Immigrazione e media: il ruolo dei giornalisti nell’informare i cittadini

di Maurizio Corte

Notizie di chiusura”, il sesto rapporto dell’Associazione Carta di Roma,conferma quanto – come gruppo di ricerca ProsMedia – siamo andati studiandone gli ultimi dieci anni sul tema “media e immigrazione”.

Sul tema “migranti e mass media” la stampa italiana – in tutto lo spettro dei media mainstream e dei social media – si rivela essere in continua “emergenza immigrazione”, dice il rapporto della Carta di Roma. Il dato era prevedibile e tale resterà: la classe politica italiana non ha alcuna intenzione di tematizzare in modo strategico la “questione immigrazione”.

Il rapporto dell’Associazione Carta di Roma poi segnala un calo delle notizie sull’immigrazione, nel corso del 2018, in concomitanza con il nuovo governo Lega-Cinque Stelle. Anche questo era prevedibile.

Nel 2011, come ProsMedia, con il governo Monti registrammo un netto calo di notizie sui migranti. Da un lato vi era stato una diminuzione degli sbarchi di cittadini stranieri sulle coste italiane; dall’altro non faceva comodo ad alcun partito politico usare l’immigrazione (e le notizie su cittadini stranieri) come arma di lotta politica.

Può fare comodo al governo ora in carica alimentare l’emergenza degli sbarchi? La risposta è no. Da un lato perché gli sbarchi sono calati. Dall’altro perché nuocerebbe all’immagine di settori del governo far vedere che, nonostante il Decreto Sicurezza e i proclami di fermare le navi dei migranti, il fenomeno non si arresta.

Quello che conviene, sul piano della lotta politica, è proseguire quanto il rapporto “Notizie di chiusura” registra, grazie allo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia sui media. Ovvero l’associazione fra immigrazione e insicurezza, fra immigrazione e criminalità, fra immigrazione e clandestinità.


Quanto al dato della maggiore “voce” concessa sui media ai cittadini stranieri – come rileva il rapporto di Carta di Roma – siamo di fronte a un “falso positivo”. I cittadini immigrati sono comunque rappresentati come vittime di atti di razzismo o di violenza; in ogni caso come un problema. Né come risorse della società, né come cittadini con diritti e doveri.

Un altro elemento interessante di “Notizie di chiusura” è che la televisione mostra un maggiore “allarmismo” e più notizie, rispetto a un tono meno gridato e a meno articoli del giornali (se confrontati con il passato).

Anche qui vi è una spiegazione: è indubbio che una parte importante dell’informazione su carta sia su posizioni anti-governative. Le direzioni di quei giornali ben sanno che l’immigrazione è un’arma politica e si adeguano di conseguenza.


In conclusione, dal rapporto dell’Associazione Carta di Roma emerge poi il ruolo fondamentale di noi giornalisti. Come osserva il suo presidente, Valerio Cataldi: “La ricerca della verità sostanziale dei fatti, con l’uso corretto delle parole e l’obiettività dei numeri sono il solo argine alla costruzione distorta della realtà che gli ‘spaventatori’ ripetono ogni giorno. È una questione di dignità, di credibilità, di sopravvivenza del mestiere di giornalista”.

“Il Washington Post per arginare il presidente Trump che non vuole giornalisti che fanno domande, ma giornalisti che rilanciano i suoi tweet e i suoi messaggi aggressivi, ha proposto di evitare di ripetere le bugie della politica”, fa notare Cataldi. “Evitare di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”.

È necessaria “una riflessione anche nel nostro paese, che Carta di Roma ha rilanciato con un appello ai direttori di giornali e telegiornali”, sottolinea il presidente dell’Associazione, Cataldi. “Le parole possono trasformare la realtà. E la responsabilità è anche, e forse soprattutto, di chi scrive e riproduce quelle parole. Per questo abbiamo deciso di lanciare una campagna sull’uso corretto delle parole”.

La “terapia semantica” – con l’uso attento delle parole – è una delle azioni pratiche del Giornalismo Interculturale, come l’abbiamo delineato – quale gruppo ProsMedia – nel libro“Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale”(Cedam, 2014).

La scelta del linguaggio, assieme a quella dei temi da sottoporre ai lettori,qualifica la professione di giornalista come “mediatore” tra le fonti e il pubblico. Evita che il giornalista divenga il megafono e il servitore di questa o quella fonte, di questa o quella parte politica.

