Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi

Come si combattono le fake news sull’immigrazione? Anche con numeri e dati. È uno dei punti di forza del Dossier Statistico Immigrazione 2018, un sussidio per favorire la conoscenza del fenomeno migratorio. In un’epoca di mistificazione delle migrazioni, questo documento continua a proporsi come uno strumento che, attraverso la lezione dei numeri e un’analisi ragionata della realtà, può aiutare a conseguire una comprensione più esatta del fenomeno.

L’incontro “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” di giovedì 14 febbraio alle 20.30 a La Sobilla (dalle 19.30 calda accoglienza in Salita San Sepolcro, 6/b, zona Porta Vescovo) vuole approfondire la questione con i numeri veronesi e veneti grazie all’analisi di Gloria Albertini, redattrice regionale IDOS/Progetto “Voci di Confine”, ed Elena Guerra, giornalista e ricercatrice nell’ambito dell’analisi dei media di Prosmedia.

L’ultima relazione della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo attesta che l’Italia è il Paese del mondo con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione. Non sorprende perciò che, secondo un sondaggio del 2018 condotto dall’Istituto Cattaneo, gli italiani risultino essere i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà riguardo al numero di stranieri che vivono nel paese, credendo che ve ne siano più del doppio di quelli effettivamente presenti. In realtà nell’Ue a 28 Stati, dove – in base agli ultimi dati Eurostat al 1° gennaio 2017 – i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e incidono per il 7,5% sulla popolazione complessiva, l’Italia non è né il Paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Durante la serata “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” si vuole scardinare qualche stereotipo e pregiudizio nei confronti del fenomeno migratorio, anche con l’apporto di alcune realtà del territorio impegnate a creare spazi interculturali di condivisione.
Per chi ne fa esplicita richiesta via mail a comunicazione@prosmedia.it con nome e cognome della persona che parteciperà all’evento validi per il ritiro, verrà messo a disposizione gratuitamente (fino a esaurimento scorte) il Dossier Statistico Immigrazione 2018, realizzato da Idos in partenariato con Confronti, con la collaborazione dell’UNAR, il contributo di “Voci di Confine-Progetto Aics” e il sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi. Ingresso libero con tessera consigliata. L’evento è realizzato grazie all’associazione veronetta129, La Sobilla, Prosmedia e Cestim.

Memoria Immagine racconta l’immigrazione oggi

L’associazione Memoria Immagine festeggia quest’anno i sui primi dieci anni di attività. È nata dall’idea di Dario Dalla Mura, Elena Peloso e di alcuni amici e collaboratori appassionati di storia e memoria. Per celebrare questo primo decennio di lavori per il grande schermo, il Cinema Nuovo San Michele di Verona, in via Vincenzo Monti 7c a San Michele Extra, ha deciso di proporre al pubblico una retrospettiva con quattro dei documentari più rappresentativi del lavoro di Dalla Mura e Peloso, durante i quattro lunedì di febbraio, alle 20.30, ingresso gratuito.

Lunedì 11 febbraio è il turno di Noi cittadini del mondo (Italia, 2015, 55’) sull’emigrazione a Verona con la presenza di alcuni protagonisti e l’introduzione di Elena Guerra, giornalista e parte dell’associazione culturale veronetta129 che ha collaborato alla realizzazione del documentario. Volti e voci, storie e memorie di giovani immigrati che sono arrivati in Italia e che qui vivono. Nelle loro testimonianze la nostalgia per i paesi lasciati, le difficoltà e le soddisfazioni nella scuola, nel mondo del lavoro e nella vita di tutti i giorni. Un racconto che è anche uno sguardo su come siamo e su come potremmo essere in un futuro più condiviso. Il documentario sarà preceduto da Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour, il cortometraggio prodotto dalla GoldenArt Productions e WellSee, vincitore della terza edizione del bando MigrArti promosso dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali (bando che è stato cancellato dall’attuale governo). È un viaggio pittoresco tratto da una storia realmente accaduta trasformata in commedia per portare lo spettatore a riflettere su temi sensibili distruggendo barriere o preconcetti che impediscono una reale percezione della realtà. Uno squarcio sulla Roma di oggi che mostra i figli dei migranti nelle varie sfaccettature, condito con ironia ed enfatizzando la dimensione del linguaggio come veicolo per abbattere pregiudizi e stereotipi.

