Emergenza o problema strutturale? I femmicidi del 2017

Foto da www.lametino.it

di Cristina Martini

103 sono le vittime della violenza di genere nel 2017. Donne uccise da uomini possessivi, che hanno premeditato i femmicidi organizzando con lucidità l’atto criminoso. Questi i dati raccolti per la ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, iniziata nel 2012 e che conferma la violenza sulle donne – e nello specifico il tragico epilogo, il femminicidio – come problema strutturale e culturale con radici profonde, non certamente un’emergenza destinata a rientrare.

La maggior parte dei femmicidi sono stati al Nord (39), seguito poi dal Centro (32), il Sud (19) e le Isole (13). Sono stati 11 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Venezia (Anastasia Shakurova, Sonia Padoan, Maria Archetta Mennella, Sabrina Panzonato), tre a Vicenza (Vanna Meggiolaro, Nidia Roana Loza Rodriguez), due a Padova (Fedora Malachi, Natasha Bettiolo), uno a Treviso (Irina Bakal), a Rovigo (Tatiana Halapciug) e Verona (Khadija Bencheikh).

Le donne uccise nel 2017 sono in prevalenza italiane: 78 (il 75,7%); sono invece straniere nel 24,3% dei casi di femmicidio (25). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (5), cinese (3), colombiana, nigeriana, albanese, ghanese, marocchina (2), indiana, moldava, russa, tunisina, montenegrina, brasiliana, thailandese.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 78 (nel 75,7 dei casi), 19 stranieri (18,5%) e 6 sono ancora non identificati (5,8%). Le nazionalità: albanese (4), rumeno, marocchino (3), moldavo, ghanese (2), irlandese, nigeriano, svedese, cinese, pakistano, malese, egiziano. In 13 casi su 19 (68,4%) gli offender stranieri hanno ucciso una donna straniera che aveva con loro un legame familiare per lo stesso motivo per cui i colpevoli italiani colpiscono per motivi di genere, ossia perché la ritengono un oggetto di proprietà.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2017” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi Confronti, in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,2%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,9%), del Marocco (8,3%), della Cina (5,6%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (46 su 103, il 44,7%), seguite dalle over 60 (39) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2017 sono state tre.

Il ricorso alla spettacolarizzazione e ai dettagli morbosi alla ricerca di sèguito di pubblico – oramai abituato a racconti riportati con queste modalità – è un’ulteriore violenza alle vittime e ai suoi familiari. Il retaggio patriarcale e la cultura del possesso sono spesso dimenticati dagli operatori dell’informazione che tendono a ricorrere a stereotipi che sono ampiamente entrati a far parte del pensiero comune. Amore, gelosia, raptus, litigi, sono termini che ancora appaiono in cronaca, sebbene iniziano ad emergere nuovi racconti più rispettosi, oggettivi e che illustrano il femminicidio come problema culturale che riguarda tutte e tutti.

In molti casi il tragico epilogo viene raccontato come un gesto inspiegabile, conseguenza di una provocazione. Sarebbe invece utile inquadrare il singolo episodio con statistiche accurate (che escludano le uccisioni di donna che non sono invece femmicidi, quali gli omicidi dopo rapina o per motivi economici) e dare voce alle realtà che si occupano di tematiche di genere per far emergere la mancanza di empatia del colpevole, il ciclo della violenza che si ripete di continuo, i segnali che sono sempre presenti e che precedono l’atto criminoso che comporta la morte della vittima.

La considerazione della donna come oggetto da poter eliminare per questo “diritto di possesso” è un messaggio che oggigiorno viene veicolato su vari canali: più di qualche responsabilità è da imputare ai media e per questo è importante attivare un atteggiamento critico verso linguaggio e immagini che incontriamo. Pensieri, parole e comportamenti sono dovuti anche a quello che leggiamo e ascoltiamo riguardo la violenza di genere e i fatti di cronaca nera.