Ecco che la dignità e l’autonomia professionale dei giornalisti passa anche attraverso un trattamento del tema immigrazione che sia corretto, imparziale, preciso nell’uso delle parole e scevro da pregiudizi.

Il ruolo dei giornalisti – come conferma “Notizie di chiusura”, il rapporto dell’Associazione Carta di Roma su “media e immigrazione” – diventa fondamentale in una democrazia. Soprattutto a fronte di un fenomeno strutturale della nostra società, qual è quello dei migranti. E implica un impegno etico e un rispetto della deontologia per evitare – come rileva lo studio di Carta di Roma su Facebook – che l’odio, lo scontro, la discriminazione e tutto il relativo arsenale di offese manipolatorie abbiano la meglio sul dibattito onesto e proficuo.

I profughi nei media: cronaca o stereotipi?

di Laura Beggi

I mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo fondamentale nel panorama multietnico in cui viviamo. Essi veicolano informazioni, conoscenza e attitudini dell’opinione pubblica. Nella stesura della mia tesi di laurea, discussa a novembre 2016 all’Università degli Studi di Verona, intitolata “I profughi nei media: tra razzismo e distorsione mediatica”, ho analizzato i modi in cui l’agenzia Ansa rappresenta i profughi in fuga da guerra, violenza e/o persecuzioni. Ho così verificato quanto questa rappresentazione abbia in comune con la rappresentazione della stessa Ansa nei confronti dei migranti cosiddetti “economici”, quelli che si muovono per migliorare le loro condizioni sociali e cercare lavoro.

L’ipotesi di partenza da cui sono partita si basa sul fatto che l’Ansa non distingue fra migranti economici e profughi. In questo modo, la maggiore agenzia d’informazione italiana ignora i diritti di questi ultimi e trattandoli con gli stessi stereotipi e pregiudizi degli immigrati, sottintendendo e sorvolando sul diritto fondamentale di chiedere rifugio e asilo in uno Stato diverso dal proprio Paese di origine.

Lo scopo della ricerca era quello di confermare o smentire questa ipotesi. Utilizzando il portale online dell’Ansa, ho scelto 20 articoli in riferimento ad un preciso arco temporale (dal primo gennaio 2015 al 31 dicembre 2015), limitandomi al contesto italiano. La scelta si è basata sui servizi giornalistici più significativi, scartando i doppioni: quei servizi che, ricapitolando e approfondendo il notiziario dei dispacci di agenzia, rappresentano l’elaborazione finale delle informazioni dell’Ansa.

Analizzando, poi, il contenuto di ciascun articolo con l’ausilio di un questionario – analisi del contenuto come inchiesta, quindi – ho potuto trarre una serie di conclusioni. Innanzitutto, dall’analisi effettuata risulta che gli articoli dell’Ansa non sottolineano in modo significativo le modalità d’ingresso in Italia (regolare, non regolare) ma, nello stesso tempo, sottintendono il fatto che l’accoglienza dei profughi sia un dovere istituzionale dell’Italia, avendo essa sottoscritto alla Convenzione di Ginevra.

Il più delle volte, l’agenzia Ansa presenta l’,accoglienza come un problema per l’ordine pubblico, come una minaccia addirittura “economica”. In pochi casi l’immigrazione è descritta come una risorsa sociale e culturale, come un’opportunità di arricchimento. La differenza esistente tra profugo e migrante economico si fa, così, sottile e superficiale. Spesso, infatti, nei servizi compare la parola “migrante”, che pur essendo oggettivamente corretta, trattandosi di popoli in movimento, non rappresenta in modo specifico quelle persone che fuggono da guerre, violenze e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Anche un immigrato economico potrebbe essere identificato, in modo corretto, come migrante; senza però distinguerlo dal profugo.

Diventa, allora, molto complicato distinguere chi è migrante economico da chi non lo è; chi lascia la propria terra volontariamente per lunghi (o brevi) periodi, da chi, invece, è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine a causa di guerre sanguinose e gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, l’agenzia di informazione Ansa, nei suoi dispacci presenta soprattutto il punto di vista delle fonti istituzionali, come rilevato peraltro da altre ricerche in passato.

