La strada dei pregiudizi nella stampa italiana

Post incidentidi Cristina Martini

Crimine e dis-crimine. Anche chi scrive di cronaca può compiere dei crimini, discriminando i soggetti coinvolti, attraverso l’uso improprio delle parole. Quest’ultime sono sempre importanti e possono creare stereotipi difficili da superare, soprattutto quando si affrontano temi importanti come l’immigrazione ed i migranti. Questo si evince dalla ricerca di Cristina Martini, del gruppo di analisi ProsMedia, dell’Università degli studi di Verona, dal titolo “La strada dei pregiudizi. Incidenti d’auto, guidatori italiani e stranieri nelle rappresentazioni della stampa”.

La fase iniziale della ricerca ha visto l’individuazione di un campione di due casi per cinque categorie di incidenti stradali: uno in cui il guidatore colpevole dell’incidente fosse italiano ed uno in cui questo fosse straniero. Le categorie: vittime straniere; vittime italiane; vittime bambini/giovani; guidatore ubriaco e strage stradale (più vittime). Per ogni evento delittuoso sono stati analizzati cinque articoli, prima con l’ausilio di un questionario costruito ad hoc per catalogare le caratteristiche dei protagonisti, e successivamente con Taltac2, software statistico per l’analisi lessico testuale, per studiarne il linguaggio.

È prassi consolidata accostare l’arrivo di migranti non regolari a fatti di cronaca nera e nella ricerca si è potuto verificare questo in tema di incidenti e pirateria stradale. La responsabilità del singolo viene generalizzata a tutta la comunità e viene fatto un collegamento tra l’avvenimento e l’origine etnica dell’autore. Nella stampa troviamo conferme: quando è coinvolto uno straniero, subito viene messa in primo piano la nazionalità. È il tratto distintivo della persona, che, alle volte, è l’unico elemento descritto, oltre all’età anagrafica. Sono corpi vuoti, non raccontati nelle loro storie, nei loro nomi. È romeno, perciò un delinquente e la nazionalità entra nella gerarchia delle cause dell’incidente.

Quasi sempre è proprio l’appartenenza etnica a rendere il fatto notiziabile: fatti che passerebbero in sordina diventano da prima pagina se è protagonista o coinvolto qualche straniero: il criminale ideale nell’immaginario collettivo. Quando il colpevole di un incidente è straniero, il fatto sembra più grave; c’è più tensione, il racconto è più drammatico ed infarcito di parole come “bastardo”, “sporchi zingari”, “non sanno far altro che ubriacarsi e rubare”. La rabbia della gente intervistata si trasferisce in modo inevitabile sul pubblico di lettori: è per questo che i giornalisti hanno una grande responsabilità nei confronti dei fruitori dell’informazione; la diffusione e la conferma di pregiudizi e stereotipi dipende con forza dal loro operato, più o meno parziale e più o meno corretto. A fare notizia è sempre lo straniero ubriaco o drogato che provoca un incidente dove le vittime o i coinvolti sono italiani. Se entrambi sono stranieri, la notizia poco interessa al pubblico. Se entrambi sono italiani troviamo articoli di poche righe, dove il colpevole si giustifica in stato di shock e dove si piange la vittima.

Quando il guidatore colpevole è straniero non viene mai giustificato e viene preso di mira non solo dai testimoni che tentano il linciaggio, ma anche dalle parole dei giornalisti che concentrano le righe dell’articolo a parlare dell’incoscienza dell’autista, del fatto che fosse in compagnia di connazionali, di quanto la gente sia “inferocita”. Si espongono dettagli poco rilevanti al fine dell’incidente, come l’alcool test positivo di uno straniero, la cui unica colpa (oltre alla nazionalità) è di essere stato nell’auto del colpevole al momento dello scontro.