Ci sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

I femmicidi del 2016: 117 vittime della violenza di genere

di Cristina Martini

117 donne uccise per femmicidio nel 2016: dati che parlano chiaro riguardo un problema culturale profondo. Non è “emergenza femminicidio”, come molti la chiamano, ma una costante punta dell’iceberg che sottende molto sommerso, spesso non denunciato per paura, per difesa dei/delle figli/e, per costrizione, per vergogna.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” confermano la trasversalità del fenomeno. È necessaria un’analisi dettagliata dei casi di femmicidio per inquadrarli: è frequente assistere alla diffusione di dati scorretti da parte di mezzi di informazione o inesperti sul tema che etichettano come violenza di genere qualsiasi uccisione di donna, ad esempio gli omicidi per motivi economici o successivi a una rapina.

Nel 2016 le vittime di violenza di genere sono state 117, di cui la maggior parte al Nord (54), seguito poi dal Centro (36), il Sud (20) e le Isole (7). In Veneto i casi di femminicidio sono stati 14: sei a Verona (Mirela Balan, Larisa Elena, Mirella Guth, Alessandra Maffezzoli, Lloara Petronela Uljca, Ines Valenti), tre a Rovigo (Radica Monteanu, Maria Askarov, Miranda Sarto), due a Venezia (Nelly Pagnussat, Emilia Casarin), due a Padova (Mariana Caraus, Lidia Marinello) e uno a Vicenza (Monica De Rossi).

Le donne uccise nel 2016 sono in prevalenza italiane: 84 (il 71,8%); sono straniere nel 28,2% dei casi di femmicidio (33). Le nazionalità delle vittime sono molteplici: rumena (8), ucraina e moldava (5), marocchina, albanese, nigeriana, bulgara (2), americana, serba, brasiliana, dominicana, algerina, peruviana e argentina (1).

Gli uomini colpevoli sono per la maggior parte italiani: 84 (nel 71,8% dei casi), 20 stranieri (il 17,1%; uno di questi è in possesso di doppia cittadinanza, italiana e algerina) e 13 non sono ancora stati identificati oppure le indagini non sono ancora state completate (11,1%). Le loro nazionalità: 5 offender sono rumeni, 3 albanesi, 2 ucraini e tunisini, un senegalese, marocchino, tedesco, serbo, moldavo, paraguayano, pakistano e algerino. Il 90% (18 su 20) dei colpevoli stranieri ha ucciso la propria compagna straniera; solo in due casi (Gisella Purpura e Maria Grazia Cutrone) hanno agito contro una vittima italiana: in entrambi i femmicidi era la loro moglie.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2016” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (22,9%), seguita dai cittadini dell’Albania (9,3%), del Marocco (8,7%), della Cina (5,4%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (57 su 117, il 48,7%), seguite dalle over 60 (35) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (19); le vittime minorenni nel 2016 sono state sei. I casi di femminicidio sono stati agiti in prevalenza con armi compatibili con la realtà domestica: sono 47 le morti (il 40%) provocate da armi da taglio; seguono i delitti compiuti con armi da fuoco (26), per strangolamento (15), con oggetti (11), con il fuoco in cui la vittima è stata bruciata viva (5), per soffocamento (4), con percosse (4), con manomissione del tubo del gas, per annegamento, con auto (1). In due casi vi è stato l’uso di farmaci, tra cui numerose punture di eparina.

Violenza di genere, femminicidio, femmicidio continuano ad essere giustificati da chi li racconta. La ricerca dei click e delle condivisioni soprattutto attraverso i canali social media hanno portato ad una maggior diffusione di messaggi scorretti che, volontariamente o no, confermano stereotipi e pregiudizi già presenti nella cultura del possesso. I racconti emotivi, di spettacolarizzazione e con particolari morbosi attirano i pubblici dipendenti cognitivamente dai media, indirizzandone il pensiero su elementi quali l’amore, la gelosia, la malattia mentale e il raptus, la provocazione e l’occultamento della violenza in diverse modalità.

