I diritti dei lavoratori del mare | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Il porto commerciale di Cape Town è simile a un limbo, dove passano centinaia di migliaia di persone, marinai da tutto il mondo che sfiorano la città, senza mai farne parte davvero. Ciò che avviene al porto rimane al porto, scivola sulla città senza che i suoi abitanti se ne accorgano.

Si tratta di uno dei porti più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa; un luogo di scambi economici e culturali, ma anche di violenze, di criminalità, di abusi e sfruttamento. C’è chi ci passa per qualche giorno, chi rimane intrappolato per mesi.

“The Apostleship of the sea” è un’associazione presente in trecento porti di 50 Paesi e a Cape Town si occupa del benessere dei marinai e dà loro un supporto a 360 gradi, con questioni di documenti, salari, denunce di abusi e maltrattamenti, violazioni contrattuali. In altri porti le associazioni che fanno questo lavoro sono diverse, ma a Cape Town ci sono solo loro.

Nicholas è stato volontario dell’associazione per 10 anni, poi, dopo una pausa di due anni, nel maggio 2018 ha accettato di lavorare per i diritti dei lavoratori del mare a tempo pieno. Ogni settimana sale sulle navi ormeggiate, gira tra i moli, cerca di parlare con i marinai. Alcuni, se hanno problemi, si rivolgono al suo ufficio non appena attraccano, in cerca di un aiuto, di supporto legale e di sostegno, anche psicologico.

Mi racconta che almeno una volta al mese si trova ad affrontare problemi piuttosto grossi: “Arrivano marinai senza passaporto né contratto. Probabilmente gli armatori non hanno registrato in maniera corretta i loro contratti. Alle volte i proprietari della nave si tengono i loro documenti, facendoli lavorare come schiavi, altre hanno un accordo, ma è scritto in una lingua che non conoscono, e quindi non lo capiscono, non si rendono conto che i salari sono più bassi rispetto al minimo legale del Paese in cui il contratto è registrato. I primi sei mesi magari non guadagnano nulla pur lavorando nella nave, perché devono pagarsi tutto, dal pranzo all’acqua per lavarsi. Poi iniziano a guadagnare qualcosa, ma capita che gli ufficiali si tengano parte dei soldi. I peggiori problemi li abbiamo con le navi cinesi o di Taiwan, mentre quelle battenti bandiera giapponese di solito sono a posto. Ci sono anche dei casi che potremmo definire di traffico di esseri umani, soprattutto dal Myanmar o dal Vietnam: persone che lavorano nelle navi, ma non hanno un contratto registrato con il governo, per cui nell’elenco dell’equipaggio non esistono e sono dunque privi di ogni diritto. All’inizio di ottobre è arrivato un ragazzo che era stato appeso con una corda al collo, come punizione: siamo riusciti a far licenziare l’ufficiale responsabile”.

È Nicholas a portarmi a conoscere James e Juma, due marinai kenioti bloccati a Cape Town da oltre un anno. Il piccolo rimorchiatore Comarco Falco è arrivato in città nel maggio del 2017 dopo aver scaricato a Port Elizabeth. Qui doveva essere venduto e l’equipaggio avrebbe preso l’aereo per tornare in patria, in Kenya. Qualcosa tuttavia è andato storto, l’affare è andato a monte perché non c’era un accordo sul prezzo del rimorchiatore, e questo è rimasto attraccato nel porto di Cape Town per quasi due anni. Alla fine dopo alcun denunce, poiché l’equipaggio non veniva pagato da tre mesi e non venivano fornite provviste a sufficienza per vivere, la nave è stata posta sotto sequestro e la maggior parte dell’equipaggio è tornato a casa a metà ottobre 2018. Hanno ricevuto un mese di stipendi arretrati, sono rientrati a Mombasa e attendono il resto dei soldi. A bordo della barca sono rimasti James e Juma, perché una barca, anche se attraccata, non può rimanere incustodita.

Quando li ho incontrati, agli inizi di novembre, si trovavano bloccati nella città sudafricana già da un anno e quattro mesi e da tre mesi non percepivano più uno stipendio. La situazione li stava logorando fisicamente e psicologicamente: senza soldi, lontani da casa, in un Paese che non era il loro. Nicholas li stava aiutando, ma andarsene prima di essere stati pagati avrebbe significato perdere ogni speranza di rivedere i propri soldi.

