“Ma che genere di linguaggio!”, convegno a Verona

di Cristina Martini

Possono immagini, parole e pensieri indurre i comportamenti violenti? Quali passi avanti sono stati fatti e quanti da fare ancora per una cultura rispettosa delle differenze? Su queste ed altre domande si cercherà di riflettere venerdì 19 ottobre dalle 16 al convegno “Ma che genere di linguaggio!”, organizzato dal Coordinamento di associazioni Caffè e parole e ospitato in sala Farinati, biblioteca Civica a Verona. Oltre all’intervento di chi scrive, relazioneranno Michele Cortellazzo, docente di Linguistica dell’Università di Padova e Irene Biemmi, ricercatrice dell’Università di Firenze.

Nominare la realtà con le parole giuste nel quotidiano, nei libri scolastici, nelle pubblicità, nel mondo dell’informazione è una responsabilità a cui non ci si può sottrarre, se l’intento è quello di lavorare per una cultura del rispetto. Questa passa da un superamento degli stereotipi legati al genere, che inquadrano e “ingabbiano” maschile e femminile in alcuni schemi prestabiliti che spengono le unicità di ciascuno/a e creano delle aspettative sulle caratteristiche che bambini e bambine, uomini e donne dovrebbero avere per essere socialmente percepiti come “normali”.

“Ma che genere di linguaggio!” è ad ingresso libero e rivolto a cittadini/e ma anche a tutti/e coloro che lavorano negli ambiti dell’educazione, della comunicazione e con i/le più giovani.

Ferrara | Festival di Internazionale 2018

di Cristina Martini

3 giorni di incontri, workshop e laboratori per bambini, 216 ospiti da 44 Paesi dei 5 continenti, più di 75.000 presenze attese: questi sono i numeri in crescita del Festival di Internazionale 2018, l’appuntamento annuale che dal 5 al 7 ottobre porterà a Ferrara i giornalisti di tutto il mondo.

Giunto ormai alla dodicesima edizione, il Festival propone al pubblico dibattiti, workshop, mostre, proiezioni di film e documentari alla presenza di giornalisti, studiosi, scrittori, fotografi e artisti. Ferrara sarà spazio e luogo di contaminazione culturale su molteplici tematiche quali attualità, economia, letteratura, fumetti e fotografia.

Il simbolo del Festival 2018 racchiude in sé il messaggio e il filo conduttore degli incontri: il tempo è scaduto. Suona quindi una sveglia: l’ascesa dei nuovi populismi, il ritorno di misure protezionistiche e il dilagare di posizioni xenofobe hanno generato in Europa e nel mondo un forte bisogno di risposte. Dalle guerre in corso alle catastrofi ambientali, dal razzismo alle disuguaglianze economiche e sociali, è tempo di reagire.

“In un’epoca di muri e di percorsi di isolamento – afferma il vice sindaco di Ferrara Massimo Maisto – Internazionale a Ferrara è una manifestazione di straordinaria importanza, perché apre lo sguardo e la conoscenza verso tragitti, storie, esperienze diverse, consente confronti, stimola curiosità, favorisce la contaminazione del pensiero e delle opinioni. È un festival che “accoglie”, che approfondisce, che squaderna sul suggestivo palcoscenico del centro storico di Ferrara problemi, scenari e prospettive del mondo futuro – globale e locale – che ci attende”.

Le attività saranno per la maggior parte gratuite e raggiungibili in modo sostenibile (a piedi o in bicicletta). Internazionale e la città di Ferrara hanno ancora una volta profuso il loro impegno per rendere questo grande appuntamento accessibile a tutti, senza barriere architettoniche.

Puoi consultare il programma qui: https://www.internazionale.it/festival/programma.

Milena Sutter, libro sul rapimento che sconvolse l’Italia

di Maurizio Corte

Genova, giovedì 6 maggio 1971, ore 17. Milena Sutter, 13 anni, scompare all’uscita della Scuola Svizzera, dove frequenta la terza media. È figlia di un ricco industriale della cera. Il suo corpo, senza vita, viene trovato in mare due settimane dopo. L’ipotesi investigativa è solo una: il sequestro per motivi di denaro. Ad essere accusato del rapimento e dell’omicidio della studentessa è un giovane di 25 anni, Lorenzo Bozano, un perdigiorno di famiglia alto-borghese.