I dati raccolti parlano invece di casi di violenza perpetrati nel tempo da persone con un legame molto stretto con la vittima, che hanno raggiunto il tragico epilogo dopo segnali e precedenti percosse, intimidazioni, azioni di stalking. Ci parlano di colpevoli che pianificano attentamente l’atto criminoso per costruirsi un alibi, che progettano nei dettagli l’uso dell’arma o infieriscono sul corpo della vittima se lo scopo non viene raggiunto a un primo tentativo.

In merito alla violenza sulle donne e ai racconti di questa, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ha pubblicato un documento decalogo che invita gli operatori del settore dell’informazione – ma i suggerimenti sono consigliati per tutti coloro che si occupano di diffondere dati e notizie in merito – all’uso di un linguaggio corretto scevro da stereotipi e pregiudizi, nel rispetto delle persone coinvolte; a contestualizzare, proponendo statistiche ai propri pubblici, i singoli fatti di cronaca; a utilizzare fonti attendibili e autorevoli, come ad esempio le associazioni che si occupano di violenza di genere e di femminicidio e a identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull’eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

di Cristina Martini

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

di Cristina Martini

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016

106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015

Ph: Laura Perina

di Cristina Martini

Sono 106 nel 2015 le donne uccise dalla violenza di genere. La violenza sulle donne è trasversale, senza età, né ceto, né latitudine, al contrario di quel che lascia invece pensare la rappresentazione mediatica data delle molestie denunciate a Colonia dopo i festeggiamenti per il capodanno.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” non lasciano spazio a dubbi: la violenza di genere è un fenomeno diffuso e con radici profonde. E sono proprio i dati che mancano a chi diffonde opinioni incomplete e scorrette ove si parla di omicidi compiuti sempre da Altri da noi e che quindi non ci riguardano in prima persona. Possono invece suggerire come leggere in modo critico fatti e opinioni che vengono diffusi sui giornali e sui social media, ricchi di stereotipi e pregiudizi. Continua a leggere “106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015”

Con gli occhi di Lucia Annibali

di Elena Guerra

Com’è possibile che a una donna colta, avvocata, indipendente, possa succedere una cosa simile? Sono vicende che succedono più al Sud che al Nord? Sei riuscita a perdonarlo? Quesiti semplici che tante donne giovani e adulte hanno fatto a Lucia Annibali, intervenuta lo scorso 21 maggio durante un incontro con le scuole superiori di San Bonifacio, in provincia di Verona, organizzato da Anna Giovannoni, presidente della locale commissione Pari opportunità. Quesiti che senza volerlo veicolano pregiudizi dettati da stereotipi molto diffusi: la violenza di genere riguarda ceti sociali medio-bassi, è più presente nel Meridione per il temperamento possessivo degli uomini, e considerare naturale il perdono della vittima nei confronti di un atto definito dai media “frutto di raptus”. Le relatrici al fianco di Annibali smentiscono in tronco tutti questi luoghi comuni: Luciana Giurolo dell’associazione di volontariato vicentina Donna Chiama Donna, impegnata sul campo da anni come le assistenti sociali Barbara Trestin e Antonia Graziano, del consultorio ulss 20 di cui fa parte San Bonifacio, e Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia, che ha presentato la sua ricerca su stereotipi e pregiudizi veicolati dai media nei casi di femmicidio e violenza di genere.

