Molestie sul lavoro a scuola

di Elena Guerra

Prevenire le molestie in ambito lavorativo sin dall’Alternanza scuola-lavoro. Questo l’obiettivo degli incontri di formazione organizzati a dicembre 2018 e gennaio 2019 dalla Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza e su proposta di Logika di Rosanna Bonollo con il patrocinio dell’assessorato alle Pari Opportunità di Comune di Thiene. Perché la prevenzione sulla discriminazione di genere non termina con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

I laboratori condotti da Cristina Martini, media educator e ricercatrice, e Arianna Bigarella, psicologa e psicoterapeuta, vogliono essere un momento informativo e formativo rivolto alle studentesse e agli studenti della quarta superiore di tre istituti scolastici della Città di Thiene, Vicenza, ossia “Aulo Ceccato” il 14 dicembre, “Istituto Garbin” il 21 dicembre e “Liceo statale Corradini” a gennaio 2019, che si stanno preparando per affrontare il periodo di Alternanza scuola-lavoro spiegando attraverso l’educazione ai media con la mediazione di una psicoterapeuta la normativa sulle molestie sul lavoro, la discriminazione, prevaricazione e possibile disagio a partire da quelle di genere. Gli interventi andranno ad affiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio.

I media hanno raccontato nell’ultimo anno alcuni di questi casi che hanno coinvolto il mondo del cinema e dello spettacolo – il cosiddetto caso Weinstein a Hollywood – talvolta valorizzando l’iniziativa coraggiosa di molte donne, in altri rivittimizzandole attraverso un processo mediatico sulle loro presunte colpe. Parole e immagini che sono state veicolate non aiutano la percezione del problema legato alla modalità di manifestazione del potere nell’ambito lavorativo e di studio. Ecco che, per un pregiudizio che colpisce uomini e donne, le molestie passano in molti casi per bravate e scherzi, innescando un’assuefazione che porta a normalizzare alcuni comportamenti lesivi della dignità.

Cristina Martini, che ha curato i contenuti ed è formatrice durante gli incontri, spiega: «il percorso nasce come una proposta nuova nel suo genere perché ha l’obiettivo di raggiungere ragazzi e ragazze che – grazie all’alternanza scuola lavoro – si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro. Gli interventi andranno adaffiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio».

«Il percorso formativo – continua la media educator –  coinvolgerà ragazzi e ragazze con linguaggi a loro affini in una riflessione attorno ai temi del “consenso”, delle giustificazioni, degli stereotipi e pregiudizi veicolati dai media, del linguaggio intriso di discriminazioni e delle emozioni che emergono a questi casi che sono spesso difficili da riconoscere, esternare e denunciare.»

A introdurre gli incontri ci sarà Grazia Chisin, Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza, che darà alcune indicazioni ai partecipanti rispetto ai riferimenti da contattare nel caso siano vittime o testimoni di molestia, e l’iter previsto dalla normativa.

L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne ProsMedia e Porto Burci presentano “L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa nei casi di violenza di genere e femminicidio” mercoledì 21 novembre alle 20.45 con la formatrice Cristina Martini, ricercatrice e media educator di ProsMedia. Interverranno anche: Margherita Chiais, psicologa dell’associazione Donna chiama donna, e Maria Stocchiero, rappresentante del progetto Follia Organizzata.

I media hanno un ruolo ormai noto nella costruzione della realtà e del significato. Molto di quello che siamo, pensiamo e di come ci comportiamo è dovuto ai media. In un percorso di senso a partire dalla cultura, dai messaggi pubblicitari e dalla cronaca nera riguardante la violenza di genere e il femminicidio, si analizzeranno stereotipi e pregiudizi veicolati al fine di fornire al pubblico elementi per riconoscerli in autonomia in modo critico.