Se l’autore del reato è italiano e la vittima è straniera, ricompare lo stato di shock del colpevole: il fatto viene descritto come una morte inevitabile, un bambino “sbucato dietro una palla”, una “partitella di calcio finita in tragedia”, come se la colpa fosse della vittima. La fuga dell’autista non è seguita da linciaggi né di testimoni, né mediatici; a chiudere la vicenda in poche righe ci pensano i giornalisti sentenziando che “probabilmente, anche se si fosse fermata, non sarebbe servito per salvare la vita del bimbo”. Dove ci sono guidatori italiani, soprattutto nella strage stradale, sembrano fatti compiuti da auto, non da persone. Sono le vetture a scontrarsi, a falciare, a provocare l’incidente. Auto che sembrano guidate da nessuno: è la Mercedes che uccide, la Stilo che si scontra con una Mitsubishi, non la persona. Il colpevole è messo al riparo dalla gogna mediatica, quasi protetto, nascosto e giustificato.

Diverse anche le citazioni che compaiono negli articoli: se si tratta di vittime italiane, vengono dipinte nella loro quotidianità, descrivendone passioni e particolari che possano intenerire come “Anna, mamma buona, non vedeva mai il male e perdonava sempre” e che provochino nel lettore un senso di rabbia e di rifiuto verso il colpevole straniero. Le reazioni dei parenti delle vittime sono opposte: i parenti di vittime italiane sono descritti “composti nel loro dolore”, non lasciano spazio all’odio, sono in grado di “spendere parole di umanità” e si affidano al lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti.

I parenti stranieri invece “urlano”, “gridano”, sono spaventati e chiedono giustizia con quella disperazione che li mostra rabbiosi e quindi pericolosi; in poche parole. I politici intervistati sono moderati se il colpevole è italiano: intervengono per portare alla luce i problemi della sicurezza stradale, quali la scarsa illuminazione e la mancanza di piste ciclabili. Se il colpevole è straniero non c’è spazio per la moderazione: in uno degli articoli è un esponente di Forza Nuova ad intervenire per primo, parlando di “emergenza rom”; l’attenzione è spostata sui campi abusivi, sulla tendenza al furto ed all’assunzione di alcool e sostanze stupefacenti, sui centri di permanenza temporanea, sulla presenza ancora in Italia di stranieri che hanno ricevuto provvedimenti di espulsione. C’è un appunto da fare anche su come vengono raccontati i fatti: quest’ultimi sono spiegati con molti dettagli tecnici e con massima professionalità, un racconto quasi oggettivo. Se è coinvolto uno straniero, diventa un racconto ricco di elementi poco oggettivi, di avverbi, aggettivi, frasi di contorno poco rilevanti: il colpevole ed il suo comportamento riempiono quasi tutte le righe della notizia, lasciando poco spazio (se non quasi nulla) per le vittime.

È l’esaltazione delle differenze, la fabbrica della paura, degli allarmi, delle emergenze, della rabbia e dei pregiudizi. Riscoprire le storie, i pensieri, la cultura. Dare voce a chi non ha la possibilità di raccontarsi e dare la propria testimonianza, perché può rappresentare un arricchimento.

Le notizie sono fuori dal ghetto

presentazione rapporto annuale carta di romaComunicato stampa dell’associazione Carta di Roma

Donne migranti, seconde generazioni, ruolo che l’immigrazione gioca nella cronaca: di questo si è discusso oggi, 16 dicembre, alla Camera dei Deputati, in occasione della presentazione del rapporto su media e immigrazione “Notizie fuori dal ghetto”, curato dall’osservatorio dell’Associazione Carta di Roma.

La sensibilità verso il tema dell’immigrazione è aumentata, i giornalisti sono più informati, le testate nazionali prediligono un taglio sociale; lo sforzo fatto dai media negli ultimi mesi, secondo quanto è emerso nel corso del dibattito, a conferma dei dati del rapporto, è grande. Ampio spazio è stato dato alla questione femminile: “Le donne migranti, emblema di forza e coraggio, devono emergere allo stesso modo anche nella sfera mediatica”, questo lo spunto di riflessione con cui Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati ha aperto l’incontro. Donne immigrate che, secondo la redattrice della Stampa, Francesca Paci, pagano una sottorappresentazione generalizzata del mondo femminile.  Donne immigrate che, non senza fatica, hanno avuto gran peso nella rivendicazione, da parte delle seconde generazioni, di un ruolo da protagoniste.