La rassegna dedicata a Memoria Immagine continua il giorno 18 con Lassù in Germania storie di emigrazione italiane negli anni Sessanta (Italia, 2012, 43’), con la presenza di alcuni protagonisti e l’introduzione di Ernesto Kieffer, e infine il 25 febbraio con Ritorno a casa (Italia, 2016, 44’), introdotto dagli autori e con la presenza di Giannantonio Conati, storico e protagonista del film. Ingresso gratuito.

I profughi nei media: cronaca o stereotipi?

di Laura Beggi

I mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo fondamentale nel panorama multietnico in cui viviamo. Essi veicolano informazioni, conoscenza e attitudini dell’opinione pubblica. Nella stesura della mia tesi di laurea, discussa a novembre 2016 all’Università degli Studi di Verona, intitolata “I profughi nei media: tra razzismo e distorsione mediatica”, ho analizzato i modi in cui l’agenzia Ansa rappresenta i profughi in fuga da guerra, violenza e/o persecuzioni. Ho così verificato quanto questa rappresentazione abbia in comune con la rappresentazione della stessa Ansa nei confronti dei migranti cosiddetti “economici”, quelli che si muovono per migliorare le loro condizioni sociali e cercare lavoro.

L’ipotesi di partenza da cui sono partita si basa sul fatto che l’Ansa non distingue fra migranti economici e profughi. In questo modo, la maggiore agenzia d’informazione italiana ignora i diritti di questi ultimi e trattandoli con gli stessi stereotipi e pregiudizi degli immigrati, sottintendendo e sorvolando sul diritto fondamentale di chiedere rifugio e asilo in uno Stato diverso dal proprio Paese di origine.

Lo scopo della ricerca era quello di confermare o smentire questa ipotesi. Utilizzando il portale online dell’Ansa, ho scelto 20 articoli in riferimento ad un preciso arco temporale (dal primo gennaio 2015 al 31 dicembre 2015), limitandomi al contesto italiano. La scelta si è basata sui servizi giornalistici più significativi, scartando i doppioni: quei servizi che, ricapitolando e approfondendo il notiziario dei dispacci di agenzia, rappresentano l’elaborazione finale delle informazioni dell’Ansa.

Analizzando, poi, il contenuto di ciascun articolo con l’ausilio di un questionario – analisi del contenuto come inchiesta, quindi – ho potuto trarre una serie di conclusioni. Innanzitutto, dall’analisi effettuata risulta che gli articoli dell’Ansa non sottolineano in modo significativo le modalità d’ingresso in Italia (regolare, non regolare) ma, nello stesso tempo, sottintendono il fatto che l’accoglienza dei profughi sia un dovere istituzionale dell’Italia, avendo essa sottoscritto alla Convenzione di Ginevra.

Il più delle volte, l’agenzia Ansa presenta l’,accoglienza come un problema per l’ordine pubblico, come una minaccia addirittura “economica”. In pochi casi l’immigrazione è descritta come una risorsa sociale e culturale, come un’opportunità di arricchimento. La differenza esistente tra profugo e migrante economico si fa, così, sottile e superficiale. Spesso, infatti, nei servizi compare la parola “migrante”, che pur essendo oggettivamente corretta, trattandosi di popoli in movimento, non rappresenta in modo specifico quelle persone che fuggono da guerre, violenze e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Anche un immigrato economico potrebbe essere identificato, in modo corretto, come migrante; senza però distinguerlo dal profugo.

Diventa, allora, molto complicato distinguere chi è migrante economico da chi non lo è; chi lascia la propria terra volontariamente per lunghi (o brevi) periodi, da chi, invece, è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine a causa di guerre sanguinose e gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, l’agenzia di informazione Ansa, nei suoi dispacci presenta soprattutto il punto di vista delle fonti istituzionali, come rilevato peraltro da altre ricerche in passato.

Si può quasi parlare di una comunicazione “a senso unico”: rifugiati, profughi e richiedenti asilo hanno di rado la possibilità di controbattere o di difendersi, in caso di attacchi sui media. Il punto di vista dei migranti non viene quasi mai pubblicato. In questo modo, il pubblico non può venire a conoscenza delle ragioni che hanno spinto migliaia di persone a mettersi nelle mani di trafficanti di persone per lasciare il proprio Stato d’origine.

