La cultura del possesso ha ucciso 120 volte: i femminicidi del 2018

di Cristina Martini

Non ci sono giustificazioni ai 120 femmicidi compiuti nel 2018 da parte di uomini maltrattanti che hanno ucciso donne con cui avevano una relazione molto stretta. La violenza di genere non sfocia improvvisamente in omicidio, ma è un percorso di abusi fisici, psicologici ed economici perpetrati tra le mura domestiche per un presunto diritto di possesso: questo emerge dal report della ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Spesso le donne vittime avevano denunciato le violenze, alcune erano state in case rifugio, ma non è servito ad arginare i maltrattamenti o a metterle in salvo.

I casi di femmicidio si sono verificati soprattutto al Nord (47, il 39,1%), poi al Centro (32, il 26,6%), Sud (26, il 21,6%) e Isole (15, il 12,5%). Sono stati 6 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Vicenza (Leila Gakhirovan Kinser, Paola Bosa, Tanja Dugalic, Anna Filomena Barretta), uno a Verona (Fernanda Paoletti) e a Venezia (Maila Beccarello).

Le donne uccise nel 2018 sono in prevalenza italiane: 86 (il 71,6%); sono invece straniere nel 28,3% dei casi di femmicidio (34). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (8), albanese (3), cinese (3), nigeriana (2), ucraina (2), marocchina (2), tedesca (2), ecuadorena (2), ungherese, pakistana, russa, bulgara, venezuelana, serba, peruviana, indiana, brasiliana, dominicana. In 23 casi su 34 (67,6%) vittime straniere di femminicidio, le donne sono state uccise dagli uomini stranieri con cui avevano un legame familiare e che le ritenevano un oggetto di proprietà, per la cultura del possesso.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 89 (nel 74,1% dei casi), 28 stranieri (23,3%) e 3 sono ancora non identificati (2,5%). Le nazionalità: rumeno (7), marocchino (4), dominicano (2), malese, tedesco, cinese, nigeriano, pakistano, americano, ecuadoregno, albanese, ucraino, camerunense, serbo, ghanese, messicano, indiano, brasiliano.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2018” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro studi Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,1%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,6%), del Marocco (8,1%), della Cina (5,7%) e dell’Ucraina (4,6%).  

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (59 su 120, il 49,1%), seguite dalle over 60 (41) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2018 sono state cinque.

Le responsabilità di questi atti criminosi che sfociano in femminicidi dopo un percorso di violenze e soprusi perpetrati anche per anni sono da ascrivere a molteplici soggetti e fattori: l’errore più grande è quello di considerare la violenza di genere quale questione esclusivamente femminile. Occupandoci solo delle donne – seppur di fondamentale importanza – non verranno arginati i comportamenti violenti; urge ampliare la rete di protezione attorno alle sopravvissute ma far conoscere anche i percorsi per uomini maltrattanti che sono ormai sempre più diffusi nel territorio. Quando si parla di diritti umani, perché nei casi di violenza di questo si tratta, il problema deve riguardare tutti e tutte.

Quali operatori culturali, i media hanno grandi responsabilità nel racconto che costruiscono attorno ai femminicidi: dalle indicazioni della Federazione Internazionale dei Giornalisti e dal più recente Manifesto di Venezia arrivano suggerimenti utili per lavorare in modo rispettoso ed etico. Non mancano – e sono in aumento – gli esempi di buon giornalismo, ma rimane prevalente l’uso di giustificazioni attribuite al gesto dei colpevoli. Siano essi stranieri o italiani, pare esservi un tentativo di distogliere l’attenzione sul problema del possesso, attraverso l’utilizzo di pregiudizi quali la malattia mentale, il raptus, la perdita del lavoro, l’amore e la gelosia.

È corretto invece far emergere i segnali presenti sempre prima del tragico epilogo, perché il ciclo della violenza di genere è un percorso subdolo che si ripete. La costruzione di una rete forte di formazione, sensibilizzazione, azione al servizio di una cultura del rispetto è la strada da percorrere per far sentire meno sole le “sopravvissute” e per lavorare ad una cultura non violenta e di parità.

Sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti e leggere in modo critico i racconti mediali è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2017: https://prosmedia.org/2018/01/17/emergenza-problema-culturale-femmicidi-del-2017/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Emergenza o problema strutturale? I femmicidi del 2017

Foto da www.lametino.it

di Cristina Martini

103 sono le vittime della violenza di genere nel 2017. Donne uccise da uomini possessivi, che hanno premeditato i femmicidi organizzando con lucidità l’atto criminoso. Questi i dati raccolti per la ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, iniziata nel 2012 e che conferma la violenza sulle donne – e nello specifico il tragico epilogo, il femminicidio – come problema strutturale e culturale con radici profonde, non certamente un’emergenza destinata a rientrare.

La maggior parte dei femmicidi sono stati al Nord (39), seguito poi dal Centro (32), il Sud (19) e le Isole (13). Sono stati 11 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Venezia (Anastasia Shakurova, Sonia Padoan, Maria Archetta Mennella, Sabrina Panzonato), tre a Vicenza (Vanna Meggiolaro, Nidia Roana Loza Rodriguez), due a Padova (Fedora Malachi, Natasha Bettiolo), uno a Treviso (Irina Bakal), a Rovigo (Tatiana Halapciug) e Verona (Khadija Bencheikh).

Le donne uccise nel 2017 sono in prevalenza italiane: 78 (il 75,7%); sono invece straniere nel 24,3% dei casi di femmicidio (25). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (5), cinese (3), colombiana, nigeriana, albanese, ghanese, marocchina (2), indiana, moldava, russa, tunisina, montenegrina, brasiliana, thailandese.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 78 (nel 75,7 dei casi), 19 stranieri (18,5%) e 6 sono ancora non identificati (5,8%). Le nazionalità: albanese (4), rumeno, marocchino (3), moldavo, ghanese (2), irlandese, nigeriano, svedese, cinese, pakistano, malese, egiziano. In 13 casi su 19 (68,4%) gli offender stranieri hanno ucciso una donna straniera che aveva con loro un legame familiare per lo stesso motivo per cui i colpevoli italiani colpiscono per motivi di genere, ossia perché la ritengono un oggetto di proprietà.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2017” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi Confronti, in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,2%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,9%), del Marocco (8,3%), della Cina (5,6%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (46 su 103, il 44,7%), seguite dalle over 60 (39) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2017 sono state tre.

Il ricorso alla spettacolarizzazione e ai dettagli morbosi alla ricerca di sèguito di pubblico – oramai abituato a racconti riportati con queste modalità – è un’ulteriore violenza alle vittime e ai suoi familiari. Il retaggio patriarcale e la cultura del possesso sono spesso dimenticati dagli operatori dell’informazione che tendono a ricorrere a stereotipi che sono ampiamente entrati a far parte del pensiero comune. Amore, gelosia, raptus, litigi, sono termini che ancora appaiono in cronaca, sebbene iniziano ad emergere nuovi racconti più rispettosi, oggettivi e che illustrano il femminicidio come problema culturale che riguarda tutte e tutti.

In molti casi il tragico epilogo viene raccontato come un gesto inspiegabile, conseguenza di una provocazione. Sarebbe invece utile inquadrare il singolo episodio con statistiche accurate (che escludano le uccisioni di donna che non sono invece femmicidi, quali gli omicidi dopo rapina o per motivi economici) e dare voce alle realtà che si occupano di tematiche di genere per far emergere la mancanza di empatia del colpevole, il ciclo della violenza che si ripete di continuo, i segnali che sono sempre presenti e che precedono l’atto criminoso che comporta la morte della vittima.

La considerazione della donna come oggetto da poter eliminare per questo “diritto di possesso” è un messaggio che oggigiorno viene veicolato su vari canali: più di qualche responsabilità è da imputare ai media e per questo è importante attivare un atteggiamento critico verso linguaggio e immagini che incontriamo. Pensieri, parole e comportamenti sono dovuti anche a quello che leggiamo e ascoltiamo riguardo la violenza di genere e i fatti di cronaca nera.

