Femminicidio: il killer parla, la vittima tace

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di mercoledì 31 maggio, nella home page del sito, si ripete la solita rappresentazione del dramma mediatico che accompagna i femminicidi. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva a Roma dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni. L’agenzia Ansa in una prima versione titola la notizia spiegando la ragione del gesto criminale, e in questo giustificandola. Dà la parola all’assassino, che parla attraverso l’avvocato il quale, è ovvio, cerca di evitare la massima pena al proprio cliente: “Aveva un altro, l’ho uccisa”, leggiamo nel titolo.

Femminicidio -In una seconda versione della notizia, sempre sul sito dell’Ansa, è ancora l’assassino, Vincenzo Paduano, a parlare, attraverso il suo portavoce, l’avvocato: “Il killer dal carcere: ho paura”. Tanto che ci dovremmo preoccupare per lui, anziché preoccuparci per la vittima e per le donne maltrattate, violentate, ridotte a oggetto e uccise. A corredo di entrambi i titoli, la foto – che, visto il dramma, trovo di cattivo gusto – dei due ex-fidanzati assieme, sorridenti. Quella foto, infatti, appartiene a un passato che Sara non voleva più, avendo inteso la violenza e la gelosia possessiva di Vincenzo Paduano; e comunque avendo deciso per un altro modo di vivere e di amare.

Sui giornali, come sull’Ansa, si sono poi scritti articoli sulla indifferenza degli automobilisti che avrebbero visto Sara Di Pietrantonio in pericolo di vita, prima che si compiesse il femminicidio: l’ex fidanzato, dopo averla cosparsa di alcol, le ha dato fuoco. Al di là del merito delle considerazioni su quel comportamento di chi poteva aiutare Sara, merita sottolineare come si siano voluti tematizzare da un lato la gelosia e l’abbandono di cui sarebbe stato “vittima” l’assassino; e dall’altro lato, l’indifferenza della gente, come se fosse questa indifferenza ad avere condannato a morte Sara Di Pietrantonio.

La rappresentazione mediatica di questo altro caso di femminicidio ci dice che, ancora una volta, le vittime non hanno voce, mentre gli assassini possono parlare attraverso i loro avvocati. I killer possono così tentare di smorzare la motivazione violenta, possessiva e annientante che sta dietro l’omicidio. La rappresentazione mediatica dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, però, ci dice anche che i media non tematizzano le ragioni “culturali” che stanno dietro il femminicidio. In questo modo, non denunciano la cultura della violenza che lo ispira, al di là delle ragioni personali che portano un uomo a uccidere la sua ex compagna.

Osservatorio sul femmicidio aggiornato al 31 giugno 2016 compreso.

Bruxelles, i media e il terrorismo islamista

di Maurizio Corte

Gli attacchi terroristici di Bruxelles, con bombe alla metropolitana e all’aeroporto Zaventem, hanno portato i media italiani a dare una rappresentazione prevedibile degli esiti del terrorismo islamista: la cronaca degli eventi, con luoghi e informazioni; il ritratto delle vittime; il profilo dei sospetti attentatori; il tema dell’attacco all’Europa e ai valori occidentali, questi ultimi evocati dai commentatori.

Tutti i maggiori media – nei primi tre giorni di cronache e analisi degli attentati – si sono fermati soprattutto al “primo livello” del terrorismo; con qualche puntata al “secondo livello”. Il primo livello è quello dei killer di massa, i terroristi-kamikaze di cui sono state in fretta diffuse le foto; il secondo livello è quello dei fiancheggiatori e degli addetti alla logistica, figure indispensabili senza le quali un attentato non si realizza.

I mandanti degli attentati di Bruxelles, come avvenne del resto a Parigi lo scorso novembre, sono stati chiamati in causa con il solo riferimento all’Isis. Ora, puntare il dito contro l’Isis quale mandante degli attentati è giusto e corretto, ma non porta a capire come il terrorismo si muova, di quali complicità goda. E, di conseguenza, come lo si possa sconfiggere. La stampa, insomma, nei giorni di maggiore attenzione mediatica, non mostra di avere tematizzato le ragioni profonde del terrorismo.

