Molestie sul lavoro a scuola

di Elena Guerra

Prevenire le molestie in ambito lavorativo sin dall’Alternanza scuola-lavoro. Questo l’obiettivo degli incontri di formazione organizzati a dicembre 2018 e gennaio 2019 dalla Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza e su proposta di Logika di Rosanna Bonollo con il patrocinio dell’assessorato alle Pari Opportunità di Comune di Thiene. Perché la prevenzione sulla discriminazione di genere non termina con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

I laboratori condotti da Cristina Martini, media educator e ricercatrice, e Arianna Bigarella, psicologa e psicoterapeuta, vogliono essere un momento informativo e formativo rivolto alle studentesse e agli studenti della quarta superiore di tre istituti scolastici della Città di Thiene, Vicenza, ossia “Aulo Ceccato” il 14 dicembre, “Istituto Garbin” il 21 dicembre e “Liceo statale Corradini” a gennaio 2019, che si stanno preparando per affrontare il periodo di Alternanza scuola-lavoro spiegando attraverso l’educazione ai media con la mediazione di una psicoterapeuta la normativa sulle molestie sul lavoro, la discriminazione, prevaricazione e possibile disagio a partire da quelle di genere. Gli interventi andranno ad affiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio.

I media hanno raccontato nell’ultimo anno alcuni di questi casi che hanno coinvolto il mondo del cinema e dello spettacolo – il cosiddetto caso Weinstein a Hollywood – talvolta valorizzando l’iniziativa coraggiosa di molte donne, in altri rivittimizzandole attraverso un processo mediatico sulle loro presunte colpe. Parole e immagini che sono state veicolate non aiutano la percezione del problema legato alla modalità di manifestazione del potere nell’ambito lavorativo e di studio. Ecco che, per un pregiudizio che colpisce uomini e donne, le molestie passano in molti casi per bravate e scherzi, innescando un’assuefazione che porta a normalizzare alcuni comportamenti lesivi della dignità.

Cristina Martini, che ha curato i contenuti ed è formatrice durante gli incontri, spiega: «il percorso nasce come una proposta nuova nel suo genere perché ha l’obiettivo di raggiungere ragazzi e ragazze che – grazie all’alternanza scuola lavoro – si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro. Gli interventi andranno adaffiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio».

«Il percorso formativo – continua la media educator –  coinvolgerà ragazzi e ragazze con linguaggi a loro affini in una riflessione attorno ai temi del “consenso”, delle giustificazioni, degli stereotipi e pregiudizi veicolati dai media, del linguaggio intriso di discriminazioni e delle emozioni che emergono a questi casi che sono spesso difficili da riconoscere, esternare e denunciare.»

A introdurre gli incontri ci sarà Grazia Chisin, Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza, che darà alcune indicazioni ai partecipanti rispetto ai riferimenti da contattare nel caso siano vittime o testimoni di molestia, e l’iter previsto dalla normativa.

L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne ProsMedia e Porto Burci presentano “L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa nei casi di violenza di genere e femminicidio” mercoledì 21 novembre alle 20.45 con la formatrice Cristina Martini, ricercatrice e media educator di ProsMedia. Interverranno anche: Margherita Chiais, psicologa dell’associazione Donna chiama donna, e Maria Stocchiero, rappresentante del progetto Follia Organizzata.

I media hanno un ruolo ormai noto nella costruzione della realtà e del significato. Molto di quello che siamo, pensiamo e di come ci comportiamo è dovuto ai media. In un percorso di senso a partire dalla cultura, dai messaggi pubblicitari e dalla cronaca nera riguardante la violenza di genere e il femminicidio, si analizzeranno stereotipi e pregiudizi veicolati al fine di fornire al pubblico elementi per riconoscerli in autonomia in modo critico.

Ricercatrice e media educator, laureata magistrale in Editoria e Giornalismo, Cristina Martini si è specializzata all’Università La Sapienza sull’analisi lessicale e testuale del contenuto. La sua area di ricerca è principalmente rivolta al tema dei femminicidi e alla cronaca nera. Si occupa di formazione su stereotipi e rappresentazioni della stampa e della pubblicità e di educazione ai media. È tutor didattico del Master in Intercultural competence and management del Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona ed è stata assegnista di ricerca per la comunicazione scientifica nello stesso ateneo.

