106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015

Ph: Laura Perina

di Cristina Martini

Sono 106 nel 2015 le donne uccise dalla violenza di genere. La violenza sulle donne è trasversale, senza età, né ceto, né latitudine, al contrario di quel che lascia invece pensare la rappresentazione mediatica data delle molestie denunciate a Colonia dopo i festeggiamenti per il capodanno.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” non lasciano spazio a dubbi: la violenza di genere è un fenomeno diffuso e con radici profonde. E sono proprio i dati che mancano a chi diffonde opinioni incomplete e scorrette ove si parla di omicidi compiuti sempre da Altri da noi e che quindi non ci riguardano in prima persona. Possono invece suggerire come leggere in modo critico fatti e opinioni che vengono diffusi sui giornali e sui social media, ricchi di stereotipi e pregiudizi. Continua a leggere “106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015”

Con gli occhi di Lucia Annibali

di Elena Guerra

Com’è possibile che a una donna colta, avvocata, indipendente, possa succedere una cosa simile? Sono vicende che succedono più al Sud che al Nord? Sei riuscita a perdonarlo? Quesiti semplici che tante donne giovani e adulte hanno fatto a Lucia Annibali, intervenuta lo scorso 21 maggio durante un incontro con le scuole superiori di San Bonifacio, in provincia di Verona, organizzato da Anna Giovannoni, presidente della locale commissione Pari opportunità. Quesiti che senza volerlo veicolano pregiudizi dettati da stereotipi molto diffusi: la violenza di genere riguarda ceti sociali medio-bassi, è più presente nel Meridione per il temperamento possessivo degli uomini, e considerare naturale il perdono della vittima nei confronti di un atto definito dai media “frutto di raptus”. Le relatrici al fianco di Annibali smentiscono in tronco tutti questi luoghi comuni: Luciana Giurolo dell’associazione di volontariato vicentina Donna Chiama Donna, impegnata sul campo da anni come le assistenti sociali Barbara Trestin e Antonia Graziano, del consultorio ulss 20 di cui fa parte San Bonifacio, e Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia, che ha presentato la sua ricerca su stereotipi e pregiudizi veicolati dai media nei casi di femmicidio e violenza di genere.

Luoghi comuni ancor più sgretolati dalla storia di Lucia Annibali. Avvocata di 37 anni, è sopravvissuta all’atto vigliacco per mano del sicario incaricato da Luca Varani, ex compagno di Annibali, che l’ha colpita con l’acido solforico quando la donna stava rientrando a casa dopo la palestra. Da quel giorno per Lucia cambia ogni cosa. Lei stessa scrive nel suo libro Io ci sono – La mia storia di non amore, scritto con Giusi Fasano, «Quando la mia pelle ha cominciato a sciogliersi, un minuto dopo la belva era ammaestrata. Una liberazione, in un certo senso». Il dolore, la paura di perdere la vista, l’accettazione della sua nuova immagine, le tante operazioni – fino a qui 13 ma ce ne saranno ancora – non l’hanno fermata, le hanno dato linfa vitale. Le settimane passate subito dopo l’agguato nel Centro Grandi ustionati di Parma sono state un momento, oltre che di svolta, anche di riflessione sulla sua vita precedente. Come se quel 16 aprile si fosse tramutato per Lucia nel suo Anno zero: prima tante insicurezze, un rapporto sentimentale opaco, poche soddisfazioni. E poi tutto cambia. L’acido le ha modificato non solo l’aspetto ma anche la motivazione alla vita. Come dice lei «ho il naso fino – anche se un po’ storto e ancora da sistemare – per quel che riguarda le persone, so valutarle molto meglio ora rispetto ad un tempo».