L’informazione veicolata dall’Ansa non fa quindi conoscere il contesto sociale e politico da cui i profughi provengono. Per avere un’informazione completa sarebbe necessario dare loro questa opportunità di esprimersi: i giornalisti dovrebbero ascoltare i profughi e rivelarne le storie. Il giornalismo di certo non deve nascondere le notizie “scomode”, qualsiasi gruppo essere riguardino. Il giornalismo di qualità ha però il compito di fotografare, valutare e comprendere la società multiculturale in cui viviamo, con i suoi problemi e le sue risorse.
Nel caso dei profughi, dalla mia ricerca posso trarre la conclusione finale che l’agenzia Ansa non tematizza a sufficienza la loro condizione. Non dà ai lettori il modo di conoscerli e di comprenderli. Anziché creare ponti di informazione e di conoscenza, in questo modo alza il rischio dell’incomprensione e del pregiudizio.

foto da: Ansa.it

Danimarca | I richiedenti asilo, ovvero giornalisti

redazione Dagbladet Informationdi Elena Guerra

Per un giorno i rifugiati hanno curato l’edizione del Dagbladet Information, un quotidiano danese progressista. L’obiettivo era quello di presentare un’immagine radicalmente diversa delle migliaia di richiedenti asilo che bussano alla porta dell’Europa. Il giornale ha messo insieme una dozzina di rifugiati, per lo più professionisti del settore e che spesso hanno avuto seri problemi nel praticare la propria professione nel proprio Paese di origine, la maggior parte dei quali sono arrivati da poco in Danimarca, affidandogli il controllo della scelta editoriale, fornendo sostegno per le ricerche e la traduzione.

Le 48 pagine della piccola testata con una tiratura di circa ventimila copie hanno attraversato diversi temi: le politiche sull’immigrazione del Paese, di come la migrazione verso l’Europa sia così fortemente maschile, la “lotteria” dei nuovi arrivati nei campi profughi danesi, lo smantellamento di tre miti sui rifugiati e sulle devastazioni in Siria per mano dei jihadisti dello Stato islamico. Dagbladet Information, una piccola, è nata come organo della resistenza clandestina danese durante la Seconda guerra mondiale, ed è un punto di riferimento per i movimenti sociali.

La voce dei rifugiati è stata assente dalla stampa, ma questa non è certo una novità, non solo in Danimarca. Di sicuro la scelta di questa redazione è in linea con le buone prassi per un buon giornalismo interculturale. Nel libro Comunicazione e giornalismo interculturale (Cedam, 2004), l’autore ed esperto dei media Maurizio Corte evidenzia l’impegno di questo giornalismo buono – e non buonista – “a valorizzare la presenza immigrata come risorsa per la società di accoglienza, favorendo la conoscenza, l’accettazione reciproca, l’integrazione e lo scambio fra culture diverse: obiettivi raggiungibili se si seguono i principi fondanti e le indicazioni della Pedagogia interculturale; se si acquisisce un nuovo atteggiamento culturale basato sul rispetto, sull’accoglienza, sul dialogo. Non dobbiamo dimenticare, poi, che in mass media aperti all’intercultura i cittadini di origine straniera possono trovare una forma positiva di rispecchiamento; una ragione in più per amare la nuova Patria dove vivono, per sentirsene parte attiva e costruttiva”.

Media e immigrazione: stampa impreparata di fronte all’emergenza profughi

di Maurizio Corte

Media e immigrazione, l’arrivo dei profughi dalle zone di guerra ha messo a dura prova i giornali italiani (stampa, siti web, tv, radio). E ha rivelato i limiti dei media italiani nel rappresentare il fenomeno delle migrazioni, siano essere determinate da motivi umanitari, prodotte dal desiderio di trovare lavoro; oppure siano causate dalla volontà di migliorare lo status economico.

Tre sono i punti critici che i media italiani hanno mostrato, nella calda estate di quest’anno. Tre punti che gli studiosi dei media, come il gruppo di ProsMedia, peraltro ben conoscono. Il primo è il punto critico del linguaggio: i giornali hanno mescolato immigrati, richiedenti asilo, rifugiati, profughi, clandestini e irregolari.

