Come i media giustificano la violenza di genere

di Cristina Martini

Gelosia e raptus di un “bravo ragazzo”. Così i giornalisti continuano a giustificare i colpevoli di violenza e omicidio di genere avvenuti in questi giorni: il femmicidio di Stefania Ardì ad opera di Andrea Tringali e l’aggressione con violenza sessuale di una tassista a Roma, confessata da Simone Borghese. Rappresentazioni e letture cliniche errate che vengono veicolate dai mezzi di informazione senza preoccuparsi delle ripercussioni che questi stereotipi potrebbero avere sui lettori. Giornali e telegiornali hanno una grande responsabilità, anche educativa, che spesso è sottovalutata: quella di indirizzare il pensiero comune e di offrire gli strumenti per discutere, definire le situazioni, leggere e interpretare gli eventi.

Parlare di gelosia in un caso di omicidio-suicidio è un errore: l’offender Andrea Tringali si è ucciso subito dopo aver sparato alla donna non per gelosia ma perché sentiva di aver perso un oggetto di sua proprietà, una parte di se stesso; in caso contrario probabilmente avrebbe agito anche contro il rivale. Ancora una volta l’episodio violento è stato rappresentato come un omicidio di genere avvenuto per concorso in colpa; per i giornali la vittima è corresponsabile dell’azione violenta, colpevole di aver scatenato il gesto: “Ha sparato alla ragazza perché non lei non voleva tornare con lui ed è salita nella sua auto e stava andando via”. Le giustificazioni trovate per raccontare i gesti dei due offender italiani riecheggiano anche nelle parole di amici e conoscenti che contribuiscono a rafforzare l’apparente inspiegabilità di ciò che è accaduto: “Conoscevo molto bene il giovane Andrea Tringali che era un ragazzo mite e proviene da un famiglia per bene, deve essere stato un momento di follia. Mi spiace molto per lui e la giovane”.

Non c’è però nulla di incomprensibile ed in questi episodi violenti e molte associazioni e addetti che operano sul territorio lo sanno bene; ma ancora una volta si preferisce non inquadrare il fenomeno utilizzando dati oppure interviste a chi si occupa di violenza per mestiere. Ancora una volta si preferisce ricorrere a facili stereotipi – ormai ripetuti per prassi – per non ragionare sulle vere cause e sulle radici culturali del problema della violenza di genere. Ancora una volta si giustificano gli offender parlando di gesti d’impeto causati da malattie psichiatriche, senza peraltro consultare esperti, portando i lettori a credere che non esistono segnali precedenti a questo tragico epilogo e che i colpevoli non siano capaci di intendere e volere. Per evitare tutto questo sarebbe necessaria una formazione accurata rivolta a chi si occupa di informazione, che dovrebbe occuparsi di contestualizzare i singoli avvenimenti, senza avventurarsi in letture cliniche o “amorose” con competenze che non possiede, rischiando di trasformare un articolo di cronaca in un trattato errato di psichiatria o in un pezzo di cronaca rosa.

Il linguaggio giornalistico della cronaca nera

di Cristina Martini

Analisi dei media e giornalismo vanno di pari passo. Studiare il linguaggio utilizzato dai media per costruire un fatto di cronaca è essenziale per un giornalista che vuole essere consapevole di ciò che scrive e dell’orizzonte di senso che le sue parole creano. Venerdì 17 aprile la ricercatrice Cristina Martini sarà ospite del corso di Giornalismo interculturale e multimedialità del corso magistrale in Editoria e Giornalismo dell’Università degli Studi di Verona per presentare le attività del gruppo ProsMedia e parlare di pregiudizi e stereotipi veicolati dalla stampa sui temi del femminicidio e della violenza di genere.

La relazione si baserà sulla presentazione dei risultati e della ricerca condotta da Cristina Martini “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, da cui ha preso vita l’Osservatorio sul femmicidio. Sostenere che la violenza sia originata da un “raptus”, che uno stalker perseguiti la sua ex-compagna per “passione”, che un qualsiasi atto violento nei confronti di una donna sia giustificabile perché mosso da “amore”, o stigmatizzare la vittima ed esaltare le doti positive del colpevole sono tutti comportamenti giornalistici a cui siamo purtroppo “abituati”, ma sono anche atteggiamenti pericolosi, in quanto veicolano un messaggio sbagliato, parziale, pregiudiziale e stereotipato.