Oggi Lucia non rappresenta una vittima di violenza di genere. Oggi Lucia è una donna impegnata nelle scuole e per una cittadinanza attiva, esprime bellezza, oltre ad essere stata insignita da Giorgio Napolitano del titolo Cavaliera al Merito della Repubblica italiana. La nomina è stata motivata in questo modo «per il coraggio, la determinazione, la dignità con cui ha reagito alle gravi conseguenze fisiche dell’ignobile aggressione subita. Il comportamento di Lucia Annibali costituisce un fermo invito a reagire e a guardare al futuro rivolto a tutte le donne vittime della violenza maschile».  Si spende per le vittime di ustioni che in lei possono trovare coraggio e motivo di speranza.

L’Anno zero di Lucia non lo si augura a nessuno e la paura per quell’uomo che uscirà di prigione dopo aver scontato 20 anni di reclusione esiste. Ma Lucia è una sopravvissuta e la sua vita oggi è raccontarsi, anche nella Rubrica Con gli occhi di Lucia del magazine online Io donna. Quando decise di mostrarsi per la prima volta nelle pagine del Corriere della Sera a settembre 2013 lo fece anche con le parole delle lettere scritte in quei giorni: «Ho sperato e sopportato i dolori più intensi e le notti più buie. L’ho fatto per tornare alla vita. E in parte ci sono riuscita, ma la strada è ancora lunga. Sono grata a tutte le persone che ho incontrato, a chi ha avuto un pensiero per me, per aver reso incredibile il mio viaggio di ritorno… ogni giorno è un po’ più facile di quello precedente». La sua vicenda è un inno alla vita, al domani.

Come i media giustificano la violenza di genere

di Cristina Martini

Gelosia e raptus di un “bravo ragazzo”. Così i giornalisti continuano a giustificare i colpevoli di violenza e omicidio di genere avvenuti in questi giorni: il femmicidio di Stefania Ardì ad opera di Andrea Tringali e l’aggressione con violenza sessuale di una tassista a Roma, confessata da Simone Borghese. Rappresentazioni e letture cliniche errate che vengono veicolate dai mezzi di informazione senza preoccuparsi delle ripercussioni che questi stereotipi potrebbero avere sui lettori. Giornali e telegiornali hanno una grande responsabilità, anche educativa, che spesso è sottovalutata: quella di indirizzare il pensiero comune e di offrire gli strumenti per discutere, definire le situazioni, leggere e interpretare gli eventi.

Parlare di gelosia in un caso di omicidio-suicidio è un errore: l’offender Andrea Tringali si è ucciso subito dopo aver sparato alla donna non per gelosia ma perché sentiva di aver perso un oggetto di sua proprietà, una parte di se stesso; in caso contrario probabilmente avrebbe agito anche contro il rivale. Ancora una volta l’episodio violento è stato rappresentato come un omicidio di genere avvenuto per concorso in colpa; per i giornali la vittima è corresponsabile dell’azione violenta, colpevole di aver scatenato il gesto: “Ha sparato alla ragazza perché non lei non voleva tornare con lui ed è salita nella sua auto e stava andando via”. Le giustificazioni trovate per raccontare i gesti dei due offender italiani riecheggiano anche nelle parole di amici e conoscenti che contribuiscono a rafforzare l’apparente inspiegabilità di ciò che è accaduto: “Conoscevo molto bene il giovane Andrea Tringali che era un ragazzo mite e proviene da un famiglia per bene, deve essere stato un momento di follia. Mi spiace molto per lui e la giovane”.

Non c’è però nulla di incomprensibile ed in questi episodi violenti e molte associazioni e addetti che operano sul territorio lo sanno bene; ma ancora una volta si preferisce non inquadrare il fenomeno utilizzando dati oppure interviste a chi si occupa di violenza per mestiere. Ancora una volta si preferisce ricorrere a facili stereotipi – ormai ripetuti per prassi – per non ragionare sulle vere cause e sulle radici culturali del problema della violenza di genere. Ancora una volta si giustificano gli offender parlando di gesti d’impeto causati da malattie psichiatriche, senza peraltro consultare esperti, portando i lettori a credere che non esistono segnali precedenti a questo tragico epilogo e che i colpevoli non siano capaci di intendere e volere. Per evitare tutto questo sarebbe necessaria una formazione accurata rivolta a chi si occupa di informazione, che dovrebbe occuparsi di contestualizzare i singoli avvenimenti, senza avventurarsi in letture cliniche o “amorose” con competenze che non possiede, rischiando di trasformare un articolo di cronaca in un trattato errato di psichiatria o in un pezzo di cronaca rosa.