Ci sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

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I femmicidi del 2016: 117 vittime della violenza di genere

di Cristina Martini

117 donne uccise per femmicidio nel 2016: dati che parlano chiaro riguardo un problema culturale profondo. Non è “emergenza femminicidio”, come molti la chiamano, ma una costante punta dell’iceberg che sottende molto sommerso, spesso non denunciato per paura, per difesa dei/delle figli/e, per costrizione, per vergogna.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” confermano la trasversalità del fenomeno. È necessaria un’analisi dettagliata dei casi di femmicidio per inquadrarli: è frequente assistere alla diffusione di dati scorretti da parte di mezzi di informazione o inesperti sul tema che etichettano come violenza di genere qualsiasi uccisione di donna, ad esempio gli omicidi per motivi economici o successivi a una rapina.

Nel 2016 le vittime di violenza di genere sono state 117, di cui la maggior parte al Nord (54), seguito poi dal Centro (36), il Sud (20) e le Isole (7). In Veneto i casi di femminicidio sono stati 14: sei a Verona (Mirela Balan, Larisa Elena, Mirella Guth, Alessandra Maffezzoli, Lloara Petronela Uljca, Ines Valenti), tre a Rovigo (Radica Monteanu, Maria Askarov, Miranda Sarto), due a Venezia (Nelly Pagnussat, Emilia Casarin), due a Padova (Mariana Caraus, Lidia Marinello) e uno a Vicenza (Monica De Rossi).

Le donne uccise nel 2016 sono in prevalenza italiane: 84 (il 71,8%); sono straniere nel 28,2% dei casi di femmicidio (33). Le nazionalità delle vittime sono molteplici: rumena (8), ucraina e moldava (5), marocchina, albanese, nigeriana, bulgara (2), americana, serba, brasiliana, dominicana, algerina, peruviana e argentina (1).

Gli uomini colpevoli sono per la maggior parte italiani: 84 (nel 71,8% dei casi), 20 stranieri (il 17,1%; uno di questi è in possesso di doppia cittadinanza, italiana e algerina) e 13 non sono ancora stati identificati oppure le indagini non sono ancora state completate (11,1%). Le loro nazionalità: 5 offender sono rumeni, 3 albanesi, 2 ucraini e tunisini, un senegalese, marocchino, tedesco, serbo, moldavo, paraguayano, pakistano e algerino. Il 90% (18 su 20) dei colpevoli stranieri ha ucciso la propria compagna straniera; solo in due casi (Gisella Purpura e Maria Grazia Cutrone) hanno agito contro una vittima italiana: in entrambi i femmicidi era la loro moglie.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2016” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (22,9%), seguita dai cittadini dell’Albania (9,3%), del Marocco (8,7%), della Cina (5,4%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (57 su 117, il 48,7%), seguite dalle over 60 (35) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (19); le vittime minorenni nel 2016 sono state sei. I casi di femminicidio sono stati agiti in prevalenza con armi compatibili con la realtà domestica: sono 47 le morti (il 40%) provocate da armi da taglio; seguono i delitti compiuti con armi da fuoco (26), per strangolamento (15), con oggetti (11), con il fuoco in cui la vittima è stata bruciata viva (5), per soffocamento (4), con percosse (4), con manomissione del tubo del gas, per annegamento, con auto (1). In due casi vi è stato l’uso di farmaci, tra cui numerose punture di eparina.

Violenza di genere, femminicidio, femmicidio continuano ad essere giustificati da chi li racconta. La ricerca dei click e delle condivisioni soprattutto attraverso i canali social media hanno portato ad una maggior diffusione di messaggi scorretti che, volontariamente o no, confermano stereotipi e pregiudizi già presenti nella cultura del possesso. I racconti emotivi, di spettacolarizzazione e con particolari morbosi attirano i pubblici dipendenti cognitivamente dai media, indirizzandone il pensiero su elementi quali l’amore, la gelosia, la malattia mentale e il raptus, la provocazione e l’occultamento della violenza in diverse modalità.

