Femmicidi nei media

Titoli ProsMediadi Cristina Martini

Sono 115 donne uccise da uomini violenti, nella quasi totalità dell’ambiente familiare. Questo è uno dei risultati della ricerca curata da Cristina Martini, del gruppo di analisi dei media ProsMedia, dell’Università degli Studi di Verona, dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. I dati sono stati presentati al convegno “Uomo e donna: quale disagio?”, organizzato dall’associazione Donne Insieme tenutosi a Villafranca di Verona il 30 novembre scorso. L’intervento è stato introdotto da Maurizio Corte, giornalista del quotidiano L’Arena e professore a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, che ha parlato di come vittime e carnefici vengono presentati rappresentati dai media.

Da un lavoro di catalogazione di tutte le donne decedute a causa di violenza di genere è stato possibile ottenere dati statistici su vittime, colpevoli, relazione tra i soggetti, armi del delitto e modalità di uccisione e su quanti lanci dell’agenzia Ansa sono stati dedicati ai singoli casi. Le vittime italiane sono 81 (il 70,4%) mentre le straniere 34 (29,6%). Tra queste ultime le nazionalità più ricorrenti sono rumena, ucraina e albanese. I colpevoli italiani sono per il 74% italiani (84 uomini e una donna: nel 2013 c’è anche un caso di femmicidio in una coppia lesbica) e 24 stranieri, il 20,8%. Le nazionalità più frequenti sono rumena ed albanese. I colpevoli non ancora identificati sono 6, il 5,2%.

Nel 2012 dei 124 casi di femmicidio solo l’8% (10) sono finiti in prima pagina Ansa delle 19. Nel 2013 su 105 casi (fino al 31 ottobre) viene data rilevanza a 26 casi. Dal primo maggio il femmicidio inizia ad essere presente nella cronaca, comparendo in prima pagina Ansa con 6 casi nella settimana successiva al delitto. I media rimandano spesso alle condizioni climatiche per giustificare la violenza di genere: “L’ha uccisa per il caldo”. Non sembra essere così dai dati statistici: la maggior parte dei femminicidi avviene a maggio (17 vittime); seguono giugno e settembre con 14 casi, 12 a luglio e ottobre, 11 a marzo, 10 a gennaio e aprile, 8 a febbraio e 7 in agosto (il mese estivo per eccellenza).

La ricerca comprende anche l’analisi di quattro casi emblematici che hanno avuto particolare rilevanza  per numero di lanci Ansa a loro dedicati: il caso di Lucia Bellucci (vittima italiana e colpevole italiano; Ilaria Leone (con colpevole straniero). L’omicidio Sandita Munteanu (vittima ed omicida entrambi stranieri) ed il caso di Marilia Rodrigues Silva Martins. Con l’uso di un software per l’analisi quantitativa statistica lessicale e testuale, è stato possibile risalire alla frequenza delle forme grafiche (parole) presenti nei lanci di agenzia relativi ai quattro casi e studiare l’utilizzo degli aggettivi e le citazioni presenti nei testi (virgolettati di chi viene interpellato).

È importante avere consapevolezza della rappresentazione della violenza sulle donne data dai media e studiare come questi utilizzano il linguaggio per descrivere i femmicidi. Le parole usate danno ai lettori la chiave di interpretazione: i giornali, i media costruiscono l’enciclopedia della nostra conoscenza, come direbbe Umberto Eco. Quell’enciclopedia, quella competenza che ci fa dire che un uomo ha ucciso durante un “raptus” o che un ragazzo ha rapito la fidanzata per amore o che un fidanzato abbandonato perseguita l’ex compagna per “passione”, non perché è uno stalker.

I media offrono strumenti per discutere, definire le situazioni, leggere ed interpretare gli eventi. È nella costruzione dei significati, che noi possiamo rappresentarci l’avvocato che uccide l’ex fidanzata come “un brillante professionista di bell’aspetto che leggeva Kant”, come “un ex-fidanzato che amava alla follia la donnaccia che l’ha respinto”, come un “omicida in preda a un eccesso d’ira” o un “assassino lucido che, grazie anche alle sue competenze in materia legale, ha premeditato tanto bene un omicidio tanto bene da tentare di ottenere la seminfermità mentale e cavarsela con qualche anno di carcere”.