“Siamo felici, oggi, di apparire nei pezzi come parte integrante della società, ma non è sufficiente lo spazio mediatico – ha osservato Lucia Ghebreghiorges, Rete G2 – le seconde generazioni devono conquistare diritti civili e politici. È fondamentale che i giornalisti si specializzino sempre di più sul tema dell’immigrazione e che approfondiscano ogni storia, per staccarsi dagli stereotipi”. Ribka Sibathu reclama invece una maggiore presenza e integrazione sul piano culturale: “Molti non lo vedono ancora come un investimento, ma lo è. Ognuno di noi può avere molto da dare, culturalmente, a questo paese, contribuendo così alla sua crescita”.

Il mondo mediatico, però, ha ancora molta strada da fare: permane, per esempio, soprattutto nelle redazioni locali, la tendenza a parlare di immigrazione solo sotto la lente della cronaca nera. Anche la nazionalità, nelle colonne della cronaca, continua, spesso, a connotare le notizie. Paolo Conti, giornalista del Corriere della Sera, ammonisce tuttavia dal fare semplici generalizzazioni, ricordando il lavoro delle testate che si impegnano nel rispettare il codice deontologico per offrire un’informazione corretta e pulita. “I difetti del giornalismo, quando il tema è l’immigrazione – conclude il presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu – sono uno strumento per individuare i problemi generali del giornalismo, esattamente come un organismo fragile svela l’insalubrità dell’aria di un ambiente”.

Notizie fuori dal ghetto

loc carta di romadi Cristina Martini

Sarà presentato lunedì 16 dicembre il primo Rapporto annuale 2012 “Notizie fuori dal ghetto”, ritratto del connubio tra stampa italiana e immigrazione, svolto dai gruppi di ricerca dell’Osservatorio Nazionale Carta di Roma su “Media e minoranze”, coordinato dall’Università La Sapienza, facoltà di Scienze della Comunicazione. Dalle 10 alle 12 alla Camera dei deputati si potrà conoscere il lavoro portato avanti anche dal gruppo di analisi dei media ProsMedia del Centro Studi Interculturali dell’Università degli studi di Verona che ha svolto nel 2012 “Cattive notizie. Cronaca e criminalità: i delitti dei media. Ricerca nazionale su immigrazione ed asilo nell’Agenzia di stampa Ansa”. La ricerca ha mirato a ricostruire l’agenda dell’Ansa nel periodo 1 gennaio – 7 dicembre 2012, rivolgendo l’attenzione all’individuazione delle notizie rilevanti, cioè relative al tema immigrazione, al tema sicurezza ed alla cronaca nera e giudiziaria. L’indagine, basata sulla metodologia dell’analisi quantitativa, si è focalizzata sulla prima pagina dell’Ansa delle ore 19.00. Gli articoli analizzati sono stati estratti da un campione che prendeva in considerazione i primi 7 giorni di ogni mese, per tutto il 2012, per un totale di 84 giorni presi in considerazione. Nel complesso, sono stati individuati, schedati e analizzati 174 articoli rilevanti su 741 notizie analizzate.