Facendo il lavoro di desk – come giornalista responsabile delle pagine di Interni-Esterni dei quotidiani del Gruppo Athesis (L’Arena, Giornale di Vicenza e BresciaOggi) – e dovendo selezionare e impaginare le notizie (e le foto), ho registrato un elemento: è pressoché impossibile trovare una foto, nel sistema editoriale, se si fa la ricerca con la parola “profugo/i”. E’ molto più facile trovare fotografie con la parola “migranti”, “immigrati” o addirittura clandestino/i.
Eppure, chi nei giornali si occupa di immigrazione, sa bene che i barconi in arrivo dalla Libia sono soprattutto affollati di persone che fuggono dalle zone di guerra.

Il secondo punto critico è la sudditanza e la mancanza di filtro verso i politici. Nel linguaggio e nell’agenda dei giornali, un solo politico – peraltro di un partito che in Italia non raccoglie più del 15-20% dei voti – può far credere che le persone sui barconi sono clandestini. Sono invasori. Sono soggetti pericolosi. E sono soggetti profittatori, a cui sono riservati trattamenti principeschi (hotel, diaria giornaliera, servizi di prim’ordine).

Certo, non è escluso che fra i migranti e i profughi, come fra i cittadini di tutte le comunità, vi siano malintenzionati, soggetti pericolosi e finanche delinquenti. Non è neppure escluso che vi siano stati delle situazioni di privilegio, peraltro date a persone che nella loro vita hanno visto il peggio dell’umanità e della guerra. Questo, però, non giustifica il considerare – senza una seria indagine e senza dati ufficiali – la maggior parte dei migranti come clandestini e come privilegiati.

Il terzo punto critico è la mancata contestualizzazione del fenomeno dei profughi. Pare che le persone che scappano dalle zone di guerra – per non dire di chi scappa da violenza domestica e miseria – appaiano all’improvviso senza avere un passato, una ragione di fuga, un motivo di spinta all’emigrare. Quasi mai i giornali hanno scritto e scrivono i “presupposti” delle migrazioni, siano esse per motivi economici, siano esse per motivi umanitari: la guerra non viene tematizzata; non si dice che l’Europa (Francia e Italia in primis, in Libia, ad esempio) è una grande produttrice e venditrice di armi. E che le armi alimentano le guerre regionali; e che le guerre “producono” i profughi e i migranti.

L’Unione Europea viene chiamata in campo, attraverso le dichiarazioni del politico di turno, solo per tamponare e distribuire i profughi. Non per intervenire alla fonte, nelle zone dell’Africa e del Medio Oriente martoriate dalla violenza, dove occorrono progetti di pace; e progetti di prosperità e di crescita economica e dei diritti.

Che cosa fare per andare oltre gli stereotipi, i pregiudizi e le routines giornalistiche del rapporto fra media e immigrazione? Come lettori, è importante attivare il proprio senso critico: verificare, controllare, analizzare dove portano le parole; quale “ideologia” vi è dietro la scelta linguistica; a quali interessi soggiace un certo giornale, o radio, o tv, o sito web di informazione. Essere, insomma, lettori di qualità. Arrivando a chiudere, anche, la pagina di un sito web (e passare a una migliore), quando si coglie la manipolazione o la superficialità dietro il narrare di certi giornalisti.

Come giornalisti, è importante avere presenti le linee per un giornalismo che sia interculturale; che sia un buon giornalismo. Ecco quindi, la scelta consapevole e corretta delle parole: così come non confondiamo un viceministro con un sottosegretario, o un assessore con un consigliere comunale; occorre evitare di confondere un migrante economico con un profugo, e un profugo o richiedente asilo con un clandestino o irregolare.

Occorre andare oltre: guardare il contesto; avere presente il presupposto di un certo accadimento; porre attenzione alle strumentalizzazioni politiche del nostro mestiere; essere sensibili al ruolo “formativo” (e non solo “informativo”) della stampa quando parla di immigrazione. E’ poi importante interrogarsi sulla “ideologia” a cui facciamo riferimento – esplicitata da noi stessi, a noi presente, oppure implicita e non dichiarata – quando usiamo certe parole, certi temi; quando diamo un certo taglio alla notizia, o quando la accostiamo a un’altra notizia.

La partita in gioco, nel tema del rapporto fra immigrazione e media in Italia, è molto alta. E’ la partita della democrazia; di una stampa libera; di una stampa di qualità; di un sistema dei media al servizio dei lettori e non al servizio di interessi palesi od occulti. E’ la partita della “ideologia”, del sistema di valori che vogliamo testimoniare, come lettori o come giornalisti.