Sapere come agiscono i media, permette alle associazioni che si battono contro la violenza sulle donne di intervenire nel dibattito pubblico; di dare una propria lettura e di avanzare delle proposte che si traducano in atti concreti. “Se conosci i media li puoi usare in positivo, anziché esserne usato”.

Chiarimento sulla parola “femminicidio”

art fem agostodi Cristina Martini

Si parla di femminicidio quando un omicidio è compiuto da un uomo per motivi di genere, quando cioè uccide una donna in quanto tale. Secondo le donne del blog collettivo Femminismo a sud  si chiama femminicidio quando è l’uomo ad uccidere: strangolando, martellando, dando fuoco, facendo a pezzi, precipitando da un balcone, una donna. Per Marcela Lagarde, antropologa e parlamentare messicana, il femminicidio sta a indicare la matrice comune di ogni forma di violenza di genere, che annulla la donna non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in quella psicologica e sociale.

Questa definizione sembra sfuggire in questi giorni di “conte”. Abbiamo dato anche noi l’elenco delle 105 donne uccise tra il 1 gennaio e il 31 ottobre 2013 e non ci convincevano i dati diffusi da molte testate che in questi giorni hanno parlato della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne svoltasi il 25 novembre scorso. Siamo andate a fondo e abbiamo trovato elenchi sballati, oltre le 120 vittime, ma che comprendevano omicidi per motivi economici, per rapina, per delinquenza. Non possono essere inseriti all’interno dell’elenco dei femmicidi in quanto il movente non è lo stesso. Una precisazione che sentivamo di fare, per scalfire troppi stereotipi nell’informazione italiana, per trattare le informazioni non in modo fuorviante, per non far perdere al lettore il problema fondamentale: trattare queste morti con le giuste parole, per non attenuare la responsabilità, per cambiare l’ottica sia giuridica che culturale.

Comunicazione digitale ed espressione personale

cop sociologia dei media“Internet non costruisce rapporti sociali intesi come un mondo altro rispetto alla vita reale, al contrario consente la crescita di contatti personali e relazionali, incentivandoli”. Questa affermazione di Centorrino-Romeo, in Sociologia dei media (Franco Angeli editore, 2012), ci richiama all’importanza della comunicazione interpersonale nell’era digitale. La comunicazione digitale segna allora il trionfo, per certi aspetti, del raccontarsi in prima persona, del comunicare individuale e personale; spesso autobiografico.

E’ una rivoluzione copernicana rispetto all’era dei mass media. Nei mass media i messaggi sono costruiti da organizzazioni professionali a ciò dedicate (redazioni, produzioni di fiction, organizzazioni di spettacoli tv). I messaggi massmediali sono poi inviati a una massa di spettatori che nello stesso tempo e in luoghi separati ricevono un identico contenuti mediatico.

Con il proliferare dei canali televisivi, il pubblico ha comunque continuato a essere organizzato in gruppi passivi di audience: un’audience non collegata al suo interno, senza voce in capitolo, impossibilitata a interagire con i produttori di contenuti, con i giornalisti o gli sceneggiatori e con gli altri spettatori. L’accesso alla creazione artistica era impossibile ai più e riservata solo a ristrettissime élite.

La comunicazione digitale ha semplificato l’accesso all’informazione e alla produzione mediale. Le tecnologie digitali hanno ridotto le dimensioni delle apparecchiature e hanno reso di facile utilizzo videocamere e fotocamere. Ricordo quando, negli anni settanta, con un paio di amici realizzavo film in pellicola Super-8. Occorreva una cinepresa di qualità per le riprese filmiche: una singola bobina durava 2 minuti e mezzo.
Il montaggio veniva fatto con una moviola e su un solo esemplare di pellicola, dato che il Super-8 non aveva il negativo. La proiezione era possibile grazie a macchine da proiezione delicate. Chi era capace e se lo poteva permettere, faceva il doppiaggio e trasferiva il suono (parlato, rumori e musica) dal registratore a nastro alla sottile striscia del sono impressa sulla pellicola. Ricordo che un film a soggetto di 30 minuti, in Super-8, ci costò l’equivalente attuale di 2mila euro (in sola pellicola) e mesi di lavoro, dopo le riprese.