La partecipazione è vincolata ad un contributo di 10 euro a partecipante.

Iscrizioni e informazioni a comunicazione@prosmedia.it

“Ma che genere di linguaggio!”, convegno a Verona

di Cristina Martini

Possono immagini, parole e pensieri indurre i comportamenti violenti? Quali passi avanti sono stati fatti e quanti da fare ancora per una cultura rispettosa delle differenze? Su queste ed altre domande si cercherà di riflettere venerdì 19 ottobre dalle 16 al convegno “Ma che genere di linguaggio!”, organizzato dal Coordinamento di associazioni Caffè e parole e ospitato in sala Farinati, biblioteca Civica a Verona. Oltre all’intervento di chi scrive, relazioneranno Michele Cortellazzo, docente di Linguistica dell’Università di Padova e Irene Biemmi, ricercatrice dell’Università di Firenze.

Nominare la realtà con le parole giuste nel quotidiano, nei libri scolastici, nelle pubblicità, nel mondo dell’informazione è una responsabilità a cui non ci si può sottrarre, se l’intento è quello di lavorare per una cultura del rispetto. Questa passa da un superamento degli stereotipi legati al genere, che inquadrano e “ingabbiano” maschile e femminile in alcuni schemi prestabiliti che spengono le unicità di ciascuno/a e creano delle aspettative sulle caratteristiche che bambini e bambine, uomini e donne dovrebbero avere per essere socialmente percepiti come “normali”.

“Ma che genere di linguaggio!” è ad ingresso libero e rivolto a cittadini/e ma anche a tutti/e coloro che lavorano negli ambiti dell’educazione, della comunicazione e con i/le più giovani.

Dossier Indifesa 2018: i diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo

di Cristina Martini

Maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali, pedopornografia: il Dossier Indifesa 2018 di Terre des Hommes dipinge un quadro preoccupante sulla condizione di bambine e ragazze nel mondo.

Presentata il 10 ottobre in Parlamento, l’indagine statistica conferma l’aumento – rispetto al 2016 – dei reati sui minori con 5788 coinvolti/e (+8%), di cui il 60% è rappresentato da bambine e ragazze. Le violenze sessuali sono aumentate del 18% e 1723 minorenni sono stati coinvolti in situazioni di violenze in famiglia (senza dimenticare che in questo numero non rientrano i molti casi sommersi in cui nessuno denuncia o si rivolge a qualcuno per un aiuto). Due dati sono invece in calo: la prostituzione minorile (-35%) e le sottrazioni di minori (-18%).

Per la prima volta l’indagine ha incluso anche tutti quei 2000 bambini/e che frequentano il mondo dello spettacolo in Italia. “Spesso – afferma Federica Giannotta, responsabile Advocacy Terre des Hommes – durante le sfilate non possono bere o sono costretti a mangiare poco, con le famiglie che li pressano.  Il capitolo del rapporto dedicato alle “bimbe allo sbaraglio sulle passerelle” si basa sui dati raccolti dalla giornalista Flavia Piccinni nel libro-inchiesta “Bellissime””.

“È necessario ascoltare e monitorare”, ha commentato Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes, “ma soprattutto fare rete per non lasciare bambine e ragazze sole; solo unendo le forze tra famiglie, attori privati, istituzioni pubbliche e scuole possiamo produrre un impatto reale nella loro vita e ribaltare i trend sulla violenza di genere”.

Il Dossier Indifesa 2018 si è concentrato in questa edizione sull’importanza dell’istruzione per combattere le violazioni dei diritti delle bambine come i matrimoni e le gravidanze precoci: bambine e ragazze costrette a sposare uomini più grandi di loro che le costringono spesso a subire violenze. Oltre alla privazione dei diritti fondamentali, è la società a subire una perdita in termini di potenziale, rappresentato dal contributo che le ragazze potrebbero dare se avessero accesso all’istruzione.

Formazione e istruzione diventano la chiave “mettendo al centro i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, costruendo sulla loro partecipazione e sul loro protagonismo”, continua il presidente Salinari. “Solo così educheremo cittadini/e consapevoli in grado di superare la violenza e gli stereotipi. E poi innovare, sui linguaggi e sulle modalità di intervento, perché è evidente che i risultati ottenuti non sono sufficienti e dobbiamo provare a cambiare”.