È soprannominato il “biondino della spider rossa”: non è biondo, né magrolino. Assolto nel processo di primo grado nel 1973, viene condannato all’ergastolo nel 1975. Dopo oltre 40 anni di carcere continua a professarsi innocente.

A distanza di 47 anni da quella vicenda di violenza su una giovanissima donna, a fine maggio esce in libreria “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media”, edito da Cacucci (Bari).

Ho scritto questo libro assieme a Laura Baccaro, psicologa e criminologa, dopo una ricerca universitaria durata otto anni. E condotta con il gruppo analisi dei media, ProsMedia, del Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona.

Il libro esamina gli indizi contro l’imputato, la perizia medico-legale, la personalità del giovane della spider rossa, il ruolo dei media e quello dell’amica di Milena, Isabelle, mai ascoltata al processo.
Con un’analisi rigorosa abbiamo voluto studiare un evento che ha segnato la Storia civile d’Italia e che anticipa di trent’anni la mediatizzazione televisiva dei grandi casi giudiziari. Basti pensare che a metà maggio 1971, Lorenzo Bozano – rilasciato dopo il primo fermo di polizia – concede un’intervista televisiva alla Rai e fa una conferenza-stampa con i giornalisti per proclamare la sua innocenza.

Grazie alle nuove tecniche di analisi e di ricerca messe a disposizione dalle scienze sociali, Laura Baccaro e io rileggiamo da una diversa prospettiva (e senza pregiudizi) gli aspetti di una vicenda ancora tutta da comprendere. E sulla quale la verità storico-scientifica non è ancora stata scritta.

Il libro “Il Biondino della Spider Rossa” ha inizio con una ricostruzione il più possibile obiettiva della vicenda. “Abbiamo cercato di fare ordine nelle inesattezze e nelle informazioni errate comparse negli anni su Internet (le “fake news”, per dirla con il linguaggio corrente di oggi)”, spiega la psicologa e criminologa Laura Baccaro.

La prima parte del libro, dedicata alla “verità storica”, si concentra sui “nodi critici” del caso e sugli indizi contro Lorenzo Bozano, condannato come rapitore e omicida di Milena.

La seconda parte del libro affronta la “verità della Medicina Legale”: la causa della morte della vittima, i mezzi di produzione della stessa e l’epoca del decesso.

La terza parte del libro si concentra sulla “verità psicologica”: è dedicata a Bozano, quello di ieri e quello di oggi, analizzato con una perizia psico-criminologica di Laura Baccaro.

La quarta parte è sulla “verità mediatica”, che è poi quella che ha avuto maggior successo e popolarità fra la gente. Vi si approfondisce un argomento – il ruolo dei media nei fatti giudiziari – vecchio quasi quanto il giornalismo; ma che oggi trova un suo peculiare significato: Internet rende di continuo “presente” ciò che un tempo veniva consegnato a polverosi archivi.

I diritti del libro sono devoluti all’Associazione Psicologo di Strada di Padova, presieduta da Laura Baccaro, che gestisce lo sportello contro la violenza di genere e lo stalking.

Il 31 maggio, in concomitanza con l’uscita del libro, sarà aperto anche il sito web dedicato alla ricerca universitaria e alla vicenda: www.ilbiondino.org.

Fake news: un involontario esperimento sociale

di Manuela Mazzariol

Si chiama Alessandro Proto e ha preso per i fondelli la stampa italiana per anni, spacciandosi di volta in volta per imprenditore, editore, aspirante politico, grande seduttore e uomo della finanza con conoscenze importanti, dalla famiglia Berlusconi a Donald Trump. A cercarlo su Google si trova un po’ di tutto, anche se oggi la maggior parte degli articoli sono dedicati a raccontare come questo discusso personaggio sia riuscito, grazie all’influenza che ancora oggi i media hanno sulla società, a inventarsi una vita e un’identità.

Della faccenda ha scritto, tra gli altri, il giornalista freelance Andrea Sceresini che ha pubblicato il libro “Io sono l’impostore – Storia dell’uomo che ci ha fregati tutti” (http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/reportage/9788842823971/io-sono-limpostore/), edito dal Saggiatore e composto a 4 mani con lo stesso Proto che sembra aver deciso di gettare la maschera e raccontare chi è veramente.