La digitalizzazione e miniaturizzazione dei media ha reso possibile realizzare film di alta qualità fotografica e audio, in poco tempo e con una spesa vicina allo zero. Mentre i “canali social” come Youtube hanno reso possibile la diffusione rapida delle produzioni mediali a un pubblico in potenza illimitato. Quel nostro film ebbe, negli anni, poche centinaia di spettatori: spesso entusiasti, ma… di numero ridotto. In pochi giorni, su Youtube, c’è la possibilità di decuplicare il numero di quei nostri spettatori, se il film piace e invoglia a condividerlo.

L’accesso ai media in un modo così semplice e rapido consente una maggiore espressione individuale dei contenuti e dei talenti. Se un film in Super-8 di una certa complessità richiedeva un gruppo di lavoro; una produzione video digitale attuale può essere fatta in solitudine. Le occasioni di espressione personale si sono moltiplicate. L’era dell’accesso alla produzione comunicativa permette a tutti di far sentire la propria voce. E questa è una chance che negli “affollati anni settanta” noi, ragazzi di allora, non avevamo.

Il Papa, l’immigrazione e l’indifferenza dei media

di Elena Guerra

La visita di Papa Francesco a Lampedusa ha avuto la forza di rompere l’agenda solita dei media. Un’agenda estiva sui migranti, che parla solo di sbarchi, di “emergenza immigrazione”, di “isola al collasso”. Un’agenda che è così da molti anni, facendo andare di pari passo l’attenzione all’immigrazione con l’aumento degli arrivi a Lampedusa.

Papa Francesco ha avuto il coraggio di porre sotto una luce diversa il tema dell’immigrazione. Ha così costretto i media a rilanciare le sue dure e forti parole: ha parlato di “anestesia del cuore”, di “globalizzazione dell’indifferenza”. Francesco, nell’omelia della messa a Lampedusa davanti a migliaia di migranti, ha sottolineato di aver saputo proprio dai giornali delle migliaia di morti nelle traversate della speranza.

La visita del Papa nell’isola dove approdano i migranti deve essere un monito per tutti. Non soltanto per le autorità pubbliche; non soltanto per i colossi economici che vivono di indifferenza; non soltanto per chi è impegnato sul fronte dell’immigrazione. Deve essere un monito anche e soprattutto per i giornalisti e gli operatori dei media.

Compito dei giornali è dare conto dei cambiamenti della società. E’ dare notizia dei piccoli e grandi movimenti che modificano le strutture e il vivere sociale. Ma è compito dei giornali e dei media in generale quello di rispettare la dignità della persona; di dare voce ai migranti che voce non hanno; di condannare i rigurgiti di razzismo; di frantumare la “globalizzazione dell’indifferenza” di cui ha parlato il Papa.

La “Carta di Roma” – il protocollo deontologico sull’informazione che riguarda migranti, rifugiati, richiedenti asilo e vittime della tratta – è un passo avanti importante per i media italiani. I risultati si vedono. Ma molto lavoro resta ancora da fare. A cominciare dal “rompere l’agenda” dei media, dal cambiarne i contenuti e il linguaggio, in modo da arrivare a un giornalismo rispettoso della diversità.

Basta con la parola “clandestino”

di Elena Guerra

Raccogliendo la sollecitazione di Carta di Roma e la storica battaglia condotta dalla presidente Laura Boldrini, l’agenzia Adnkronos annuncia che i suoi lanci non conterranno più la parola “clandestino” riferita alle persone immigrate. Faranno eccezione solo le eventuali dichiarazioni contenute in comunicati stampa e riportate tra virgolette. Anche nella trascrizione delle interviste e delle dichiarazioni raccolte, la parola “clandestino” sarà evitata, a meno che essa non sia ritenuta indispensabile-opportuna per chiarire il pensiero dell’intervistato o per riprodurre fedelmente il linguaggio dello stesso.