Comprendere queste prassi aiuterà i futuri giornalisti a fare attenzione al peso delle parole portando avanti un’idea di giornalismo attento, un bagaglio di buone pratiche volte al rispetto dei protagonisti dei fatti di cronaca e delle storie che si vogliono di raccontare.

Uccise in quanto donne: i femmicidi del 2014

Picture of 166 silhouettes representingdi Cristina Martini

Si parla ancora di “raptus” nelle uccisioni per femmicidio del 2014. Il binomio violenza-psicosi è una rappresentazione ricorrente nella stampa italiana e rassicura i lettori, perché sembra dare una giustificazione agli apparentemente inspiegabili 110 casi di omicidi di genere compiuti nell’anno appena trascorso. Ma non è corretta: la quasi totalità degli assassini hanno colpito con premeditazione e lucidità. Cruenti ed efferati ma agiti con capacità di intendere e volere, i delitti sono il tragico epilogo di una serie di violenze ripetute sulla donna che, spesso per paura, non vengono denunciate.

110 morti di donne in quanto donne: è questo il dato generale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Un numero in calo, rispetto ai 137 del 2013 e ai 125 del 2014, mentre a non migliorare sono le rappresentazioni della stampa: vengono mantenuti gli stessi stereotipi che vengono veicolati in cronaca nera, accompagnati sempre più da dettagli che sfociano nel gossip.

I femmicidi nel 2014 si riconfermano come un fenomeno trasversale, compiuto nell’ambiente familiare da colpevoli che hanno una relazione molto stretta con la vittima: 47 i mariti che hanno ucciso le loro mogli (42,5%), seguiti dai figli (6,3%), dai conviventi, ex compagni e padri (4,5% per ciascuna delle categorie). In un solo femmicidio, quello di Gilberta Palleschi, l’assassino non conosceva la vittima: Antonio Palleschi, già pregiudicato per violenza sessuale, l’ha scelta per caso.

La maggior parte degli omicidi di genere è avvenuta al Nord (41); a seguire il Centro con 37, 17 nelle Isole e 15 al Sud. In Veneto sono stati 5: due nelle provincie di Treviso e Verona e uno a Padova. Le vittime sono prevalentemente italiane – l’81% (89 donne) – e straniere nel 19% (21 donne). Tra queste ultime 12 sono rumene, 2 ucraine e 2 cinesi: dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli sono per la maggior parte italiani 71% (78 uomini); 17 sono stranieri (5 rumeni e 4 albanesi) e 15 non sono ancora stati identificati. Un dato rilevante: dei 17 offender stranieri, il 70,5% ha ucciso la propria moglie o fidanzata straniera e il rimanente 29,5% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche da tempo.

Le vittime sono donne di tutte le età: per la maggior parte dai 31 ai 60 anni (53 su 110, il 48,1%), seguite dalle over 60 (sono 28). Nella fascia dai 18 ai 30 anni sono 23 e le minorenni 6. In aumento il numero delle prostitute uccise: nel 2014 sono 6, 4 di queste uccise da clienti; in 2 casi non sono ancora stati identificati gli offender. I femmicidi sono stati compiuti per mano di conoscenti soprattutto con armi da taglio (43, il 39%), seguite dalle armi da fuoco (23). Nel 2014 si riscontrano 5 morti di donne spinte dal balcone di casa: per qualcuna di queste si voleva inscenare un suicidio.