Parlando del terrorismo islamista che ha colpito a Bruxelles, molti media italiani hanno fatto riferimento alle periferie della capitale dell’Unione Europea: “periferie inquiete”, abitate da giovani di religione islamica, dove disoccupazione ed estremismo (quando non il fondamentalismo islamista) si mescolerebbero in una miscela pericolosa. Il riferimento alle periferie e ai “foreign fighters” filo-Isis fa il paio, insomma, con la “personalizzazione” del fenomeno terroristico.

I media, per dare efficacia al proprio lavoro informativo, tendono a personalizzare gli eventi. Rifuggono dalle astrazioni. Puntano a dare un volto, una biografia, uno spessore personale ai protagonisti delle vicende, anche quelle criminali e terroristiche. Criminalizzano il sospettato di un delitto, ad esempio. Presentano, loro malgrado, come “titani” impossibili da sconfiggere i terroristi assassini che attentano alla libertà, alla convivenza pacifica, alla comunità dei cittadini.

Pochissimo spazio ha avuto Oliver Roy, orientalista e politologo francese, che sul “Corriere della sera” ha spiegato come i terroristi islamisti che hanno colpito a Bruxelles, come a Parigi, non abbiano quasi nulla di religioso. Come si tratti di delinquenti, che in nulla credono se non nelle azioni criminali: “Tutti vengono dalla criminalità comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione”, afferma Roy, smentendo in questo modo l’idea e la paura di un esercito di combattenti dell’Islam impegnati ad abbattere la civiltà occidentale.

Ignorare le analisi degli studiosi è una pratica comune nella stampa italiana, come dimostrano le ricerche su “media e immigrazione”, condotte da ProsMedia. In compenso, si dà spazio – con una intervista del “Corriere della Sera” all’ex premier inglese Tony Blair – a chi agita lo scontro di civiltà e sottolinea la “debolezza dell’Occidente”. Blair, non a caso, tace il fatto che “amici” delle élites (non dei cittadini comuni) dell’Occidente finanziano e armano i terroristi; che il terrorismo si sviluppa anche grazie a situazioni di ingiustizia sociale ed economica create proprio da quelle élites; che le classi dirigenti (le solite élites) poco fanno per intervenire sulle ragioni vere del terrorismo, mandanti compresi.

foto da: Lapresse.it

Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio

di Maurizio Corte

Come ci ricordano gli studiosi dell’Analisi Critica del Discorso, le parole utilizzate nei media rivelano una certa ideologia, una visione del mondo e dei valori. Questo vale anche nella rappresentazione che i media danno dell’immigrazione.
È per questo importante che i giornalisti abbiano piena consapevolezza di cosa significhi utilizzare un certo linguaggio anziché un altro. La parola “extracomunitario”, ad esempio, esprime una forma di esclusione dello straniero che non appartiene all’Unione Europea. Continua a leggere “Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio”

Danimarca | I richiedenti asilo, ovvero giornalisti

redazione Dagbladet Informationdi Elena Guerra

Per un giorno i rifugiati hanno curato l’edizione del Dagbladet Information, un quotidiano danese progressista. L’obiettivo era quello di presentare un’immagine radicalmente diversa delle migliaia di richiedenti asilo che bussano alla porta dell’Europa. Il giornale ha messo insieme una dozzina di rifugiati, per lo più professionisti del settore e che spesso hanno avuto seri problemi nel praticare la propria professione nel proprio Paese di origine, la maggior parte dei quali sono arrivati da poco in Danimarca, affidandogli il controllo della scelta editoriale, fornendo sostegno per le ricerche e la traduzione.

Le 48 pagine della piccola testata con una tiratura di circa ventimila copie hanno attraversato diversi temi: le politiche sull’immigrazione del Paese, di come la migrazione verso l’Europa sia così fortemente maschile, la “lotteria” dei nuovi arrivati nei campi profughi danesi, lo smantellamento di tre miti sui rifugiati e sulle devastazioni in Siria per mano dei jihadisti dello Stato islamico. Dagbladet Information, una piccola, è nata come organo della resistenza clandestina danese durante la Seconda guerra mondiale, ed è un punto di riferimento per i movimenti sociali.