Luoghi comuni ancor più sgretolati dalla storia di Lucia Annibali. Avvocata di 37 anni, è sopravvissuta all’atto vigliacco per mano del sicario incaricato da Luca Varani, ex compagno di Annibali, che l’ha colpita con l’acido solforico quando la donna stava rientrando a casa dopo la palestra. Da quel giorno per Lucia cambia ogni cosa. Lei stessa scrive nel suo libro Io ci sono – La mia storia di non amore, scritto con Giusi Fasano, «Quando la mia pelle ha cominciato a sciogliersi, un minuto dopo la belva era ammaestrata. Una liberazione, in un certo senso». Il dolore, la paura di perdere la vista, l’accettazione della sua nuova immagine, le tante operazioni – fino a qui 13 ma ce ne saranno ancora – non l’hanno fermata, le hanno dato linfa vitale. Le settimane passate subito dopo l’agguato nel Centro Grandi ustionati di Parma sono state un momento, oltre che di svolta, anche di riflessione sulla sua vita precedente. Come se quel 16 aprile si fosse tramutato per Lucia nel suo Anno zero: prima tante insicurezze, un rapporto sentimentale opaco, poche soddisfazioni. E poi tutto cambia. L’acido le ha modificato non solo l’aspetto ma anche la motivazione alla vita. Come dice lei «ho il naso fino – anche se un po’ storto e ancora da sistemare – per quel che riguarda le persone, so valutarle molto meglio ora rispetto ad un tempo».

Oggi Lucia non rappresenta una vittima di violenza di genere. Oggi Lucia è una donna impegnata nelle scuole e per una cittadinanza attiva, esprime bellezza, oltre ad essere stata insignita da Giorgio Napolitano del titolo Cavaliera al Merito della Repubblica italiana. La nomina è stata motivata in questo modo «per il coraggio, la determinazione, la dignità con cui ha reagito alle gravi conseguenze fisiche dell’ignobile aggressione subita. Il comportamento di Lucia Annibali costituisce un fermo invito a reagire e a guardare al futuro rivolto a tutte le donne vittime della violenza maschile».  Si spende per le vittime di ustioni che in lei possono trovare coraggio e motivo di speranza.

L’Anno zero di Lucia non lo si augura a nessuno e la paura per quell’uomo che uscirà di prigione dopo aver scontato 20 anni di reclusione esiste. Ma Lucia è una sopravvissuta e la sua vita oggi è raccontarsi, anche nella Rubrica Con gli occhi di Lucia del magazine online Io donna. Quando decise di mostrarsi per la prima volta nelle pagine del Corriere della Sera a settembre 2013 lo fece anche con le parole delle lettere scritte in quei giorni: «Ho sperato e sopportato i dolori più intensi e le notti più buie. L’ho fatto per tornare alla vita. E in parte ci sono riuscita, ma la strada è ancora lunga. Sono grata a tutte le persone che ho incontrato, a chi ha avuto un pensiero per me, per aver reso incredibile il mio viaggio di ritorno… ogni giorno è un po’ più facile di quello precedente». La sua vicenda è un inno alla vita, al domani.

Come i media giustificano la violenza di genere

di Cristina Martini

Gelosia e raptus di un “bravo ragazzo”. Così i giornalisti continuano a giustificare i colpevoli di violenza e omicidio di genere avvenuti in questi giorni: il femmicidio di Stefania Ardì ad opera di Andrea Tringali e l’aggressione con violenza sessuale di una tassista a Roma, confessata da Simone Borghese. Rappresentazioni e letture cliniche errate che vengono veicolate dai mezzi di informazione senza preoccuparsi delle ripercussioni che questi stereotipi potrebbero avere sui lettori. Giornali e telegiornali hanno una grande responsabilità, anche educativa, che spesso è sottovalutata: quella di indirizzare il pensiero comune e di offrire gli strumenti per discutere, definire le situazioni, leggere e interpretare gli eventi.

Parlare di gelosia in un caso di omicidio-suicidio è un errore: l’offender Andrea Tringali si è ucciso subito dopo aver sparato alla donna non per gelosia ma perché sentiva di aver perso un oggetto di sua proprietà, una parte di se stesso; in caso contrario probabilmente avrebbe agito anche contro il rivale. Ancora una volta l’episodio violento è stato rappresentato come un omicidio di genere avvenuto per concorso in colpa; per i giornali la vittima è corresponsabile dell’azione violenta, colpevole di aver scatenato il gesto: “Ha sparato alla ragazza perché non lei non voleva tornare con lui ed è salita nella sua auto e stava andando via”. Le giustificazioni trovate per raccontare i gesti dei due offender italiani riecheggiano anche nelle parole di amici e conoscenti che contribuiscono a rafforzare l’apparente inspiegabilità di ciò che è accaduto: “Conoscevo molto bene il giovane Andrea Tringali che era un ragazzo mite e proviene da un famiglia per bene, deve essere stato un momento di follia. Mi spiace molto per lui e la giovane”.