Le vittime di femmicidio sono rappresentate sulla stampa come provocatrici nella loro bellezza, nelle loro azioni: donne colpevoli di avere innescato l’azione violenta con i loro comportamenti. Si parla di donne che portano uomini all’esasperazione e di uomini “padri modello” che uccidono anche le loro figlie per fare un torto alle compagne. Stereotipi diffusi e sbagliati, che intaccano il pensare comune e che ci abituano a pensare che si tratti di famiglie normali dove tutto funziona, quando invece la triste verità era nascosta dal muro del silenzio che circondava l’ambiente familiare. La cronaca nera ci racconta ancora di storie d’amore e di passione, spezzate dal raptus omicida, nonostante questo non esista. Ci racconta di litigi finiti male, quando erano violenze a senso unico, che le donne subivano ripetutamente bloccate dalla paura. Ci raccontano di stragi familiari e delitti improvvisati, quando gli uomini invece li programmavano da tempo, come il caso di Cristina Omen, uccisa con i suoi due figli a Motta Visconti: Carlo Lissi aveva premeditato tutto creandosi perfino un alibi. Ci parlano di dettagli inconsistenti, senza approfondire il vero motivo per cui l’uomo uccide la propria donna, cioè perché la ritiene un oggetto di proprietà; la cultura del possesso spesso prevede una mancanza di empatia nei confronti della moglie o della fidanzata, e questo implica il considerarla una “cosa” e non più una persona. Ci raccontano di femmicidi che non ci riguardano, quando gli offender sono stranieri, perché – secondo la stampa – è la loro essenza straniera ad averli armati.

La stampa è responsabile perché i lettori sono dipendenti cognitivamente per avere informazioni e dettagli di cui non hanno esperienza diretta. È responsabile perché veicola stereotipi e pregiudizi che portano poi a giustificare il colpevole o a ritenere corresponsabile anche la vittima. Iniziare a leggere con senso critico, anche alla luce dei dati oggettivi, è un buon inizio per un cambiamento culturale.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

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con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro. L’immagine del post è presa dal sito Studenti.it.

Le donne uccise per femmicidio nel 2014

manifestazione-violenza-donnedi Cristina Martini

Sono 96 le donne uccise per femmicidio fino al 31 ottobre, per mano di uomini che conoscevano bene. Mogli, mamme, fidanzate, assassinate da chi credeva di possederle. È questo il dato che emerge dal report parziale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, che verrà presentato il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, in un incontro organizzato dalla Uil Veneto a Mestre, Venezia.

Dall’analisi dei dispacci dell’agenzia di stampa nazionale Ansa del 2014 si evince che vi sono stati 96 femminicidi in Italia, dal 1 gennaio al 31 ottobre 2014. Il tragico epilogo di una serie di soprusi e violenze perpetrati tra le mura domestiche è più presente nei paesi del Nord (38 casi) e a seguire il Centro (32); Sud e Isole vedono entrambi 13 casi. Tre sono i femmicidi avvenuti in Veneto, nelle province di Padova, Treviso e Verona. Non stupisce invece la trasversalità del fenomeno che colpisce donne di tutte le età, per la maggior parte nella fascia dai 31 ai 60 anni (44 su 96, il 46%). Per l’Organizzazione mondiale della sanità le donne fino ai 50 anni infatti muoiono più ad opera di persone dell’ambiente familiare che non per malattie o incidenti. Rispetto agli anni precedenti le vittime minorenni sono aumentate: fino al 31 ottobre 2014 sono 6.

Sono i mariti ad uccidere di più: 40 i casi (42%), ma anche figli, compagni, ex fidanzati e coinquilini. In 4 femmicidi sono i clienti a compiere l’atto criminoso, uccidendo 4 prostitute. Le armi sono nel 40% da taglio e quindi compatibili con la realtà domestica (coltelli): gli omicidi di genere avvengono spesso tra le mura di casa, dove la donna dovrebbe essere più sicura e trovare serenità.

Le donne italiane morte risultano essere 79 (l’82%) e le vittime straniere 17 (18%). Tra queste le nazionalità più ricorrenti sono rumena e ucraina, dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli italiani sono il 71% (68 colpevoli), 16 sono stranieri (17%) e 12 non identificati (12%). Gli offender sono per la maggior parte rumeni e albanesi. Un dato molto interessante: dei 16 offender stranieri, il 68% hanno ucciso le loro fidanzate straniere e il rimanente 32% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche di una vita.