Si può quasi parlare di una comunicazione “a senso unico”: rifugiati, profughi e richiedenti asilo hanno di rado la possibilità di controbattere o di difendersi, in caso di attacchi sui media. Il punto di vista dei migranti non viene quasi mai pubblicato. In questo modo, il pubblico non può venire a conoscenza delle ragioni che hanno spinto migliaia di persone a mettersi nelle mani di trafficanti di persone per lasciare il proprio Stato d’origine.

L’informazione veicolata dall’Ansa non fa quindi conoscere il contesto sociale e politico da cui i profughi provengono. Per avere un’informazione completa sarebbe necessario dare loro questa opportunità di esprimersi: i giornalisti dovrebbero ascoltare i profughi e rivelarne le storie. Il giornalismo di certo non deve nascondere le notizie “scomode”, qualsiasi gruppo essere riguardino. Il giornalismo di qualità ha però il compito di fotografare, valutare e comprendere la società multiculturale in cui viviamo, con i suoi problemi e le sue risorse.
Nel caso dei profughi, dalla mia ricerca posso trarre la conclusione finale che l’agenzia Ansa non tematizza a sufficienza la loro condizione. Non dà ai lettori il modo di conoscerli e di comprenderli. Anziché creare ponti di informazione e di conoscenza, in questo modo alza il rischio dell’incomprensione e del pregiudizio.

foto da: Ansa.it

Profughi, migranti, media e domande scomode

Lorenzetto - L'Arena - 31.01.2016di Maurizio Corte

Sul quotidiano L’Arena di Verona di domenica 31 gennaio il giornalista Stefano Lorenzetto, nella rubrica “Controcronaca”, avanza una richiesta sui cittadini stranieri che sono in Italia come richiedenti asilo: “Vorrei che tutte le settimane il governo mi dicesse quanti profughi – pardon, richiedenti asilo – sono arrivati nella mia città e in quali strutture sono stati alloggiati. Vorrei che mi comunicasse se provengono da Siria, Iraq, Libia e altri teatri di guerra in cui tiranneggia l’Isis o da Paesi più o meno tranquilli, ancorché poveri, del Terzo mondo. Vorrei che mi dettagliasse le uscite per il loro mantenimento, con le singole voci di spesa, inclusi gli eventuali contributi incassati dalle associazioni che si occupano di loro”.

Prosegue poi Lorenzetto: “Vorrei che rendesse noti identità, professione e denunce dei redditi dei benemeriti che hanno messo a disposizione gli edifici dove accoglierli. Vorrei che aggiornasse costantemente il bilancio dell’intera operazione. Vorrei che divulgasse su Internet tutte le fatture e qualsiasi altro documento amministrativo relativo a essa. Vorrei infine che precisasse se le sovvenzioni erogate a chi ospita gli esuli sono esentasse oppure no. Voglio troppo?”.

La richiesta del giornalista Lorenzetto è sacrosanta. Si richiama in sostanza alla trasparenza a cui è tenuta, anche nella comunicazione, la pubblica amministrazione. Quello che ci interessa qui, però, non è la richiesta, condivisibile, di sapere come viene speso il pubblico denaro per i richiedenti asilo. Quello che ci interessa, trattando il tema “media e immigrazione”, è come il giornalismo italiano (e con esso la comunicazione in generale, fiction compresa) tratta il tema dei migranti, siano essi a titolo economico o perché bisognosi di protezione umanitaria.

Lorenzetto ripropone – utilizzando la tecnica dell’interrogazione retorica (quella che sa già la risposta) – convinzioni e posizioni datate del giornalismo italiano: i richiedenti asilo sono dei “fancazzisti”, degli scioperati (per lo più neri e africani) che vivono sulle nostre spalle; sono gente che con la scusa della guerra si è infilata nella fiumana che sta invadendo dall’Africa e dal Medio la civilissima Europa.

Fin qui la “ideologia” che sta dietro l’articolo di Lorenzetto. C’è poi il tema della “agenda degli argomenti” che sostanzia l’articolo sui richiedenti asilo. Il giornalista Lorenzetto, sul tema dei migranti, non pone il problema più importante: “Come mai vi sono così tanti richiedenti asilo? Si tratta solo di fancazzisti infiltrati venuti da Paesi poveri?”.
Lorenzetto non tematizza la causa – le guerre che interessano Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina – che ha scatenato la fuga dall’Africa e dal Medio Oriente. Non pone nemmeno il problema delle condizioni economiche che causano i movimenti migratori; e a chi fanno comodo quelle condizioni e gli sfruttamenti collegati.