I dati raccolti parlano invece di casi di violenza perpetrati nel tempo da persone con un legame molto stretto con la vittima, che hanno raggiunto il tragico epilogo dopo segnali e precedenti percosse, intimidazioni, azioni di stalking. Ci parlano di colpevoli che pianificano attentamente l’atto criminoso per costruirsi un alibi, che progettano nei dettagli l’uso dell’arma o infieriscono sul corpo della vittima se lo scopo non viene raggiunto a un primo tentativo.

In merito alla violenza sulle donne e ai racconti di questa, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ha pubblicato un documento decalogo che invita gli operatori del settore dell’informazione – ma i suggerimenti sono consigliati per tutti coloro che si occupano di diffondere dati e notizie in merito – all’uso di un linguaggio corretto scevro da stereotipi e pregiudizi, nel rispetto delle persone coinvolte; a contestualizzare, proponendo statistiche ai propri pubblici, i singoli fatti di cronaca; a utilizzare fonti attendibili e autorevoli, come ad esempio le associazioni che si occupano di violenza di genere e di femminicidio e a identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull’eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

di Cristina Martini

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Femminicidio: il killer parla, la vittima tace

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di mercoledì 31 maggio, nella home page del sito, si ripete la solita rappresentazione del dramma mediatico che accompagna i femminicidi. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva a Roma dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni. L’agenzia Ansa in una prima versione titola la notizia spiegando la ragione del gesto criminale, e in questo giustificandola. Dà la parola all’assassino, che parla attraverso l’avvocato il quale, è ovvio, cerca di evitare la massima pena al proprio cliente: “Aveva un altro, l’ho uccisa”, leggiamo nel titolo.

Femminicidio -In una seconda versione della notizia, sempre sul sito dell’Ansa, è ancora l’assassino, Vincenzo Paduano, a parlare, attraverso il suo portavoce, l’avvocato: “Il killer dal carcere: ho paura”. Tanto che ci dovremmo preoccupare per lui, anziché preoccuparci per la vittima e per le donne maltrattate, violentate, ridotte a oggetto e uccise. A corredo di entrambi i titoli, la foto – che, visto il dramma, trovo di cattivo gusto – dei due ex-fidanzati assieme, sorridenti. Quella foto, infatti, appartiene a un passato che Sara non voleva più, avendo inteso la violenza e la gelosia possessiva di Vincenzo Paduano; e comunque avendo deciso per un altro modo di vivere e di amare.

Sui giornali, come sull’Ansa, si sono poi scritti articoli sulla indifferenza degli automobilisti che avrebbero visto Sara Di Pietrantonio in pericolo di vita, prima che si compiesse il femminicidio: l’ex fidanzato, dopo averla cosparsa di alcol, le ha dato fuoco. Al di là del merito delle considerazioni su quel comportamento di chi poteva aiutare Sara, merita sottolineare come si siano voluti tematizzare da un lato la gelosia e l’abbandono di cui sarebbe stato “vittima” l’assassino; e dall’altro lato, l’indifferenza della gente, come se fosse questa indifferenza ad avere condannato a morte Sara Di Pietrantonio.

La rappresentazione mediatica di questo altro caso di femminicidio ci dice che, ancora una volta, le vittime non hanno voce, mentre gli assassini possono parlare attraverso i loro avvocati. I killer possono così tentare di smorzare la motivazione violenta, possessiva e annientante che sta dietro l’omicidio. La rappresentazione mediatica dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, però, ci dice anche che i media non tematizzano le ragioni “culturali” che stanno dietro il femminicidio. In questo modo, non denunciano la cultura della violenza che lo ispira, al di là delle ragioni personali che portano un uomo a uccidere la sua ex compagna.