Non c’è però nulla di incomprensibile ed in questi episodi violenti e molte associazioni e addetti che operano sul territorio lo sanno bene; ma ancora una volta si preferisce non inquadrare il fenomeno utilizzando dati oppure interviste a chi si occupa di violenza per mestiere. Ancora una volta si preferisce ricorrere a facili stereotipi – ormai ripetuti per prassi – per non ragionare sulle vere cause e sulle radici culturali del problema della violenza di genere. Ancora una volta si giustificano gli offender parlando di gesti d’impeto causati da malattie psichiatriche, senza peraltro consultare esperti, portando i lettori a credere che non esistono segnali precedenti a questo tragico epilogo e che i colpevoli non siano capaci di intendere e volere. Per evitare tutto questo sarebbe necessaria una formazione accurata rivolta a chi si occupa di informazione, che dovrebbe occuparsi di contestualizzare i singoli avvenimenti, senza avventurarsi in letture cliniche o “amorose” con competenze che non possiede, rischiando di trasformare un articolo di cronaca in un trattato errato di psichiatria o in un pezzo di cronaca rosa.

Il linguaggio giornalistico della cronaca nera

di Cristina Martini

Analisi dei media e giornalismo vanno di pari passo. Studiare il linguaggio utilizzato dai media per costruire un fatto di cronaca è essenziale per un giornalista che vuole essere consapevole di ciò che scrive e dell’orizzonte di senso che le sue parole creano. Venerdì 17 aprile la ricercatrice Cristina Martini sarà ospite del corso di Giornalismo interculturale e multimedialità del corso magistrale in Editoria e Giornalismo dell’Università degli Studi di Verona per presentare le attività del gruppo ProsMedia e parlare di pregiudizi e stereotipi veicolati dalla stampa sui temi del femminicidio e della violenza di genere.

La relazione si baserà sulla presentazione dei risultati e della ricerca condotta da Cristina Martini “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, da cui ha preso vita l’Osservatorio sul femmicidio. Sostenere che la violenza sia originata da un “raptus”, che uno stalker perseguiti la sua ex-compagna per “passione”, che un qualsiasi atto violento nei confronti di una donna sia giustificabile perché mosso da “amore”, o stigmatizzare la vittima ed esaltare le doti positive del colpevole sono tutti comportamenti giornalistici a cui siamo purtroppo “abituati”, ma sono anche atteggiamenti pericolosi, in quanto veicolano un messaggio sbagliato, parziale, pregiudiziale e stereotipato.

Comprendere queste prassi aiuterà i futuri giornalisti a fare attenzione al peso delle parole portando avanti un’idea di giornalismo attento, un bagaglio di buone pratiche volte al rispetto dei protagonisti dei fatti di cronaca e delle storie che si vogliono di raccontare.

Uccise in quanto donne: i femmicidi del 2014

Picture of 166 silhouettes representingdi Cristina Martini

Si parla ancora di “raptus” nelle uccisioni per femmicidio del 2014. Il binomio violenza-psicosi è una rappresentazione ricorrente nella stampa italiana e rassicura i lettori, perché sembra dare una giustificazione agli apparentemente inspiegabili 110 casi di omicidi di genere compiuti nell’anno appena trascorso. Ma non è corretta: la quasi totalità degli assassini hanno colpito con premeditazione e lucidità. Cruenti ed efferati ma agiti con capacità di intendere e volere, i delitti sono il tragico epilogo di una serie di violenze ripetute sulla donna che, spesso per paura, non vengono denunciate.

110 morti di donne in quanto donne: è questo il dato generale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Un numero in calo, rispetto ai 137 del 2013 e ai 125 del 2014, mentre a non migliorare sono le rappresentazioni della stampa: vengono mantenuti gli stessi stereotipi che vengono veicolati in cronaca nera, accompagnati sempre più da dettagli che sfociano nel gossip.

