I femmicidi del 2016: 117 vittime della violenza di genere

117 donne uccise per femmicidio nel 2016: dati che parlano chiaro riguardo un problema culturale profondo. Non è “emergenza femminicidio”, come molti la chiamano, ma una costante punta dell’iceberg che sottende molto sommerso, spesso non denunciato per paura, per difesa dei/delle figli/e, per costrizione, per vergogna.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” confermano la trasversalità del fenomeno. È necessaria un’analisi dettagliata dei casi di femmicidio per inquadrarli: è frequente assistere alla diffusione di dati scorretti da parte di mezzi di informazione o inesperti sul tema che etichettano come violenza di genere qualsiasi uccisione di donna, ad esempio gli omicidi per motivi economici o successivi a una rapina.

Nel 2016 le vittime di violenza di genere sono state 117, di cui la maggior parte al Nord (54), seguito poi dal Centro (36), il Sud (20) e le Isole (7). In Veneto i casi di femminicidio sono stati 14: sei a Verona (Mirela Balan, Larisa Elena, Mirella Guth, Alessandra Maffezzoli, Lloara Petronela Uljca, Ines Valenti), tre a Rovigo (Radica Monteanu, Maria Askarov, Miranda Sarto), due a Venezia (Nelly Pagnussat, Emilia Casarin), due a Padova (Mariana Caraus, Lidia Marinello) e uno a Vicenza (Monica De Rossi).

Le donne uccise nel 2016 sono in prevalenza italiane: 84 (il 71,8%); sono straniere nel 28,2% dei casi di femmicidio (33). Le nazionalità delle vittime sono molteplici: rumena (8), ucraina e moldava (5), marocchina, albanese, nigeriana, bulgara (2), americana, serba, brasiliana, dominicana, algerina, peruviana e argentina (1).

Gli uomini colpevoli sono per la maggior parte italiani: 84 (nel 71,8% dei casi), 20 stranieri (il 17,1%; uno di questi è in possesso di doppia cittadinanza, italiana e algerina) e 13 non sono ancora stati identificati oppure le indagini non sono ancora state completate (11,1%). Le loro nazionalità: 5 offender sono rumeni, 3 albanesi, 2 ucraini e tunisini, un senegalese, marocchino, tedesco, serbo, moldavo, paraguayano, pakistano e algerino. Il 90% (18 su 20) dei colpevoli stranieri ha ucciso la propria compagna straniera; solo in due casi (Gisella Purpura e Maria Grazia Cutrone) hanno agito contro una vittima italiana: in entrambi i femmicidi era la loro moglie.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2016” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (22,9%), seguita dai cittadini dell’Albania (9,3%), del Marocco (8,7%), della Cina (5,4%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (57 su 117, il 48,7%), seguite dalle over 60 (35) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (19); le vittime minorenni nel 2016 sono state sei. I casi di femminicidio sono stati agiti in prevalenza con armi compatibili con la realtà domestica: sono 47 le morti (il 40%) provocate da armi da taglio; seguono i delitti compiuti con armi da fuoco (26), per strangolamento (15), con oggetti (11), con il fuoco in cui la vittima è stata bruciata viva (5), per soffocamento (4), con percosse (4), con manomissione del tubo del gas, per annegamento, con auto (1). In due casi vi è stato l’uso di farmaci, tra cui numerose punture di eparina.

Violenza di genere, femminicidio, femmicidio continuano ad essere giustificati da chi li racconta. La ricerca dei click e delle condivisioni soprattutto attraverso i canali social media hanno portato ad una maggior diffusione di messaggi scorretti che, volontariamente o no, confermano stereotipi e pregiudizi già presenti nella cultura del possesso. I racconti emotivi, di spettacolarizzazione e con particolari morbosi attirano i pubblici dipendenti cognitivamente dai media, indirizzandone il pensiero su elementi quali l’amore, la gelosia, la malattia mentale e il raptus, la provocazione e l’occultamento della violenza in diverse modalità.

I dati raccolti parlano invece di casi di violenza perpetrati nel tempo da persone con un legame molto stretto con la vittima, che hanno raggiunto il tragico epilogo dopo segnali e precedenti percosse, intimidazioni, azioni di stalking. Ci parlano di colpevoli che pianificano attentamente l’atto criminoso per costruirsi un alibi, che progettano nei dettagli l’uso dell’arma o infieriscono sul corpo della vittima se lo scopo non viene raggiunto a un primo tentativo.