Ricercatrice e media educator, laureata magistrale in Editoria e Giornalismo, Cristina Martini si è specializzata all’Università La Sapienza sull’analisi lessicale e testuale del contenuto. La sua area di ricerca è principalmente rivolta al tema dei femminicidi e alla cronaca nera. Si occupa di formazione su stereotipi e rappresentazioni della stampa e della pubblicità e di educazione ai media. È tutor didattico del Master in Intercultural competence and management del Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona ed è stata assegnista di ricerca per la comunicazione scientifica nello stesso ateneo.

La partecipazione è vincolata ad un contributo di 10 euro a partecipante.

Iscrizioni e informazioni a comunicazione@prosmedia.it

Dossier Indifesa 2018: i diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo

di Cristina Martini

Maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali, pedopornografia: il Dossier Indifesa 2018 di Terre des Hommes dipinge un quadro preoccupante sulla condizione di bambine e ragazze nel mondo.

Presentata il 10 ottobre in Parlamento, l’indagine statistica conferma l’aumento – rispetto al 2016 – dei reati sui minori con 5788 coinvolti/e (+8%), di cui il 60% è rappresentato da bambine e ragazze. Le violenze sessuali sono aumentate del 18% e 1723 minorenni sono stati coinvolti in situazioni di violenze in famiglia (senza dimenticare che in questo numero non rientrano i molti casi sommersi in cui nessuno denuncia o si rivolge a qualcuno per un aiuto). Due dati sono invece in calo: la prostituzione minorile (-35%) e le sottrazioni di minori (-18%).

Per la prima volta l’indagine ha incluso anche tutti quei 2000 bambini/e che frequentano il mondo dello spettacolo in Italia. “Spesso – afferma Federica Giannotta, responsabile Advocacy Terre des Hommes – durante le sfilate non possono bere o sono costretti a mangiare poco, con le famiglie che li pressano.  Il capitolo del rapporto dedicato alle “bimbe allo sbaraglio sulle passerelle” si basa sui dati raccolti dalla giornalista Flavia Piccinni nel libro-inchiesta “Bellissime””.

“È necessario ascoltare e monitorare”, ha commentato Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes, “ma soprattutto fare rete per non lasciare bambine e ragazze sole; solo unendo le forze tra famiglie, attori privati, istituzioni pubbliche e scuole possiamo produrre un impatto reale nella loro vita e ribaltare i trend sulla violenza di genere”.

Il Dossier Indifesa 2018 si è concentrato in questa edizione sull’importanza dell’istruzione per combattere le violazioni dei diritti delle bambine come i matrimoni e le gravidanze precoci: bambine e ragazze costrette a sposare uomini più grandi di loro che le costringono spesso a subire violenze. Oltre alla privazione dei diritti fondamentali, è la società a subire una perdita in termini di potenziale, rappresentato dal contributo che le ragazze potrebbero dare se avessero accesso all’istruzione.

Formazione e istruzione diventano la chiave “mettendo al centro i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, costruendo sulla loro partecipazione e sul loro protagonismo”, continua il presidente Salinari. “Solo così educheremo cittadini/e consapevoli in grado di superare la violenza e gli stereotipi. E poi innovare, sui linguaggi e sulle modalità di intervento, perché è evidente che i risultati ottenuti non sono sufficienti e dobbiamo provare a cambiare”.

È possibile scaricare qui il Dossier completo e consultare il sito www.indifesa.org.

Emergenza o problema strutturale? I femmicidi del 2017

Foto da www.lametino.it

di Cristina Martini

103 sono le vittime della violenza di genere nel 2017. Donne uccise da uomini possessivi, che hanno premeditato i femmicidi organizzando con lucidità l’atto criminoso. Questi i dati raccolti per la ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, iniziata nel 2012 e che conferma la violenza sulle donne – e nello specifico il tragico epilogo, il femminicidio – come problema strutturale e culturale con radici profonde, non certamente un’emergenza destinata a rientrare.