La voce dei rifugiati è stata assente dalla stampa, ma questa non è certo una novità, non solo in Danimarca. Di sicuro la scelta di questa redazione è in linea con le buone prassi per un buon giornalismo interculturale. Nel libro Comunicazione e giornalismo interculturale (Cedam, 2004), l’autore ed esperto dei media Maurizio Corte evidenzia l’impegno di questo giornalismo buono – e non buonista – “a valorizzare la presenza immigrata come risorsa per la società di accoglienza, favorendo la conoscenza, l’accettazione reciproca, l’integrazione e lo scambio fra culture diverse: obiettivi raggiungibili se si seguono i principi fondanti e le indicazioni della Pedagogia interculturale; se si acquisisce un nuovo atteggiamento culturale basato sul rispetto, sull’accoglienza, sul dialogo. Non dobbiamo dimenticare, poi, che in mass media aperti all’intercultura i cittadini di origine straniera possono trovare una forma positiva di rispecchiamento; una ragione in più per amare la nuova Patria dove vivono, per sentirsene parte attiva e costruttiva”.

Media e immigrazione: stampa impreparata di fronte all’emergenza profughi

di Maurizio Corte

Media e immigrazione, l’arrivo dei profughi dalle zone di guerra ha messo a dura prova i giornali italiani (stampa, siti web, tv, radio). E ha rivelato i limiti dei media italiani nel rappresentare il fenomeno delle migrazioni, siano essere determinate da motivi umanitari, prodotte dal desiderio di trovare lavoro; oppure siano causate dalla volontà di migliorare lo status economico.

Tre sono i punti critici che i media italiani hanno mostrato, nella calda estate di quest’anno. Tre punti che gli studiosi dei media, come il gruppo di ProsMedia, peraltro ben conoscono. Il primo è il punto critico del linguaggio: i giornali hanno mescolato immigrati, richiedenti asilo, rifugiati, profughi, clandestini e irregolari.

Facendo il lavoro di desk – come giornalista responsabile delle pagine di Interni-Esterni dei quotidiani del Gruppo Athesis (L’Arena, Giornale di Vicenza e BresciaOggi) – e dovendo selezionare e impaginare le notizie (e le foto), ho registrato un elemento: è pressoché impossibile trovare una foto, nel sistema editoriale, se si fa la ricerca con la parola “profugo/i”. E’ molto più facile trovare fotografie con la parola “migranti”, “immigrati” o addirittura clandestino/i.
Eppure, chi nei giornali si occupa di immigrazione, sa bene che i barconi in arrivo dalla Libia sono soprattutto affollati di persone che fuggono dalle zone di guerra.

Il secondo punto critico è la sudditanza e la mancanza di filtro verso i politici. Nel linguaggio e nell’agenda dei giornali, un solo politico – peraltro di un partito che in Italia non raccoglie più del 15-20% dei voti – può far credere che le persone sui barconi sono clandestini. Sono invasori. Sono soggetti pericolosi. E sono soggetti profittatori, a cui sono riservati trattamenti principeschi (hotel, diaria giornaliera, servizi di prim’ordine).

Certo, non è escluso che fra i migranti e i profughi, come fra i cittadini di tutte le comunità, vi siano malintenzionati, soggetti pericolosi e finanche delinquenti. Non è neppure escluso che vi siano stati delle situazioni di privilegio, peraltro date a persone che nella loro vita hanno visto il peggio dell’umanità e della guerra. Questo, però, non giustifica il considerare – senza una seria indagine e senza dati ufficiali – la maggior parte dei migranti come clandestini e come privilegiati.

Il terzo punto critico è la mancata contestualizzazione del fenomeno dei profughi. Pare che le persone che scappano dalle zone di guerra – per non dire di chi scappa da violenza domestica e miseria – appaiano all’improvviso senza avere un passato, una ragione di fuga, un motivo di spinta all’emigrare. Quasi mai i giornali hanno scritto e scrivono i “presupposti” delle migrazioni, siano esse per motivi economici, siano esse per motivi umanitari: la guerra non viene tematizzata; non si dice che l’Europa (Francia e Italia in primis, in Libia, ad esempio) è una grande produttrice e venditrice di armi. E che le armi alimentano le guerre regionali; e che le guerre “producono” i profughi e i migranti.