Entrambi avevano una famiglia ad attenderli in Kenya e tanta nostalgia. Juma a oggi non può ancora riabbracciare la moglie e i suoi sei figli e avanza, da ottobre a febbraio, ancora 1500 dollari di stipendi arretrati. James invece il 31 gennaio ha finalmente preso un aereo per Mombasa e ora ha raggiunto la moglie e il figlio e ottenuto tutti i soldi arretrati grazie al continuo sostegno di Nicholas e di padre Rico che collabora con lui. Entro la fine del mese dovrebbe tornare in patria anche Juma. Sperando che nel frattempo gli siano restituiti i soldi che avanza, visto che partire senza può significare non vedere più il denaro che gli spetterebbe di diritto.

Sfortunatamente per due marinai che hanno ricevuto sostegno e forse concluderanno entrambi in maniera positiva la loro storia ne rimangono tanti altri ancora sfruttati e abusati. La violenza a bordo delle navi è una cosa piuttosto comune e spesso la paura e la poca consapevolezza dei propri diritti fanno si che molti non denuncino e che armatori, capitani e ufficiali di bordo esercitino sui loro sottoposti un controllo simile a quello degli antichi padroni con i loro schiavi.

Lawrence House, finestra sul mondo | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol
Raccontare la Lawrence House, raccontarla davvero, è difficile come racchiudere il mondo in una scatola. Facile parlare di centro di accoglienza, di minori non accompagnati, di dati e di statistiche. Più difficile spiegarne la quotidianità e le dinamiche. Provate a immaginare vostro figlio o nipote bambino o adolescente, con tutti i problemi legati a quell’età turbolenta e piena di cambiamenti. Moltiplicate per 25. Venticinque ragazzi fra gli 8 e i 19 anni, con esigenze dunque diversissime. Che vivono nella stessa casa e condividono tutto: cibo, camera, sala tv, bagni. Aggiungete che questi ragazzi hanno alle spalle storie di sofferenza, di abbandono, di distacco dal Paese di origine, di abuso o di violenza familiare. Aggiungete che non vivono in un luogo separato dal resto del mondo, ma in una società globale, che porta con sé sogni, desideri e speranze comuni a tutti i ragazzi della loro età.

Questa casa non può essere racchiusa nelle sterili parole “centro di accoglienza”, ma è un organismo vivo, che respira e si evolve, in cui ogni giorno è diverso da quello precedente, in cui si instaurano dinamiche di volta in volta differenti, in cui gli equilibri si creano e si spezzano come le onde del mare, in cui le vite di decine di persone si intrecciano nei modi più inaspettati.

La Lawrence House è un luogo aperto al mondo, un luogo in cui tutti sono benvenuti e possono sentirsi a casa. Ogni giorno si ride, si scherza, si litiga, si sbaglia, si urla, si impara. Fa tutto parte della quotidianità di una casa dove i ragazzi, grazie agli educatori che gli stanno accanto e ad attività e percorsi costruiti per loro, provano a costruire un sé positivo e si preparano ad affrontare al meglio il loro futuro. Se vi capitasse di entrarvi verso le sei del mattino, vi trovereste di fronte a un uragano urlante di bambini e ragazzi che corrono per i corridoi vestendosi, fanno colazione mentre cercano le cose per la scuola, e nel frattempo ascoltano musica, cantano e ballano. Non ho altre parole per descrivere quello che accade alla Lawrence House ogni mattina se non come vita, o come un quotidiano tentativo di demolire l’edificio. In un paio d’ore poi tutti escono per raggiungere le loro scuole, e la casa si spegne in un silenzio quasi surreale.

Tra questi ragazzi c’è Sabine. Ha 15 anni e viene dallo Zambia. Mi ha chiesto di imparare l’italiano, così ogni tanto dopo cena abbiamo fatto qualche lezione di lingua con lei e una sua amica. Mi accorgo presto di quanto sia brava e una sera, mentre chiacchieriamo in cucina, le faccio i miei complimenti. Mi dice che ci tiene molto a studiare la nostra lingua, perché vorrebbe vivere in Italia, a Venezia. Le racconto che Venezia è una città meravigliosa, ma non la più facile in cui vivere. Allora Roma? Perché no? È una metropoli piena di opportunità, un po’ caotica forse… forse meglio Milano.

Parlo con lei sorridendo, ma mi chiedo se venendo nel mio Paese troverebbe il futuro che sogna o diffidenza, emarginazione e razzismo.Sabine mi dice che vuole completare gli studi e trovare un buon lavoro, mettere da parte i soldi e poi tornare in quei luoghi dove ora va in gita con i bambini della Lawrence House, come le spiagge dei ricchi. Vuole andare lì con i suoi soldi, ed essere trattata come una persona normale, con rispetto, non più come un bambino bisognoso che suscita compassione.

