariamente) nel messaggio altrui.

Lo studio di Kramer, Guillory e Hancock ha fatto emergere anche come la visualizzazione di messaggi positivi sui social network aumenti le emozioni positive; una significativa riduzione di contenuti positivi nel proprio news feed, fa rispondere con più post negativi e meno post positivi; e i contenuti negativi fanno altrettanto, cioè stimolano emozioni negative. 

Tanto più si alimenta l’hate speech, tanto più crescerà l’incitamento all’odio. Questo rappresenta un caso emblematico in cui scattano le reazioni automatiche di difesa del contagio emotivo e delle emozioni di emergenza: attacco, reagisco, fuggo per difendermi dal pericolo. Il circolo vizioso però si autoalimenta: più cresce la sensazione di minaccia più si rafforza il meccanismo di difesa, più induce a fare gruppo per diventare più forti, e più aumenta il sentimento di intolleranza e ostilità.

Ma spiega anche perché alcuni video, notizie e immagini diventano virali. Più si riesce a generare stupore o meraviglia (mentre tendiamo a cestinare ciò che fa sentire tristi), più le condivisioni crescono. Studi e meccanismi pubblicitari dimostrano che se si attivano le emozioni, soprattutto positive (ma succede anche con ansia e rabbia), si alza la soglia di interesse, attenzione, coinvolgimento e poi adesione, ovvero condivisione.

Si accumulano alterazioni informative che poco alla volta consolidano sensazioni, avvalorano interpretazioni e contribuiscono alla costruzione della differenza che può diventare stereotipo, pregiudizio, intolleranza, razzismo. Se tutto questo non è un processo matematico, riuscire ad aumentare la consapevolezza potrebbe difenderci dalla cattiva comunicazione.

Si dovrebbe cioè riuscire a passare dal contagio emotivo al contagio sentimentale trasformando lo stato confusionale (quello in cui non mi differenzio dall’altro perché si azionano risposte automatiche che mi fanno assimilare e riprodurre i vissuti emotivi altrui come se fossero i miei) in una capacità di distinguermi, di essere empatico con i messaggi che ricevo senza tuttavia perdere la mia autonomia.

Questo per riuscire a conservare una capacità di lettura autonoma se non della realtà, almeno dei post in bacheca. Senza contare che ogni volta che mettiamo un Mi Piace sulle piattaforme social, riduciamo l’imparzialità dell’informazione che riceveremo in futuro.

I femmicidi del 2016: 117 vittime della violenza di genere

117 donne uccise per femmicidio nel 2016: dati che parlano chiaro riguardo un problema culturale profondo. Non è “emergenza femminicidio”, come molti la chiamano, ma una costante punta dell’iceberg che sottende molto sommerso, spesso non denunciato per paura, per difesa dei/delle figli/e, per costrizione, per vergogna.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” confermano la trasversalità del fenomeno. È necessaria un’analisi dettagliata dei casi di femmicidio per inquadrarli: è frequente assistere alla diffusione di dati scorretti da parte di mezzi di informazione o inesperti sul tema che etichettano come violenza di genere qualsiasi uccisione di donna, ad esempio gli omicidi per motivi economici o successivi a una rapina.

Nel 2016 le vittime di violenza di genere sono state 117, di cui la maggior parte al Nord (54), seguito poi dal Centro (36), il Sud (20) e le Isole (7). In Veneto i casi di femminicidio sono stati 14: sei a Verona (Mirela Balan, Larisa Elena, Mirella Guth, Alessandra Maffezzoli, Lloara Petronela Uljca, Ines Valenti), tre a Rovigo (Radica Monteanu, Maria Askarov, Miranda Sarto), due a Venezia (Nelly Pagnussat, Emilia Casarin), due a Padova (Mariana Caraus, Lidia Marinello) e uno a Vicenza (Monica De Rossi).

Le donne uccise nel 2016 sono in prevalenza italiane: 84 (il 71,8%); sono straniere nel 28,2% dei casi di femmicidio (33). Le nazionalità delle vittime sono molteplici: rumena (8), ucraina e moldava (5), marocchina, albanese, nigeriana, bulgara (2), americana, serba, brasiliana, dominicana, algerina, peruviana e argentina (1).

