Il vademecum da infrangere

di Elena Guerra

Nel giornalismo quando si parla di immigrazione ci sono dieci comandamenti. Non promesse da realizzare, ma trappole da evitare. Ne ha parlato a metà aprile Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio, durante il seminario di formazione “Sgomberiamoli!”, promosso dall’agenzia Redattore Sociale.
Ecco le dieci cose da evitare, e qualche consiglio:

  • L’uso del termine razza. Non bisogna tanto stare attenti alla parola, quanto ai significati che si porta dietro;
  • La deumanizzazione che avviene ogni volta che, per esempio, si paragonano gli uomini ad animali, come le “antilopi” nell’atletica leggera;
  • I pregiudizi positivi, come quello in base a cui i neri hanno il ritmo nel sangue;
  • I numeri che nell’immigrazione sono complicatissimi;
  • Il legare i fatti tra loro, perché non tutte le variabili sono significative, ma molte sono casuali;
  • L’abitudine di parlare di immigrazione in termini di solidarietà, più che di diritti;
  • Il capro espiatorio, generalmente debole e invisibile;
  • La discriminazione indiretta, cioè la condotta razzista che in molti casi non è riconosciuta come tale;
  • Evidenziare troppo le differenze. Meglio soffermarsi di più sulle similitudini;
  • Meglio ragionare in termini di meticciato, raccontando le molteplicità dell’identità.

Gli stranieri relegati nelle pagine di nera

di Cristina Martini

Su quotidiani e telegiornali gli immigrati occupano uno spazio marginale, nemmeno il 2% delle notizie, e sono solitamente citati per fatti legati alla cronaca nera dove conta soprattutto sottolineare nazionalità e fede religiosa. L’agenzia Ansa diffonde alcuni dei risultati di una ricerca condotta dal Robert Schumann Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze nell’ambito del progetto Mediva (Media per la diversità e l’integrazione dei migranti) curato da Anna Triandafyllidou e Iryna Ulasiuk. L’indagine ha coinvolto in Italia i quotidiani La Nazione, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Corriere della Sera e il Tg3, e lo studio è stato condotto su più Paesi europei.

Nella copertura delle notizie sugli immigrati, è stato spiegato, in Italia «i media spesso alimentano l’opposizione tra un positivo “noi” e un negativo “loro”, e in generale le notizie relative all’immigrazione hanno risalto solo in concomitanza di un evento straordinario o che, appunto, fa notizia». Sui media italiani, è stato detto ancora, «imigranti sono il più delle volte rappresentati come gruppo piuttosto che come singole persone, gruppi cui si attribuiscono caratteristiche minacciose o si associano problemi. Mancano invece spazi di approfondimento sulle realtà di provenienza, per capire meglio i problemi. E mancano criteri di selezione nelle redazioni di giornalisti legati alle nazionalità immigrate».

Basta con i titoli ansiogeni e il vocabolario dell’emergenza

di Elena Guerra

“Allarme”, “clandestini”, “invasione”, “ondate”. Dopo l’incontro di domenica 12 marzo tra il ministro degli esteri italiano e il suo omologo libico,  molti telegiornali e giornali hanno ripreso quota il vocabolario dell’emergenza più ansiogena: sulle coste italiane si starebbe per abbattere una nuova marea umana, brulicante e pericolosa. La Fnsi, Federazione nazionale stampa italiana, ricorda alla politica le sue responsabilità:  “al governo Monti chiediamo dunque di marcare una discontinuità, anche linguistica, con la comunicazione del precedente governo, che aveva consapevolmente speculato sulla paura degli immigrati e sullo “tsunami umano” che avrebbe minacciato l’Italia”.

Secondo la Fnsi, inoltre, è bene che “anche noi giornalisti rammentiamo le nostre, di responsabilità: quelle alle quali ci richiama la Carta di Roma, sottoscritta nel 2008 da Ordine e Fnsi d’intesa con l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati.  Siamo tenuti a dare un’informazione aderente ai dati di fatto e alla consistenza reale dei fenomeni; a usare le parole in modo preciso e rispettoso di esseri umani troppo spesso liquidati col termine spregiativo di “clandestini”; a ricordare quali siano le situazioni dalle quali questi uomini e donne vengono via, e perché. Stiamo ancora pagando, nella vita pubblica italiana, il conto di campagne politico-mediatiche tanto spregiudicate quanto efficaci. Non è proprio il caso di continuare a spargere veleni”.