L’epoca della post-verità: quando i pregiudizi prevalgono sui fatti oggettivi

di Barbara Minafra

Quanto sono attendibili i post che si inseguono sui social? Quanto si limitano a raccontare un fatto e non sono già un’opinione su quanto successo?

L’Oxford Dictionary, che registra l’evoluzione della lingua inglese contemporanea, due anni fa aveva scelto “post-truth” quale parola dell’anno per la crescente diffusione di un fenomeno sociale che fa riferimento a circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza, nella formazione dell’opinione pubblica, delle emozioni e delle credenze personali.

Nella cultura contemporanea, nel mondo globalizzato e digitale la verità (il riferirsi a dati empirici verificabili che possono essere ritenuti veri perché hanno avuto luogo) sembra talvolta avere importanza secondaria. Conta più l’apparenza, o meglio, ha maggior peso la definizione che si dà degli eventi, come si ritrae la realtà.

Una foto su Instagram mostra solo un aspetto della realtà: lo spicchio di paesaggio ritratto non è il panorama nel suo complesso. Tuttavia quello scatto diventa la realtà. Quanta mis-information è contenuta in quella foto? Quanti pregiudizi costruisco sulla base di quella immagine? Quanta fake information può generarsi sui social nel momento in cui non contestualizzo la foto ma soprattutto quando il lettore non la legge in modo critico?

La comunicazione si scontra con due problematiche fra le tante: una è la tecnologia, che spesso decontestualizza quello che comunica, e l’altra è la globalizzazione dell’informazione, che va intesa anche nei termini di una comunicazione senza regole.

Da un lato tempo e spazio vengono dilatati, si perde il contesto e non si hanno le giuste chiavi di lettura per comprendere il fatto. Allo stesso modo la percezione di sé, degli altri e del mondo è strutturalmente alterata. I social network ne sono un paradigma. Dall’altro lato, chi posta un messaggio o una foto non segue regole deontologiche, non necessariamente è interessato a far capire cosa succede ma è interessato a mettere in luce il suo punto di vista. Anche il modo di informarsi, di capire, di apprendere, ne risente. Tutto diventa sporadico, occasionale, legato più al numero di visualizzazioni che all’analisi del contenuto e al confronto tra fonti.

Non si tratta semplicemente di mettere in atto pratiche di fact checking ma di contrastare quello che la post-verità mette in discussione: il valore degli eventi e dei dati oggettivi.

Se l’informazione in generale ci consente di uscire dal nostro microcosmo e di aprirci ad esperienze altre, diverse da quelle con cui veniamo in contatto di persona, tanto più importante diventa superare i limiti che ci impongono (in piena incoscienza) gli algoritmi dei motori di ricerca che finalizzano e scelgono per noi le notizie con cui entrare in contatto, che definiscono la nostra profilazione e ci chiudono nella “Filter Bubble” descritta nel 2011 da Eli Pariser e nelle “Echo Chamber” dei social media.

La “bolla di filtraggio”, il sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche introdotto da Google nel 2009 e adottato da Facebook, isola l’utente da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, chiudendolo nella sua bolla culturale o ideologica, la cosiddetta “comfort zone”, e separandolo da punti di vista conflittuali.

La “camera dell’eco” è invece il riverbero di una informazione: idee o credenze vengono amplificate o rafforzate dalla ripetizione all’interno di un sistema definito. In pratica, le fonti non vengono più messe in discussione e le opinioni diverse o concorrenti sono censurate, non consentite o sottorappresentate. In questo modo si rafforza un concetto, si amplifica una visione univoca ed acritica su quell’argomento. Chi la pensa diversamente viene bandito, cancellato: scompare il fondamentale contributo costruttivo del dialogo e del confronto.

Se è vero che per pregiudizio si intende un’opinione non documentata e che la categorizzazione corre online (l’organizzazione delle informazioni in concetti generali facilmente utilizzabili per valutare oggetti e situazioni è la norma), diventa fondamentale capire quanto sia importante avere un approccio critico rispetto a quel che leggiamo e comprendere quanto la post-verità permei tutto ciò che è la comunicazione e la diffusione di pregiudizi nella nostra società.

Fake news: un involontario esperimento sociale

di Manuela Mazzariol

Si chiama Alessandro Proto e ha preso per i fondelli la stampa italiana per anni, spacciandosi di volta in volta per imprenditore, editore, aspirante politico, grande seduttore e uomo della finanza con conoscenze importanti, dalla famiglia Berlusconi a Donald Trump. A cercarlo su Google si trova un po’ di tutto, anche se oggi la maggior parte degli articoli sono dedicati a raccontare come questo discusso personaggio sia riuscito, grazie all’influenza che ancora oggi i media hanno sulla società, a inventarsi una vita e un’identità.

Della faccenda ha scritto, tra gli altri, il giornalista freelance Andrea Sceresini che ha pubblicato il libro “Io sono l’impostore – Storia dell’uomo che ci ha fregati tutti” (http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/reportage/9788842823971/io-sono-limpostore/), edito dal Saggiatore e composto a 4 mani con lo stesso Proto che sembra aver deciso di gettare la maschera e raccontare chi è veramente.