In merito alla violenza sulle donne e ai racconti di questa, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ha pubblicato un documento decalogo che invita gli operatori del settore dell’informazione – ma i suggerimenti sono consigliati per tutti coloro che si occupano di diffondere dati e notizie in merito – all’uso di un linguaggio corretto scevro da stereotipi e pregiudizi, nel rispetto delle persone coinvolte; a contestualizzare, proponendo statistiche ai propri pubblici, i singoli fatti di cronaca; a utilizzare fonti attendibili e autorevoli, come ad esempio le associazioni che si occupano di violenza di genere e di femminicidio e a identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull’eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

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I profughi nei media: cronaca o stereotipi?

di Laura Beggi

I mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo fondamentale nel panorama multietnico in cui viviamo. Essi veicolano informazioni, conoscenza e attitudini dell’opinione pubblica. Nella stesura della mia tesi di laurea, discussa a novembre 2016 all’Università degli Studi di Verona, intitolata “I profughi nei media: tra razzismo e distorsione mediatica”, ho analizzato i modi in cui l’agenzia Ansa rappresenta i profughi in fuga da guerra, violenza e/o persecuzioni. Ho così verificato quanto questa rappresentazione abbia in comune con la rappresentazione della stessa Ansa nei confronti dei migranti cosiddetti “economici”, quelli che si muovono per migliorare le loro condizioni sociali e cercare lavoro.

L’ipotesi di partenza da cui sono partita si basa sul fatto che l’Ansa non distingue fra migranti economici e profughi. In questo modo, la maggiore agenzia d’informazione italiana ignora i diritti di questi ultimi e trattandoli con gli stessi stereotipi e pregiudizi degli immigrati, sottintendendo e sorvolando sul diritto fondamentale di chiedere rifugio e asilo in uno Stato diverso dal proprio Paese di origine.

Lo scopo della ricerca era quello di confermare o smentire questa ipotesi. Utilizzando il portale online dell’Ansa, ho scelto 20 articoli in riferimento ad un preciso arco temporale (dal primo gennaio 2015 al 31 dicembre 2015), limitandomi al contesto italiano. La scelta si è basata sui servizi giornalistici più significativi, scartando i doppioni: quei servizi che, ricapitolando e approfondendo il notiziario dei dispacci di agenzia, rappresentano l’elaborazione finale delle informazioni dell’Ansa.

Analizzando, poi, il contenuto di ciascun articolo con l’ausilio di un questionario – analisi del contenuto come inchiesta, quindi – ho potuto trarre una serie di conclusioni. Innanzitutto, dall’analisi effettuata risulta che gli articoli dell’Ansa non sottolineano in modo significativo le modalità d’ingresso in Italia (regolare, non regolare) ma, nello stesso tempo, sottintendono il fatto che l’accoglienza dei profughi sia un dovere istituzionale dell’Italia, avendo essa sottoscritto alla Convenzione di Ginevra.

Il più delle volte, l’agenzia Ansa presenta l’,accoglienza come un problema per l’ordine pubblico, come una minaccia addirittura “economica”. In pochi casi l’immigrazione è descritta come una risorsa sociale e culturale, come un’opportunità di arricchimento. La differenza esistente tra profugo e migrante economico si fa, così, sottile e superficiale. Spesso, infatti, nei servizi compare la parola “migrante”, che pur essendo oggettivamente corretta, trattandosi di popoli in movimento, non rappresenta in modo specifico quelle persone che fuggono da guerre, violenze e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Anche un immigrato economico potrebbe essere identificato, in modo corretto, come migrante; senza però distinguerlo dal profugo.

Diventa, allora, molto complicato distinguere chi è migrante economico da chi non lo è; chi lascia la propria terra volontariamente per lunghi (o brevi) periodi, da chi, invece, è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine a causa di guerre sanguinose e gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, l’agenzia di informazione Ansa, nei suoi dispacci presenta soprattutto il punto di vista delle fonti istituzionali, come rilevato peraltro da altre ricerche in passato.

Si può quasi parlare di una comunicazione “a senso unico”: rifugiati, profughi e richiedenti asilo hanno di rado la possibilità di controbattere o di difendersi, in caso di attacchi sui media. Il punto di vista dei migranti non viene quasi mai pubblicato. In questo modo, il pubblico non può venire a conoscenza delle ragioni che hanno spinto migliaia di persone a mettersi nelle mani di trafficanti di persone per lasciare il proprio Stato d’origine.