La maggior parte dei femmicidi sono stati al Nord (39), seguito poi dal Centro (32), il Sud (19) e le Isole (13). Sono stati 11 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Venezia (Anastasia Shakurova, Sonia Padoan, Maria Archetta Mennella, Sabrina Panzonato), tre a Vicenza (Vanna Meggiolaro, Nidia Roana Loza Rodriguez), due a Padova (Fedora Malachi, Natasha Bettiolo), uno a Treviso (Irina Bakal), a Rovigo (Tatiana Halapciug) e Verona (Khadija Bencheikh).

Le donne uccise nel 2017 sono in prevalenza italiane: 78 (il 75,7%); sono invece straniere nel 24,3% dei casi di femmicidio (25). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (5), cinese (3), colombiana, nigeriana, albanese, ghanese, marocchina (2), indiana, moldava, russa, tunisina, montenegrina, brasiliana, thailandese.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 78 (nel 75,7 dei casi), 19 stranieri (18,5%) e 6 sono ancora non identificati (5,8%). Le nazionalità: albanese (4), rumeno, marocchino (3), moldavo, ghanese (2), irlandese, nigeriano, svedese, cinese, pakistano, malese, egiziano. In 13 casi su 19 (68,4%) gli offender stranieri hanno ucciso una donna straniera che aveva con loro un legame familiare per lo stesso motivo per cui i colpevoli italiani colpiscono per motivi di genere, ossia perché la ritengono un oggetto di proprietà.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2017” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi Confronti, in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,2%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,9%), del Marocco (8,3%), della Cina (5,6%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (46 su 103, il 44,7%), seguite dalle over 60 (39) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2017 sono state tre.

Il ricorso alla spettacolarizzazione e ai dettagli morbosi alla ricerca di sèguito di pubblico – oramai abituato a racconti riportati con queste modalità – è un’ulteriore violenza alle vittime e ai suoi familiari. Il retaggio patriarcale e la cultura del possesso sono spesso dimenticati dagli operatori dell’informazione che tendono a ricorrere a stereotipi che sono ampiamente entrati a far parte del pensiero comune. Amore, gelosia, raptus, litigi, sono termini che ancora appaiono in cronaca, sebbene iniziano ad emergere nuovi racconti più rispettosi, oggettivi e che illustrano il femminicidio come problema culturale che riguarda tutte e tutti.

In molti casi il tragico epilogo viene raccontato come un gesto inspiegabile, conseguenza di una provocazione. Sarebbe invece utile inquadrare il singolo episodio con statistiche accurate (che escludano le uccisioni di donna che non sono invece femmicidi, quali gli omicidi dopo rapina o per motivi economici) e dare voce alle realtà che si occupano di tematiche di genere per far emergere la mancanza di empatia del colpevole, il ciclo della violenza che si ripete di continuo, i segnali che sono sempre presenti e che precedono l’atto criminoso che comporta la morte della vittima.

La considerazione della donna come oggetto da poter eliminare per questo “diritto di possesso” è un messaggio che oggigiorno viene veicolato su vari canali: più di qualche responsabilità è da imputare ai media e per questo è importante attivare un atteggiamento critico verso linguaggio e immagini che incontriamo. Pensieri, parole e comportamenti sono dovuti anche a quello che leggiamo e ascoltiamo riguardo la violenza di genere e i fatti di cronaca nera.

Ci sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Quando le donne chiedono aiuto

spazio_donnadi Elena Guerra

Violenza di genere e femmicidi spesso sono raccontanti attraverso fatti di cronaca specifici e grandi numeri, nazionali o internazionali. Per raccontare il fenomeno da vicino abbiamo raccolto i dati di un singolo Comune italiano, per puntare la lente di ingrandimento su una città ricca del Nord-Est e per capire di cosa si tratta quando si parla di femminicidi e degli strumenti per il supporto alle donne. Lo scorso 18 novembre durante l’incontro “Prevenire e contrastare le molestie e la violenza nei luoghi di lavoroMariapia Mainardi di Spazio Donna di Bassano Del Grappa, in provincia di Vicenza, ha presentato i dati 2016 estrapolati dalla Scheda di rilevazione centri antiviolenza creata e curata da Questacittà, associazione di cittadini volontari per quanto riguarda l’andamento dello sportello Spazio Donna.