È possibile scaricare qui il Dossier completo e consultare il sito www.indifesa.org.

La Carta di Assisi contro i muri mediatici

Foto da Corriere delle Migrazioni

di Cristina Martini

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te”: così inizia il decalogo della Carta di Assisi, che vuole porre al centro dell’attenzione il peso delle parole, il dialogo, la pace e il modo di fare informazione e comunicazione.

Presentata un anno fa nel corso dell’assemblea annuale di Articolo 21, la Carta di Assisi verrà rilanciata il 6 ottobre 2018 e sottoscritta da giornalisti/e e cittadini/e. Per Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi) “è giunto il momento di passare dall’indignazione all’azione di contrasto e denuncia nei confronti del linguaggio dell’odio e del razzismo. Il rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, delle carte deontologiche, del principio di non discriminazione deve diventare pratica quotidiana, perché chi usa le parole come proiettili si propone di distruggere l’informazione, ma anche e soprattutto di colpire a morte la democrazia”.

Il Manifesto di Assisi può “diventare la chiave di una nuova comunicazione capace di portare attenzione sulle periferie del mondo, onesta nel non temere di dare una rettifica, responsabile nell’uso delle parole e nel ripudio dell’hate speech, autorevole nel presidiare la rete in modo credibile e nuova nella sua attitudine di portare il messaggio dalle piazze alle nuove agorà”, si legge nel documento come prefazione al decalogo. Degli obiettivi ambiziosi ma di certo fondamentali per agire sulle discutibili azioni agite dagli utenti dei social media, ormai veri e propri creatori di contenuti.

In linea con i principi di comunicazione e giornalismo interculturale che come ProsMedia portiamo avanti, da sabato 06 ottobre (e per i nove fine settimana successivi) pubblicheremo sui nostri canali social media uno dei punti della Carta di Assisi. Dieci consigli per aprirsi all’Altro con rispetto, validi online ed offline per il vivere civile.

Il potere di un tweet: le Mappe dell’Intolleranza

di Cristina Martini

Il web è una palestra d’odio? Quanto “pesano” le parole utilizzate sui social media nei confronti delle minoranze? Lunedì 25 giugno è stata presentata all’Università degli Studi di Milano la terza edizione della “Mappa dell’intolleranza” dell’Osservatorio dei diritti Vox, in collaborazione con la Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l’Università di Bari Aldo Moro e il dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

326 mila tweet contro le donne, 73 mila contro i migranti, 64 mila contro i musulmani, 22 mila contro gli omosessuali, 15 mila contro gli ebrei: questi i risultati del progetto contro l’intolleranza, ispirato da esempi come la “Hate Map” della americana Humboldt State University. Il lavoro ha comportato dieci mesi di monitoraggio della rete Twitter con 6 milioni di tweet estratti e studiati. Ciò è stato possibile attraverso l’uso di una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti.

Sono stati mappati l’odio razziale, l’omofobia, l’odio contro le donne, contro i diversamente abili e l’antisemitismo: attraverso i tweet sono stati contestualizzati e localizzati i messaggi. La geolocalizzazione ha consentito di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio;  per ciascun gruppo esaminato sono poi state messe a punto delle mappe termografiche in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno. Quanto più il colore della mappa termografica si avvicina al rosso, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

Per Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia alla Sapienza, “è facile dare voce alla propria pancia quando c’è l’anonimato, quando c’è la brevità della comunicazione, con poco spazio per l’articolazione cognitiva”. Un elemento fondante è la disumanizzazione dell’altro, ossia “prendere le distanze da qualcuno e dare libero sfogo all’aggressione di qualcuno perché è stato disumanizzato”, mentre una novità è rappresentata dalla “legittimazione sociale a cui sta andando incontro tutta questa vicenda: una volta l’odio era custodito, a volte anche con vergogna, dentro una bolla di segreto, oggi invece è molto popolare”. Sulla diffusione dei messaggi d’odio e la connessa popolarità è intervenuto Giovanni Ziccardi, docente di Filosofia del diritto alla Statale di Milano: “vi sono altresì tanti casi di persone che odiano in rete ma non odiano, cioè hanno scoperto che odiare una persona porta a quella che viene definita “gratificazione digitale”, ossia l’appagamento dovuto alla visibilità ottenuta dalla pubblicazione del messaggio.