Al posto di “clandestino” saranno usati di volta in volta i termini più adeguati al contesto delle singole notizie, come irregolare, migrante, immigrato, rifugiato, richiedente asilo, persona, cittadino, lavoratore, giovane, donna, uomo, secondo quanto indicato dal glossario e dalle Linee guida della Carta di Roma stessa.

L’annuncio viene dato dal direttore dell’agenzia di stampa, Giuseppe Pasquale Marra, che dichiara: «L’uso di un linguaggio corretto è sempre importante per un’agenzia di stampa, ma lo è ancora di più quando si tratta di fenomeni, come l’immigrazione su cui è facile alimentare paura, xenofobia e razzismo. Ogni giornalista in questo dovrebbe fare la propria parte».

La scelta dell’agenzia Adnkronos di non utilizzare più la parola “clandestino” è un segnale importante nella crescita di un giornalismo attento al tema “media e immigrazione”. Non è solo una scelta linguistica in linea con gli inviti e le raccomandazioni della Carta di Roma, ma è anche la dimostrazione di una sensibilità al lavoro di mediazione fra fonti e lettori che è proprio del giornalismo. Un giornalista autonomo dai poteri di ogni colore e natura, un giornalista indipendente nei giudizi e informato sui fatti non può piegare il proprio lessico a quanto dicono e vogliono le fonti.

La mediazione giornalistica passa anche attraverso la rivendicazione di un approccio linguistico che svincoli le notizie dalle fonti interessate: là dove il giornalismo – come nel tema “media e immigrazione” – fa propri i contenuti della Carta di Roma dimostra di avere a cuore un’informazione autorevole, di qualità. Un’informazione che legittima ancor più la professione e la professionalità giornalistica in un panorama mediatico caratterizzato dai nuovi media e dalla formidabile concorrenza dei blog.

Come ProsMedia ha sempre rilevato nelle sue ricerche sull’agenzia Ansa, le scelte linguistiche e tematiche delle agenzie di stampa hanno un forte potere di agenda sui giornali, i siti web di informazione, le tv e le radio. È un traguardo in più, conquistato da chi da anni si batte per un sistema dei media rispettoso delle persone, delle differenti culture e che rifugge ogni strumentalizzazione politica.

I giornali e la triste fine del ragazzino etiope

di Maurizio Corte

Nella lettura dei servizi giornalistici sul caso del ragazzino etiope che alcuni giorni fa si è ucciso a 14 anni, possiamo ritrovare le insufficienze, le letture parziali, gli stereotipi che caratterizzano anche l’informazione sui migranti di origine straniera. Un’’informazione che studio assieme al mio gruppo di analisi interculturale dei media (www.prosmedia.org) all’Università di Verona. C’è innanzi tutto l’’idea radicata che l’’Africa non sia un continente composito, ma una “nazione”, un monolite. Molti articoli pubblicati sulla vicenda hanno usato l’’espressione “sognava l’’Africa”, che a dire il vero è solo l’’espressione del sentire di qualche occidentale che si è innamorato di una qualche parte di quel continente. Useremmo mai l’’espressione “sognare l’’Europa”? Se un ragazzino tedesco, un italiano o in francese dovessero scappare dall’’Australia o dagli Stati Uniti dove ’è stato adottato, i giornali di quelle aree userebbero forse l’’espressione “ragazzino europeo” e “nostalgia dell’’Europa”? Scriverebbero mai che è morto inseguendo il suo sogno europeo? Ne dubito. E’’ stata data insomma una lettura “mitica” del suo malessere. Il dolore, i problemi di integrazione, la difficoltà di relazione e tutto quanto può esservi in una morte così violenta (l’’impiccagione) anche a livello comunicativo, sono stati letti con la lente occidentale del “sogno africano”. Una lente per la quale l’’Etiopia o la Nigeria, il Mozambico piuttosto che l’’Algeria non sono luoghi precisi, ma sono un’’indistinta “Africa”.