Durante il servizio di ascolto (telefonico, colloquio, e-mail, etc) prima del 2016 sono state avvicinate 186 donne. Solo nel 2016, con l’attivazione specifica del servizio per le donne vittime di genere, sono state 104, delle quali 69 sono stati nuovi contatto con la struttura. Le fasce di età hanno riguardato 16 ragazze tra i 18 e i 30 anni, 31 tra i 31 e i 40 anni, 34 tra i 41 e i 50, 14 tra i 51 e i 60, 8 tra i 61 e i 70 anni, una tra i 71 e gli 80 anni. Per quanto riguarda la nazionalità, la maggioranza sono donne italiane, 85, con alcune eccezioni: cinque marocchine, tre moldave e tre albanesi, due tunisine, e una ghanese, una rumena, una senegalese, una russa, una macedone e una serba. Di queste sono 54 sposate, 22 sono nubili, 18 sono conviventi, 14 separate, 4 vedove e una divorziata. Per quanto riguarda l’istruzione, 50 hanno una formazione che si ferma alla scuola media, 33 alle superiori, 14 alle elementari e sette sono laureate. Sono 58 le disoccupate e 46 occupate. Non sono seguite da nessun altro servizio 68 donne. Quindici invece hanno il supporto del consultorio familiare, 11 dal servizio sociale del Comune, cinque dal CSM, quattro da altro (neuropsichiatria, Caritas, disabilità, disturbi alimentari), una dal SERT.

La modalità di contatto riguarda un invito da parte di conoscenti, amici o famigliari nel 52 dei casi, 28 donne sono arrivate attraverso volantini, altri centri antiviolenza, casa rifugio, eventi pubblici e corsi organizzati, altre associazioni e cooperative, internet o il sindacato. Tredici grazie alle forze dell’ordine, dieci grazie ai servizi sociali, una attraverso il Pronto soccorso (nessuna attraverso la Rete 1522 o il medico di base). Per tutte è sempre stata una scelta personale.

La tipologia di violenza è 96 volte psicologica, 37 economica, 28 fisica, 13 si tratta di stalking, per tre si tratta di violenza sessuale e due hanno subito mobbing e molestie sessuali al lavoro. Sono 20 le donne che hanno sporto denuncia alle forze dell’ordine, mentre (tra i casi rilevati) sono 15 coloro che hanno avuto bisogno delle cure del pronto soccorso. La violenza in 104 casi è avvenuta ad opera di maschi, sei volte per mano di donne. La relazione con la vittima 59 volte è con il coniuge o partner convivente, 31 con un ex coniuge o convivente, 9 con un parente convivente, 6 con una persona non parente ma conosciuta e 5 con un parente non convivente.

Sono stati 520 i colloqui di sostegno psicologico, per 69 è stato erogato il primo colloquio di accoglienza, 73 hanno avuto orientamento e affiancamento a servizi pubblici o privati, 72 gli accompagnamenti nei gruppi di mutuo aiuto, 48 consulenza legale, 46 aiuto per l’accesso al gratuito patrocinio, in tutte le fasi del processo penale e civile, 38 orientamento al lavoro attraverso informazioni e contatti con i servizi sociali e con i centri per l’impiego per individuare un percorso di inclusione lavorativa verso l’autonomia economica , 15 mediazione culturale, 2 hanno avuto percorsi di sensibilizzazione e prevenzione della violenza per gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Alcune donne che hanno chiesto aiuto sono state indirizzate ad altri servizi territoriali: 39 ai servizio sociale, 33 ai consultori familiari, 29 alle forze dell’ordine, 5 al Pronto soccorso e una al SERT. Cinque donne sono state accolte in case di secondo livello.

Per approfondire scrivere a spaziodonna@hotmail.it.