Infine, Lorenzetto nel suo articolo su migranti, profughi e richiedenti asilo mostra un altro aspetto dell’agenda di molti giornali italiani: l’assenza di domande non solo sui profughi e su chi vi lucra togliendo risorse per i bisognosi (domande sacrosante), ma anche sugli evasori fiscali che ogni anno privano le casse statali di centinaia di miliardi di euro.
Avrebbe un giornalista come Lorenzetto la decisione nel chiedere ad alcuni soggetti sociali di mostrare la dichiarazione dei redditi e un resoconto dettagliato di come spendono i soldi pubblici ricevuti?

Va infatti ricordato che non pagare le imposte e le tasse vuol dire sottrarre soldi per la sanità, i servizi sociali, l’istruzione, la sicurezza e per chi ha davvero bisogno di aiuto. Un tema – quello dell’evasione fiscale collegata alla carenza di risorse per i bisognosi – mai tematizzato dai giornali italiani. Soprattutto mai trattato da quei giornalisti che si preoccupano di come si spendono gli spiccioli per i migranti; e non si preoccupano di chi sottrae tesori miliardari alla gente comune.

Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio

di Maurizio Corte

Come ci ricordano gli studiosi dell’Analisi Critica del Discorso, le parole utilizzate nei media rivelano una certa ideologia, una visione del mondo e dei valori. Questo vale anche nella rappresentazione che i media danno dell’immigrazione.
È per questo importante che i giornalisti abbiano piena consapevolezza di cosa significhi utilizzare un certo linguaggio anziché un altro. La parola “extracomunitario”, ad esempio, esprime una forma di esclusione dello straniero che non appartiene all’Unione Europea. Continua a leggere “Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio”

Se gli stranieri sono un beneficio per l’Italia

dossierdi Elena Guerra

Per capire il fenomeno migratorio oggi senza considerarlo un’emergenza o un fatto relegato al solo discorso dei richiedente asilo come spesso è rappresentato dai mezzi di comunicazione, anche i numeri servono e una loro analisi attenta e trasversale. Di questo ci parla il Dossier Statistico Immigrazione 2015, redatto dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), col sostegno dei fondi dell’Otto per mille della Chiesa Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi, sui principali dati statistici sull’immigrazione. Un modo per superare la “sindrome da invasione”, capire l’immigrazione economica, le nazionalità più presenti e quanto le nuove generazioni stanno cambiando il volto dell’Italia sempre più interculturale.

Presentato lo scorso giovedì 29 ottobre Roma e in contemporanea in tutte le Regioni e Province Autonome, si è partiti dalla dimensione internazionale ed europea, oggi più che mai utile a collocare il caso italiano all’interno di uno scenario più ampio e articolato, per poi soffermarsi sull’Italia e su quanto accaduto nel corso del 2014: flussi migratori, residenti e soggiornanti, inserimento lavorativo e sociale, discriminazioni e pari opportunità, convivenza interreligiosa.

I migranti forzati nel mondo sono passati in un anno da 52 a 60 milioni. Nei primi nove mesi del 2015 il numero dei rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa – e non dimentichiamo le circa 3000 persone morte in questo tentativo nel 2015 – ha superato le 460mila unità, mentre l’anno scorso erano stati 219mila. Ma l’Italia non è sicuramente tra i paesi che hanno accolto più profughi. I minori e le donne hanno accentuato la loro incidenza (pari, rispettivamente, al 22% e al 53%), a conferma del carattere familiare assunto dalla presenza immigrata.

Per sfatare tanti stereotipi basta leggere alcuni dei punti focali del dossier: i lavoratori immigrati, più che una minaccia per l’occupazione degli italiani, sono un ammortizzatore sociale a loro beneficio: accettano anche lavori non qualificati, sono più disponibili a spostarsi territorialmente, perdono più facilmente il posto di lavoro (sono 466mila i disoccupati a fine 2014). A livello penale l’andamento degli stranieri è più virtuoso rispetto a quello degli italiani: nel periodo 2004- 2013 le denunce contro gli stranieri, nel frattempo raddoppiati, sono diminuite del 6,2%, mentre le denunce contro gli italiani sono aumentate del 28%. In assenza di consistenti politiche di aiuto allo sviluppo, le rimesse degli immigrati sono il sostegno più efficace ai paesi di origine, una vera e propria azione che sostituisce la cosiddetta cooperazione internazionale: 436 miliardi di dollari inviati ai paesi in via di sviluppo a livello mondiale e 5,3 miliardi di euro inviati dall’Italia.