Mi dice che vuole viaggiare, girare il mondo, conoscere culture diverse, e nelle sue parole rivedo me stessa alla sua età. Con una piccola differenza: io con il mio passaporto posso andare ovunque, o quasi; lei non ha nemmeno un certificato di nascita. Da anni qui alla Lawrence house stanno lottando per farle ottenere un documento che ancora non c’è. Così lei va a scuola, ma solo informalmente: se non salta fuori quel pezzo di carta e non si riesce a registrarla non otterrà mai un diploma che attesti i suoi studi, non potrà lavorare in maniera regolare, né fare nulla di quello che sogna una ragazza di quindici anni. Oltre a vedere il mondo, Sabine vuole anche una famiglia e dei bambini. Da adolescente il suo unico timore è quello di non riuscire a conciliare i due desideri, e rifiuta di pensare che senza documenti nulla di tutto ciò sarà realizzabile.

Una finestra su Cape Town | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Cape Town e Robben Island
viste dalla cima della Table Mountain

Chi parla di invasione riferendosi alle migrazioni che dal continente africano raggiungono l’Italia e l’Europa non usa nessun criterio razionale per definire il fenomeno: circa l’80% delle migrazioni africane,secondo i dati dell’agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite, avvengono infatti all’interno del continente, dalle zone rurali alle aree metropolitane,da Paesi in guerra o in situazione di povertà assoluta, con forti sconvolgimenti sociali o politici, da Stati con grossi problemi climatici. Le persone si spostano verso i luoghi sicuri più vicini, appena attraversato il confine,oppure verso le aree più ricche del continente, come il Sudafrica.

È proprio per comprendere meglio il fenomeno delle migrazioni verso il Sud del mondo che ho trascorso due mesi a Cape Town, in Sudafrica, lavorando come volontaria in una casa per minori stranieri non accompagnati o separati dai genitori, e a stretto contatto con lo Scalabrini Centre of Cape Town, da cui la struttura per minori dipende. Il centro si occupa di rifugiati e richiedenti asilo a 360 gradi, attraverso progetti di accoglienza, insegnamento della lingua inglese per stranieri francofoni o arabi, orientamento al mondo del lavoro, consulenze legali per l’ottenimento dei documenti, una piattaforma per educare le donne migranti ai propri diritti e un centro studi sulle migrazioni connesso con università e istituti di ricerca di tutto il mondo.

A chi mi chiede come sia il Sudafrica, rispondo che si tratta di un Paese davvero bizzarro, e non avrei molti altri aggettivi con cui definirlo. È un Paese dalle tante contraddizioni, un Paese dalle bellezze naturali mozzafiato,luoghi magici e paesaggi da sogno; il tutto accompagnato da un tasso di criminalità talmente alto da non permettere a chi vuole conoscere tali bellezze di girare serenamente ed esplorare questi mondi meravigliosi. È il Paese dalle spiagge bianchissime, della catena montuosa dei Dodici Apostoli che, vista dalla costa,pare gettarsi a picco nell’oceano, dei grandi parchi naturali e dei quartieri vip con le ville con piscina appartenenti agli attori di Hollywood; ma basta allontanarsi solo poche decine di chilometri per trovarsi di fronte a immense distese di baracche di lamiera, dove non esistono nemmeno i servizi igienici, e osservare la distesa delle township che si estende a perdita d’occhio. Povertà estrema, ricchezza eccessiva e sfarzosa, libertà e uguaglianza, conquistate con il sangue solo nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, e ancora così lontane dall’essere raggiunte davvero.

Si tratta di uno dei Paesi con il governo più stabile del continente africano, tuttavia la corruzione logora tutto, a tutti i livelli. La costituzione democratica nata nel 1994 con l’ascesa al potere di Nelson Mandelatutela le minoranze, le diversità, garantisce la libertà di espressione e di stampa. Lo Stato ha una delle politiche più aperte e progressiste in materia di rifugiati: non esistono centri di accoglienza né di detenzione preventiva per l’identificazione di chi entra nel Paese. Chi fa domanda come rifugiato in Sudafrica può immediatamente cercarsi un lavoro e costruirsi un futuro inattesa dei documenti definitivi che attesteranno il suo status. (La legge sull’immigrazione sta per cambiare anche lì, ma di questo parlerò più approfonditamente in uno dei prossimi post). Tuttavia i percorsi per la richiesta dei documenti sono complessi, irti di burocrazia, farraginosi e costosi, oltre che disseminati di funzionari corrotti e di ingranaggi da oliare nel modo più appropriato.