Osservatorio sul femmicidio aggiornato al 31 giugno 2016 compreso.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

di Cristina Martini

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016

Profughi, media e violenza sulle donne

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di venerdì 5 febbraio, alle 14.59, compare quello che sarà il tormentone mediatico dei prossimi mesi: l’illegalità e i rischi di devianza rappresentati dai profughi, bene amplificati dalle notizie sulle violenze carnali ai danni di donne. In questo caso, la notizia si riferisce a una ragazza di 22 anni violentata a Colonia (Germania); per la quale è stato fermato un profugo afghano.

È interessante, e sconcertante allo stesso tempo, notare come la violenza maschile su una donna – da parte di un marito o di un ex-fidanzato – sia presentata dai giornali come espressione di un “raptus”; o come l’esito di una “lite”, meglio se “furibonda”; oppure come la conseguenza di una serie di “dissapori”, incomprensioni e tensioni.

Se invece la violenza su una donna è frutto dell’azione di una persona “straniera”, allora la notizia assume una diversa ideologia: l’estraneo incarna il pericolo letale, la minaccia estrema, il male da debellare, l’attacco a quanto vi è più caro (la figura femminile, procreatrice e in quanto tale portatrice di speranza).

C’è poi da osservare il cambiamento semantico che possiamo osservare essere in corso sulla parola “profugo”, termine che pure dovrebbe essere collegato alla fuga dalla guerra, dal terrore e dalla miseria causata dai conflitti. L’accostamento con le violenze ai danni di donne, porta il termine “profugo” ad assumere via via una connotazione negativa: perde il primario significato di espressione dei mali, dei dolori e delle violenze provocate dalla guerra, per incarnare il significato secondo di minaccia incombente e ansiogena alla convivenza civile.

Possiamo evidenziare, nel caso della notizia dell’agenzia Ansa, il processo di “nominalizzazione” che qualifica la notizia sin dal titolo: “Colonia: violentata ragazza di 22 anni a Carnevale. Fermato profugo afgano. L’abuso dopo averla picchiata fino a svenimento”. Il violentatore viene qualificato non in quanto uomo, maschio; né in quanto giovane; né per altre caratteristiche personali. Il violentatore viene nominato sulla base del suo status di “profugo”.

Questa notizia, collegata ad altre notizie di violenze su donne (a Colonia, ma non solo) da parte di profughi, grazie al processo di nominalizzazione, contribuisce a rendere la parola “profugo” (e quindi il suo status) come l’espressione di una minaccia, di un pericolo. L’uso reiterato della parola “profugo” – che è frutto di una scelta da parte dei giornalisti, non di un dato oggettivo ed esclusivo – porta poi la pubblica opinione a pensare che i profughi possano, di per sé, costituire non solo un problema economico e sociale; ma anche una minaccia.

È indubbio che fra i profughi – non fosse altro che per un fatto statistico – vi possano essere criminali, violentatori, ladri e malfattori, come anche uomini e donne dai capelli rossi, dagli occhi verdi e del segno zodiacale dello scorpione (o del leone, o dell’acquario). Quello che è importante notare è che, nel caso dei profughi, gli uomini che usano violenza sulle donne sono presentati per il loro status giuridico e sociale appunto di “profughi”; anziché di maschi, di adulti (o di giovani) o come espressione di una certa ideologia (fascisti, nazisti, liberali, comunisti, liberisti).

Vi è poi da notare come sia notiziabile, specie nei media generalisti, la violenza di soggetti che appartengono a gruppi minoritari e svantaggiati (profughi, migranti, Rom). La violenza, pur peggiore e con danni ben maggiori, data dalla violazione dei diritti civili, dallo sfruttamento economico, dalla ingiustizia sociale, non viene tematizzata dai media. Anzi, non assume proprio le caratteristiche della notizia. Il sospetto è che la violenza dei profughi sia più funzionale agli interessi economici dei media, che – trincerandosi dietro i “valori notizia” – dimostrano così di essere asserviti al potere del più forte. Non certo all’interesse dei lettori.