Nato nella periferia milanese, a diciassette anni Alessandro Proto fugge nella provincia bergamasca per vendere enciclopedie porta a porta. Venti anni dopo si può leggere per la prima volta il suo nome sul Corriere della Sera, accanto a quello di due insospettabili clienti della sua agenzia immobiliare: George Clooney e David Beckham. Qualcosa di vero c’è: all’epoca Proto vive a Lugano, dove ha una piccola agenzia immobiliare; un giorno si presentano da lui degli avvocati incaricati di vendere la villa di George Clooney sul lago di Como. Egli comprende subito di non poter chiudere l’affare, ma decide comunque di sfruttare la cosa per farsi pubblicità. Dunque contatta il Corriere per far pubblicare la notizia e aggiunge anche, sua totale invenzione, di un interessamento all’affare da parte di David Beckham. Tutto viene pubblicato, senza che vi sia alcuna verifica.

Da lì in avanti è un crescendo continuo: da Milano a Lugano, da Parigi a Londra e a New York, Proto millanta affari con i grandi signori della finanza e scalate ad aziende dal fatturato milionario. Sostiene di poter risollevare le sorti della stampa nazionale, propone la sua candidatura alle primarie del Pdl e ispira la figura del protagonista di Cinquanta sfumature di grigio.

In realtà nulla di tutto ciò è vero.

Dal suo ufficio milanese rilascia interviste e comunicati raccontando le proprie imprese (http://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/04/questuomo-ha-fregato-il-giornalismo-italiano/36068/). I giornali pubblicano, senza compiere ulteriori verifiche.

Un involontario esperimento sociale. Emblematico del grande potere che i media ancora hanno e possono avere. Un potere che permette non solo di influenzare l’opinione pubblica, ma addirittura di creare realtà inesistenti. Le bufale sul web imperversano, chiunque può aprire il proprio blog o condividere online notizie false o imprecise.

In questo marasma la figura del giornalista dovrebbe riconquistare centralità proprio per la capacità di lavorare con perizia, andando al di là delle logiche redazionali, della velocizzazione e sensazionalizzazione delle notizie e riportando i media alla loro funzione informativa, al servizio della collettività. Non può essere la volontà di fare spettacolo o di ottenere più click possibili, né il timore del “buco” giornalistico a guidare l’agenda di un giornale. Il rispetto delle norme deontologiche della professione, che impongono un rigoroso controllo delle fonti prima della pubblicazione, non è infatti una pedanteria da primi della classe. I ritmi di lavoro imposti dall’informazione digitale non sono una giustificazione alla mancata verifica e non esimono dalle responsabilità personali anche a livello civile e penale. Oltre a ciò, dovrebbe aggiungersi il peso derivante dalla consapevolezza dalla capacità che i mezzi di comunicazione hanno di influenzare e plasmare l’opinione pubblica.

Islam, media e storytelling politico

La Gabbia - 13.01.2016di Maurizio Corte

Quello visto la sera di mercoledì 13 gennaio, alla trasmissione La Gabbia, su La7, possiamo definirlo uno “storytelling politico” e una “marmellata mediale”. I temi dell’Islam e dei diritti, della libertà delle donne, del rispetto per la condizione femminile, dell’incrocio fra culture diverse è stato trattato con i modi del peggior servilismo ideologico e politico: superficialità, strumentalizzazione dei fatti, mancanza di approfondimento, conflitto come filo rosso conduttore, servitù verso una visione neorazzista della cultura. Continua a leggere “Islam, media e storytelling politico”

Ferrara | Festival di Internazionale

di Cristina Martini

Ferrara è Internazionale. Anche quest’anno si ripete l’appuntamento con il Festival di Internazionale, in programma da venerdì 2 a domenica 4 ottobre. Il centro storico della città estense diventerà punto d’incontro per i giornalisti e i visitatori di tutto il mondo, per una tre giorni di incontri, workshop, laboratori e proiezioni sulle tematiche attuali e con uno sguardo verso il futuro del giornalismo.

I trucchi del mestiere spiegati da chi con passione lavora sulle notizie che ogni giorno arrivano al pubblico, la sostenibilità, la politica e l’economia, il giornalismo interculturale e una particolare attenzione agli stereotipi veicolati dai media: questo il ricco programma del Festival, che è possibile consultare al link http://www.internazionale.it/festival/programma.