I bambini, tutti i bambini, sono tutelati dal Children’s Actdel 1983, eppure assistiamo ad alcune delle violazioni dei diritti umani più vergognose al mondo, che si lasciano alle spalle centinaia di migliaia di minori senza documenti, fantasmi a cui viene strappato ogni futuro.

Cape Town è anche uno dei porti commerciali più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa, fonte di ricchezza, di scambi economici eculturali. L’altra faccia della medaglia, quella più invisibile, è quella degli schiavi del porto, marinai a cui vengono sequestrati i documenti, sfruttati,retribuiti con salari più bassi del minimo legale, o non retribuiti affatto.Picchiati, abusati fisicamente e psicologicamente, alle volte rimangono bloccati per mesi e mesi in città, senza poter abbandonare navi che non ripartiranno e senza poter tornare a casa dalle proprie famiglie.

Questo e tanto altro è il Sudafrica che ho visto e sentito sulla mia pelle, il Paese che mi è rimasto nel cuore nonostante tutto, il Paese che nelle prossime settimane proverò a raccontare più nel dettaglio, per chi avrà voglia di scoprirlo con me.

Fake news: un involontario esperimento sociale

di Manuela Mazzariol

Si chiama Alessandro Proto e ha preso per i fondelli la stampa italiana per anni, spacciandosi di volta in volta per imprenditore, editore, aspirante politico, grande seduttore e uomo della finanza con conoscenze importanti, dalla famiglia Berlusconi a Donald Trump. A cercarlo su Google si trova un po’ di tutto, anche se oggi la maggior parte degli articoli sono dedicati a raccontare come questo discusso personaggio sia riuscito, grazie all’influenza che ancora oggi i media hanno sulla società, a inventarsi una vita e un’identità.

Della faccenda ha scritto, tra gli altri, il giornalista freelance Andrea Sceresini che ha pubblicato il libro “Io sono l’impostore – Storia dell’uomo che ci ha fregati tutti” (http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/reportage/9788842823971/io-sono-limpostore/), edito dal Saggiatore e composto a 4 mani con lo stesso Proto che sembra aver deciso di gettare la maschera e raccontare chi è veramente.

Nato nella periferia milanese, a diciassette anni Alessandro Proto fugge nella provincia bergamasca per vendere enciclopedie porta a porta. Venti anni dopo si può leggere per la prima volta il suo nome sul Corriere della Sera, accanto a quello di due insospettabili clienti della sua agenzia immobiliare: George Clooney e David Beckham. Qualcosa di vero c’è: all’epoca Proto vive a Lugano, dove ha una piccola agenzia immobiliare; un giorno si presentano da lui degli avvocati incaricati di vendere la villa di George Clooney sul lago di Como. Egli comprende subito di non poter chiudere l’affare, ma decide comunque di sfruttare la cosa per farsi pubblicità. Dunque contatta il Corriere per far pubblicare la notizia e aggiunge anche, sua totale invenzione, di un interessamento all’affare da parte di David Beckham. Tutto viene pubblicato, senza che vi sia alcuna verifica.

Da lì in avanti è un crescendo continuo: da Milano a Lugano, da Parigi a Londra e a New York, Proto millanta affari con i grandi signori della finanza e scalate ad aziende dal fatturato milionario. Sostiene di poter risollevare le sorti della stampa nazionale, propone la sua candidatura alle primarie del Pdl e ispira la figura del protagonista di Cinquanta sfumature di grigio.

In realtà nulla di tutto ciò è vero.

Dal suo ufficio milanese rilascia interviste e comunicati raccontando le proprie imprese (http://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/04/questuomo-ha-fregato-il-giornalismo-italiano/36068/). I giornali pubblicano, senza compiere ulteriori verifiche.

Un involontario esperimento sociale. Emblematico del grande potere che i media ancora hanno e possono avere. Un potere che permette non solo di influenzare l’opinione pubblica, ma addirittura di creare realtà inesistenti. Le bufale sul web imperversano, chiunque può aprire il proprio blog o condividere online notizie false o imprecise.

In questo marasma la figura del giornalista dovrebbe riconquistare centralità proprio per la capacità di lavorare con perizia, andando al di là delle logiche redazionali, della velocizzazione e sensazionalizzazione delle notizie e riportando i media alla loro funzione informativa, al servizio della collettività. Non può essere la volontà di fare spettacolo o di ottenere più click possibili, né il timore del “buco” giornalistico a guidare l’agenda di un giornale. Il rispetto delle norme deontologiche della professione, che impongono un rigoroso controllo delle fonti prima della pubblicazione, non è infatti una pedanteria da primi della classe. I ritmi di lavoro imposti dall’informazione digitale non sono una giustificazione alla mancata verifica e non esimono dalle responsabilità personali anche a livello civile e penale. Oltre a ciò, dovrebbe aggiungersi il peso derivante dalla consapevolezza dalla capacità che i mezzi di comunicazione hanno di influenzare e plasmare l’opinione pubblica.