I femmicidi nel 2014 si riconfermano come un fenomeno trasversale, compiuto nell’ambiente familiare da colpevoli che hanno una relazione molto stretta con la vittima: 47 i mariti che hanno ucciso le loro mogli (42,5%), seguiti dai figli (6,3%), dai conviventi, ex compagni e padri (4,5% per ciascuna delle categorie). In un solo femmicidio, quello di Gilberta Palleschi, l’assassino non conosceva la vittima: Antonio Palleschi, già pregiudicato per violenza sessuale, l’ha scelta per caso.

La maggior parte degli omicidi di genere è avvenuta al Nord (41); a seguire il Centro con 37, 17 nelle Isole e 15 al Sud. In Veneto sono stati 5: due nelle provincie di Treviso e Verona e uno a Padova. Le vittime sono prevalentemente italiane – l’81% (89 donne) – e straniere nel 19% (21 donne). Tra queste ultime 12 sono rumene, 2 ucraine e 2 cinesi: dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli sono per la maggior parte italiani 71% (78 uomini); 17 sono stranieri (5 rumeni e 4 albanesi) e 15 non sono ancora stati identificati. Un dato rilevante: dei 17 offender stranieri, il 70,5% ha ucciso la propria moglie o fidanzata straniera e il rimanente 29,5% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche da tempo.

Le vittime sono donne di tutte le età: per la maggior parte dai 31 ai 60 anni (53 su 110, il 48,1%), seguite dalle over 60 (sono 28). Nella fascia dai 18 ai 30 anni sono 23 e le minorenni 6. In aumento il numero delle prostitute uccise: nel 2014 sono 6, 4 di queste uccise da clienti; in 2 casi non sono ancora stati identificati gli offender. I femmicidi sono stati compiuti per mano di conoscenti soprattutto con armi da taglio (43, il 39%), seguite dalle armi da fuoco (23). Nel 2014 si riscontrano 5 morti di donne spinte dal balcone di casa: per qualcuna di queste si voleva inscenare un suicidio.

Le vittime di femmicidio sono rappresentate sulla stampa come provocatrici nella loro bellezza, nelle loro azioni: donne colpevoli di avere innescato l’azione violenta con i loro comportamenti. Si parla di donne che portano uomini all’esasperazione e di uomini “padri modello” che uccidono anche le loro figlie per fare un torto alle compagne. Stereotipi diffusi e sbagliati, che intaccano il pensare comune e che ci abituano a pensare che si tratti di famiglie normali dove tutto funziona, quando invece la triste verità era nascosta dal muro del silenzio che circondava l’ambiente familiare. La cronaca nera ci racconta ancora di storie d’amore e di passione, spezzate dal raptus omicida, nonostante questo non esista. Ci racconta di litigi finiti male, quando erano violenze a senso unico, che le donne subivano ripetutamente bloccate dalla paura. Ci raccontano di stragi familiari e delitti improvvisati, quando gli uomini invece li programmavano da tempo, come il caso di Cristina Omen, uccisa con i suoi due figli a Motta Visconti: Carlo Lissi aveva premeditato tutto creandosi perfino un alibi. Ci parlano di dettagli inconsistenti, senza approfondire il vero motivo per cui l’uomo uccide la propria donna, cioè perché la ritiene un oggetto di proprietà; la cultura del possesso spesso prevede una mancanza di empatia nei confronti della moglie o della fidanzata, e questo implica il considerarla una “cosa” e non più una persona. Ci raccontano di femmicidi che non ci riguardano, quando gli offender sono stranieri, perché – secondo la stampa – è la loro essenza straniera ad averli armati.