Il linguaggio giornalistico della cronaca nera

di Cristina Martini

Analisi dei media e giornalismo vanno di pari passo. Studiare il linguaggio utilizzato dai media per costruire un fatto di cronaca è essenziale per un giornalista che vuole essere consapevole di ciò che scrive e dell’orizzonte di senso che le sue parole creano. Venerdì 17 aprile la ricercatrice Cristina Martini sarà ospite del corso di Giornalismo interculturale e multimedialità del corso magistrale in Editoria e Giornalismo dell’Università degli Studi di Verona per presentare le attività del gruppo ProsMedia e parlare di pregiudizi e stereotipi veicolati dalla stampa sui temi del femminicidio e della violenza di genere.

La relazione si baserà sulla presentazione dei risultati e della ricerca condotta da Cristina Martini “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, da cui ha preso vita l’Osservatorio sul femmicidio. Sostenere che la violenza sia originata da un “raptus”, che uno stalker perseguiti la sua ex-compagna per “passione”, che un qualsiasi atto violento nei confronti di una donna sia giustificabile perché mosso da “amore”, o stigmatizzare la vittima ed esaltare le doti positive del colpevole sono tutti comportamenti giornalistici a cui siamo purtroppo “abituati”, ma sono anche atteggiamenti pericolosi, in quanto veicolano un messaggio sbagliato, parziale, pregiudiziale e stereotipato.

Comprendere queste prassi aiuterà i futuri giornalisti a fare attenzione al peso delle parole portando avanti un’idea di giornalismo attento, un bagaglio di buone pratiche volte al rispetto dei protagonisti dei fatti di cronaca e delle storie che si vogliono di raccontare.

Uccise in quanto donne: i femmicidi del 2014

Picture of 166 silhouettes representingdi Cristina Martini

Si parla ancora di “raptus” nelle uccisioni per femmicidio del 2014. Il binomio violenza-psicosi è una rappresentazione ricorrente nella stampa italiana e rassicura i lettori, perché sembra dare una giustificazione agli apparentemente inspiegabili 110 casi di omicidi di genere compiuti nell’anno appena trascorso. Ma non è corretta: la quasi totalità degli assassini hanno colpito con premeditazione e lucidità. Cruenti ed efferati ma agiti con capacità di intendere e volere, i delitti sono il tragico epilogo di una serie di violenze ripetute sulla donna che, spesso per paura, non vengono denunciate.

110 morti di donne in quanto donne: è questo il dato generale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Un numero in calo, rispetto ai 137 del 2013 e ai 125 del 2014, mentre a non migliorare sono le rappresentazioni della stampa: vengono mantenuti gli stessi stereotipi che vengono veicolati in cronaca nera, accompagnati sempre più da dettagli che sfociano nel gossip.

I femmicidi nel 2014 si riconfermano come un fenomeno trasversale, compiuto nell’ambiente familiare da colpevoli che hanno una relazione molto stretta con la vittima: 47 i mariti che hanno ucciso le loro mogli (42,5%), seguiti dai figli (6,3%), dai conviventi, ex compagni e padri (4,5% per ciascuna delle categorie). In un solo femmicidio, quello di Gilberta Palleschi, l’assassino non conosceva la vittima: Antonio Palleschi, già pregiudicato per violenza sessuale, l’ha scelta per caso.