Copeam e l’informazione sull’immigrazione

di Elena Guerra

I media e le emittenti pubbliche influenzano gli spettatori con le loro immagini, attraverso la scelta degli argomenti da trattare e della modalità di rappresentarli. Questo vale anche e soprattutto per il fenomeno dell’immigrazione, troppo spesso associato a temi come sicurezza e terrorismo, mentre ci si dimentica dei problemi umani ed economici dietro le storie dei migranti. Il problema è stato affrontato durante il ventiduesimo incontro della Copeam (Conferenza permanente dell’audiovisivo mediterraneo), tenutosi a Malta a fine marzo. Vi hanno preso parte duecento rappresentanti del settore audiovisivo della regione mediterranea che hanno sottoscritto in modo unanime una risoluzione che invita soprattutto i media di servizio pubblico a lavorare per accrescere la consapevolezza dei drammatici eventi che stanno accadendo alle porte dell’Europa cercando di dare maggiore voce ai migranti e alle loro storie, e di fornire un’informazione corretta e completa sul fenomeno.

Le emittenti pubbliche svolgono un ruolo fondamentale nella vita dei cittadini ed è per questo che non possono esserci omissioni nel loro messaggio. Non si può raccontare solo l’urgenza del fatto di cronaca; è necessario andare in profondità nella notizia rappresentandola in maniera obiettiva senza fermarsi alla fornitura di dati statistici o, nei casi più drammatici, al conteggio delle vittime riconducibili al fenomeno. Dalla Conferenza è emersa inoltre la necessità di cooperazione tra gli attori della comunicazione al fine di diffondere le buone pratiche del giornalismo in particolare tra i media nazionali e quelli locali che, lavorando a più stretto contatto con il territorio, possono fare molto per facilitare la conoscenza e la comprensione dell’Altro. In questo percorso, i cui intenti non si discostano da quelli della Carta di Roma, un ruolo fondamentale lo ricopre la formazione: un giornalista, per svolgere al meglio la sua professione deve costantemente evolversi tenendo il passo con i cambiamenti della società che lo circonda.

Uno degli aspetti più interessanti della Copeam è la partecipazione di operatori dalle due sponde del Mediterraneo. La diversità di approccio a tematiche come quella migratoria e la diversità culturale tra i vari paesi coinvolti costituiscono fonte di arricchimento per i partecipanti e possibilità dell’apertura di nuovi canali di dialogo che potranno favorire un trattamento più adeguato ed approfondito di questi argomenti. Le emittenti egiziane ed algerine ad esempio hanno spiegato alla platea il loro impegno nel mostrare al pubblico cosa accade durante le traversate in mare, al fine di ridurre le partenze e conseguentemente il numero di persone che rischiano la propria vita nel Mediterraneo. Alla Conferenza seguiranno dei programmi (spot, documentari) dedicati all’argomento e capaci di dar voce a migranti e rifugiati delle due sponde del Mediterraneo che saranno realizzati in coproduzione al fine di promuovere concretamente la diffusione di buone pratiche giornalistiche e una reale conoscenza dell’Altro.

In questi giorni si susseguono le notizie sull’ennesima tragedia in mare. I telegiornali Rai in questa occasione si sono sforzati di non appiattirsi sul solo fatto di cronaca e di approfondire la notizia raccontando storie, scandagliando le cause che spingono i migranti a partire e le vicende dei loro paesi d’origine e visitando i centri di accoglienza dislocati su nostro territorio. Tuttavia anche alla luce dei commenti razzisti e xenofobi che emergono tra l’opinione pubblica, si può considerare che il network, come l’intero apparato mediale italiano, abbia ancora una lunga strada da percorrere per diventare un punto di riferimento capace non solo di informare correttamente, ma anche di formare il suo pubblico. Il giornalismo italiano lentamente sta compiendo alcune trasformazioni adottando un linguaggio più rispettoso, nonostante ciò è necessario ancora uno sforzo ulteriore per garantire oggettività nella scelta di immagini, parole e fonti affinché sia garantito il pluralismo e la diversità di opinione e si eviti la diffusione di pregiudizi e stereotipi.