Stupratori, prima di tutto

di Erica Tessaro del gruppo Net Generation*

Lo stupro, in sé, non fa notizia, non fa scalpore. Eppure la cronaca dell’estate 2017 si è concentrata sullo stupro di Rimini della notte del 25 agosto. Questo perché si è finalmente iniziato a dare il giusto peso agli episodi di violenza contro le donne? Perché si percepisce l’urgenza di scuotere le coscienze e dare l’avvio ad una indignazione generale che modifichi l’immaginario dello stupro? NO. Ha fatto notizia solo perché commesso da immigrati. Mi correggo: certa stampa italiana ha permesso a questa notizia di diventare “La notizia”, non per ciò che è successo, ma per chi ha commesso la violenza.

L’impostazione data è chiara: se lo stupro è commesso da immigrati sono delle “bestie” da stanare, trovare, punire in maniera esemplare e cacciare dall’Italia; se è commesso (come nel 61% dei casi!) da italiani allora i toni cambiano e “la ragazza se l’è cercata”, ci si interroga sulla lunghezza della gonna che portava, oppure gli stupratori “sono bravi ragazzi”. La violenza quindi diventa atto da interpretare a piacimento: un reato gravissimo se commesso da nordafricani, una “bravata” se commesso dai soliti “bravi ragazzi”. Il fatto, ovvero uomini che violentano donne, perde importanza, l’importante è usare la violenza per indirizzare l’opinione pubblica. E non è un indirizzo apolitico concentrato sull’importanza di salvaguardare i corpi, di tutelarli dalle violenze, di dare un immaginario che condanni lo stupro tanto da renderlo unanimemente e universalmente condannabile; no, è un indirizzo politico meramente finalizzato alla condanna degli immigrati. I commenti più comuni agli stupri di Rimini sono sulla falsariga di “ecco, vengono qua e non rispettano niente e nessuno”.

Non è stato visto uno stupro, donne violate nella loro intimità, no, è stato visto l’immigrato che stupra. Ecco ancora che il corpo (femminile) non conta. Conta il malcontento da strumentalizzare, conta la gretta ignoranza della gente che punta il dito contro gli immigrati, contano i voti della malapolitica. Nessun commento reale, utile, veritiero, su ciò che è successo: uomini che violentano donne. Questo è successo. Ed è successo 2333 volte dall’inizio dell’anno.

2333 donne violentate da gennaio a luglio 2017 da 1534 italiani e 904 stranieri. 

E nessuno ha detto nulla.

117 vittime di femmicidio nel 2016. Il 71,8% (dei casi risolti) vede come omicida un italiano, non uno straniero.

E nessuno ha detto nulla.

Il gruppo informale NET GENERATION nasce dalla necessità di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono, tessendo reti innovative, far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. I suoi obiettivi rientrano nelle attività della campagna di promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. Collabora con Veronetta Centoventinove, un’associazione culturale che ha tra le sue finalità quella di favorire e promuovere l’incontro tra culture diverse e tra i cittadini.

La nazionalità prima del crimine

di Elena Guerra

I mass media italiani da una settimana parlano di crimini sessuali commessi in Italia dai cittadini stranieri, dopo i due stupri la notte del 25 agosto scorso ai danni di una turista polacca e una trans sudamericana sulla spiaggia di Miramare, a Rimini. Perchè questo interesse solo ora?

Secondo il dossier del Viminale nei primi sette mesi del 2017 risultano essere stati denunciati 2.333 casi di stupro, che nello stesso periodo del 2016 erano 2.345. Le persone denunciate o arrestate nel 2017 risultano essere 2.438. Tra queste, 1.534 sono italiane (nel 2016 erano 1474) e 904 straniere (909 l’anno scorso).  Quasi quattro denunciati su dieci (esattamente il 37 per cento) sono stranieri. Stranieri, non migranti. Il gruppo italiano di ricerca Demoskopica, in un rapporto relativo agli anni tra il 2010 e il 2014 e pubblicato a novembre 2016, rivela che denunce e arresti hanno interessato in maggioranza gli italiani (61% dei casi), seguiti da romeni (8,6%), marocchini (6%), albanesi (1,9%) e tunisini (1,3%). Anche le vittime sono principalmente donne di nazionalità italiana (68% dei casi), seguite da romene (9,3%) e marocchine (2,7%). La maggioranza invece degli arrivi nel 2017 nelle coste italiane parla invece di persone provenienti da Nigeria (16.317), Bangladesh (8.687), Guinea (8.631) e Costa d’Avorio (7.905).