La stampa è responsabile perché i lettori sono dipendenti cognitivamente per avere informazioni e dettagli di cui non hanno esperienza diretta. È responsabile perché veicola stereotipi e pregiudizi che portano poi a giustificare il colpevole o a ritenere corresponsabile anche la vittima. Iniziare a leggere con senso critico, anche alla luce dei dati oggettivi, è un buon inizio per un cambiamento culturale.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale,
con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro. L’immagine del post è presa dal sito Studenti.it.

Le donne uccise per femmicidio nel 2014

manifestazione-violenza-donnedi Cristina Martini

Sono 96 le donne uccise per femmicidio fino al 31 ottobre, per mano di uomini che conoscevano bene. Mogli, mamme, fidanzate, assassinate da chi credeva di possederle. È questo il dato che emerge dal report parziale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, che verrà presentato il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, in un incontro organizzato dalla Uil Veneto a Mestre, Venezia.

Dall’analisi dei dispacci dell’agenzia di stampa nazionale Ansa del 2014 si evince che vi sono stati 96 femminicidi in Italia, dal 1 gennaio al 31 ottobre 2014. Il tragico epilogo di una serie di soprusi e violenze perpetrati tra le mura domestiche è più presente nei paesi del Nord (38 casi) e a seguire il Centro (32); Sud e Isole vedono entrambi 13 casi. Tre sono i femmicidi avvenuti in Veneto, nelle province di Padova, Treviso e Verona. Non stupisce invece la trasversalità del fenomeno che colpisce donne di tutte le età, per la maggior parte nella fascia dai 31 ai 60 anni (44 su 96, il 46%). Per l’Organizzazione mondiale della sanità le donne fino ai 50 anni infatti muoiono più ad opera di persone dell’ambiente familiare che non per malattie o incidenti. Rispetto agli anni precedenti le vittime minorenni sono aumentate: fino al 31 ottobre 2014 sono 6.

Sono i mariti ad uccidere di più: 40 i casi (42%), ma anche figli, compagni, ex fidanzati e coinquilini. In 4 femmicidi sono i clienti a compiere l’atto criminoso, uccidendo 4 prostitute. Le armi sono nel 40% da taglio e quindi compatibili con la realtà domestica (coltelli): gli omicidi di genere avvengono spesso tra le mura di casa, dove la donna dovrebbe essere più sicura e trovare serenità.

Le donne italiane morte risultano essere 79 (l’82%) e le vittime straniere 17 (18%). Tra queste le nazionalità più ricorrenti sono rumena e ucraina, dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli italiani sono il 71% (68 colpevoli), 16 sono stranieri (17%) e 12 non identificati (12%). Gli offender sono per la maggior parte rumeni e albanesi. Un dato molto interessante: dei 16 offender stranieri, il 68% hanno ucciso le loro fidanzate straniere e il rimanente 32% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche di una vita.

Per il killer straniero le cause si cercano nella nazionalità: spesso il femmicidio è ricondotto a cause religiose e culturali, ponendo l’accento sulla diversità che li contraddistingue. Descritta a volte come “troppo permissiva”, la vittima straniera è succube del marito e delle tradizioni, una donna passiva uccisa dal colpevole perché “preoccupato della deriva occidentale della sua famiglia”. Se i protagonisti sono italiani, gli ambienti in cui avviene il delitto sono descritti come famiglie apparentemente normali, anche dalle parole dei vicini di casa e dei conoscenti, la cui serenità è interrotta dall’episodio violento.

Gli aggettivi che descrivono gli assassini e i verbi utilizzati negli omicidi differiscono molto in base alla nazionalità: il linguaggio è più crudo e colpevolizzante quando l’uomo assassino è straniero; più comprensivi e giustificanti quando a colpire è la mano di un killer italiano. Sono differenze meramente linguistiche, ma che allontanano sempre di più il “noi” dall’Altro, rinchiuso in una gabbia di stereotipi e pregiudizi, alimentati anche da chi viene intervistato dai giornalisti. L’attenzione di chi interviene sulla stampa, e quindi anche di chi legge, si sposta verso quella che viene vista e chiamata “emergenza stranieri” tralasciando così il vero problema: quello culturale e sociale che causa la violenza di genere.

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