Insieme all’andamento generale del 2012 su media e minoranze, sarà inoltre presentata la ricerca di Cristina Martini “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia Ansa rappresenta i casi di femminicidio secondo la nazionalità dei protagonisti dal 1 gennaio 2012 al 31 ottobre 2013. La ricerca è stata sviluppata in tre fasi: raccolta dei dati relativi ai 124 casi di femminicidio del 2012, catalogando vittime, colpevoli e numero di dispacci di agenzia usciti per ciascun omicidio; costruzione di un questionario ed analisi di 4 casi emblematici appartenenti alle seguenti categorie: vittima italiana e colpevole italiano; vittima italiana e colpevole straniero; vittima straniera con colpevole italiano; vittima straniera con colpevole straniero; analisi del linguaggio utilizzato nei dispacci di agenzia Ansa usciti per i 4 casi scelti, con l’ausilio del software Taltac2, che si occupa di analisi statistica lessicale e testuale.

Durante la presentazione del Rapporto annuale a Roma ci saranno i saluti introduttivi della ministra per l’integrazione Cécile Kyenge e di Antonio Russo, consigliere di presidenza Acli e membro direttivo Carta di Roma. Modera Giovanni Maria Bellu, presidente Associazione Carta di Roma. Presentazione dei dati della ricerca a cura di Marinella Belluati, Università di Torino e rappresentante del Comitato esecutivo Osservatorio Carta di Roma. Pietro Suber, vice presidente Ass Carta di Roma e giornalista Tg5 intervista: Francesca Paci, la Stampa, Ribka Sibathu, docente e scrittrice, Paolo Conti, Corriere della Sera e Lucia Ghebreghiorges, giornalista rete G2. Conclude Laura Boldrini, presidente Camera dei deputati.

Basta con la parola “clandestino”

di Elena Guerra

Raccogliendo la sollecitazione di Carta di Roma e la storica battaglia condotta dalla presidente Laura Boldrini, l’agenzia Adnkronos annuncia che i suoi lanci non conterranno più la parola “clandestino” riferita alle persone immigrate. Faranno eccezione solo le eventuali dichiarazioni contenute in comunicati stampa e riportate tra virgolette. Anche nella trascrizione delle interviste e delle dichiarazioni raccolte, la parola “clandestino” sarà evitata, a meno che essa non sia ritenuta indispensabile-opportuna per chiarire il pensiero dell’intervistato o per riprodurre fedelmente il linguaggio dello stesso.

Al posto di “clandestino” saranno usati di volta in volta i termini più adeguati al contesto delle singole notizie, come irregolare, migrante, immigrato, rifugiato, richiedente asilo, persona, cittadino, lavoratore, giovane, donna, uomo, secondo quanto indicato dal glossario e dalle Linee guida della Carta di Roma stessa.

L’annuncio viene dato dal direttore dell’agenzia di stampa, Giuseppe Pasquale Marra, che dichiara: «L’uso di un linguaggio corretto è sempre importante per un’agenzia di stampa, ma lo è ancora di più quando si tratta di fenomeni, come l’immigrazione su cui è facile alimentare paura, xenofobia e razzismo. Ogni giornalista in questo dovrebbe fare la propria parte».

La scelta dell’agenzia Adnkronos di non utilizzare più la parola “clandestino” è un segnale importante nella crescita di un giornalismo attento al tema “media e immigrazione”. Non è solo una scelta linguistica in linea con gli inviti e le raccomandazioni della Carta di Roma, ma è anche la dimostrazione di una sensibilità al lavoro di mediazione fra fonti e lettori che è proprio del giornalismo. Un giornalista autonomo dai poteri di ogni colore e natura, un giornalista indipendente nei giudizi e informato sui fatti non può piegare il proprio lessico a quanto dicono e vogliono le fonti.

La mediazione giornalistica passa anche attraverso la rivendicazione di un approccio linguistico che svincoli le notizie dalle fonti interessate: là dove il giornalismo – come nel tema “media e immigrazione” – fa propri i contenuti della Carta di Roma dimostra di avere a cuore un’informazione autorevole, di qualità. Un’informazione che legittima ancor più la professione e la professionalità giornalistica in un panorama mediatico caratterizzato dai nuovi media e dalla formidabile concorrenza dei blog.