Secondo l’Istat una donna su 5 in Italia è vittima di violenza sessuale. Il 21% delle donne, oltre 4,5 milioni, ha subito violenza nel corso della propria vita, un milione e 157 mila nelle sue forme più gravi, lo stupro (653mila) e tentato stupro (746mila). E ancora: il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni, 4,3 milioni, è stata vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci. Un crescendo che in una minoranza dei casi, l’1,5%, ha portato a danni seri e permanenti, per strangolamento, ustione, soffocamento. E il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica.

In definitiva, è vero che gli stranieri compiono più stupri degli italiani? Il sito TPI news spiega come vengono conteggiati i reati. Se si considerano i crimini in generale – e non solo i casi di stupro – l‘unico modo che si ha per stimare la quantità di reati commessi è osservare i destinatari di denunce e le persone in carcere, come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) nella sezione fact-checking del suo sito internet. “Dai dati emerge che, a fronte di una presenza di stranieri in Italia equivalente all‘8,3 per cento della popolazione nel 2015, le denunce nei confronti degli stranieri (escludendo quelle a carico di ignoti) erano il 32 per cento del totale, mentre la popolazione carceraria era costituita per il 33 per cento da stranieri”, si legge sul sito.

In altri termini, su mille stranieri presenti sul territorio italiano circa 3,5 sono in carcere, mentre su mille italiani lo 0,6 è detenuto. Sembra dunque che uno straniero abbia una probabilità di essere arrestato di oltre cinque volte superiore rispetto a quella di un italiano. I dati nascondono tuttavia una situazione più complessa: “Mentre stranieri e italiani vengono incarcerati in misura simile per certi tipi di reati violenti, come per esempio le lesioni dolose (5,5 per cento dei reati per entrambe le nazionalità), gli stranieri vengono incarcerati in misura superiore per reati connessi alla produzione e spaccio di stupefacenti (45 per cento contro 36 per cento)”.

Inoltre, l’istituto puntualizza che all‘aumentare dei migranti non sembra aumentare il loro “livello di delinquenza”. Tra 2009 e 2015, a fronte di un aumento del 47% degli stranieri residenti la popolazione carceraria straniera è scesa dal 37% al 33% del totale.

I femmicidi del 2016: 117 vittime della violenza di genere

di Cristina Martini

117 donne uccise per femmicidio nel 2016: dati che parlano chiaro riguardo un problema culturale profondo. Non è “emergenza femminicidio”, come molti la chiamano, ma una costante punta dell’iceberg che sottende molto sommerso, spesso non denunciato per paura, per difesa dei/delle figli/e, per costrizione, per vergogna.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” confermano la trasversalità del fenomeno. È necessaria un’analisi dettagliata dei casi di femmicidio per inquadrarli: è frequente assistere alla diffusione di dati scorretti da parte di mezzi di informazione o inesperti sul tema che etichettano come violenza di genere qualsiasi uccisione di donna, ad esempio gli omicidi per motivi economici o successivi a una rapina.

Nel 2016 le vittime di violenza di genere sono state 117, di cui la maggior parte al Nord (54), seguito poi dal Centro (36), il Sud (20) e le Isole (7). In Veneto i casi di femminicidio sono stati 14: sei a Verona (Mirela Balan, Larisa Elena, Mirella Guth, Alessandra Maffezzoli, Lloara Petronela Uljca, Ines Valenti), tre a Rovigo (Radica Monteanu, Maria Askarov, Miranda Sarto), due a Venezia (Nelly Pagnussat, Emilia Casarin), due a Padova (Mariana Caraus, Lidia Marinello) e uno a Vicenza (Monica De Rossi).