Media e immigrazione: stampa impreparata di fronte all’emergenza profughi

di Maurizio Corte

Media e immigrazione, l’arrivo dei profughi dalle zone di guerra ha messo a dura prova i giornali italiani (stampa, siti web, tv, radio). E ha rivelato i limiti dei media italiani nel rappresentare il fenomeno delle migrazioni, siano essere determinate da motivi umanitari, prodotte dal desiderio di trovare lavoro; oppure siano causate dalla volontà di migliorare lo status economico.

Tre sono i punti critici che i media italiani hanno mostrato, nella calda estate di quest’anno. Tre punti che gli studiosi dei media, come il gruppo di ProsMedia, peraltro ben conoscono. Il primo è il punto critico del linguaggio: i giornali hanno mescolato immigrati, richiedenti asilo, rifugiati, profughi, clandestini e irregolari.

Facendo il lavoro di desk – come giornalista responsabile delle pagine di Interni-Esterni dei quotidiani del Gruppo Athesis (L’Arena, Giornale di Vicenza e BresciaOggi) – e dovendo selezionare e impaginare le notizie (e le foto), ho registrato un elemento: è pressoché impossibile trovare una foto, nel sistema editoriale, se si fa la ricerca con la parola “profugo/i”. E’ molto più facile trovare fotografie con la parola “migranti”, “immigrati” o addirittura clandestino/i.
Eppure, chi nei giornali si occupa di immigrazione, sa bene che i barconi in arrivo dalla Libia sono soprattutto affollati di persone che fuggono dalle zone di guerra.

Il secondo punto critico è la sudditanza e la mancanza di filtro verso i politici. Nel linguaggio e nell’agenda dei giornali, un solo politico – peraltro di un partito che in Italia non raccoglie più del 15-20% dei voti – può far credere che le persone sui barconi sono clandestini. Sono invasori. Sono soggetti pericolosi. E sono soggetti profittatori, a cui sono riservati trattamenti principeschi (hotel, diaria giornaliera, servizi di prim’ordine).

Certo, non è escluso che fra i migranti e i profughi, come fra i cittadini di tutte le comunità, vi siano malintenzionati, soggetti pericolosi e finanche delinquenti. Non è neppure escluso che vi siano stati delle situazioni di privilegio, peraltro date a persone che nella loro vita hanno visto il peggio dell’umanità e della guerra. Questo, però, non giustifica il considerare – senza una seria indagine e senza dati ufficiali – la maggior parte dei migranti come clandestini e come privilegiati.

Il terzo punto critico è la mancata contestualizzazione del fenomeno dei profughi. Pare che le persone che scappano dalle zone di guerra – per non dire di chi scappa da violenza domestica e miseria – appaiano all’improvviso senza avere un passato, una ragione di fuga, un motivo di spinta all’emigrare. Quasi mai i giornali hanno scritto e scrivono i “presupposti” delle migrazioni, siano esse per motivi economici, siano esse per motivi umanitari: la guerra non viene tematizzata; non si dice che l’Europa (Francia e Italia in primis, in Libia, ad esempio) è una grande produttrice e venditrice di armi. E che le armi alimentano le guerre regionali; e che le guerre “producono” i profughi e i migranti.

L’Unione Europea viene chiamata in campo, attraverso le dichiarazioni del politico di turno, solo per tamponare e distribuire i profughi. Non per intervenire alla fonte, nelle zone dell’Africa e del Medio Oriente martoriate dalla violenza, dove occorrono progetti di pace; e progetti di prosperità e di crescita economica e dei diritti.

Che cosa fare per andare oltre gli stereotipi, i pregiudizi e le routines giornalistiche del rapporto fra media e immigrazione? Come lettori, è importante attivare il proprio senso critico: verificare, controllare, analizzare dove portano le parole; quale “ideologia” vi è dietro la scelta linguistica; a quali interessi soggiace un certo giornale, o radio, o tv, o sito web di informazione. Essere, insomma, lettori di qualità. Arrivando a chiudere, anche, la pagina di un sito web (e passare a una migliore), quando si coglie la manipolazione o la superficialità dietro il narrare di certi giornalisti.