106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015

Ph: Laura Perina

di Cristina Martini

Sono 106 nel 2015 le donne uccise dalla violenza di genere. La violenza sulle donne è trasversale, senza età, né ceto, né latitudine, al contrario di quel che lascia invece pensare la rappresentazione mediatica data delle molestie denunciate a Colonia dopo i festeggiamenti per il capodanno.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” non lasciano spazio a dubbi: la violenza di genere è un fenomeno diffuso e con radici profonde. E sono proprio i dati che mancano a chi diffonde opinioni incomplete e scorrette ove si parla di omicidi compiuti sempre da Altri da noi e che quindi non ci riguardano in prima persona. Possono invece suggerire come leggere in modo critico fatti e opinioni che vengono diffusi sui giornali e sui social media, ricchi di stereotipi e pregiudizi. Continua a leggere “106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015”

Con gli occhi di Lucia Annibali

di Elena Guerra

Com’è possibile che a una donna colta, avvocata, indipendente, possa succedere una cosa simile? Sono vicende che succedono più al Sud che al Nord? Sei riuscita a perdonarlo? Quesiti semplici che tante donne giovani e adulte hanno fatto a Lucia Annibali, intervenuta lo scorso 21 maggio durante un incontro con le scuole superiori di San Bonifacio, in provincia di Verona, organizzato da Anna Giovannoni, presidente della locale commissione Pari opportunità. Quesiti che senza volerlo veicolano pregiudizi dettati da stereotipi molto diffusi: la violenza di genere riguarda ceti sociali medio-bassi, è più presente nel Meridione per il temperamento possessivo degli uomini, e considerare naturale il perdono della vittima nei confronti di un atto definito dai media “frutto di raptus”. Le relatrici al fianco di Annibali smentiscono in tronco tutti questi luoghi comuni: Luciana Giurolo dell’associazione di volontariato vicentina Donna Chiama Donna, impegnata sul campo da anni come le assistenti sociali Barbara Trestin e Antonia Graziano, del consultorio ulss 20 di cui fa parte San Bonifacio, e Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia, che ha presentato la sua ricerca su stereotipi e pregiudizi veicolati dai media nei casi di femmicidio e violenza di genere.

Luoghi comuni ancor più sgretolati dalla storia di Lucia Annibali. Avvocata di 37 anni, è sopravvissuta all’atto vigliacco per mano del sicario incaricato da Luca Varani, ex compagno di Annibali, che l’ha colpita con l’acido solforico quando la donna stava rientrando a casa dopo la palestra. Da quel giorno per Lucia cambia ogni cosa. Lei stessa scrive nel suo libro Io ci sono – La mia storia di non amore, scritto con Giusi Fasano, «Quando la mia pelle ha cominciato a sciogliersi, un minuto dopo la belva era ammaestrata. Una liberazione, in un certo senso». Il dolore, la paura di perdere la vista, l’accettazione della sua nuova immagine, le tante operazioni – fino a qui 13 ma ce ne saranno ancora – non l’hanno fermata, le hanno dato linfa vitale. Le settimane passate subito dopo l’agguato nel Centro Grandi ustionati di Parma sono state un momento, oltre che di svolta, anche di riflessione sulla sua vita precedente. Come se quel 16 aprile si fosse tramutato per Lucia nel suo Anno zero: prima tante insicurezze, un rapporto sentimentale opaco, poche soddisfazioni. E poi tutto cambia. L’acido le ha modificato non solo l’aspetto ma anche la motivazione alla vita. Come dice lei «ho il naso fino – anche se un po’ storto e ancora da sistemare – per quel che riguarda le persone, so valutarle molto meglio ora rispetto ad un tempo».

Oggi Lucia non rappresenta una vittima di violenza di genere. Oggi Lucia è una donna impegnata nelle scuole e per una cittadinanza attiva, esprime bellezza, oltre ad essere stata insignita da Giorgio Napolitano del titolo Cavaliera al Merito della Repubblica italiana. La nomina è stata motivata in questo modo «per il coraggio, la determinazione, la dignità con cui ha reagito alle gravi conseguenze fisiche dell’ignobile aggressione subita. Il comportamento di Lucia Annibali costituisce un fermo invito a reagire e a guardare al futuro rivolto a tutte le donne vittime della violenza maschile».  Si spende per le vittime di ustioni che in lei possono trovare coraggio e motivo di speranza.