Le donne uccise nel 2016 sono in prevalenza italiane: 84 (il 71,8%); sono straniere nel 28,2% dei casi di femmicidio (33). Le nazionalità delle vittime sono molteplici: rumena (8), ucraina e moldava (5), marocchina, albanese, nigeriana, bulgara (2), americana, serba, brasiliana, dominicana, algerina, peruviana e argentina (1).

Gli uomini colpevoli sono per la maggior parte italiani: 84 (nel 71,8% dei casi), 20 stranieri (il 17,1%; uno di questi è in possesso di doppia cittadinanza, italiana e algerina) e 13 non sono ancora stati identificati oppure le indagini non sono ancora state completate (11,1%). Le loro nazionalità: 5 offender sono rumeni, 3 albanesi, 2 ucraini e tunisini, un senegalese, marocchino, tedesco, serbo, moldavo, paraguayano, pakistano e algerino. Il 90% (18 su 20) dei colpevoli stranieri ha ucciso la propria compagna straniera; solo in due casi (Gisella Purpura e Maria Grazia Cutrone) hanno agito contro una vittima italiana: in entrambi i femmicidi era la loro moglie.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2016” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (22,9%), seguita dai cittadini dell’Albania (9,3%), del Marocco (8,7%), della Cina (5,4%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (57 su 117, il 48,7%), seguite dalle over 60 (35) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (19); le vittime minorenni nel 2016 sono state sei. I casi di femminicidio sono stati agiti in prevalenza con armi compatibili con la realtà domestica: sono 47 le morti (il 40%) provocate da armi da taglio; seguono i delitti compiuti con armi da fuoco (26), per strangolamento (15), con oggetti (11), con il fuoco in cui la vittima è stata bruciata viva (5), per soffocamento (4), con percosse (4), con manomissione del tubo del gas, per annegamento, con auto (1). In due casi vi è stato l’uso di farmaci, tra cui numerose punture di eparina.

Violenza di genere, femminicidio, femmicidio continuano ad essere giustificati da chi li racconta. La ricerca dei click e delle condivisioni soprattutto attraverso i canali social media hanno portato ad una maggior diffusione di messaggi scorretti che, volontariamente o no, confermano stereotipi e pregiudizi già presenti nella cultura del possesso. I racconti emotivi, di spettacolarizzazione e con particolari morbosi attirano i pubblici dipendenti cognitivamente dai media, indirizzandone il pensiero su elementi quali l’amore, la gelosia, la malattia mentale e il raptus, la provocazione e l’occultamento della violenza in diverse modalità.

I dati raccolti parlano invece di casi di violenza perpetrati nel tempo da persone con un legame molto stretto con la vittima, che hanno raggiunto il tragico epilogo dopo segnali e precedenti percosse, intimidazioni, azioni di stalking. Ci parlano di colpevoli che pianificano attentamente l’atto criminoso per costruirsi un alibi, che progettano nei dettagli l’uso dell’arma o infieriscono sul corpo della vittima se lo scopo non viene raggiunto a un primo tentativo.

In merito alla violenza sulle donne e ai racconti di questa, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ha pubblicato un documento decalogo che invita gli operatori del settore dell’informazione – ma i suggerimenti sono consigliati per tutti coloro che si occupano di diffondere dati e notizie in merito – all’uso di un linguaggio corretto scevro da stereotipi e pregiudizi, nel rispetto delle persone coinvolte; a contestualizzare, proponendo statistiche ai propri pubblici, i singoli fatti di cronaca; a utilizzare fonti attendibili e autorevoli, come ad esempio le associazioni che si occupano di violenza di genere e di femminicidio e a identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull’eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

di Cristina Martini

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

di Cristina Martini

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016