Come giornalisti, è importante avere presenti le linee per un giornalismo che sia interculturale; che sia un buon giornalismo. Ecco quindi, la scelta consapevole e corretta delle parole: così come non confondiamo un viceministro con un sottosegretario, o un assessore con un consigliere comunale; occorre evitare di confondere un migrante economico con un profugo, e un profugo o richiedente asilo con un clandestino o irregolare.

Occorre andare oltre: guardare il contesto; avere presente il presupposto di un certo accadimento; porre attenzione alle strumentalizzazioni politiche del nostro mestiere; essere sensibili al ruolo “formativo” (e non solo “informativo”) della stampa quando parla di immigrazione. E’ poi importante interrogarsi sulla “ideologia” a cui facciamo riferimento – esplicitata da noi stessi, a noi presente, oppure implicita e non dichiarata – quando usiamo certe parole, certi temi; quando diamo un certo taglio alla notizia, o quando la accostiamo a un’altra notizia.

La partita in gioco, nel tema del rapporto fra immigrazione e media in Italia, è molto alta. E’ la partita della democrazia; di una stampa libera; di una stampa di qualità; di un sistema dei media al servizio dei lettori e non al servizio di interessi palesi od occulti. E’ la partita della “ideologia”, del sistema di valori che vogliamo testimoniare, come lettori o come giornalisti.

Copeam e l’informazione sull’immigrazione

di Elena Guerra

I media e le emittenti pubbliche influenzano gli spettatori con le loro immagini, attraverso la scelta degli argomenti da trattare e della modalità di rappresentarli. Questo vale anche e soprattutto per il fenomeno dell’immigrazione, troppo spesso associato a temi come sicurezza e terrorismo, mentre ci si dimentica dei problemi umani ed economici dietro le storie dei migranti. Il problema è stato affrontato durante il ventiduesimo incontro della Copeam (Conferenza permanente dell’audiovisivo mediterraneo), tenutosi a Malta a fine marzo. Vi hanno preso parte duecento rappresentanti del settore audiovisivo della regione mediterranea che hanno sottoscritto in modo unanime una risoluzione che invita soprattutto i media di servizio pubblico a lavorare per accrescere la consapevolezza dei drammatici eventi che stanno accadendo alle porte dell’Europa cercando di dare maggiore voce ai migranti e alle loro storie, e di fornire un’informazione corretta e completa sul fenomeno.

Le emittenti pubbliche svolgono un ruolo fondamentale nella vita dei cittadini ed è per questo che non possono esserci omissioni nel loro messaggio. Non si può raccontare solo l’urgenza del fatto di cronaca; è necessario andare in profondità nella notizia rappresentandola in maniera obiettiva senza fermarsi alla fornitura di dati statistici o, nei casi più drammatici, al conteggio delle vittime riconducibili al fenomeno. Dalla Conferenza è emersa inoltre la necessità di cooperazione tra gli attori della comunicazione al fine di diffondere le buone pratiche del giornalismo in particolare tra i media nazionali e quelli locali che, lavorando a più stretto contatto con il territorio, possono fare molto per facilitare la conoscenza e la comprensione dell’Altro. In questo percorso, i cui intenti non si discostano da quelli della Carta di Roma, un ruolo fondamentale lo ricopre la formazione: un giornalista, per svolgere al meglio la sua professione deve costantemente evolversi tenendo il passo con i cambiamenti della società che lo circonda.

Uno degli aspetti più interessanti della Copeam è la partecipazione di operatori dalle due sponde del Mediterraneo. La diversità di approccio a tematiche come quella migratoria e la diversità culturale tra i vari paesi coinvolti costituiscono fonte di arricchimento per i partecipanti e possibilità dell’apertura di nuovi canali di dialogo che potranno favorire un trattamento più adeguato ed approfondito di questi argomenti. Le emittenti egiziane ed algerine ad esempio hanno spiegato alla platea il loro impegno nel mostrare al pubblico cosa accade durante le traversate in mare, al fine di ridurre le partenze e conseguentemente il numero di persone che rischiano la propria vita nel Mediterraneo. Alla Conferenza seguiranno dei programmi (spot, documentari) dedicati all’argomento e capaci di dar voce a migranti e rifugiati delle due sponde del Mediterraneo che saranno realizzati in coproduzione al fine di promuovere concretamente la diffusione di buone pratiche giornalistiche e una reale conoscenza dell’Altro.