Nato nella periferia milanese, a diciassette anni Alessandro Proto fugge nella provincia bergamasca per vendere enciclopedie porta a porta. Venti anni dopo si può leggere per la prima volta il suo nome sul Corriere della Sera, accanto a quello di due insospettabili clienti della sua agenzia immobiliare: George Clooney e David Beckham. Qualcosa di vero c’è: all’epoca Proto vive a Lugano, dove ha una piccola agenzia immobiliare; un giorno si presentano da lui degli avvocati incaricati di vendere la villa di George Clooney sul lago di Como. Egli comprende subito di non poter chiudere l’affare, ma decide comunque di sfruttare la cosa per farsi pubblicità. Dunque contatta il Corriere per far pubblicare la notizia e aggiunge anche, sua totale invenzione, di un interessamento all’affare da parte di David Beckham. Tutto viene pubblicato, senza che vi sia alcuna verifica.

Da lì in avanti è un crescendo continuo: da Milano a Lugano, da Parigi a Londra e a New York, Proto millanta affari con i grandi signori della finanza e scalate ad aziende dal fatturato milionario. Sostiene di poter risollevare le sorti della stampa nazionale, propone la sua candidatura alle primarie del Pdl e ispira la figura del protagonista di Cinquanta sfumature di grigio.

In realtà nulla di tutto ciò è vero.

Dal suo ufficio milanese rilascia interviste e comunicati raccontando le proprie imprese (http://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/04/questuomo-ha-fregato-il-giornalismo-italiano/36068/). I giornali pubblicano, senza compiere ulteriori verifiche.

Un involontario esperimento sociale. Emblematico del grande potere che i media ancora hanno e possono avere. Un potere che permette non solo di influenzare l’opinione pubblica, ma addirittura di creare realtà inesistenti. Le bufale sul web imperversano, chiunque può aprire il proprio blog o condividere online notizie false o imprecise.

In questo marasma la figura del giornalista dovrebbe riconquistare centralità proprio per la capacità di lavorare con perizia, andando al di là delle logiche redazionali, della velocizzazione e sensazionalizzazione delle notizie e riportando i media alla loro funzione informativa, al servizio della collettività. Non può essere la volontà di fare spettacolo o di ottenere più click possibili, né il timore del “buco” giornalistico a guidare l’agenda di un giornale. Il rispetto delle norme deontologiche della professione, che impongono un rigoroso controllo delle fonti prima della pubblicazione, non è infatti una pedanteria da primi della classe. I ritmi di lavoro imposti dall’informazione digitale non sono una giustificazione alla mancata verifica e non esimono dalle responsabilità personali anche a livello civile e penale. Oltre a ciò, dovrebbe aggiungersi il peso derivante dalla consapevolezza dalla capacità che i mezzi di comunicazione hanno di influenzare e plasmare l’opinione pubblica.

Pulsante rosso contro le notizie false

di Elena Guerra

Il post virale su Facebook pubblicato da un utente sulla storia inventata di un ragazzo nero senza biglietto su un Frecciarossa ci dice che dopo circa dieci ore con la rimozione del contenuto perché ritenuto falso, sono stati prodotti 100mila like e più di 70mila condivisioni, con commenti razzisti, pieni di pregiudizi su immigrati e persone di chiara origine straniera. Sempre più sono necessari strumenti di controllo sulle notizie false, diffuse in modo massiccio grazie ai social e i mass media.

A tal proposito a metà gennaio 2018 il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni ha istituito il primo Protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web. Sul sito www.commissariatodips.it è stato creato e messo a disposizione dei cittadini uno speciale Red Button per la segnalazione delle cosiddette bufale online. Si tratta di un servizio dedicato di segnalazione istantanea, grazie al quale l’utente potrà segnalare l’esistenza in rete di notizie false. Il sistema prevede anche la possibilità di arricchire la segnalazione attraverso l’indicazione precisa delle URL, la compilazione di campi in cui poter indicare le piattaforme social dove la fake news viene diffusa e la compilazione di un campo ad inserimento libero per fornire le informazioni ritenute utili.

Ricevuta la notizia, la Polizia Postale verificherà, per quanto possibile, l’informazione, con l’intento di indirizzare la successiva attività alle sole notizie manifestamente infondate e tendenziose, ovvero apertamente diffamatorie. La notizia, in particolare, verrà presa in carico da un team dedicato di esperti che effettuerà approfondite analisi, attraverso l’impiego di tecniche e software specifici, al fine di individuare la presenza di significativi indicatori che permettano di qualificare, con la massima certezza consentita, la notizia come fake news (presenza di smentite ufficiali, falsità del contenuto già comprovata da fonti obiettive; provenienza della presunta bufala da fonti non accreditate o certificate).

Il team di lavoro curerà inoltre un’autonoma attività di raccolta informativa al fine di individuare precocemente la diffusione in rete di notizie marcatamente caratterizzate da infondatezza e tendenziosità, apertamente diffamatorie, dando risalto alle smentite ufficiali, supporto alle richieste di rimozione, sulla scorta degli elementi evidenziati nei report di analisi. Qualora sia risultato possibile individuare con esattezza una fake news verrà pubblicata una puntuale smentita sul sito del Commissariato di ps on line e sui canali social istituzionali.

Nel frattempo, per verificare online e velocemente quali possono essere effettivamente le notizie false che girano nei social network, consigliamo il supporto di alcuni siti sensibili a questo tema: Bufale.net, Butac.it, Giornalettismo.com e Bufalepertuttiigusti.