Vi segnaliamo in particolare gli incontri di Occhio ai media, un gruppo di ragazzi ferraresi di diversi paesi d’origine, che si occupa di monitorare gli stereotipi sulle minoranze a cui troppo spesso ricorre la stampa per rappresentare i fatti di cronaca e, più in generale, per raccontare la complessità della realtà.

Un’occasione imperdibile per i professionisti della stampa, web, social media, datajournalism, storytelling che darà uno sguardo vario e ampio su diversi punti di vista, nell’ottica di un giornalismo migliore.

Sarà possibile seguire il live tweeting sull’account @Internazfest o attraverso l’hashtag #intfe.

Media e minoranze: paesi diversi, notizie simili

Sa sinistra: Nina Kapel di ProsMedia, Ezio Giuricin, Alessandra Argenti Tremul e Daniele Kovačić
Sa sinistra: Nina Kapel di ProsMedia, Ezio Giuricin, Alessandra Argenti Tremul e Daniele Kovačić

di Nina Kapel

Quanto spazio hanno le notizie della minoranza sui media della maggioranza? Di che genere di notizie si tratta? E poi, quale futuro per la comunicazione delle minoranze linguistiche nell’era digitale? Sono state queste le domande che hanno fatto da filo conduttore al convegno “Le minoranze nei mezzi d’informazione”, che si è svolto mercoledì 15 gennaio scorso alla Comunità degli Italiani di Buie, in Croazia.

Ezio Giuricin, giornalista di TV Capodistria, e Alessandra Argenti Tremul, storica, giornalista e redattrice di documentari televisivi, sono stati i relatori della tavola rotonda moderata da Daniele Kovačić. Tra i presenti anche l’on. Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana, Giuseppina Rajko, vicepresidente della Regione Istriana per la minoranza italiana, Maurizio Tremul, presidente della Giunta Esecutiva dell’UI, nonché numerosi rappresentanti di autorità e istituzioni locali.

Media di minoranza e di maggioranza. La comunicazione, che spesso viene fatta in maniera scorretta, non riguarda solamente il giornalismo in senso stretto ma anche il modo di comunicare degli enti locali, a partire dalla diffusione di comunicati stampa che spesso non rispettano il bilinguismo in una regione, l’Istria, bilingue per Statuto. L’analisi del panorama mediatico attuale è stata affidata a Ezio Giuricin. “L’informazione e i media delle minoranze rappresentano un settore di vitale importanza che dà concretezza e visibilità a una minoranza sul territorio – ha iniziato Giuricin -. Questi mezzi d’informazione sono inoltre segno del grado di pluralismo democratico e culturale di una società”. Come è emerso dalla discussione, il problema principale riguarda il generale disinteresse dei media della maggioranza verso le notizie “ordinarie” della minoranza, mentre le notizie eccezionali o di avvenimenti straordinari non faticano a trovare spazio. Spesso inoltre i temi vengono affrontati in maniera inadeguata, favorendo la diffusione di notizie negative. “Anche in assenza di notizie negative l’informazione distorta o mal interpretata può nuocere – ha detto Giuricin –. Comunque sia, in generale si tende ad arginare la presenza della componente minoritaria dai media”.

Il futuro in rete. Al fine di garantire la diffusione d’informazioni importanti, ma anche quotidiane, ai membri della minoranza, è stata proposta l’idea di creare un portale comune che riunisca i contenuti delle diverse testate minoritarie, pur mantenendo intatta l’identità di ciascuna. In questo modo si potrebbe coinvolgere un pubblico più ampio e giovane, rispondendo al contempo alla “necessità di avere un approccio professionale e serio verso la cronaca e il racconto delle questioni che ci riguardano”, come ha riassunto Alessandra Argenti Tremul.

L’intervento di ProsMedia. Minoranze e notizie di cronaca nera, assenza di dibattito costruttivo, notizie caratterizzate da esclusiva ed eccezionalità, silenzio, indifferenza o visione negativa dell’altro… Sono temi che spesso emergono anche nelle numerose ricerche portate avanti da ProsMedia. A margine dell’incontro sono stati presentati i risultati delle ricerche più recenti sul tema “Media e migranti” che hanno dimostrato quanto sia difficile realizzare una comunicazione rispettosa e di qualità quando si tratta di minoranze, indipendentemente dal luogo in cui un comunicatore si trova a operare.