La seconda annotazione che mi sento di fare riguarda il ritratto del ragazzino etiope. Come per l’’informazione sui migranti, quando l’’Altro straniero è bambino (o donna incinta o anziano malato), allora l’informazione assume i toni e l’inquadratura della compassione. E’ un dolore compassionevole quello che possiamo rintracciare negli articoli di giornale sul ragazzino etiope adottato. La compassione per un “bravo ragazzo”, studioso, atleta, che serviva pure a messa. Se quel ragazzo etiope fosse stato più grande di 4-5 anni e avesse commesso un reato (una “rapina in villa”, ad esempio), avremmo potuto rintracciare nei servizi giornalistici il ritratto del “criminale straniero”, dell’’africano minaccioso che ritroviamo nel manifesto razzista di un candidato consigliere regionale della Lega Nord in Lombardia. Il taglio narrativo “compassionevole” per il ragazzino adottivo lo ritroviamo esteso all’’ambiente che lo ha circondato. Qualche giornalista ha insistito sull’’amore da cui il ragazzino era circondato, sulle buone relazioni con i compagni, sulla famiglia adottiva che gli aveva offerto agi e affetto. Insomma, dal mito del sogno africano al mito del paradiso terrestre europeo.

Solo l’’articolo di Bossi Fedrigotti, sul Corriere della Sera, pone l’’interrogativo sull’’accettazione del ragazzino etiope da parte dei compagni di scuola e dell’’ambiente in cui viveva. Anche qui abbiamo, però, la lettura del tragico evento attraverso una “lente africana”: il dolore e i problemi di cui soffriva il ragazzo sono visti come conseguenza della sua alterità, con particolare riguardo al fatto di essere (ancora una volta) “africano”. Non vi è un’’analisi attenta del caso, ma solo la lettura sotto una certa angolazione: eppure bastavano tre telefonate a tre conoscitori/operatori del settore per andare oltre lo “stereotipo africano” e il sogno della terra natìa. Il ragazzino etiope è stato insomma inquadrato dai media sì come ragazzino adottato, ma soprattutto come “africano strappato alle sue radici”. Non vi è stata una piena comprensione e uno scavo dell’’evento tragico, ma il suo inquadramento entro una certa cornice interpretativa (il “frame” di cui parla il sociologo Erving Goffman) che poco ci aiuta a capire. E che anzi ci incanala in un vicolo che non ha finestre sul mondo e sulla vita vera.

E’’ un limite del giornalismo italiano – stando alle ricerche su “media e diversità culturale” che conduciamo come ProsMedia – il non saper scavare, il non saper andare nel profondo. Il giornalismo italiano si porta dietro, per motivi che sarebbe lungo spiegare, un’’abitudine di lavoro e di espressione “paraletterarie”: la passione per il racconto (per lo “storytelling”, per usare un’’espressione che va per la maggiore adesso), per il “bello scrivere” e le sue suggestioni narrative si impone sull’’analisi attenta, informata, rigorosa. Questa volta a farne le spese è stato un ragazzino adottivo che si è ucciso. La prossima volta sarà un adulto adottivo che commette qualche altra infrazione alle regole. Si badi bene, però: non è solo il mondo dell’’adozione, con le sue problematiche, a non essere capito dai media italiani e dai suoi operatori (giornalisti, blogger d’informazione, fotoreporter eccetera); è un po’ tutta la società a non essere tematizzata in modo serio e attento dai mass media. Un po’’ per loro limiti strutturali, legati alle routine professionali; molto per la scarsa formazione dei giornalisti. Questo ho riscontrato con il mio lavoro di ricerca da 15 anni in qua; e questo mi sento di affermare anche nel caso del ragazzino che si è tolto la vita. Sulla vicenda va segnalato il post offerto, e i relativi commenti anche del sottoscritto, del blog http://ilpostadozione.wordpress.com/

Elezioni e immigrazione

di Maurizio Corte

“Il tema della migrazione torni all’attenzione del Parlamento”. Lo ha dichiarato Laura Boldrini, ex portavoce dell’Onu per i rifugiati e oggi candidata nelle liste di Sinistra Ecologia Libertà per le prossime politiche, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che ricorre il 14 gennaio.  “Si parta con la riforma della legge sulla cittadinanza”, ha proseguito Boldrini, «in modo da consentire l’inclusione di chi nasce, vive, studia e lavora in Italia.  Ma va modificato anche l’intero impianto della normativa in materia di immigrazione, basato sulla criminalizzazione dei migranti”.