L’Anno zero di Lucia non lo si augura a nessuno e la paura per quell’uomo che uscirà di prigione dopo aver scontato 20 anni di reclusione esiste. Ma Lucia è una sopravvissuta e la sua vita oggi è raccontarsi, anche nella Rubrica Con gli occhi di Lucia del magazine online Io donna. Quando decise di mostrarsi per la prima volta nelle pagine del Corriere della Sera a settembre 2013 lo fece anche con le parole delle lettere scritte in quei giorni: «Ho sperato e sopportato i dolori più intensi e le notti più buie. L’ho fatto per tornare alla vita. E in parte ci sono riuscita, ma la strada è ancora lunga. Sono grata a tutte le persone che ho incontrato, a chi ha avuto un pensiero per me, per aver reso incredibile il mio viaggio di ritorno… ogni giorno è un po’ più facile di quello precedente». La sua vicenda è un inno alla vita, al domani.

Come i media giustificano la violenza di genere

di Cristina Martini

Gelosia e raptus di un “bravo ragazzo”. Così i giornalisti continuano a giustificare i colpevoli di violenza e omicidio di genere avvenuti in questi giorni: il femmicidio di Stefania Ardì ad opera di Andrea Tringali e l’aggressione con violenza sessuale di una tassista a Roma, confessata da Simone Borghese. Rappresentazioni e letture cliniche errate che vengono veicolate dai mezzi di informazione senza preoccuparsi delle ripercussioni che questi stereotipi potrebbero avere sui lettori. Giornali e telegiornali hanno una grande responsabilità, anche educativa, che spesso è sottovalutata: quella di indirizzare il pensiero comune e di offrire gli strumenti per discutere, definire le situazioni, leggere e interpretare gli eventi.

Parlare di gelosia in un caso di omicidio-suicidio è un errore: l’offender Andrea Tringali si è ucciso subito dopo aver sparato alla donna non per gelosia ma perché sentiva di aver perso un oggetto di sua proprietà, una parte di se stesso; in caso contrario probabilmente avrebbe agito anche contro il rivale. Ancora una volta l’episodio violento è stato rappresentato come un omicidio di genere avvenuto per concorso in colpa; per i giornali la vittima è corresponsabile dell’azione violenta, colpevole di aver scatenato il gesto: “Ha sparato alla ragazza perché non lei non voleva tornare con lui ed è salita nella sua auto e stava andando via”. Le giustificazioni trovate per raccontare i gesti dei due offender italiani riecheggiano anche nelle parole di amici e conoscenti che contribuiscono a rafforzare l’apparente inspiegabilità di ciò che è accaduto: “Conoscevo molto bene il giovane Andrea Tringali che era un ragazzo mite e proviene da un famiglia per bene, deve essere stato un momento di follia. Mi spiace molto per lui e la giovane”.

Non c’è però nulla di incomprensibile ed in questi episodi violenti e molte associazioni e addetti che operano sul territorio lo sanno bene; ma ancora una volta si preferisce non inquadrare il fenomeno utilizzando dati oppure interviste a chi si occupa di violenza per mestiere. Ancora una volta si preferisce ricorrere a facili stereotipi – ormai ripetuti per prassi – per non ragionare sulle vere cause e sulle radici culturali del problema della violenza di genere. Ancora una volta si giustificano gli offender parlando di gesti d’impeto causati da malattie psichiatriche, senza peraltro consultare esperti, portando i lettori a credere che non esistono segnali precedenti a questo tragico epilogo e che i colpevoli non siano capaci di intendere e volere. Per evitare tutto questo sarebbe necessaria una formazione accurata rivolta a chi si occupa di informazione, che dovrebbe occuparsi di contestualizzare i singoli avvenimenti, senza avventurarsi in letture cliniche o “amorose” con competenze che non possiede, rischiando di trasformare un articolo di cronaca in un trattato errato di psichiatria o in un pezzo di cronaca rosa.