La maggior parte degli omicidi di genere è avvenuta al Nord (41); a seguire il Centro con 37, 17 nelle Isole e 15 al Sud. In Veneto sono stati 5: due nelle provincie di Treviso e Verona e uno a Padova. Le vittime sono prevalentemente italiane – l’81% (89 donne) – e straniere nel 19% (21 donne). Tra queste ultime 12 sono rumene, 2 ucraine e 2 cinesi: dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli sono per la maggior parte italiani 71% (78 uomini); 17 sono stranieri (5 rumeni e 4 albanesi) e 15 non sono ancora stati identificati. Un dato rilevante: dei 17 offender stranieri, il 70,5% ha ucciso la propria moglie o fidanzata straniera e il rimanente 29,5% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche da tempo.

Le vittime sono donne di tutte le età: per la maggior parte dai 31 ai 60 anni (53 su 110, il 48,1%), seguite dalle over 60 (sono 28). Nella fascia dai 18 ai 30 anni sono 23 e le minorenni 6. In aumento il numero delle prostitute uccise: nel 2014 sono 6, 4 di queste uccise da clienti; in 2 casi non sono ancora stati identificati gli offender. I femmicidi sono stati compiuti per mano di conoscenti soprattutto con armi da taglio (43, il 39%), seguite dalle armi da fuoco (23). Nel 2014 si riscontrano 5 morti di donne spinte dal balcone di casa: per qualcuna di queste si voleva inscenare un suicidio.

Le vittime di femmicidio sono rappresentate sulla stampa come provocatrici nella loro bellezza, nelle loro azioni: donne colpevoli di avere innescato l’azione violenta con i loro comportamenti. Si parla di donne che portano uomini all’esasperazione e di uomini “padri modello” che uccidono anche le loro figlie per fare un torto alle compagne. Stereotipi diffusi e sbagliati, che intaccano il pensare comune e che ci abituano a pensare che si tratti di famiglie normali dove tutto funziona, quando invece la triste verità era nascosta dal muro del silenzio che circondava l’ambiente familiare. La cronaca nera ci racconta ancora di storie d’amore e di passione, spezzate dal raptus omicida, nonostante questo non esista. Ci racconta di litigi finiti male, quando erano violenze a senso unico, che le donne subivano ripetutamente bloccate dalla paura. Ci raccontano di stragi familiari e delitti improvvisati, quando gli uomini invece li programmavano da tempo, come il caso di Cristina Omen, uccisa con i suoi due figli a Motta Visconti: Carlo Lissi aveva premeditato tutto creandosi perfino un alibi. Ci parlano di dettagli inconsistenti, senza approfondire il vero motivo per cui l’uomo uccide la propria donna, cioè perché la ritiene un oggetto di proprietà; la cultura del possesso spesso prevede una mancanza di empatia nei confronti della moglie o della fidanzata, e questo implica il considerarla una “cosa” e non più una persona. Ci raccontano di femmicidi che non ci riguardano, quando gli offender sono stranieri, perché – secondo la stampa – è la loro essenza straniera ad averli armati.

La stampa è responsabile perché i lettori sono dipendenti cognitivamente per avere informazioni e dettagli di cui non hanno esperienza diretta. È responsabile perché veicola stereotipi e pregiudizi che portano poi a giustificare il colpevole o a ritenere corresponsabile anche la vittima. Iniziare a leggere con senso critico, anche alla luce dei dati oggettivi, è un buon inizio per un cambiamento culturale.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale,
con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro. L’immagine del post è presa dal sito Studenti.it.

Le donne uccise per femmicidio nel 2014

manifestazione-violenza-donnedi Cristina Martini

Sono 96 le donne uccise per femmicidio fino al 31 ottobre, per mano di uomini che conoscevano bene. Mogli, mamme, fidanzate, assassinate da chi credeva di possederle. È questo il dato che emerge dal report parziale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, che verrà presentato il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, in un incontro organizzato dalla Uil Veneto a Mestre, Venezia.