Giornalisti a scuola di dati

data driven journalismdi Irene Pasquetto

Lo scorso 20 dicembre una delegazione del nostro gruppo di ricerca ed analisi dei media ha partecipato alla giornata formativa “School of Data” organizzata da Trento Rise, Trentino Open Data, la Fondazione Bruno Kessler e l’organizzazione internazionale Open Knowledge Foundation.

Durante il workshop si è parlato di open data e di come i giornalisti possono integrare l’analisi e la visualizzazione dei dati nei loro reportage. Abbiamo poi visto alcuni strumenti utili e abbastanza intuitivi che è possibile utilizzare per realizzare un servizio di data journalism.

Ma perché andare a scuola di dati? Perché sia la professione giornalistica che quella di ricercatore dei processi mediatici sono e saranno sempre più legate all’utilizzo dei cosiddetti Big Data, così come ai progressi portati avanti dal movimento Open Data su scala mondiale.

Quella di basare i report giornalistici su dei dati “concreti” e verificati non è un’idea nuova, ma lo scenario che ci prospetta l’era digitale va ben oltre ciò a cui siamo abituati. Sempre più dati relativi ai settori più disparati vengono prodotti e collezionati ogni giorno sulla Rete e, contemporaneamente, le nuove tecnologie stanno rendendo più semplice anche la trasmissione e l’analisi di database ed archivi storici. Tutto ciò rappresenta un enorme potenziale narrativo attendibile e verificato per chi si occupa di informazione.

La pratica del data driven journalism, o computational journalism,  si sta diffondendo in tutto il mondo ed anche in Italia si contano ormai decine di iniziative dedicate all’argomento. Oltre alla sezione italiana di Open Knowledge Foundation e la sua School Of Data, ricordiamo tra gli altri il lavoro portato avanti da dataninja.it, Fondazione Ahref, il gruppo Data Journalism Italia, il team di ricerca Density Design del Politecnico di Milano e DataCrew di SudMediatica.

Come nasce una storia basata su dei dati? Come nella ricerca, anche nel caso di un’inchiesta giornalistica il “narratore” può partire da una domanda e cercane la risposta in un database, oppure si può trovare di fronte ad un database interessante e andare a cercare la storia da raccontare al suo interno, senza partire da un’idea o una domanda precisa. Trattasi della famosa differenza tra metodo deduttivo ed induttivo.

Quali dati dovrebbe utilizzare il giornalista? Per rispondere a questa domanda ci ricolleghiamo al concetto di Open Data. Grazie al processo di sensibilizzazione portato avanti dal movimento Open Data su scala mondiale, infatti, sempre più istituzioni governative stanno aprendo i loro database riguardanti moltissime tipologie di dati, da quelli sanitari, ad esempio, sino a quelli relativi ai trasposti pubblici. Per poter raccontare la nostra storia è fondamentale che i dati non solo siano affidabili e verificati ma anche in un formato “open”. I PDF sono banditi. Un esempio nostrano da dieci e lode è il sito dati.trentino.it. Ad ogni modo, il giornalisti può benissimo anche partire da database privati e realizzati da lui in prima persona.

Ho un’idea e anche i dati. E adesso? 

Proponiamo ora una scaletta classica dei passi necessari per realizzare un’inchiesta di data journalism:

1. Asking a question
2. Finding Data
3. Getting Data
4. Cleaning Data
5. Analysing Data
6. Presenting Data

Una volta che abbiamo trovato i dati che ci servono, quasi sicuramente questi andranno “ripuliti” (cleaning data), analizzati e poi rappresentati graficamente nel modo più intuitivo possibile. Per riuscire a fare tutto ciò, è ovvio che ci vuole un po’ di formazione, ma la bella notizia è che ci sono dei software abbastanza intuitivi che possono aiutarci in questo.

E’ il caso di Tabula, la quale con pochi click ci permette di estrarre testi di tabelle dai PDF, Excel, una manna per l’ordinamento e la pulizia dei dati (date un’occhiata qui), Open Refine, sempre per la pulizia e l’ordinamento, RAW, QGIS e Datawrapper per la visualizzazione.