La richiesta di Laura Boldrini sul tema immigrazione è sacrosanta. Il problema che ci dobbiamo porre come giornalisti e come studiosi dei media è di non ricadere ancora in un tipo di informazione pregiudiziale e discriminatoria. A preoccupare non sono tanto i soliti giornali che sono al servizio del politico di turno e che supportano il lavoro degli “imprenditori della paura” e dei razzisti. Preoccupano i giornali, qualcuno anche “progressista”, che sfruttano notizie incontrollate, posizioni discriminatorie e letture superficiali per tentare di fare audience. Un’audience sulla pelle degli immigrati e dello “straniero”, rinunciando al giornalismo interculturale.

La “Carta di Roma” resta per noi giornalisti un punto di riferimento imprescindibile quando parliamo di immigrazione e di persone immigrate. Dobbiamo essere attenti e scrupolosi nella scelta delle parole, nel trattamento dei temi, nel nostro aggiornamento come professionisti. Dobbiamo stare attenti  anche a non farci fagocitare dalla fretta e dalle solite routines professionali.  La superficialità e l’inevitabile distorsione, verso cui certo giornalismo tende a portarci, non sono alibi credibili.

Come giornalisti non possiamo nasconderci dietro paraventi deboli per non ammettere che abdichiamo al nostro lavoro di “mediatori” fra la realtà dei fatti (o fra le agenzie, i testimoni e i colleghi che ce li raccontano) e il lettore. A questo proposito, l’insegnamento di Sergio Lepri (Professione giornalista) sul nostro ruolo di intermediari, a cui non possiamo/dobbiamo rinunciare, è quanto mai attuale. E’ un insegnamento, come dimostra la “Carta di Roma”, che vale anche e soprattutto nella società multiculturale.

Rinunciare al nostro compito di mediazione e violare la “Carta di Roma” – il protocollo deontologico dei giornalisti – significa condannare la nostra professione a non essere necessaria. Invece, nell’era digitale, dei new media che spingono le notizie sulla pista più rapida di accelerazione, è importante un atteggiamento professionale corretto: correttezza nell’uso delle parole (migrante, rifugiato, vittima della tratta, richiedente asilo) e disponibilità a mettere in pratica un giornalismo che sia interculturale.

Media e violenza: la strage di Denver

di Maurizio Corte

La strage di Denver, in Colorado, ripropone il ricorrente tema del rapporto fra media e violenza. Un giovane, James Holmes, travestito da “Flagello”, il cattivo della saga cinematografica di Batman, entra nella sala di proiezione, fra la gente vestita come i personaggi del film, e si mette a sparare e a seminare morte. Quanto il messaggio mediale ha influito sull’autore della carneficina.

Diciamo innanzi tutto che – secondo le categorie della Psicologia Investigativa del professore inglese David Canter – Holmes sembra impersonare la figura dell’eroe. Ovvero di colui che compie la grande impresa della sua vita: identificarsi col cattivo della finzione cinematografica e avere un posto nella Storia. Un posto come eroe crudele e cattivo.

Che ruolo hanno i media in questa costruzione dell’eroe nella mente del giovane killer del Colorado? Secondo la teoria degli effetti limitati, non basta rappresentare la violenza nei media per indurre gli spettatori a diventare violenti. Ogni messaggio viene mediato dalla personalità, dalle relazioni socio-culturali, dallo status sociale, dalla cultura dello spettatore.

A questo va aggiunto, che oggi dobbiamo parlare di media a 360 gradi, comprendendo sia i media tradizionali (radio, tv, stampa, cinema) sia i nuovi media “relazionali” (i social media, per intenderci: da Facebook a Youtube).