Dall’analisi dei dispacci dell’agenzia di stampa nazionale Ansa del 2014 si evince che vi sono stati 96 femminicidi in Italia, dal 1 gennaio al 31 ottobre 2014. Il tragico epilogo di una serie di soprusi e violenze perpetrati tra le mura domestiche è più presente nei paesi del Nord (38 casi) e a seguire il Centro (32); Sud e Isole vedono entrambi 13 casi. Tre sono i femmicidi avvenuti in Veneto, nelle province di Padova, Treviso e Verona. Non stupisce invece la trasversalità del fenomeno che colpisce donne di tutte le età, per la maggior parte nella fascia dai 31 ai 60 anni (44 su 96, il 46%). Per l’Organizzazione mondiale della sanità le donne fino ai 50 anni infatti muoiono più ad opera di persone dell’ambiente familiare che non per malattie o incidenti. Rispetto agli anni precedenti le vittime minorenni sono aumentate: fino al 31 ottobre 2014 sono 6.

Sono i mariti ad uccidere di più: 40 i casi (42%), ma anche figli, compagni, ex fidanzati e coinquilini. In 4 femmicidi sono i clienti a compiere l’atto criminoso, uccidendo 4 prostitute. Le armi sono nel 40% da taglio e quindi compatibili con la realtà domestica (coltelli): gli omicidi di genere avvengono spesso tra le mura di casa, dove la donna dovrebbe essere più sicura e trovare serenità.

Le donne italiane morte risultano essere 79 (l’82%) e le vittime straniere 17 (18%). Tra queste le nazionalità più ricorrenti sono rumena e ucraina, dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli italiani sono il 71% (68 colpevoli), 16 sono stranieri (17%) e 12 non identificati (12%). Gli offender sono per la maggior parte rumeni e albanesi. Un dato molto interessante: dei 16 offender stranieri, il 68% hanno ucciso le loro fidanzate straniere e il rimanente 32% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche di una vita.

Per il killer straniero le cause si cercano nella nazionalità: spesso il femmicidio è ricondotto a cause religiose e culturali, ponendo l’accento sulla diversità che li contraddistingue. Descritta a volte come “troppo permissiva”, la vittima straniera è succube del marito e delle tradizioni, una donna passiva uccisa dal colpevole perché “preoccupato della deriva occidentale della sua famiglia”. Se i protagonisti sono italiani, gli ambienti in cui avviene il delitto sono descritti come famiglie apparentemente normali, anche dalle parole dei vicini di casa e dei conoscenti, la cui serenità è interrotta dall’episodio violento.

Gli aggettivi che descrivono gli assassini e i verbi utilizzati negli omicidi differiscono molto in base alla nazionalità: il linguaggio è più crudo e colpevolizzante quando l’uomo assassino è straniero; più comprensivi e giustificanti quando a colpire è la mano di un killer italiano. Sono differenze meramente linguistiche, ma che allontanano sempre di più il “noi” dall’Altro, rinchiuso in una gabbia di stereotipi e pregiudizi, alimentati anche da chi viene intervistato dai giornalisti. L’attenzione di chi interviene sulla stampa, e quindi anche di chi legge, si sposta verso quella che viene vista e chiamata “emergenza stranieri” tralasciando così il vero problema: quello culturale e sociale che causa la violenza di genere.

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Il linguaggio dei media nel tentato femmicidio di Laura Roveri

conferenzastampa_19.01.2014di Cristina Martini

Laura Roveri non è una vittima di un raptus. Laura Roveri è la sopravvissuta di un tentato femmicidio perpetrato dall’ex fidanzato, Enrico Sganzerla, lo scorso 12 aprile in una discoteca del vicentino. Ora l’uomo si trova ai domiciliari nella casa dei genitori, a 15 chilometri dall’abitazione di Laura, dopo soli due mesi di carcere e tre mesi di clinica.