È sempre più significativa la correlazione tra il linguaggio d’odio e la presenza di episodi di violenza; mentre nel “mondo reale” sembra più semplice il contenimento riguardo l’uso di una certa terminologia, quando si sfocia nel “mondo virtuale” le idee o le credenze vengono espresse con modalità più assolute, di idealizzazione o, più spesso, di svalutazione o denigrazione. A seguire troverete le “Mappe dell’intolleranza” (fonte Vox): che potere può avere un messaggio, anche se di solo 140 caratteri?

 

 

 

 

 

 

 

 

Innovazione e gestione delle differenze

di Cristina Martini

Si scrive “Diversity management”, si legge “rispetto dell’Altro”. La gestione delle differenze in ambito lavorativo è senza dubbio la politica del futuro. L’innovazione passa anche dalla valorizzazione dell’Altro che è portatore di bisogni e desideri, ma anche di competenze, talenti, interessi ed esperienze. Sulle tematiche di genere e sulle pratiche possibili di integrazione del maschile e femminile nel mondo lavorativo si è parlato all’evento “Maschile e femminile plurale”, organizzato da Bni Verona Arena e tenutosi l’8 marzo al Crown Plaza Hotel di Verona.

Il primo passo per fare della diversità un punto di forza è scardinare gli stereotipi di genere che arrivano inevitabilmente anche in azienda. Sono generalizzazioni che tutti e tutte assorbono dalla cultura e che sono in grado di indirizzare pensieri, azioni e comportamenti che agiamo sia nella vita privata, sia nel lavoro. Benché gli stereotipi svolgano un ruolo fondamentale nell’interpretazione della realtà e di ciò che accade, questi sono limitanti quando diventano gabbie e aspettative. Siamo molto più di ciò che raccontano del maschile e del femminile soprattutto i media, che rappresentano bambini avventurosi e bambine che devono piacere e pensare ad imbellettarsi, donne “angeli del focolare” e uomini d’affari. I racconti e le immagini ci parlano delle donne che raggiungono ruoli di rilievo come eccezioni e non ancora come normalità, di uomini che sono considerati di successo poiché proprietari (di aziende, di auto, moto o di donne, oggettificate).

Per ripartire dobbiamo trovare dei punti in comune, qualcosa da cui ripartire insieme per andare oltre gli stereotipi di genere. Ecco quindi che l’aiuto può venire da una pubblicità del 1981 del marchio Lego e da un libretto di istruzioni risalente al 1973: «La voglia di creare è forte in tutti i bambini. Maschi e femmine. È l’immaginazione che conta, non l’abilità. Costruisci quello che ti viene in mente, nella maniera che desideri. Un letto o un camion. Una casa delle bambole o un’astronave. A molti bambini piacciono le case delle bambole: sono più umane delle astronavi. A molte bambine piacciono le astronavi: sono molto più emozionanti delle case delle bambole. La cosa più importante è mettere nelle loro mani il materiale giusto e lasciare che creino qualsiasi cosa preferiscano».

Ricominciamo dal mondo dei più piccoli, dalla creatività, dall’immaginazione, dai desideri che possiedono bambini e bambine in ugual modo. Approcciamo all’Altro con empatia, in ascolto delle sue emozioni, con umanità. Impariamo a camminare con le sue scarpe; questo è agire intercultura. È creare un clima accogliente e senza giudizio. Per il genetista Albert Jacquard “La nostra ricchezza è fatta dalla nostra diversità: l’altro ci è prezioso nella misura in cui ci è diverso”. Anche sul lavoro.

Vittima delle parole

di Cristina Martini

Può una bambina di 9 anni decidere di vendere il suo corpo? Questo l’interrogativo che nasce dopo la pubblicazione da parte dell’agenzia Ansa di una notizia riguardante l’arresto, a Palermo, di una coppia di genitori per violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione minorile ai danni della figlia. Sul sito dell’agenzia di stampa il racconto viene titolato “Prostituta a 9 anni, arrestati i genitori”, come documenta la foto che qui riportiamo.