In un’inchiesta di data journalism ci si può anche dividere i ruoli. Solitamente, infatti, più professionalità collaborano nella realizzazione di un progetto. Una divisione delle competenze è quella che prevede un team formato da: uno storyteller, vale a dire colui che pone la domanda ed articola il contenuto, l’analyst, cioè colui che svolge i calcoli matematici e sa come correlare i dati (esperto di statistica), l’engineer, che si occupa della programmazione nei linguaggi informatici, lo scout, che trova i giusti database e riconosce i formati di file da utilizzare,  ed il designer infine sa come dare al tutto un tocco di stile!  

Essendo ProsMedia un gruppo che si occupa di ricerca anche in tema di immigrazione, vi segnaliamo questo esempio di inchiesta di data journalism realizzato da Alessio Cimarelli. Il servizio mira a visualizzare su una mappa interattiva “la strage dei migranti”.

(cliccare sull’immagine per sapere di più)

Screen Shot 2014-01-07 at 5.36.15 PM

Per chi volesse approfondire, vi segnaliamo questo articolo di Guido Romeo, giornalista di Wired Italia che si occupa di data journalism e autore di queste presentazioni sull’argomento.

——-

Post a cura di Irene Pasquetto

Donne in prima linea contro la violenza

Foto di Internazionale
Foto di Internazionale

di Cristina Martini

“Ho preso le storie di violenza e le ho messe una accanto all’altra”. Con lo stesso spirito di ricerca di Rebecca Solnit, la rivista Internazionale ha organizzato l’incontro “La guerra contro le donne. Un’emergenza globale”, durante il Festival a Ferrara tenutosi il 4, 5 e 6 ottobre: una conferenza che ha unito, sul palco del Teatro Comunale, i racconti di quattro donne, giornaliste e scrittrici, che la violenza l’hanno conosciuta, anche sulla propria pelle. Testimonianze sofferte, moderate da Riccardo Iacona, giornalista Rai di Presa Diretta, che si occupa da sempre di inchieste ed autore del libro Se questi sono gli uomini, che racconta la strage delle donne in Italia.

Stati Uniti, India, Egitto e Congo, rappresentati da Rebecca Solnit, giornalista statunitense; Urvashi Butalia, scrittrice ed editrice indiana; Mona Eltahawy, giornalista ed attivista egiziana; Chouchou Namegabe, giornalista congolese a cui è stato assegnato quest’anno il premio Anna Politkovskaja, per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e per l’attività di formazione per le donne congolesi che vogliono raccontare abusi e molestie sessuali.

Stati Uniti. Rebecca Solnit ha scosso subito il pubblico con dei dati: “Ogni 9 secondi una donna viene picchiata ed una ogni 60 minuti subisce un abuso. La violenza è la causa di morte principale per le donne tra i 15 ed i 44 anni”. Non esistono casi isolati: è un’“epidemia”, che colpisce tutti in modo trasversale, ma che come tutte le malattie può essere curata educando gli uomini. Anche cambiare l’immagine della donna è importante: “Oggi è vista come merce, come oggetto; come qualcosa che, se non serve più, può essere eliminata, sterminata”.

India. “Nel 98% dei casi, la violenza sessuale è ad opera di persone che le donne conoscono, che fanno parte della cerchia di affetti: spesso sono familiari o amici”, spiega Urvashi Butalia. L’autrice di The other side of silence, libro che ha avuto un grande successo in India, riporta all’attenzione l’episodio di stupro di gruppo ed omicidio di una giovane studentessa avvenuto in un bus a New Delhi, per mano di quattro uomini che l’hanno picchiata e violentata con una spranga. “L’omicidio – racconta – ha portato l’India sulle prime pagine del mondo, per la brutalità dell’accaduto. Questo è servito anche a creare imbarazzo nel governo indiano che, ha preso subito dei provvedimenti in merito”. La battaglia contro la violenza in India dura da molti anni ma purtroppo non se ne parla. “Le donne sono esortate a non parlare, per non ricordare gli episodi violenti, ma questo le ferisce due volte. Occorre dare voce a queste storie ed essere disponibili ad ascoltarle. Usiamo l’arma della conoscenza!”.