Laura vuole rendere pubblico il proprio sgomento e indignazione per le misure adottate. Lo ha fatto mediante una conferenza stampa a Verona, sua città natale, con le persone che in questo momento la stanno supportando, come le donne e gli uomini dell’associazione Isolina e…, avvocate, insegnanti, giornaliste che si battono perché l’educazione di genere sia considerata materia di educazione scolastica. Emilia Greco, avvocata associata alla realtà scaligera, sta leggendo il caso con l’avvocato di Roveri perché giovedì 25 settembre ci sarà la lettura ufficiale da parte del gip della perizia su Sganzerla; gip che non ha ritenuto indispensabile sentire ancora Roveri fino ad oggi. La scelta di farlo tornare tra le mura domestiche è alla base delle proteste intorno alla ragazza di 25 anni di Nogara a cui la Prefetto di Verona ha assegnato la scorta.

Un vero e proprio cortocircuito giudiziario e per questo Laura Roveri sta facendo cerchio intorno a sé grazie al sostegno di persone come Serena Marchi, giornalista sensibile alla questione di genere, e a Cristina Martini, del gruppo di ricerca sui media ProsMedia, esperta di casi di femminicidio e femmicidio raccontati attraverso stereotipi e pregiudizi da parte dei mezzi di comunicazione. La vicenda ha tutte le caratteristiche di un tentato omicidio premeditato: l’uomo infatti ha percorso diversi chilometri tra Verona e Vicenza con un coltello per colpire l’ex fidanzata in un luogo pubblico e le ha inferto 16 coltellate al corpo e alla testa, di cui una ha lesionato la trachea sfiorando la carotide di 1 millimetro e 8. Per il gip questo non è stato un atto che l’ha messa in pericolo di vita.

Laura Roveri non è una vittima ma una sopravvissuta. Per Cristina Martini “Laura non è corresponsabile e colpevole di ciò che le è successo, perché non ha provocato l’azione violenta in alcun modo. Enrico Sganzerla invece è stato praticamente assolto prima a livello mediatico, attraverso le parole dei media che hanno anche relegato l’atto criminoso a raptus e poi dall’opinione pubblica che ha assorbito stereotipi e pregiudizi veicolati dalla stampa nella presentazione del caso”. Sottolinea poi l’importanza dell’uso corretto del linguaggio: “Non è stato un raptus, la follia di un attimo. Non va letto in termini di patologia, perché l’azione violenta si è svolta con lucidità e premeditazione. Né in termini passionali: tentare di togliere la vita è amore?”.

Dal 1 agosto 2014 in Italia è in vigore la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere che nasce con l’obiettivo di prevenire, proteggere le donne e perseguire gli autori di questi atti che dimostrano l’esistenza di un problema culturale profondo, sul quale bisogna agire attraverso dei progetti di formazione e informazione.

Rassegna stampa dei Tg nazionali e locali che hanno ripreso la conferenza stampa:

Tg1 (servizio dal minuto 27.15): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4ffa8e0c-f27a-4685-a7b5-0690d01a5a12.html#p

Tg3 Veneto (servizio dal minuto 1.00): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a9b2edba-d862-4b41-a7d8-72481655fe9e-tgr.html#p=0

Tg4 (servizi dal minuto 8.55): http://www.video.mediaset.it/video/tg4/full/483043/edizione-ore-19-00-del-19-settembre.html

Tg5 (servizio dal minuto 25.00): http://www.video.mediaset.it/video/tg5/full/483039/edizione-ore-20-00-del-19-settembre.html

Studio Aperto: http://www.video.mediaset.it/video/studioaperto/edizione_servizio/483020/laura-accoltellata-dall-ex-io-sotto-scorta-lui-gia-a-casa-.html

Tg Verona Telenuovo: http://www.tgverona.it/pages/121/391845/Laura_rabbia_e_indignazione.html