Le parole sono importanti. Questa titolazione trasforma una vittima di violenza in colpevole; perpetua il messaggio di corresponsabilità che, in modo consapevole oppure no, spesso viene veicolato quando la violenza di genere viene raccontata. Per questo, il 16 maggio 2016, è stato approvato dall’Ordine dei Giornalisti un documento che vieta la definizione “Baby squillo”, in quanto rappresenta una violazione della Carta di Treviso. Ciò vale quindi anche per il termine “Prostituta”, attribuito alla bambina di 9 anni protagonista del fatto di cronaca.

La motivazione della presa di posizione emerge in una nota: “Le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli. Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad un’informazione falsa e fuorviante”.

La Carta di Treviso è un protocollo firmato nel 1990 dall’Ordine dei giornalisti, Federazione della stampa italiana e Telefono azzurro per disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia. Si pone l’obiettivo di salvaguardare il diritto di cronaca e di riconoscere la responsabilità che i mezzi di informazione hanno nella costruzione di una società che rispetti l’immagine di bambini/e e adolescenti. Si propone di difendere l’identità, la personalità e i diritti dei e delle minorenni vittime o colpevoli di reati o coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne lo sviluppo psichico.

Dopo numerose segnalazioni, l’Ansa ha provveduto alla modifica del titolo: “La fa prostituire a 9 anni, arrestati i genitori”.

Da oggi nasce la rubrica di ProsMedia #dettaglinonrichiesti: potrete contribuire anche voi, come lettori e lettrici attenti/e a segnalarci stereotipi e parole scorrette utilizzati nell’informazione italiana: https://prosmedia.org/stereotipi-nei-media/

Da spettatori ad attori del web: oltre il cyberbullismo

Foto da bullismoonline.it

di Cristina Martini

Non è “colpa del web” ma di come le nuove tecnologie vengono utilizzate e con quale linguaggio. In occasione del 7 febbraio, Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, è stato pubblicato il report “Spett-ATTORI del web” di DoxaKids per l’associazione Telefono Azzurro. Un’indagine che approfondisce tematiche quali la sessualità online, la ricerca delle informazioni e la violenza in rete, con un occhio attento sul fenomeno del cyberbullismo,  che colpisce i/le più giovani.

Due dati di interesse emergono dalla ricerca: il 31% dei bambini e bambine coinvolti ha indicato la possibilità  di subire cyberbullismo ed un bambino su sette quella di “leggere contenuti offensivi e di incitamento all’odio”. Numeri che si ripetono anche sui soggetti anagraficamente più grandi, ma che parlano di una preoccupante “anestetizzazione” riguardo i linguaggi volgari spesso utilizzati negli ambienti digitali, considerati perlopiù normali. Hate speech e cyberbullismo iniziano anche a riempire le prime pagine dei giornali, segnale di un problema sociale e culturale che ha bisogno di essere affrontato.

Le preoccupazioni che si raccolgono in ambiente scolastico sono soprattutto degli adulti: mentre per il fenomeno del bullismo – che per la maggior parte si verifica tra le mura delle scuole – sembrano essere preparati almeno in parte, il cyberbullismo rimane un’incognita. In An investigation into cyberbulling, its forms, awareness and impact, and the relationship between age and gender in cyberbullying, Smith e altri, tracciano il fenomeno come “aggressione intenzionalmente svolta da uno o più individui, utilizzando forme elettroniche di contatto, e ripetutamente mirata verso una persona che non può difendersi”.

La definizione mette in evidenza cinque aspetti fondamentali: il comportamento aggressivo messo in atto con volontà, l’attore singolo o multiplo, le nuove tecnologie, la dimensione della vittima e la reiterazione della condotta. Il cyberbullismo non ha luogo fisico perché vive nel virtuale, viaggia attraverso la rete Internet e la telefonia (spesso quando se ne parla vengono dimenticati gli sms e le chiamate telefoniche) ed ha un impatto molto più elevato rispetto a quello del bullismo, complice l’ampia diffusione garantita dal digitale e dalla viralità, raggiungendo anche utenti estranei alla vittima e al colpevole. Nel cyberbullismo compare un elemento però che è difficile da gestire: il cosiddetto “disimpegno morale”, ossia la percezione – apparente – di anonimato con cui si agisce attraverso la mediazione della tecnologia.