Come ProsMedia ha sempre rilevato nelle sue ricerche sull’agenzia Ansa, le scelte linguistiche e tematiche delle agenzie di stampa hanno un forte potere di agenda sui giornali, i siti web di informazione, le tv e le radio. È un traguardo in più, conquistato da chi da anni si batte per un sistema dei media rispettoso delle persone, delle differenti culture e che rifugge ogni strumentalizzazione politica.

Elezioni e immigrazione

di Maurizio Corte

“Il tema della migrazione torni all’attenzione del Parlamento”. Lo ha dichiarato Laura Boldrini, ex portavoce dell’Onu per i rifugiati e oggi candidata nelle liste di Sinistra Ecologia Libertà per le prossime politiche, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che ricorre il 14 gennaio.  “Si parta con la riforma della legge sulla cittadinanza”, ha proseguito Boldrini, «in modo da consentire l’inclusione di chi nasce, vive, studia e lavora in Italia.  Ma va modificato anche l’intero impianto della normativa in materia di immigrazione, basato sulla criminalizzazione dei migranti”.

La richiesta di Laura Boldrini sul tema immigrazione è sacrosanta. Il problema che ci dobbiamo porre come giornalisti e come studiosi dei media è di non ricadere ancora in un tipo di informazione pregiudiziale e discriminatoria. A preoccupare non sono tanto i soliti giornali che sono al servizio del politico di turno e che supportano il lavoro degli “imprenditori della paura” e dei razzisti. Preoccupano i giornali, qualcuno anche “progressista”, che sfruttano notizie incontrollate, posizioni discriminatorie e letture superficiali per tentare di fare audience. Un’audience sulla pelle degli immigrati e dello “straniero”, rinunciando al giornalismo interculturale.

La “Carta di Roma” resta per noi giornalisti un punto di riferimento imprescindibile quando parliamo di immigrazione e di persone immigrate. Dobbiamo essere attenti e scrupolosi nella scelta delle parole, nel trattamento dei temi, nel nostro aggiornamento come professionisti. Dobbiamo stare attenti  anche a non farci fagocitare dalla fretta e dalle solite routines professionali.  La superficialità e l’inevitabile distorsione, verso cui certo giornalismo tende a portarci, non sono alibi credibili.

Come giornalisti non possiamo nasconderci dietro paraventi deboli per non ammettere che abdichiamo al nostro lavoro di “mediatori” fra la realtà dei fatti (o fra le agenzie, i testimoni e i colleghi che ce li raccontano) e il lettore. A questo proposito, l’insegnamento di Sergio Lepri (Professione giornalista) sul nostro ruolo di intermediari, a cui non possiamo/dobbiamo rinunciare, è quanto mai attuale. E’ un insegnamento, come dimostra la “Carta di Roma”, che vale anche e soprattutto nella società multiculturale.

Rinunciare al nostro compito di mediazione e violare la “Carta di Roma” – il protocollo deontologico dei giornalisti – significa condannare la nostra professione a non essere necessaria. Invece, nell’era digitale, dei new media che spingono le notizie sulla pista più rapida di accelerazione, è importante un atteggiamento professionale corretto: correttezza nell’uso delle parole (migrante, rifugiato, vittima della tratta, richiedente asilo) e disponibilità a mettere in pratica un giornalismo che sia interculturale.

L’Ordine dei giornalisti richiama al rispetto della Carta di Roma

di Maurizio Corte

A seguito del crescente numero di segnalazioni in relazione a presunte violazioni della Carta di Roma – il “Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti” – l’Ordine dei giornalisti del Veneto raccomanda agli iscritti di attenersi alle norme in essa contenute.

La Carta di Roma, approvata il 12 giugno 2008 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa, recepisce le preoccupazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) fa obbligo ai giornalisti che affrontino i temi relativi all’immigrazione e alla multiculturalità di adottare termini appropriati al fine di fornire al lettore e/o radio-telespettatore la massima aderenza alla realtà dei fatti ed evitare il rischio che l’utilizzo di espressioni improprie o imprecise possa alimentare atteggiamenti razzistici oppure suscitare allarmi ingiustificati.