Le notizie sono fuori dal ghetto

presentazione rapporto annuale carta di romaComunicato stampa dell’associazione Carta di Roma

Donne migranti, seconde generazioni, ruolo che l’immigrazione gioca nella cronaca: di questo si è discusso oggi, 16 dicembre, alla Camera dei Deputati, in occasione della presentazione del rapporto su media e immigrazione “Notizie fuori dal ghetto”, curato dall’osservatorio dell’Associazione Carta di Roma.

La sensibilità verso il tema dell’immigrazione è aumentata, i giornalisti sono più informati, le testate nazionali prediligono un taglio sociale; lo sforzo fatto dai media negli ultimi mesi, secondo quanto è emerso nel corso del dibattito, a conferma dei dati del rapporto, è grande. Ampio spazio è stato dato alla questione femminile: “Le donne migranti, emblema di forza e coraggio, devono emergere allo stesso modo anche nella sfera mediatica”, questo lo spunto di riflessione con cui Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati ha aperto l’incontro. Donne immigrate che, secondo la redattrice della Stampa, Francesca Paci, pagano una sottorappresentazione generalizzata del mondo femminile.  Donne immigrate che, non senza fatica, hanno avuto gran peso nella rivendicazione, da parte delle seconde generazioni, di un ruolo da protagoniste.

“Siamo felici, oggi, di apparire nei pezzi come parte integrante della società, ma non è sufficiente lo spazio mediatico – ha osservato Lucia Ghebreghiorges, Rete G2 – le seconde generazioni devono conquistare diritti civili e politici. È fondamentale che i giornalisti si specializzino sempre di più sul tema dell’immigrazione e che approfondiscano ogni storia, per staccarsi dagli stereotipi”. Ribka Sibathu reclama invece una maggiore presenza e integrazione sul piano culturale: “Molti non lo vedono ancora come un investimento, ma lo è. Ognuno di noi può avere molto da dare, culturalmente, a questo paese, contribuendo così alla sua crescita”.

Il mondo mediatico, però, ha ancora molta strada da fare: permane, per esempio, soprattutto nelle redazioni locali, la tendenza a parlare di immigrazione solo sotto la lente della cronaca nera. Anche la nazionalità, nelle colonne della cronaca, continua, spesso, a connotare le notizie. Paolo Conti, giornalista del Corriere della Sera, ammonisce tuttavia dal fare semplici generalizzazioni, ricordando il lavoro delle testate che si impegnano nel rispettare il codice deontologico per offrire un’informazione corretta e pulita. “I difetti del giornalismo, quando il tema è l’immigrazione – conclude il presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu – sono uno strumento per individuare i problemi generali del giornalismo, esattamente come un organismo fragile svela l’insalubrità dell’aria di un ambiente”.

Il Papa, l’immigrazione e l’indifferenza dei media

di Elena Guerra

La visita di Papa Francesco a Lampedusa ha avuto la forza di rompere l’agenda solita dei media. Un’agenda estiva sui migranti, che parla solo di sbarchi, di “emergenza immigrazione”, di “isola al collasso”. Un’agenda che è così da molti anni, facendo andare di pari passo l’attenzione all’immigrazione con l’aumento degli arrivi a Lampedusa.

Papa Francesco ha avuto il coraggio di porre sotto una luce diversa il tema dell’immigrazione. Ha così costretto i media a rilanciare le sue dure e forti parole: ha parlato di “anestesia del cuore”, di “globalizzazione dell’indifferenza”. Francesco, nell’omelia della messa a Lampedusa davanti a migliaia di migranti, ha sottolineato di aver saputo proprio dai giornali delle migliaia di morti nelle traversate della speranza.

La visita del Papa nell’isola dove approdano i migranti deve essere un monito per tutti. Non soltanto per le autorità pubbliche; non soltanto per i colossi economici che vivono di indifferenza; non soltanto per chi è impegnato sul fronte dell’immigrazione. Deve essere un monito anche e soprattutto per i giornalisti e gli operatori dei media.

Compito dei giornali è dare conto dei cambiamenti della società. E’ dare notizia dei piccoli e grandi movimenti che modificano le strutture e il vivere sociale. Ma è compito dei giornali e dei media in generale quello di rispettare la dignità della persona; di dare voce ai migranti che voce non hanno; di condannare i rigurgiti di razzismo; di frantumare la “globalizzazione dell’indifferenza” di cui ha parlato il Papa.