L’Unione Europea viene chiamata in campo, attraverso le dichiarazioni del politico di turno, solo per tamponare e distribuire i profughi. Non per intervenire alla fonte, nelle zone dell’Africa e del Medio Oriente martoriate dalla violenza, dove occorrono progetti di pace; e progetti di prosperità e di crescita economica e dei diritti.

Che cosa fare per andare oltre gli stereotipi, i pregiudizi e le routines giornalistiche del rapporto fra media e immigrazione? Come lettori, è importante attivare il proprio senso critico: verificare, controllare, analizzare dove portano le parole; quale “ideologia” vi è dietro la scelta linguistica; a quali interessi soggiace un certo giornale, o radio, o tv, o sito web di informazione. Essere, insomma, lettori di qualità. Arrivando a chiudere, anche, la pagina di un sito web (e passare a una migliore), quando si coglie la manipolazione o la superficialità dietro il narrare di certi giornalisti.

Come giornalisti, è importante avere presenti le linee per un giornalismo che sia interculturale; che sia un buon giornalismo. Ecco quindi, la scelta consapevole e corretta delle parole: così come non confondiamo un viceministro con un sottosegretario, o un assessore con un consigliere comunale; occorre evitare di confondere un migrante economico con un profugo, e un profugo o richiedente asilo con un clandestino o irregolare.

Occorre andare oltre: guardare il contesto; avere presente il presupposto di un certo accadimento; porre attenzione alle strumentalizzazioni politiche del nostro mestiere; essere sensibili al ruolo “formativo” (e non solo “informativo”) della stampa quando parla di immigrazione. E’ poi importante interrogarsi sulla “ideologia” a cui facciamo riferimento – esplicitata da noi stessi, a noi presente, oppure implicita e non dichiarata – quando usiamo certe parole, certi temi; quando diamo un certo taglio alla notizia, o quando la accostiamo a un’altra notizia.

La partita in gioco, nel tema del rapporto fra immigrazione e media in Italia, è molto alta. E’ la partita della democrazia; di una stampa libera; di una stampa di qualità; di un sistema dei media al servizio dei lettori e non al servizio di interessi palesi od occulti. E’ la partita della “ideologia”, del sistema di valori che vogliamo testimoniare, come lettori o come giornalisti.

I “terroni” nei media: giornali e italiani “extracomunitari”

non si affitta ai meridionalidi Manuela Mazzariol

La ricerca è stata condotta su una selezione di articoli dai quotidiani la Stampa e l’Unità negli anni 1950-1970 ed è volta a ricostruire l’immagine che ne emerge del cittadino meridionale e veneto che in quegli anni migrava verso le zone più ricche d’Italia, verso il cosiddetto “triangolo industriale”. Si propone inoltre di dimostrare come l’atteggiamento dei giornali e le prassi di produzione della notizia abbiano influito nella creazione di pregiudizi e stereotipi riguardanti i cittadini del Sud. Essa mira a rispondere a tre domande principali: quale sia la tipologia dei fatti più rilevanti negli articoli selezionati, quale l’immagine del migrante che viene restituita al pubblico e quale l’atteggiamento dei giornali nei confronti dei soggetti della ricerca e fa riferimento alle principali teorie sull’influenza dei mass media sul pubblico. I risultati sono stati confrontati con la ricerca di Maurizio Corte sull’immagine dei migranti dal Sud del mondo restituita dalle notizie Ansa.

Ciò che emerge è che la tipologia delle notizie influisce sulla visione che il lettore ha del cittadino migrante. Il fatto di ricondurre la popolazione autoctona a suicidi ed incidenti, mentre i cittadini meridionali vengono legati indissolubilmente grazie all’insistenza su aggettivi e sostantivi che ne indicano la provenienza a cronache violente, incide non poco sull’opinione pubblica. Essa è indotta a collegare il cittadino meridionale alla criminalità o all’illegalità. Il clima di insicurezza viene alimentato inoltre dalla percezione che il numero di immigrati sia in continuo aumento. È l’intera comunità meridionale che attraverso la tipologia delle narrazioni viene stigmatizzata in quanto fonte di instabilità sociale.