Il rispetto dell’altro e la prevenzione di questi fenomeni passa anche dalla consapevolezza, dall’uso corretto dei canali e dei linguaggi, dall’empatia. Dalla capacità quindi di mettersi nei panni dell’altro, che deve andare di pari passo con l’informazione sui rischi che comportano le azioni scorrette anche se svolte nel mondo virtuale. I percorsi scolastici svolti con esperti ed esperte sono utili per coinvolgere studenti e studentesse in un processo di apprendimento che aiuti le vittime e i/le cyberbulli/e – trasversalmente per genere – ad andare oltre i comportamenti violenti.

Emergenza o problema strutturale? I femmicidi del 2017

Foto da www.lametino.it

di Cristina Martini

103 sono le vittime della violenza di genere nel 2017. Donne uccise da uomini possessivi, che hanno premeditato i femmicidi organizzando con lucidità l’atto criminoso. Questi i dati raccolti per la ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, iniziata nel 2012 e che conferma la violenza sulle donne – e nello specifico il tragico epilogo, il femminicidio – come problema strutturale e culturale con radici profonde, non certamente un’emergenza destinata a rientrare.

La maggior parte dei femmicidi sono stati al Nord (39), seguito poi dal Centro (32), il Sud (19) e le Isole (13). Sono stati 11 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Venezia (Anastasia Shakurova, Sonia Padoan, Maria Archetta Mennella, Sabrina Panzonato), tre a Vicenza (Vanna Meggiolaro, Nidia Roana Loza Rodriguez), due a Padova (Fedora Malachi, Natasha Bettiolo), uno a Treviso (Irina Bakal), a Rovigo (Tatiana Halapciug) e Verona (Khadija Bencheikh).

Le donne uccise nel 2017 sono in prevalenza italiane: 78 (il 75,7%); sono invece straniere nel 24,3% dei casi di femmicidio (25). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (5), cinese (3), colombiana, nigeriana, albanese, ghanese, marocchina (2), indiana, moldava, russa, tunisina, montenegrina, brasiliana, thailandese.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 78 (nel 75,7 dei casi), 19 stranieri (18,5%) e 6 sono ancora non identificati (5,8%). Le nazionalità: albanese (4), rumeno, marocchino (3), moldavo, ghanese (2), irlandese, nigeriano, svedese, cinese, pakistano, malese, egiziano. In 13 casi su 19 (68,4%) gli offender stranieri hanno ucciso una donna straniera che aveva con loro un legame familiare per lo stesso motivo per cui i colpevoli italiani colpiscono per motivi di genere, ossia perché la ritengono un oggetto di proprietà.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2017” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi Confronti, in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,2%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,9%), del Marocco (8,3%), della Cina (5,6%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (46 su 103, il 44,7%), seguite dalle over 60 (39) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2017 sono state tre.

Il ricorso alla spettacolarizzazione e ai dettagli morbosi alla ricerca di sèguito di pubblico – oramai abituato a racconti riportati con queste modalità – è un’ulteriore violenza alle vittime e ai suoi familiari. Il retaggio patriarcale e la cultura del possesso sono spesso dimenticati dagli operatori dell’informazione che tendono a ricorrere a stereotipi che sono ampiamente entrati a far parte del pensiero comune. Amore, gelosia, raptus, litigi, sono termini che ancora appaiono in cronaca, sebbene iniziano ad emergere nuovi racconti più rispettosi, oggettivi e che illustrano il femminicidio come problema culturale che riguarda tutte e tutti.

In molti casi il tragico epilogo viene raccontato come un gesto inspiegabile, conseguenza di una provocazione. Sarebbe invece utile inquadrare il singolo episodio con statistiche accurate (che escludano le uccisioni di donna che non sono invece femmicidi, quali gli omicidi dopo rapina o per motivi economici) e dare voce alle realtà che si occupano di tematiche di genere per far emergere la mancanza di empatia del colpevole, il ciclo della violenza che si ripete di continuo, i segnali che sono sempre presenti e che precedono l’atto criminoso che comporta la morte della vittima.

La considerazione della donna come oggetto da poter eliminare per questo “diritto di possesso” è un messaggio che oggigiorno viene veicolato su vari canali: più di qualche responsabilità è da imputare ai media e per questo è importante attivare un atteggiamento critico verso linguaggio e immagini che incontriamo. Pensieri, parole e comportamenti sono dovuti anche a quello che leggiamo e ascoltiamo riguardo la violenza di genere e i fatti di cronaca nera.

Ci sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

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