Gli uomini colpevoli sono per la maggior parte italiani: 84 (nel 71,8% dei casi), 20 stranieri (il 17,1%; uno di questi è in possesso di doppia cittadinanza, italiana e algerina) e 13 non sono ancora stati identificati oppure le indagini non sono ancora state completate (11,1%). Le loro nazionalità: 5 offender sono rumeni, 3 albanesi, 2 ucraini e tunisini, un senegalese, marocchino, tedesco, serbo, moldavo, paraguayano, pakistano e algerino. Il 90% (18 su 20) dei colpevoli stranieri ha ucciso la propria compagna straniera; solo in due casi (Gisella Purpura e Maria Grazia Cutrone) hanno agito contro una vittima italiana: in entrambi i femmicidi era la loro moglie.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2016” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (22,9%), seguita dai cittadini dell’Albania (9,3%), del Marocco (8,7%), della Cina (5,4%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (57 su 117, il 48,7%), seguite dalle over 60 (35) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (19); le vittime minorenni nel 2016 sono state sei. I casi di femminicidio sono stati agiti in prevalenza con armi compatibili con la realtà domestica: sono 47 le morti (il 40%) provocate da armi da taglio; seguono i delitti compiuti con armi da fuoco (26), per strangolamento (15), con oggetti (11), con il fuoco in cui la vittima è stata bruciata viva (5), per soffocamento (4), con percosse (4), con manomissione del tubo del gas, per annegamento, con auto (1). In due casi vi è stato l’uso di farmaci, tra cui numerose punture di eparina.

Violenza di genere, femminicidio, femmicidio continuano ad essere giustificati da chi li racconta. La ricerca dei click e delle condivisioni soprattutto attraverso i canali social media hanno portato ad una maggior diffusione di messaggi scorretti che, volontariamente o no, confermano stereotipi e pregiudizi già presenti nella cultura del possesso. I racconti emotivi, di spettacolarizzazione e con particolari morbosi attirano i pubblici dipendenti cognitivamente dai media, indirizzandone il pensiero su elementi quali l’amore, la gelosia, la malattia mentale e il raptus, la provocazione e l’occultamento della violenza in diverse modalità.

I dati raccolti parlano invece di casi di violenza perpetrati nel tempo da persone con un legame molto stretto con la vittima, che hanno raggiunto il tragico epilogo dopo segnali e precedenti percosse, intimidazioni, azioni di stalking. Ci parlano di colpevoli che pianificano attentamente l’atto criminoso per costruirsi un alibi, che progettano nei dettagli l’uso dell’arma o infieriscono sul corpo della vittima se lo scopo non viene raggiunto a un primo tentativo.

In merito alla violenza sulle donne e ai racconti di questa, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ha pubblicato un documento decalogo che invita gli operatori del settore dell’informazione – ma i suggerimenti sono consigliati per tutti coloro che si occupano di diffondere dati e notizie in merito – all’uso di un linguaggio corretto scevro da stereotipi e pregiudizi, nel rispetto delle persone coinvolte; a contestualizzare, proponendo statistiche ai propri pubblici, i singoli fatti di cronaca; a utilizzare fonti attendibili e autorevoli, come ad esempio le associazioni che si occupano di violenza di genere e di femminicidio e a identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull’eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

I profughi nei media: cronaca o stereotipi?

di Laura Beggi

I mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo fondamentale nel panorama multietnico in cui viviamo. Essi veicolano informazioni, conoscenza e attitudini dell’opinione pubblica. Nella stesura della mia tesi di laurea, discussa a novembre 2016 all’Università degli Studi di Verona, intitolata “I profughi nei media: tra razzismo e distorsione mediatica”, ho analizzato i modi in cui l’agenzia Ansa rappresenta i profughi in fuga da guerra, violenza e/o persecuzioni. Ho così verificato quanto questa rappresentazione abbia in comune con la rappresentazione della stessa Ansa nei confronti dei migranti cosiddetti “economici”, quelli che si muovono per migliorare le loro condizioni sociali e cercare lavoro.