L’informazione veicolata dall’Ansa non fa quindi conoscere il contesto sociale e politico da cui i profughi provengono. Per avere un’informazione completa sarebbe necessario dare loro questa opportunità di esprimersi: i giornalisti dovrebbero ascoltare i profughi e rivelarne le storie. Il giornalismo di certo non deve nascondere le notizie “scomode”, qualsiasi gruppo essere riguardino. Il giornalismo di qualità ha però il compito di fotografare, valutare e comprendere la società multiculturale in cui viviamo, con i suoi problemi e le sue risorse.
Nel caso dei profughi, dalla mia ricerca posso trarre la conclusione finale che l’agenzia Ansa non tematizza a sufficienza la loro condizione. Non dà ai lettori il modo di conoscerli e di comprenderli. Anziché creare ponti di informazione e di conoscenza, in questo modo alza il rischio dell’incomprensione e del pregiudizio.

foto da: Ansa.it

Un master universitario in mediazione interculturale

consegna-diplomi-gruppo-2013Un master universitario, con formazione a distanza, per imparare a fare mediazione interculturale e gestione dei conflitti. Un master per la gestione dei conflitti e per rispondere alle sfide della società multiculturale. Un master, infine, per insegnare anche l’italiano come seconda lingua (Italiano L2) agli immigrati; e per lavorare nel mondo della sanità e del sociale.

L’Università degli Studi di Verona, con il Centro Studi Interculturali diretto dal professor Agostino Portera, propone anche quest’anno il master in Intercultural Competence and Management, nella formula delle lezioni in e-learning e dei seminari in presenza. Un corso universitario – iniziatosi nel 2003 – che comprende la comunicazione interculturale, la gestione dei conflitti e la mediazione interculturale in ambito aziendale, educativo, sanitario, sociale, giuridico, dei mass media e per l’insegnamento dell’italiano L2.

“C’è un aspetto di questo nostro master che è di grande utilità per le allieve e gli allievi che operano in un contesto multiculturale qual è il nostro”, spiega il professor Portera, ordinario di Pedagogia generale e di Pedagogia interculturale nell’Ateneo scaligero. “E’ la parte di formazione a distanza del master. La formazione online, infatti, con la piattaforma per l’elearning, consente anche a chi lavora di aggiornarsi e di migliorare il proprio curriculum”.

I seminari in presenza del master in Intercultural Competence and Management – che non sono obbligatori ma sono comunque consigliati –  consentono poi di confrontarsi con professionisti che hanno una esperienza pluriennale nella docenza universitaria. “Abbiamo voluto insegnanti che avessero un approccio pratico alla mediazione interculturale e alla gestione dei conflitti”, sottolinea il professor Portera. “Ma che allo stesso tempo fondassero quella pratica in solide basi scientifiche, quali sono quelle della Pedagogia interculturale e della Comunicazione”.

Lo scopo del master universitario in Intercultural Competence and Management (mediazione interculturale e gestione dei conflitti) è duplice: da un lato, accrescere le competenze per chi opera in campo educativo, aziendale, sociale, sanitario, del giornalismo e della comunicazione; dall’altro, riqualificare a livello professionale chi vuole intraprendere una nuova professione in una società, come quella italiana, che è multiculturale da sempre.

“Le allieve e gli allievi hanno modo di specializzarsi, con i moduli specialistici del master, nella mediazione interculturale e nella gestione dei conflitti in ambito aziendale, in ambito educativo, in quello sociale e sanitario e nell’ambito dei media”, sottolinea il professor Portera. “Abbiamo poi una particolare attenzione per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda (italiano L2), con docenti di primissimo livello. Il diploma che diamo alla fine del corso di studi è il simbolo delle competenze acquisite”.

Le iscrizioni al master in Intercultural Competence and Management (mediazione interculturale e gestione dei conflitti) sono aperte fino al 15 novembre. Per avere tutte le informazioni su un corso che prepara alle sfide della società multiculturale, basta consultare il sito del Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona. In alternativa, scrivere a: centro.interculturale@ateneo.univr.it. Oppure telefonare allo 045.8028164 (dal lunedì al giovedì, ore 10-12).

Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Femminicidio: il killer parla, la vittima tace

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di mercoledì 31 maggio, nella home page del sito, si ripete la solita rappresentazione del dramma mediatico che accompagna i femminicidi. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva a Roma dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni. L’agenzia Ansa in una prima versione titola la notizia spiegando la ragione del gesto criminale, e in questo giustificandola. Dà la parola all’assassino, che parla attraverso l’avvocato il quale, è ovvio, cerca di evitare la massima pena al proprio cliente: “Aveva un altro, l’ho uccisa”, leggiamo nel titolo.

Femminicidio -In una seconda versione della notizia, sempre sul sito dell’Ansa, è ancora l’assassino, Vincenzo Paduano, a parlare, attraverso il suo portavoce, l’avvocato: “Il killer dal carcere: ho paura”. Tanto che ci dovremmo preoccupare per lui, anziché preoccuparci per la vittima e per le donne maltrattate, violentate, ridotte a oggetto e uccise. A corredo di entrambi i titoli, la foto – che, visto il dramma, trovo di cattivo gusto – dei due ex-fidanzati assieme, sorridenti. Quella foto, infatti, appartiene a un passato che Sara non voleva più, avendo inteso la violenza e la gelosia possessiva di Vincenzo Paduano; e comunque avendo deciso per un altro modo di vivere e di amare.

Sui giornali, come sull’Ansa, si sono poi scritti articoli sulla indifferenza degli automobilisti che avrebbero visto Sara Di Pietrantonio in pericolo di vita, prima che si compiesse il femminicidio: l’ex fidanzato, dopo averla cosparsa di alcol, le ha dato fuoco. Al di là del merito delle considerazioni su quel comportamento di chi poteva aiutare Sara, merita sottolineare come si siano voluti tematizzare da un lato la gelosia e l’abbandono di cui sarebbe stato “vittima” l’assassino; e dall’altro lato, l’indifferenza della gente, come se fosse questa indifferenza ad avere condannato a morte Sara Di Pietrantonio.

La rappresentazione mediatica di questo altro caso di femminicidio ci dice che, ancora una volta, le vittime non hanno voce, mentre gli assassini possono parlare attraverso i loro avvocati. I killer possono così tentare di smorzare la motivazione violenta, possessiva e annientante che sta dietro l’omicidio. La rappresentazione mediatica dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, però, ci dice anche che i media non tematizzano le ragioni “culturali” che stanno dietro il femminicidio. In questo modo, non denunciano la cultura della violenza che lo ispira, al di là delle ragioni personali che portano un uomo a uccidere la sua ex compagna.

Osservatorio sul femmicidio aggiornato al 31 giugno 2016 compreso.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016

#dagrandesarò Zaha Hadid

cartolina_dagrandesaroPer la Campagna #dagrandesarò le avevamo dedicato una cartolina. Anche per questo oggi non possiamo non ricordare la grande architetta Zaha Hadid, britannica di origini irachene, mancata ieri all’età di 65 anni a causa di un attacco cardiaco in un ospedale di Miami. Era ricoverata per una bronchite. L’architetta era nata il 31 ottobre 1950 a Baghdad e si era laureata in matematica all’American university di Beirut e in architettura all’Architectural association di Londra.

Nel 2004 è stata la prima donna a vincere il premio Pritzker, uno dei massimi riconoscimenti nell’ambito dell’architettura, lo Stirling e la medaglia d’oro per l’architettura, un premio alla carriera che viene assegnato ogni anno dalla Royal institute of British architects (Riba). Nel 2010 il Time l’aveva inclusa nelle 100 personalità più influenti del mondo, un’eccezione per una progettista.

L’abbiamo scelta come esempio di “Puoi essere chi vuoi” attraverso una delle sue opere, il centro culturale Heydar Aliyev in Azerbaigian, per una comunicazione che combatte gli stereotipi che proprio i media veicolano proponendo a bambini/e ed adulti/e dei modelli a cui ispirarsi per diventare ed essere persone di successo. Spesso questa comunicazione stereotipata fa leva su delle presunte caratteristiche innate che apparterrebbero al femminile ed al maschile, indirizzando i più piccoli e piccole a sognarsi come la società li vorrebbe e non come si desiderano. Nello stereotipo comune Zaha Hadid è appartenuta a una categoria professionale prettamente maschile; per noi lei è il simbolo dell’impegno e del successo oltre ogni etichetta.

Per approfondire leggi l’articolo che Pantheon di febbraio 2016 ha dedicato alla Campagna #dagrandesarò.