I “terroni” nei media: giornali e italiani “extracomunitari”

non si affitta ai meridionalidi Manuela Mazzariol

La ricerca è stata condotta su una selezione di articoli dai quotidiani la Stampa e l’Unità negli anni 1950-1970 ed è volta a ricostruire l’immagine che ne emerge del cittadino meridionale e veneto che in quegli anni migrava verso le zone più ricche d’Italia, verso il cosiddetto “triangolo industriale”. Si propone inoltre di dimostrare come l’atteggiamento dei giornali e le prassi di produzione della notizia abbiano influito nella creazione di pregiudizi e stereotipi riguardanti i cittadini del Sud. Essa mira a rispondere a tre domande principali: quale sia la tipologia dei fatti più rilevanti negli articoli selezionati, quale l’immagine del migrante che viene restituita al pubblico e quale l’atteggiamento dei giornali nei confronti dei soggetti della ricerca e fa riferimento alle principali teorie sull’influenza dei mass media sul pubblico. I risultati sono stati confrontati con la ricerca di Maurizio Corte sull’immagine dei migranti dal Sud del mondo restituita dalle notizie Ansa.

Ciò che emerge è che la tipologia delle notizie influisce sulla visione che il lettore ha del cittadino migrante. Il fatto di ricondurre la popolazione autoctona a suicidi ed incidenti, mentre i cittadini meridionali vengono legati indissolubilmente grazie all’insistenza su aggettivi e sostantivi che ne indicano la provenienza a cronache violente, incide non poco sull’opinione pubblica. Essa è indotta a collegare il cittadino meridionale alla criminalità o all’illegalità. Il clima di insicurezza viene alimentato inoltre dalla percezione che il numero di immigrati sia in continuo aumento. È l’intera comunità meridionale che attraverso la tipologia delle narrazioni viene stigmatizzata in quanto fonte di instabilità sociale.

L’immagine del migrante veneto e meridionale è alquanto stereotipata e parziale. Quando il pregiudizio non va nel senso della condanna, allora l’individuo rimane inconsistente. Non c’è alcuna attenzione alla cultura del soggetto e alla sua identità di persona. Un mix di stereotipi e generalizzazioni lo rendono un personaggio tipizzato, inesistente al di là della cronaca nera nella quale è coinvolto.  Anche il rapporto tra migrante e cittadinanza è pressoché assente, oppure ricondotto a rivalità campanilistiche. Il migrante è un individuo che vive ai margini della società senza che vi sia integrazione.

L’atteggiamento del quotidiano nei confronti del migrante se non è apertamente razzista, di condanna o di compatimento è comunque del tutto funzionale al marketing del giornale. Fa notizia perché portato alla ribalta delle cronache attraverso fatti che colpiscono la sensibilità e l’emotività del pubblico di riferimento. Nel caso in cui, come avviene nel quotidiano del Partito Comunista, non ci sia un interesse esplicito alla creazione di una letteratura allarmista o compassionevole nei confronti del protagonista, in quanto appartenente alla classe del proletariato o del sottoproletariato, allora egli non interessa. I processi si semplificazione del reale in entrambi i casi portano ad un comportamento superficiale volto semplicemente ad esporre i fatti nella maniera che più si confà ai gusti e agli interessi del pubblico di riferimento.

Dal raffronto parziale con l’analisi compiuta fino al 2002 da Corte emergono un numero considerevole di congruenze tra i due soggetti analizzati. Sebbene fortunatamente le prassi giornalistiche vadano verso un’evoluzione in positivo non si nota un cambiamento radicale nelle routine dei giornali che continuano ad avere un atteggiamento superficiale quando non palesemente razzista nei confronti dell’Altro. I media di oggi stanno compiendo un percorso di cambiamento che tuttavia è ancora ben lontano dal dirsi concluso. Infine si può concludere che come i media hanno prodotto atteggiamenti pregiudiziali e razzisti dell’opinione pubblica nei confronti dei cittadini meridionali, oggi che i migranti sono stranieri hanno operato con gli stessi meccanismi. Si va dunque sempre in direzione della condanna del diverso operando semplicemente una sostituzione tra il migrante meridionale, che oggi finalmente, essendo arrivato in Italia un diverso più diverso di lui, viene innalzato al grado di cittadino italiano di serie A assieme ai suoi connazionali del Nord, e lo straniero che assume il ruolo di individuo inferiore.