Lo studioso Joseph Klapper (1959) distingue, nei media, un effetto di rafforzamento da un effetto di conversione. Nel primo caso, l’attore – sotto l’effetto dei media – cambia completamente il suo comportamento, vale a dire si converte. Nel secondo caso, l’effetto della comunicazione è quello di rafforzare atteggiamenti e comportamenti già esistenti nella mente dell’attore: atteggiamenti e comportamenti a cui era predisposto. In sostanza, i media rafforzerebbero convinzioni preesistenti ma difficilmente farebbero cambiare agli individui le proprie convinzioni, non in maniera radicale. L’effetto di conversione si verificherebbe solo in casi molto particolari.

Il problema della violenza nei media è allora quello di attivare o rafforzare spinte interiori o progetti personali di violenza. Detto così, sembrerebbe facile trovare una soluzione: basta ridurre il livello di violenza nei media. Una proposta nobile, specie se si dovesse accompagnare a un aumento della qualità culturale e artistica (bassa) di molti contenuti dei media.

Una proposta di difficile attuazione, specie nell’era della comunicazione globale e dei nuovi media di massa. Una soluzione più efficace è quella dell’educazione ai media: dell’insegnare a distinguere fra sentimenti indotti dai media e sentimenti personali autentici, fra quanto ci viene proposto dall’esterno e quanto è nella nostra anima. Saper smontare il meccanismo sottilmente persuasivo dei media è il primo passo per non diventare degli emulatori del “cattivo” dei film. Non saremo immuni da influenze e sollecitazioni, ma ne saremo almeno consapevoli.

Foto Il Post

Giornalismo ed etica in Europa

di Elena Guerra

Tra le tante attività il Progetto Mediva ricerca pubblicazioni legate alla rappresentazione nei media di migranti che potrebbero essere soggetti a discriminazione o ad una cultura ostile  dei media. A questo scopo  sono stati esaminati diversi codici di buone prassi o di etica destinati ai giornalisti dei 27 Stati membro dell’UE, nei quali sono stati evidenziate importanti norme di “non discriminazione”.

Come per esempio in Austria il Codice di Etica per la Stampa Austriaca in cui è vietata qualsiasi forma di discriminazione per ragioni di etnia, religione, nazionalità, sesso o per qualsiasi altra ragione (Art. 5.5). In Belgio il Codice dei Principi dei Giornalisti ricorda che la stampa riconosce e rispetta la diversità di opinione, difende la libertà di pubblicazione dei diversi punti di vista. Si oppone a qualsiasi forma di discriminazione basata sul sesso, etnia, nazionalità, lingua, religione, ideologia, cultura, classe e tutte quelle opinioni in contrapposizione con i principi fondamentali dei diritti umani (Art. 4).

In Bulgaria il Codice Etico dei Media Bulgari mette in evidenza che i giornalisti non dovrebbero far riferimento alla etnia, al colore, alla religione, all’origine etnica, all’orientamento sessuale, alla condizione mentale e fisica di una persona se non assolutamente importante al fine della comprensione della notizia (Art. 2.5.2). A Cipro il Codice di Pratica Giornalistica ricorda che i media evitano ogni riferimento diretto o non a persone che contenga elementi di pregiudizio sulla base della etnia, colore, lingua, religione, convinzione politica o altro, sull’origine nazionale o sociale, età o altro status, incluso malattie o invalidità mentali o fisiche (Art. 12 Discriminazione).

Nella Repubblica Ceca il Codice di Etica dei Giornalisti ricorda che i giornalisti non devono creare o formare soggetti in modo tale da stimolare forme di discriminazioni di etnia, colore della pelle, religione, genere o orientamento sessuale (Art. 3). In Finlandia per le Linee Guida per i Giornalisti la dignità umana di ogni persona deve essere rispettata. L’origine etnica, la nazionalità, il sesso, l’orientamento sessuale, le convinzioni o altre caratteristiche personali non devono essere presentate in maniera impropria o denigratoria (Art. 26). Rimandiamo al seguente link dove sono consultabili tutte le pubblicazioni deontologiche di buone prassi  per la professione dei giornalisti divise per nazioni.