La Carta si basa sul fondamentale principio deontologico del “rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati” e non pone alcuna limitazione o censura al lavoro dei giornalisti, limitandosi a ricordare che ciascun iscritto all’Albo professionale ha l’obbligo di rispettare la dignità delle persone che non possono e non devono mai essere discriminate “per razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche”, come stabilisce la stessa Carta dei doveri del giornalista.

Dunque la questione non è quella di nascondere le notizie (che vanno sempre date, se vere e verificate adeguatamente), ma di come proporle utilizzando un linguaggio adeguato: evitando espressioni offensive e degradanti, ma anche banalità, luoghi comuni e qualsiasi espressione che possa alimentare atteggiamenti razzistici e discriminatori. Ad esempio, di uno straniero arrestato, oppure oggetto di una notizia di cronaca di interesse pubblico, si può e si deve scrivere esercitando il legittimo diritto-dovere di cronaca, ma non è consentito estendere il comportamento di una o più persone ad un’intera etnia o popolazione, oppure sottolineare nazionalità e provenienza come se l’oggetto dell’interesse fossero queste (e non il reato commesso) .

Devono essere evitate espressioni che hanno valenza dispregiativa come ad esempio “Vu’ cumprà”; lo stesso termine “extracomunitario” può non essere appropriato: chiediamoci, ad esempio, per quale motivo non viene mai utilizzato negli episodi di cronaca che riguardano statunitensi o australiani o canadesi (che pure sono extracomunitari), ma sempre quando i protagonisti delle cronache sono di provenienza africana. Anche il termine “clandestino” può avere valenza negativa e ingenerare allarme sociale, risultando perciò improprio: molti dei migranti fuggono da guerre e rivoluzioni e, più che clandestini, sono richiedenti asilo per motivi umanitari o di sicurezza; persone che meritano rispetto e considerazione, al di là delle spesso inevitabili semplificazioni giornalistiche.

L’Ordine confida che, ad oltre 4 anni dall’entrata in vigore della Carta di Roma, gli importanti precetti deontologici in essa contenuti possano consolidarsi come patrimonio culturale della categoria.

Carta di Roma, un compleanno con alcune luci

di Cristina Martini

Sono passati quattro anni dalla sottoscrizione della Carta di Roma, da parte dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa. «È un compleanno con alcuni risultati importanti raggiunti –, osserva Maurizio Corte, coordinatore di ProsMedia e giornalista del quotidiano L’Arena di Verona –. Il primo è quello di aver introdotto nei corsi di giornalismo una formazione sul tema del rapporto fra media e diversità culturale. Il secondo risultato è quello del linguaggio, con la parola “migrante” che sostituisce sempre più l’orrenda espressione “extracomunitario” o la parola “immigrato” intesa come sinonimo di clandestino, di stranieri immeritevole di stare nella comunità».

«È stata poi spezzata, anche se non ancora sconfitta del tutto, l’azione degli imprenditori della paura – fa notare Corte –. Quelle forze politiche e quei media che strumentalizzano fatti di cronaca nera con protagonisti cittadini stranieri, per suggerire ai lettori che lo ‘straniero’ è il capro espiatorio di tutti i mali». «L’importante è ora andare avanti nella ricerca su media e migranti», conclude Corte. «E sensibilizzare i giornalisti al fatto che l’Italia è già un Paese multietnico e che i media svolgono un ruolo importante nell’integrazione. Un giornalismo che sia interculturale, peraltro, è un giornalismo che si accredita come autorevole, preciso, all’altezza delle sfide che i nuovi media e una nuova audience ci pongono ogni giorno».

“Zingaropoli”, parola bandita

di Elena Guerra

L’Associazione Carta di Roma – nata per garantire un’informazione corretta e rispettosa sui temi dell’immigrazione e di cui fanno parte, tra gli altri, la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine dei Giornalisti – esprime “grande soddisfazione” per la sentenza con la quale la magistratura milanese ha condannato l’uso del termine “zingaropoli” nella campagna per le elezioni comunali.