RD del Congo. Di dare gli strumenti alle donne per poter descrivere gli abusi, si occupa Chouchou Namegabe, giornalista radiofonica impegnata soprattutto in Congo dove tiene anche dei corsi di giornalismo professionalizzanti. Ha fondato l’Associazione delle donne dei media del Sud Kivu che si occupa anche di informare del problema violenza attraverso trasmissioni radiofoniche, perché in Congo è questo il mezzo di comunicazione più usato. “Le violenze sulle donne in Congo sono perpetrate soprattutto dai gruppi armati, dai ribelli e dai militari, ma anche i civili ora pensano di sfuggire alle punizioni”. La guerra diventa un alibi e la donna un bottino di guerra, costretta a subire vere e proprie atrocità in pubblico, anche davanti ai propri figli.

Egitto. “In Egitto i civili sono usati dal potere contro le donne”: a parlare è Mona Eltahawy, giornalista ed attivista egiziana che nel 2012 è stata arrestata e detenuta per dodici ore, con l’accusa di essere una spia. Oltre alle fratture alla mano ed al braccio sinistro, ha subito anche una violenza sessuale. “La rivoluzione politica democratica deve essere accompagnata da una rivoluzione sociale che riveda il ruolo della donna, la sua libertà e la questione di genere. Il regime di Mubarak ha sdoganato la violenza sulle donne, ma la lotta contro la dittatura che ha unito uomini e donne ha segnato un profondo cambiamento contro l’atteggiamento sfavorevole verso le donne”.

È la cultura che va cambiata. Va cancellata l’“idea di vergogna”: non deve ricadere sulla donna, che non è responsabile dell’episodio violento, ma sul colpevole. Bisogna dar voce alle donne, creare spazi di ascolto, agire sulla pace, far applicare le leggi contro la violenza. È necessario trasformare i silenzi in urla, in battaglia politica. E queste quattro donne coraggiose lo stanno facendo.

Giornalismo ed etica in Europa

di Elena Guerra

Tra le tante attività il Progetto Mediva ricerca pubblicazioni legate alla rappresentazione nei media di migranti che potrebbero essere soggetti a discriminazione o ad una cultura ostile  dei media. A questo scopo  sono stati esaminati diversi codici di buone prassi o di etica destinati ai giornalisti dei 27 Stati membro dell’UE, nei quali sono stati evidenziate importanti norme di “non discriminazione”.

Come per esempio in Austria il Codice di Etica per la Stampa Austriaca in cui è vietata qualsiasi forma di discriminazione per ragioni di etnia, religione, nazionalità, sesso o per qualsiasi altra ragione (Art. 5.5). In Belgio il Codice dei Principi dei Giornalisti ricorda che la stampa riconosce e rispetta la diversità di opinione, difende la libertà di pubblicazione dei diversi punti di vista. Si oppone a qualsiasi forma di discriminazione basata sul sesso, etnia, nazionalità, lingua, religione, ideologia, cultura, classe e tutte quelle opinioni in contrapposizione con i principi fondamentali dei diritti umani (Art. 4).

In Bulgaria il Codice Etico dei Media Bulgari mette in evidenza che i giornalisti non dovrebbero far riferimento alla etnia, al colore, alla religione, all’origine etnica, all’orientamento sessuale, alla condizione mentale e fisica di una persona se non assolutamente importante al fine della comprensione della notizia (Art. 2.5.2). A Cipro il Codice di Pratica Giornalistica ricorda che i media evitano ogni riferimento diretto o non a persone che contenga elementi di pregiudizio sulla base della etnia, colore, lingua, religione, convinzione politica o altro, sull’origine nazionale o sociale, età o altro status, incluso malattie o invalidità mentali o fisiche (Art. 12 Discriminazione).

Nella Repubblica Ceca il Codice di Etica dei Giornalisti ricorda che i giornalisti non devono creare o formare soggetti in modo tale da stimolare forme di discriminazioni di etnia, colore della pelle, religione, genere o orientamento sessuale (Art. 3). In Finlandia per le Linee Guida per i Giornalisti la dignità umana di ogni persona deve essere rispettata. L’origine etnica, la nazionalità, il sesso, l’orientamento sessuale, le convinzioni o altre caratteristiche personali non devono essere presentate in maniera impropria o denigratoria (Art. 26). Rimandiamo al seguente link dove sono consultabili tutte le pubblicazioni deontologiche di buone prassi  per la professione dei giornalisti divise per nazioni.