La “Carta di Roma” – il protocollo deontologico sull’informazione che riguarda migranti, rifugiati, richiedenti asilo e vittime della tratta – è un passo avanti importante per i media italiani. I risultati si vedono. Ma molto lavoro resta ancora da fare. A cominciare dal “rompere l’agenda” dei media, dal cambiarne i contenuti e il linguaggio, in modo da arrivare a un giornalismo rispettoso della diversità.

I giornali e la triste fine del ragazzino etiope

di Maurizio Corte

Nella lettura dei servizi giornalistici sul caso del ragazzino etiope che alcuni giorni fa si è ucciso a 14 anni, possiamo ritrovare le insufficienze, le letture parziali, gli stereotipi che caratterizzano anche l’informazione sui migranti di origine straniera. Un’’informazione che studio assieme al mio gruppo di analisi interculturale dei media (www.prosmedia.org) all’Università di Verona. C’è innanzi tutto l’’idea radicata che l’’Africa non sia un continente composito, ma una “nazione”, un monolite. Molti articoli pubblicati sulla vicenda hanno usato l’’espressione “sognava l’’Africa”, che a dire il vero è solo l’’espressione del sentire di qualche occidentale che si è innamorato di una qualche parte di quel continente. Useremmo mai l’’espressione “sognare l’’Europa”? Se un ragazzino tedesco, un italiano o in francese dovessero scappare dall’’Australia o dagli Stati Uniti dove ’è stato adottato, i giornali di quelle aree userebbero forse l’’espressione “ragazzino europeo” e “nostalgia dell’’Europa”? Scriverebbero mai che è morto inseguendo il suo sogno europeo? Ne dubito. E’’ stata data insomma una lettura “mitica” del suo malessere. Il dolore, i problemi di integrazione, la difficoltà di relazione e tutto quanto può esservi in una morte così violenta (l’’impiccagione) anche a livello comunicativo, sono stati letti con la lente occidentale del “sogno africano”. Una lente per la quale l’’Etiopia o la Nigeria, il Mozambico piuttosto che l’’Algeria non sono luoghi precisi, ma sono un’’indistinta “Africa”.

La seconda annotazione che mi sento di fare riguarda il ritratto del ragazzino etiope. Come per l’’informazione sui migranti, quando l’’Altro straniero è bambino (o donna incinta o anziano malato), allora l’informazione assume i toni e l’inquadratura della compassione. E’ un dolore compassionevole quello che possiamo rintracciare negli articoli di giornale sul ragazzino etiope adottato. La compassione per un “bravo ragazzo”, studioso, atleta, che serviva pure a messa. Se quel ragazzo etiope fosse stato più grande di 4-5 anni e avesse commesso un reato (una “rapina in villa”, ad esempio), avremmo potuto rintracciare nei servizi giornalistici il ritratto del “criminale straniero”, dell’’africano minaccioso che ritroviamo nel manifesto razzista di un candidato consigliere regionale della Lega Nord in Lombardia. Il taglio narrativo “compassionevole” per il ragazzino adottivo lo ritroviamo esteso all’’ambiente che lo ha circondato. Qualche giornalista ha insistito sull’’amore da cui il ragazzino era circondato, sulle buone relazioni con i compagni, sulla famiglia adottiva che gli aveva offerto agi e affetto. Insomma, dal mito del sogno africano al mito del paradiso terrestre europeo.

Solo l’’articolo di Bossi Fedrigotti, sul Corriere della Sera, pone l’’interrogativo sull’’accettazione del ragazzino etiope da parte dei compagni di scuola e dell’’ambiente in cui viveva. Anche qui abbiamo, però, la lettura del tragico evento attraverso una “lente africana”: il dolore e i problemi di cui soffriva il ragazzo sono visti come conseguenza della sua alterità, con particolare riguardo al fatto di essere (ancora una volta) “africano”. Non vi è un’’analisi attenta del caso, ma solo la lettura sotto una certa angolazione: eppure bastavano tre telefonate a tre conoscitori/operatori del settore per andare oltre lo “stereotipo africano” e il sogno della terra natìa. Il ragazzino etiope è stato insomma inquadrato dai media sì come ragazzino adottato, ma soprattutto come “africano strappato alle sue radici”. Non vi è stata una piena comprensione e uno scavo dell’’evento tragico, ma il suo inquadramento entro una certa cornice interpretativa (il “frame” di cui parla il sociologo Erving Goffman) che poco ci aiuta a capire. E che anzi ci incanala in un vicolo che non ha finestre sul mondo e sulla vita vera.