Per il killer straniero le cause si cercano nella nazionalità: spesso il femmicidio è ricondotto a cause religiose e culturali, ponendo l’accento sulla diversità che li contraddistingue. Descritta a volte come “troppo permissiva”, la vittima straniera è succube del marito e delle tradizioni, una donna passiva uccisa dal colpevole perché “preoccupato della deriva occidentale della sua famiglia”. Se i protagonisti sono italiani, gli ambienti in cui avviene il delitto sono descritti come famiglie apparentemente normali, anche dalle parole dei vicini di casa e dei conoscenti, la cui serenità è interrotta dall’episodio violento.

Gli aggettivi che descrivono gli assassini e i verbi utilizzati negli omicidi differiscono molto in base alla nazionalità: il linguaggio è più crudo e colpevolizzante quando l’uomo assassino è straniero; più comprensivi e giustificanti quando a colpire è la mano di un killer italiano. Sono differenze meramente linguistiche, ma che allontanano sempre di più il “noi” dall’Altro, rinchiuso in una gabbia di stereotipi e pregiudizi, alimentati anche da chi viene intervistato dai giornalisti. L’attenzione di chi interviene sulla stampa, e quindi anche di chi legge, si sposta verso quella che viene vista e chiamata “emergenza stranieri” tralasciando così il vero problema: quello culturale e sociale che causa la violenza di genere.

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Il linguaggio dei media nel tentato femmicidio di Laura Roveri

conferenzastampa_19.01.2014di Cristina Martini

Laura Roveri non è una vittima di un raptus. Laura Roveri è la sopravvissuta di un tentato femmicidio perpetrato dall’ex fidanzato, Enrico Sganzerla, lo scorso 12 aprile in una discoteca del vicentino. Ora l’uomo si trova ai domiciliari nella casa dei genitori, a 15 chilometri dall’abitazione di Laura, dopo soli due mesi di carcere e tre mesi di clinica.

Laura vuole rendere pubblico il proprio sgomento e indignazione per le misure adottate. Lo ha fatto mediante una conferenza stampa a Verona, sua città natale, con le persone che in questo momento la stanno supportando, come le donne e gli uomini dell’associazione Isolina e…, avvocate, insegnanti, giornaliste che si battono perché l’educazione di genere sia considerata materia di educazione scolastica. Emilia Greco, avvocata associata alla realtà scaligera, sta leggendo il caso con l’avvocato di Roveri perché giovedì 25 settembre ci sarà la lettura ufficiale da parte del gip della perizia su Sganzerla; gip che non ha ritenuto indispensabile sentire ancora Roveri fino ad oggi. La scelta di farlo tornare tra le mura domestiche è alla base delle proteste intorno alla ragazza di 25 anni di Nogara a cui la Prefetto di Verona ha assegnato la scorta.

Un vero e proprio cortocircuito giudiziario e per questo Laura Roveri sta facendo cerchio intorno a sé grazie al sostegno di persone come Serena Marchi, giornalista sensibile alla questione di genere, e a Cristina Martini, del gruppo di ricerca sui media ProsMedia, esperta di casi di femminicidio e femmicidio raccontati attraverso stereotipi e pregiudizi da parte dei mezzi di comunicazione. La vicenda ha tutte le caratteristiche di un tentato omicidio premeditato: l’uomo infatti ha percorso diversi chilometri tra Verona e Vicenza con un coltello per colpire l’ex fidanzata in un luogo pubblico e le ha inferto 16 coltellate al corpo e alla testa, di cui una ha lesionato la trachea sfiorando la carotide di 1 millimetro e 8. Per il gip questo non è stato un atto che l’ha messa in pericolo di vita.

Laura Roveri non è una vittima ma una sopravvissuta. Per Cristina Martini “Laura non è corresponsabile e colpevole di ciò che le è successo, perché non ha provocato l’azione violenta in alcun modo. Enrico Sganzerla invece è stato praticamente assolto prima a livello mediatico, attraverso le parole dei media che hanno anche relegato l’atto criminoso a raptus e poi dall’opinione pubblica che ha assorbito stereotipi e pregiudizi veicolati dalla stampa nella presentazione del caso”. Sottolinea poi l’importanza dell’uso corretto del linguaggio: “Non è stato un raptus, la follia di un attimo. Non va letto in termini di patologia, perché l’azione violenta si è svolta con lucidità e premeditazione. Né in termini passionali: tentare di togliere la vita è amore?”.