L’immagine del migrante veneto e meridionale è alquanto stereotipata e parziale. Quando il pregiudizio non va nel senso della condanna, allora l’individuo rimane inconsistente. Non c’è alcuna attenzione alla cultura del soggetto e alla sua identità di persona. Un mix di stereotipi e generalizzazioni lo rendono un personaggio tipizzato, inesistente al di là della cronaca nera nella quale è coinvolto.  Anche il rapporto tra migrante e cittadinanza è pressoché assente, oppure ricondotto a rivalità campanilistiche. Il migrante è un individuo che vive ai margini della società senza che vi sia integrazione.

L’atteggiamento del quotidiano nei confronti del migrante se non è apertamente razzista, di condanna o di compatimento è comunque del tutto funzionale al marketing del giornale. Fa notizia perché portato alla ribalta delle cronache attraverso fatti che colpiscono la sensibilità e l’emotività del pubblico di riferimento. Nel caso in cui, come avviene nel quotidiano del Partito Comunista, non ci sia un interesse esplicito alla creazione di una letteratura allarmista o compassionevole nei confronti del protagonista, in quanto appartenente alla classe del proletariato o del sottoproletariato, allora egli non interessa. I processi si semplificazione del reale in entrambi i casi portano ad un comportamento superficiale volto semplicemente ad esporre i fatti nella maniera che più si confà ai gusti e agli interessi del pubblico di riferimento.

Dal raffronto parziale con l’analisi compiuta fino al 2002 da Corte emergono un numero considerevole di congruenze tra i due soggetti analizzati. Sebbene fortunatamente le prassi giornalistiche vadano verso un’evoluzione in positivo non si nota un cambiamento radicale nelle routine dei giornali che continuano ad avere un atteggiamento superficiale quando non palesemente razzista nei confronti dell’Altro. I media di oggi stanno compiendo un percorso di cambiamento che tuttavia è ancora ben lontano dal dirsi concluso. Infine si può concludere che come i media hanno prodotto atteggiamenti pregiudiziali e razzisti dell’opinione pubblica nei confronti dei cittadini meridionali, oggi che i migranti sono stranieri hanno operato con gli stessi meccanismi. Si va dunque sempre in direzione della condanna del diverso operando semplicemente una sostituzione tra il migrante meridionale, che oggi finalmente, essendo arrivato in Italia un diverso più diverso di lui, viene innalzato al grado di cittadino italiano di serie A assieme ai suoi connazionali del Nord, e lo straniero che assume il ruolo di individuo inferiore.

Il progetto migratorio raccontato dai protagonisti della migrazione

Locandina-tmbnl-20140727di Elena Guerra

A differenza del passato, a causa dei fattori strutturali interni ed esterni ai paesi interessati dall’immigrazione, il successo del progetto migratorio è tutt’altro che garantito. E’ una delle novità che emergono dal convegno aperto alla cittadinanza e ad ingresso libero “Il progetto migratorio: successi e insuccessi raccontati dai migranti” in programma a Verona, nella cornice di Villa Buri, domenica 27 luglio dalle ore 09. L’incontro avrà luogo nell’ambito della prima edizione della Giornata della Comunità della Guinea-Bissau, promossa da Asequagui (Associação dos Estudantes Quadros e Amigos da Guiné-Bissau em Itália).

Al dibattito, introdotto dai saluti dell’assessore alle pari opportunità del Comune di Verona, Anna Leso, prenderanno parte lo psicologo sociale Fernando Biague, uno dei primi guineani arrivati in Italia e autore del libro Il progetto migratorio: successi e insuccessi raccontati dai migranti (Ed. A. Weger); Maurizio Corte, giornalista de L’Arena, docente a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, che interverrà su “Il percorso interculturale nell’attuale società multiculturale: il ruolo dei media”; don Giuseppe Mirandola, direttore del Centro Pastorale Immigrati – Migrantes, in “Note sul cammino di integrazione a Verona – L’esperienza del Centro Pastorale Immigrati della Diocesi”. Modera Luca Delponte, giornalista di Radio Verona e Telearena. Dalle ore 14.00 alle ore 23.00, l’evento proseguirà con una festa accompagnata da musica tradizionale e moderna della Guinea-Bissau, con degustazioni di piatti e sapori tipici guineani.