L’ipotesi di partenza da cui sono partita si basa sul fatto che l’Ansa non distingue fra migranti economici e profughi. In questo modo, la maggiore agenzia d’informazione italiana ignora i diritti di questi ultimi e trattandoli con gli stessi stereotipi e pregiudizi degli immigrati, sottintendendo e sorvolando sul diritto fondamentale di chiedere rifugio e asilo in uno Stato diverso dal proprio Paese di origine.

Lo scopo della ricerca era quello di confermare o smentire questa ipotesi. Utilizzando il portale online dell’Ansa, ho scelto 20 articoli in riferimento ad un preciso arco temporale (dal primo gennaio 2015 al 31 dicembre 2015), limitandomi al contesto italiano. La scelta si è basata sui servizi giornalistici più significativi, scartando i doppioni: quei servizi che, ricapitolando e approfondendo il notiziario dei dispacci di agenzia, rappresentano l’elaborazione finale delle informazioni dell’Ansa.

Analizzando, poi, il contenuto di ciascun articolo con l’ausilio di un questionario – analisi del contenuto come inchiesta, quindi – ho potuto trarre una serie di conclusioni. Innanzitutto, dall’analisi effettuata risulta che gli articoli dell’Ansa non sottolineano in modo significativo le modalità d’ingresso in Italia (regolare, non regolare) ma, nello stesso tempo, sottintendono il fatto che l’accoglienza dei profughi sia un dovere istituzionale dell’Italia, avendo essa sottoscritto alla Convenzione di Ginevra.

Il più delle volte, l’agenzia Ansa presenta l’,accoglienza come un problema per l’ordine pubblico, come una minaccia addirittura “economica”. In pochi casi l’immigrazione è descritta come una risorsa sociale e culturale, come un’opportunità di arricchimento. La differenza esistente tra profugo e migrante economico si fa, così, sottile e superficiale. Spesso, infatti, nei servizi compare la parola “migrante”, che pur essendo oggettivamente corretta, trattandosi di popoli in movimento, non rappresenta in modo specifico quelle persone che fuggono da guerre, violenze e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Anche un immigrato economico potrebbe essere identificato, in modo corretto, come migrante; senza però distinguerlo dal profugo.

Diventa, allora, molto complicato distinguere chi è migrante economico da chi non lo è; chi lascia la propria terra volontariamente per lunghi (o brevi) periodi, da chi, invece, è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine a causa di guerre sanguinose e gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, l’agenzia di informazione Ansa, nei suoi dispacci presenta soprattutto il punto di vista delle fonti istituzionali, come rilevato peraltro da altre ricerche in passato.

Si può quasi parlare di una comunicazione “a senso unico”: rifugiati, profughi e richiedenti asilo hanno di rado la possibilità di controbattere o di difendersi, in caso di attacchi sui media. Il punto di vista dei migranti non viene quasi mai pubblicato. In questo modo, il pubblico non può venire a conoscenza delle ragioni che hanno spinto migliaia di persone a mettersi nelle mani di trafficanti di persone per lasciare il proprio Stato d’origine.

L’informazione veicolata dall’Ansa non fa quindi conoscere il contesto sociale e politico da cui i profughi provengono. Per avere un’informazione completa sarebbe necessario dare loro questa opportunità di esprimersi: i giornalisti dovrebbero ascoltare i profughi e rivelarne le storie. Il giornalismo di certo non deve nascondere le notizie “scomode”, qualsiasi gruppo essere riguardino. Il giornalismo di qualità ha però il compito di fotografare, valutare e comprendere la società multiculturale in cui viviamo, con i suoi problemi e le sue risorse.
Nel caso dei profughi, dalla mia ricerca posso trarre la conclusione finale che l’agenzia Ansa non tematizza a sufficienza la loro condizione. Non dà ai lettori il modo di conoscerli e di comprenderli. Anziché creare ponti di informazione e di conoscenza, in questo modo alza il rischio dell’incomprensione e del pregiudizio.

foto da: Ansa.it