Dal 1 agosto 2014 in Italia è in vigore la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere che nasce con l’obiettivo di prevenire, proteggere le donne e perseguire gli autori di questi atti che dimostrano l’esistenza di un problema culturale profondo, sul quale bisogna agire attraverso dei progetti di formazione e informazione.

Rassegna stampa dei Tg nazionali e locali che hanno ripreso la conferenza stampa:

Tg1 (servizio dal minuto 27.15): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4ffa8e0c-f27a-4685-a7b5-0690d01a5a12.html#p

Tg3 Veneto (servizio dal minuto 1.00): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a9b2edba-d862-4b41-a7d8-72481655fe9e-tgr.html#p=0

Tg4 (servizi dal minuto 8.55): http://www.video.mediaset.it/video/tg4/full/483043/edizione-ore-19-00-del-19-settembre.html

Tg5 (servizio dal minuto 25.00): http://www.video.mediaset.it/video/tg5/full/483039/edizione-ore-20-00-del-19-settembre.html

Studio Aperto: http://www.video.mediaset.it/video/studioaperto/edizione_servizio/483020/laura-accoltellata-dall-ex-io-sotto-scorta-lui-gia-a-casa-.html

Tg Verona Telenuovo: http://www.tgverona.it/pages/121/391845/Laura_rabbia_e_indignazione.html

Tg TeleArena (servizio dal minuto 3.38): http://www.larena.it/videos/1984_tg_sera/77284/?pag=1

I “terroni” nei media: giornali e italiani “extracomunitari”

non si affitta ai meridionalidi Manuela Mazzariol

La ricerca è stata condotta su una selezione di articoli dai quotidiani la Stampa e l’Unità negli anni 1950-1970 ed è volta a ricostruire l’immagine che ne emerge del cittadino meridionale e veneto che in quegli anni migrava verso le zone più ricche d’Italia, verso il cosiddetto “triangolo industriale”. Si propone inoltre di dimostrare come l’atteggiamento dei giornali e le prassi di produzione della notizia abbiano influito nella creazione di pregiudizi e stereotipi riguardanti i cittadini del Sud. Essa mira a rispondere a tre domande principali: quale sia la tipologia dei fatti più rilevanti negli articoli selezionati, quale l’immagine del migrante che viene restituita al pubblico e quale l’atteggiamento dei giornali nei confronti dei soggetti della ricerca e fa riferimento alle principali teorie sull’influenza dei mass media sul pubblico. I risultati sono stati confrontati con la ricerca di Maurizio Corte sull’immagine dei migranti dal Sud del mondo restituita dalle notizie Ansa.

Ciò che emerge è che la tipologia delle notizie influisce sulla visione che il lettore ha del cittadino migrante. Il fatto di ricondurre la popolazione autoctona a suicidi ed incidenti, mentre i cittadini meridionali vengono legati indissolubilmente grazie all’insistenza su aggettivi e sostantivi che ne indicano la provenienza a cronache violente, incide non poco sull’opinione pubblica. Essa è indotta a collegare il cittadino meridionale alla criminalità o all’illegalità. Il clima di insicurezza viene alimentato inoltre dalla percezione che il numero di immigrati sia in continuo aumento. È l’intera comunità meridionale che attraverso la tipologia delle narrazioni viene stigmatizzata in quanto fonte di instabilità sociale.

L’immagine del migrante veneto e meridionale è alquanto stereotipata e parziale. Quando il pregiudizio non va nel senso della condanna, allora l’individuo rimane inconsistente. Non c’è alcuna attenzione alla cultura del soggetto e alla sua identità di persona. Un mix di stereotipi e generalizzazioni lo rendono un personaggio tipizzato, inesistente al di là della cronaca nera nella quale è coinvolto.  Anche il rapporto tra migrante e cittadinanza è pressoché assente, oppure ricondotto a rivalità campanilistiche. Il migrante è un individuo che vive ai margini della società senza che vi sia integrazione.