In questi giorni si susseguono le notizie sull’ennesima tragedia in mare. I telegiornali Rai in questa occasione si sono sforzati di non appiattirsi sul solo fatto di cronaca e di approfondire la notizia raccontando storie, scandagliando le cause che spingono i migranti a partire e le vicende dei loro paesi d’origine e visitando i centri di accoglienza dislocati su nostro territorio. Tuttavia anche alla luce dei commenti razzisti e xenofobi che emergono tra l’opinione pubblica, si può considerare che il network, come l’intero apparato mediale italiano, abbia ancora una lunga strada da percorrere per diventare un punto di riferimento capace non solo di informare correttamente, ma anche di formare il suo pubblico. Il giornalismo italiano lentamente sta compiendo alcune trasformazioni adottando un linguaggio più rispettoso, nonostante ciò è necessario ancora uno sforzo ulteriore per garantire oggettività nella scelta di immagini, parole e fonti affinché sia garantito il pluralismo e la diversità di opinione e si eviti la diffusione di pregiudizi e stereotipi.

Il progetto migratorio raccontato dai protagonisti della migrazione

Locandina-tmbnl-20140727di Elena Guerra

A differenza del passato, a causa dei fattori strutturali interni ed esterni ai paesi interessati dall’immigrazione, il successo del progetto migratorio è tutt’altro che garantito. E’ una delle novità che emergono dal convegno aperto alla cittadinanza e ad ingresso libero “Il progetto migratorio: successi e insuccessi raccontati dai migranti” in programma a Verona, nella cornice di Villa Buri, domenica 27 luglio dalle ore 09. L’incontro avrà luogo nell’ambito della prima edizione della Giornata della Comunità della Guinea-Bissau, promossa da Asequagui (Associação dos Estudantes Quadros e Amigos da Guiné-Bissau em Itália).

Al dibattito, introdotto dai saluti dell’assessore alle pari opportunità del Comune di Verona, Anna Leso, prenderanno parte lo psicologo sociale Fernando Biague, uno dei primi guineani arrivati in Italia e autore del libro Il progetto migratorio: successi e insuccessi raccontati dai migranti (Ed. A. Weger); Maurizio Corte, giornalista de L’Arena, docente a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, che interverrà su “Il percorso interculturale nell’attuale società multiculturale: il ruolo dei media”; don Giuseppe Mirandola, direttore del Centro Pastorale Immigrati – Migrantes, in “Note sul cammino di integrazione a Verona – L’esperienza del Centro Pastorale Immigrati della Diocesi”. Modera Luca Delponte, giornalista di Radio Verona e Telearena. Dalle ore 14.00 alle ore 23.00, l’evento proseguirà con una festa accompagnata da musica tradizionale e moderna della Guinea-Bissau, con degustazioni di piatti e sapori tipici guineani.

L’associazione Asequagui ONLUS, creata nel 2007, è l’espressione del radicamento della comunità nella città di Verona. Il suo scopo è fornire sostegno ai propri connazionali e nel contempo, interfacciarsi con le Istituzioni e la società civile per promuovere riflessioni e soluzioni che riguardino la vita dei migranti e i processi migratori.

La Carta di Lampedusa

carta di lampedusadi Elena Guerra

La Carta di Lampedusa, approvata il primo febbraio 2014, è un patto che unisce tutte le realtà e le persone che la sottoscrivono nell’impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti, nei modi, nei linguaggi e con le azioni che ogni firmatario/a riterrà opportuno utilizzare e mettere in atto.

La Carta di Lampedusa è il risultato di un processo costituente e di costruzione di un diritto dal basso che si è articolato attraverso l’incontro di molteplici realtà e persone che si sono ritrovate a Lampedusa dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014, dopo la morte di più di 600 donne, uomini e bambini nei naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013, ultimi episodi di un Mediterraneo trasformatosi in cimitero marino per le responsabilità delle politiche di governo e di controllo delle migrazioni.