«Una vicenda – spiega l’Associazione – che non riguarda soltanto la politica e la degenerazione del dibattito tra i partiti. Parole così cariche di disprezzo investono inevitabilmente anche le responsabilità dell’informazione: i giornalisti si trovano infatti costretti ad usare, per assolvere al loro dovere di cronisti, termini che propagano nella società i germi del razzismo e della discriminazione. È bene, dunque, che venga ripristinato il limite che deve separare la polemica politica dall’“hate speech”, il discorso di incitamento all’odio che all’estero è bandito dal linguaggio pubblico. È ora che l’Italia entri in Europa anche sotto questo profilo».

Della Associazione Carta di Roma fanno parte: A buon diritto, Acli, Amnesty International, Arci, Archivio immigrazione, Asgi, Comunità di Capodarco, Centro Astalli, Cestim, Cospe, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia-Fcei, Fnsi, Istituto Paralleli, Lunaria, Ordine dei Giornalisti, Rete G2 – Seconde generazioni, Unhcr (invitato permanente) e Unar (osservatore permanente).

Buon lavoro Valentina Loiero

di Elena Guerra

L’Ansa del 17 maggio annuncia il nome della nuova presidente dell’associazione Carta di Roma. Nell’assemblea dei soci, tenutasi nella sede nazionale delle Acli, è stata eletta Valentina Loiero, giornalista del Tg5, da anni attivamente impegnata nelle cronache dell’immigrazione. L’assemblea ha ringraziato per il lavoro svolto Tiziana Ferrario, presidente dell’associazione al suo avvio, ed ha fatto un bilancio delle numerose iniziative di formazione per giornalisti promosse in questi mesi, che sempre più dovranno vedere coinvolte insieme le rappresentanze dei giornalisti (Fnsi e Ordine), l’Unhcr, l’Unar e
l’associazionismo.

L’associazione, nata per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, «apprezza – si legge in una nota – le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica durante la sua visita a Tunisi: Giorgio Napolitano ha parlato dell’obiettivo di un’immigrazione legale e regolata, ma ha sottolineato al tempo stesso lo scopo prioritario della salvezza di vite umane anche quando si tratti di arrivi illegali, per evitare che i viaggi della speranza divengano viaggi di morte». «Il Presidente – prosegue la nota – ha espresso una profonda attenzione (anche nella scelta di termini rispettosi delle persone) ai drammi umani dai quali l’immigrazione nasce, come troppo spesso non fanno invece settori della nostra politica e della nostra informazione, avvezzi ad un vocabolario carico di intenti discriminatori».

Mettiamo al bando la parola clandestino

Il gruppo ProsMedia aderisce all’appello del collettivo Giornalisti contro il razzismo contro l’enfasi attribuita a episodi di cronaca riguardanti rom, migranti e in genere “l’altro”; la “etnicizzazione” dei reati e delle notizie; la drammatizzazione e criminalizzazione dei fenomeni migratori; l’uso di metafore discriminanti: sono tutti elementi che contribuiscono a creare un’informazione distorta e xenofoba.

I mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia ed è difficile individuare forme d’intervento efficaci per contrastare questa deriva. Una di queste può essere mettere al bando parole come clandestino, vu cumprà, extracomunitario, nomadi, zingari. 

“Un linguaggio corretto e appropriato, quindi rispettoso di tutti, sia la premessa necessaria per fare buona informazione. Altre parole, altre considerazioni dovremo aggiungere in futuro”. [I promotori Lorenzo Guadagnucci, giornalista Firenze (quotidiano); Carlo Gubitosa, giornalista Taranto (web); Beatrice Montini, giornalista Firenze (quotidiano); Zenone Sovilla, giornalista Trento (quotidiano)]