L’atteggiamento del quotidiano nei confronti del migrante se non è apertamente razzista, di condanna o di compatimento è comunque del tutto funzionale al marketing del giornale. Fa notizia perché portato alla ribalta delle cronache attraverso fatti che colpiscono la sensibilità e l’emotività del pubblico di riferimento. Nel caso in cui, come avviene nel quotidiano del Partito Comunista, non ci sia un interesse esplicito alla creazione di una letteratura allarmista o compassionevole nei confronti del protagonista, in quanto appartenente alla classe del proletariato o del sottoproletariato, allora egli non interessa. I processi si semplificazione del reale in entrambi i casi portano ad un comportamento superficiale volto semplicemente ad esporre i fatti nella maniera che più si confà ai gusti e agli interessi del pubblico di riferimento.

Dal raffronto parziale con l’analisi compiuta fino al 2002 da Corte emergono un numero considerevole di congruenze tra i due soggetti analizzati. Sebbene fortunatamente le prassi giornalistiche vadano verso un’evoluzione in positivo non si nota un cambiamento radicale nelle routine dei giornali che continuano ad avere un atteggiamento superficiale quando non palesemente razzista nei confronti dell’Altro. I media di oggi stanno compiendo un percorso di cambiamento che tuttavia è ancora ben lontano dal dirsi concluso. Infine si può concludere che come i media hanno prodotto atteggiamenti pregiudiziali e razzisti dell’opinione pubblica nei confronti dei cittadini meridionali, oggi che i migranti sono stranieri hanno operato con gli stessi meccanismi. Si va dunque sempre in direzione della condanna del diverso operando semplicemente una sostituzione tra il migrante meridionale, che oggi finalmente, essendo arrivato in Italia un diverso più diverso di lui, viene innalzato al grado di cittadino italiano di serie A assieme ai suoi connazionali del Nord, e lo straniero che assume il ruolo di individuo inferiore.

Gli stereotipi nell’informazione italiana

Amata da moriredi Cristina Martini

“L’ho amata da morire”, “L’ha uccisa per il caldo”, “Omicida in preda ad un raptus uccide la moglie”. Quanto le parole veicolate dai media possono modificare la percezione della violenza di genere nei lettori o telespettatori? Il femminicidio, il femmicidio, la violenza degli uomini nei confronti delle donne in quanto donne e i protagonisti dei casi di cronaca visti dai media sono gli argomenti trattati durante l’incontro “L’ho amata da moriremartedì 15 luglio alle 20.45 a San Bonifacio, Verona, nella sede del CoOffice in piazzale Mazzini con Cristina Martini ed Elena Guerra di Prosmedia.

L’appuntamento parte dalla ricerca di Cristina Martini, del gruppo di analisi dei media ProsMedia del Centro Studi Interculturali dell’Università degli studi di Verona, dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, raccogliendo ed analizzando i dati relativi al 2012, 2013 e 2014.

La ricerca è stata sviluppata in tre fasi principali: la raccolta dei dati relativi ai 124 casi di femmicidio del 2012 e dei 136 casi del 2013, catalogando vittime, colpevoli e numero di dispacci di agenzia usciti per ciascun omicidio; la costruzione di un questionario semistrutturato e l’analisi di 4 casi emblematici (perché hanno avuto più eco nell’agenzia Ansa) per ciascun anno, appartenenti alle seguenti categorie: vittima italiana e colpevole italiano; vittima italiana e colpevole straniero; vittima straniera con colpevole italiano; vittima straniera con colpevole straniero; l’analisi del linguaggio utilizzato nei dispacci di agenzia Ansa usciti per gli 8 casi scelti, con l’ausilio del software Taltac2, che si occupa di analisi statistica lessicale e testuale. Per informazioni scrivere a comunicazione@prosmedia.it.