E’’ un limite del giornalismo italiano – stando alle ricerche su “media e diversità culturale” che conduciamo come ProsMedia – il non saper scavare, il non saper andare nel profondo. Il giornalismo italiano si porta dietro, per motivi che sarebbe lungo spiegare, un’’abitudine di lavoro e di espressione “paraletterarie”: la passione per il racconto (per lo “storytelling”, per usare un’’espressione che va per la maggiore adesso), per il “bello scrivere” e le sue suggestioni narrative si impone sull’’analisi attenta, informata, rigorosa. Questa volta a farne le spese è stato un ragazzino adottivo che si è ucciso. La prossima volta sarà un adulto adottivo che commette qualche altra infrazione alle regole. Si badi bene, però: non è solo il mondo dell’’adozione, con le sue problematiche, a non essere capito dai media italiani e dai suoi operatori (giornalisti, blogger d’informazione, fotoreporter eccetera); è un po’ tutta la società a non essere tematizzata in modo serio e attento dai mass media. Un po’’ per loro limiti strutturali, legati alle routine professionali; molto per la scarsa formazione dei giornalisti. Questo ho riscontrato con il mio lavoro di ricerca da 15 anni in qua; e questo mi sento di affermare anche nel caso del ragazzino che si è tolto la vita. Sulla vicenda va segnalato il post offerto, e i relativi commenti anche del sottoscritto, del blog http://ilpostadozione.wordpress.com/

Elezioni e immigrazione

di Maurizio Corte

“Il tema della migrazione torni all’attenzione del Parlamento”. Lo ha dichiarato Laura Boldrini, ex portavoce dell’Onu per i rifugiati e oggi candidata nelle liste di Sinistra Ecologia Libertà per le prossime politiche, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che ricorre il 14 gennaio.  “Si parta con la riforma della legge sulla cittadinanza”, ha proseguito Boldrini, «in modo da consentire l’inclusione di chi nasce, vive, studia e lavora in Italia.  Ma va modificato anche l’intero impianto della normativa in materia di immigrazione, basato sulla criminalizzazione dei migranti”.

La richiesta di Laura Boldrini sul tema immigrazione è sacrosanta. Il problema che ci dobbiamo porre come giornalisti e come studiosi dei media è di non ricadere ancora in un tipo di informazione pregiudiziale e discriminatoria. A preoccupare non sono tanto i soliti giornali che sono al servizio del politico di turno e che supportano il lavoro degli “imprenditori della paura” e dei razzisti. Preoccupano i giornali, qualcuno anche “progressista”, che sfruttano notizie incontrollate, posizioni discriminatorie e letture superficiali per tentare di fare audience. Un’audience sulla pelle degli immigrati e dello “straniero”, rinunciando al giornalismo interculturale.

La “Carta di Roma” resta per noi giornalisti un punto di riferimento imprescindibile quando parliamo di immigrazione e di persone immigrate. Dobbiamo essere attenti e scrupolosi nella scelta delle parole, nel trattamento dei temi, nel nostro aggiornamento come professionisti. Dobbiamo stare attenti  anche a non farci fagocitare dalla fretta e dalle solite routines professionali.  La superficialità e l’inevitabile distorsione, verso cui certo giornalismo tende a portarci, non sono alibi credibili.

Come giornalisti non possiamo nasconderci dietro paraventi deboli per non ammettere che abdichiamo al nostro lavoro di “mediatori” fra la realtà dei fatti (o fra le agenzie, i testimoni e i colleghi che ce li raccontano) e il lettore. A questo proposito, l’insegnamento di Sergio Lepri (Professione giornalista) sul nostro ruolo di intermediari, a cui non possiamo/dobbiamo rinunciare, è quanto mai attuale. E’ un insegnamento, come dimostra la “Carta di Roma”, che vale anche e soprattutto nella società multiculturale.

Rinunciare al nostro compito di mediazione e violare la “Carta di Roma” – il protocollo deontologico dei giornalisti – significa condannare la nostra professione a non essere necessaria. Invece, nell’era digitale, dei new media che spingono le notizie sulla pista più rapida di accelerazione, è importante un atteggiamento professionale corretto: correttezza nell’uso delle parole (migrante, rifugiato, vittima della tratta, richiedente asilo) e disponibilità a mettere in pratica un giornalismo che sia interculturale.