La Carta di Lampedusa non è una proposta di legge o una richiesta agli stati e ai governi. Da molti anni le politiche di governo e di controllo dei movimenti delle persone, elemento funzionale alle politiche economiche contemporanee, promuovono la disuguaglianza e lo sfruttamento, fenomeni che si sono acuiti nella crisi economica e finanziaria di questi primi anni del nuovo millennio. L’Unione Europea, in particolare, anche attraverso le sue scelte nelle politiche migratorie, sta disegnando una geografia politica, territoriale ed esistenziale per noi del tutto inaccettabile, basata su percorsi di esclusione e confinamento della mobilità, attraverso la separazione tra persone che hanno il diritto di muoversi liberamente e altre che per poterlo fare devono attraversare infiniti ostacoli, non ultimo quello del rischio della propria vita. La Carta di Lampedusa afferma come indispensabile una radicale trasformazione dei rapporti sociali, economici, politici, culturali e giuridici – che caratterizzano l’attuale sistema e che sono a fondamento dell’ingiustizia globale subita da milioni di persone – a partire dalla costruzione di un’alternativa fondata sulla libertà e sulle possibilità di vita di tutte e tutti senza preclusione alcuna che si basi sulla nazionalità, cittadinanza e/o luogo di nascita.

La Carta di Lampedusa si fonda sul riconoscimento che tutte e tutti in quanto esseri umani abitiamo la terra come spazio condiviso e che tale appartenenza comune debba essere rispettata. Le differenze devono essere considerate una ricchezza e una fonte di nuove possibilità e mai strumentalizzate per costruire delle barriere. Continua a leggere su Meltingpot.org.

Primo rapporto su media e minoranze

Logo-Carta-di-Romadi Cristina Martini

Notizie fuori dal ghetto” è il primo Rapporto annuale 2012 presentato dalle associazioni che fanno parte dell’Osservatorio Nazionale Carta di Roma su “Media e minoranze”, svolto dai gruppi di ricerca associati e coordinato dall’Università La Sapienza, facoltà di scienze della Comunicazione. La prima parte del lavoro è stata curata dai vincitori del bando di ricerca che l’Associazione Carta di Roma ha promosso di concerto con la rete Universitaria e ci propone da un lato una fotografia della rappresentazione della migrazione e delle minoranze nella stampa italiana e dall’altra un approfondimento sulla rappresentazione delle donne migranti nell’informazione televisiva. La seconda parte ospita estratti di ricerche svolte da dipartimenti universitari e da organizzazioni attive nella rete Carta di Roma, mentre la terza raccoglie le riflessioni su due ambiti specifici di grande interesse e attualità per l’associazione: la legislazione italiana sull’hate speech (i discorsi di odio) e la formazione dei giornalisti.

Come anticipato ProsMedia ha curato la parte di analisi e ricerca nei lanci Ansa nel capitolo su “Cronaca e criminalità: i delitti dei media” e nel capitolo “Il femminicidio”. Il primo ha mirato a ricostruire l’agenda dell’Ansa nel periodo 1 gennaio – 7 dicembre 2012, nei primi sette giorni dei dodici mesi, rivolgendo l’attenzione all’individuazione delle notizie rilevanti, cioè relative al tema immigrazione, al tema sicurezza ed alla cronaca nera e giudiziaria. Le notizie considerate rilevanti rispetto ai fini dell’analisi sono state 174, il che corrisponde al 23,4% del totale delle notizie analizzate. La cronaca è l’argomento in assoluto predominante. Suddividendo le notizie di cronaca rispetto ai protagonisti, 167 (il 95,9% del totale) hanno avuto come protagonisti persone italiane o non identificate, mentre 28 notizie persone straniere (il 16%). Infine, 2 resoconti, l’1,1% dei lanci totali, si sono occupati del tema immigrazione e nessuno dei titoli in prima pagina, della sicurezza. Una tendenza che riflette il modus operandi del governo tecnico attraverso l’anno 2012, poco incline a parlare di migranti.

Il secondo capitolo curato da Prosmedia, “Il femminicidio” è stato condotto e realizzato da Cristina Martini, attraverso la raccolta dei dati relativi ai 124 casi di femminicidio del 2012, catalogando vittime, colpevoli, armi del delitto, modalità di esecuzione e numero di lanci dell’agenzia di stampa Ansa usciti per ciascun omicidio; la costruzione di un questionario a risposte multiple che permettesse di rilevare i dati relativi alla rappresentazione dei protagonisti dei femminicidi, utilizzato per analizzare quattro casi emblematici appartenenti alle seguenti categorie: vittima e colpevole entrambi italiani; vittima italiana e colpevole straniero; vittima straniera con colpevole italiano; vittima e colpevole entrambi stranieri. Con l’ausilio del software Taltac2, che si occupa di analisi statistica lessicale e testuale, è stato poi possibile approfondire la ricerca analizzando il linguaggio con cui i lanci di agenzia hanno descritto i diversi casi presi in esame.