Tg TeleArena (servizio dal minuto 3.38): http://www.larena.it/videos/1984_tg_sera/77284/?pag=1

Gli stereotipi nell’informazione italiana

Amata da moriredi Cristina Martini

“L’ho amata da morire”, “L’ha uccisa per il caldo”, “Omicida in preda ad un raptus uccide la moglie”. Quanto le parole veicolate dai media possono modificare la percezione della violenza di genere nei lettori o telespettatori? Il femminicidio, il femmicidio, la violenza degli uomini nei confronti delle donne in quanto donne e i protagonisti dei casi di cronaca visti dai media sono gli argomenti trattati durante l’incontro “L’ho amata da moriremartedì 15 luglio alle 20.45 a San Bonifacio, Verona, nella sede del CoOffice in piazzale Mazzini con Cristina Martini ed Elena Guerra di Prosmedia.

L’appuntamento parte dalla ricerca di Cristina Martini, del gruppo di analisi dei media ProsMedia del Centro Studi Interculturali dell’Università degli studi di Verona, dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, raccogliendo ed analizzando i dati relativi al 2012, 2013 e 2014.

La ricerca è stata sviluppata in tre fasi principali: la raccolta dei dati relativi ai 124 casi di femmicidio del 2012 e dei 136 casi del 2013, catalogando vittime, colpevoli e numero di dispacci di agenzia usciti per ciascun omicidio; la costruzione di un questionario semistrutturato e l’analisi di 4 casi emblematici (perché hanno avuto più eco nell’agenzia Ansa) per ciascun anno, appartenenti alle seguenti categorie: vittima italiana e colpevole italiano; vittima italiana e colpevole straniero; vittima straniera con colpevole italiano; vittima straniera con colpevole straniero; l’analisi del linguaggio utilizzato nei dispacci di agenzia Ansa usciti per gli 8 casi scelti, con l’ausilio del software Taltac2, che si occupa di analisi statistica lessicale e testuale. Per informazioni scrivere a comunicazione@prosmedia.it.

Parlare, agire, raccontare la violenza sulle donne

Oppeanodi Cristina Martini

La violenza sulle donne non ha più scuse: è necessario parlare, agire, raccontare. Con questo intento il gruppo civico Oppeano città viva ha organizzato per martedì 2 luglio alle 20.30 alla scuola elementare di Vallese, in via Spinetti, una serata sul tema della violenza di genere e sul femminicidio. Molti gli aspetti che verranno approfonditi, con il supporto di alcuni operatori del settore: Sara Gini, presidente di Telefono Rosa; Cristina Martini, ricercatrice del gruppo ProsMedia che si occupa di analisi dei media all’Università degli Studi di Verona; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e… contro il femminicidio; Gianpaolo Trevisi, direttore della scuola di polizia di Peschiera del Garda. Sarà ospite della serata anche Laura Roveri, sopravvissuta all’aggressione da parte del suo ex fidanzato il 12 aprile scorso a Vicenza, che racconterà la sua esperienza al pubblico presente.

A scuola contro la violenza di genere

no_violenza_donne-300x225di Cristina Martini

Il tema della violenza sulle donne entra a scuola. Il gruppo di analisi dei media ProsMedia organizza per venerdì 2 maggio, un incontro con gli studenti dell’istituto tecnico San Zeno di Verona, durante la loro assemblea.

A parlare dell’argomento saranno esperti e addetti ai lavori che lavorano da anni sul tema della violenza sulle donne: Cristina Martini, che si occupa di ricerca nel campo del giornalismo interculturale per ProsMedia e autrice della ricerca “Uomini che odiano le donne: come l’agenzia Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e.. contro il femminicidio; Massimo Rimpici e Mario Gritti, che collaborano con l’associazione nazionale Maschile Plurale,e Francesca Martinelli, assistente sociale dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, dove lavora a stretto contatto con le donne vittime di violenza.