L’associazione Asequagui ONLUS, creata nel 2007, è l’espressione del radicamento della comunità nella città di Verona. Il suo scopo è fornire sostegno ai propri connazionali e nel contempo, interfacciarsi con le Istituzioni e la società civile per promuovere riflessioni e soluzioni che riguardino la vita dei migranti e i processi migratori.

Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale: presentazione del libro

cop libro cedamdi Cristina Martini

Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale. Il libro di Maurizio Corte, con il lavoro di ricerca svolto dal gruppo di ProsMedia (oltre a Maurizio Corte, anche Elena Guerra, Cristina Martini e Nina Kapel) sul tema “media e immigrazione”, sarà presentato giovedì 15 maggio, dalle ore 10.10 alle 11.30, nell’aula T3 del Polo didattico Zanotto dell’Università di Verona, in viale dell’Università. Interverranno, oltre all’autore, anche Agostino Portera, ordinario di Pedagogia interculturale; Carlo Melegari, direttore del Cestim (Centro studi immigrazione) di Verona; Elena Guerra, del gruppo di analisi interculturale dei media ProsMedia; Michelangelo Bellinetti, giornalista.

Il libro Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale, edito da Cedam, affronta il tema del rapporto fra media e immigrazione; e propone una serie di riflessioni e di azioni pratiche per un giornalismo che sia interculturale e che sappia raccontare la diversità. Nel libro di Corte sono contenuti contributi scritti e di ricerca di Elena Guerra, Cristina Martini, Nina Kapel e Simonetta Pedron; e un intervento sul giornalismo digitale di Irene Pasquetto.

Donne, violenza e femminicidio: convegno a Villafranca

La locandina dell'evento a Villafranca, Verona
La locandina dell’evento a Villafranca, Verona

di Cristina Martini

Per deformazione professionale “la conta” delle donne uccise è parte della ricerca che ProsMedia sta portando avanti dal 2012, “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Sono 105 i casi di femmicidio dal 1 gennaio al 31 ottobre. Nello stesso periodo dello scorso anno erano già 110. Un dato che non può consolarci ma che ci fa ben sperare; cinque donne in meno, cinque donne che ce l’hanno fatta ad essere protette, che hanno allontanato l’uomo violento, che si sono salvate. Per chi vuole approfondire l’argomento, Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia, affiancherà Maurizio Corte, giornalista del quotidiano L’Arena, professore a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, durante l’intervento “Il femminicidio: vittime e carnefici nei media italiani” all’interno del convegno “Uomo e donna: quale disagio?” che si terrà sabato 30 novembre alle 15.30 all’auditorium di Villafranca, piazzale San Francesco, in provincia di Verona. Ingresso libero. L’evento è organizzato dall’associazione “Donne insieme…” di Villafranca, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con la collaborazione dell’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Villafranca Verona.

Carta di Roma, un compleanno con alcune luci

di Cristina Martini

Sono passati quattro anni dalla sottoscrizione della Carta di Roma, da parte dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa. «È un compleanno con alcuni risultati importanti raggiunti –, osserva Maurizio Corte, coordinatore di ProsMedia e giornalista del quotidiano L’Arena di Verona –. Il primo è quello di aver introdotto nei corsi di giornalismo una formazione sul tema del rapporto fra media e diversità culturale. Il secondo risultato è quello del linguaggio, con la parola “migrante” che sostituisce sempre più l’orrenda espressione “extracomunitario” o la parola “immigrato” intesa come sinonimo di clandestino, di stranieri immeritevole di stare nella comunità».

«È stata poi spezzata, anche se non ancora sconfitta del tutto, l’azione degli imprenditori della paura – fa notare Corte –. Quelle forze politiche e quei media che strumentalizzano fatti di cronaca nera con protagonisti cittadini stranieri, per suggerire ai lettori che lo ‘straniero’ è il capro espiatorio di tutti i mali». «L’importante è ora andare avanti nella ricerca su media e migranti», conclude Corte. «E sensibilizzare i giornalisti al fatto che l’Italia è già un Paese multietnico e che i media svolgono un ruolo importante nell’integrazione. Un giornalismo che sia interculturale, peraltro, è un giornalismo che si accredita come autorevole, preciso, all’altezza delle sfide che i nuovi media e una nuova audience ci pongono ogni giorno».