Parlare, agire, raccontare la violenza sulle donne

Oppeanodi Cristina Martini

La violenza sulle donne non ha più scuse: è necessario parlare, agire, raccontare. Con questo intento il gruppo civico Oppeano città viva ha organizzato per martedì 2 luglio alle 20.30 alla scuola elementare di Vallese, in via Spinetti, una serata sul tema della violenza di genere e sul femminicidio. Molti gli aspetti che verranno approfonditi, con il supporto di alcuni operatori del settore: Sara Gini, presidente di Telefono Rosa; Cristina Martini, ricercatrice del gruppo ProsMedia che si occupa di analisi dei media all’Università degli Studi di Verona; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e… contro il femminicidio; Gianpaolo Trevisi, direttore della scuola di polizia di Peschiera del Garda. Sarà ospite della serata anche Laura Roveri, sopravvissuta all’aggressione da parte del suo ex fidanzato il 12 aprile scorso a Vicenza, che racconterà la sua esperienza al pubblico presente.

Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale: presentazione del libro

cop libro cedamdi Cristina Martini

Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale. Il libro di Maurizio Corte, con il lavoro di ricerca svolto dal gruppo di ProsMedia (oltre a Maurizio Corte, anche Elena Guerra, Cristina Martini e Nina Kapel) sul tema “media e immigrazione”, sarà presentato giovedì 15 maggio, dalle ore 10.10 alle 11.30, nell’aula T3 del Polo didattico Zanotto dell’Università di Verona, in viale dell’Università. Interverranno, oltre all’autore, anche Agostino Portera, ordinario di Pedagogia interculturale; Carlo Melegari, direttore del Cestim (Centro studi immigrazione) di Verona; Elena Guerra, del gruppo di analisi interculturale dei media ProsMedia; Michelangelo Bellinetti, giornalista.

Il libro Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale, edito da Cedam, affronta il tema del rapporto fra media e immigrazione; e propone una serie di riflessioni e di azioni pratiche per un giornalismo che sia interculturale e che sappia raccontare la diversità. Nel libro di Corte sono contenuti contributi scritti e di ricerca di Elena Guerra, Cristina Martini, Nina Kapel e Simonetta Pedron; e un intervento sul giornalismo digitale di Irene Pasquetto.

Analisi dei media | Fuori dall’emergenza?

Il programma della giornata
Il programma della giornata

di Elena Guerra

Una giornata di studio sull’immigrazione nei media italiani. La scuola di dottorato Mediatrends dell’Università La Sapienza di Roma organizza per mercoledì 19 marzo un incontro seminariale dal titolo “Fuori dalle emergenze?” in cui dottorandi, docenti e ricercatori provenienti dalle università italiane coinvolte nelle ricerche dell’Osservatorio Carta di Roma si confrontano su come i media rappresentano i migranti nelle notizie e per discutere i risultati delle ricerche svolte sul tema.

Moderati da Marco Bruno e Marco Binotto, ricercatori del Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale, intervengono: Valeria Lai dell’Università La Sapienza di Roma, Simone Bonini e Raffaele Lombardi, coordinatori editoriali della rivista Comunicatorepuntodoc, che presentano il numero monografico “Fuori dall’emergenza. Immagini delle migrazioni nel racconto dei media”, Giuseppe Sangiorgi, segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo e Donatella Pacelli della Lumsa di Roma. A presentare il primo rapporto nazionale Carta di Roma “Notizie fuori dal ghetto” saranno Giovanni Maria Bellu, presidente dell’associazione Carta di Roma, Pina Lalli dell’Università di Bologna, Marinella Belluati dell’Università degli studi di Torino, Djordje Sredanovic e Gaia Farina, i ricercatori per l’Osservatorio Carta di Roma. In chiusura è prevista la proiezione del video finale del progetto di ricerca “Media, mode e amori dei figli dell’immigrazione”, dal titolo We-Mix.

Nel pomeriggio la giornata seminariale prosegue con un’importante riunione della rete delle università che lavorano per l’Osservatorio Carta di Roma, per discutere sui lavori di ricerca svolti e su nuove idee da sviluppare per l’analisi del giornalismo italiano e sul fronte della formazione rivolta agli addetti ai lavori. Anche il gruppo di analisi ProsMedia dell’Università di Verona sarà presente al seminario, rappresentato da Cristina Martini, che ha condotto ricerche sulla rappresentazione degli stranieri nell’agenzia di stampa nazionale Ansa, in tema di migranti, incidenti stradali e femminicidi.