Il progetto migratorio raccontato dai protagonisti della migrazione

Locandina-tmbnl-20140727di Elena Guerra

A differenza del passato, a causa dei fattori strutturali interni ed esterni ai paesi interessati dall’immigrazione, il successo del progetto migratorio è tutt’altro che garantito. E’ una delle novità che emergono dal convegno aperto alla cittadinanza e ad ingresso libero “Il progetto migratorio: successi e insuccessi raccontati dai migranti” in programma a Verona, nella cornice di Villa Buri, domenica 27 luglio dalle ore 09. L’incontro avrà luogo nell’ambito della prima edizione della Giornata della Comunità della Guinea-Bissau, promossa da Asequagui (Associação dos Estudantes Quadros e Amigos da Guiné-Bissau em Itália).

Al dibattito, introdotto dai saluti dell’assessore alle pari opportunità del Comune di Verona, Anna Leso, prenderanno parte lo psicologo sociale Fernando Biague, uno dei primi guineani arrivati in Italia e autore del libro Il progetto migratorio: successi e insuccessi raccontati dai migranti (Ed. A. Weger); Maurizio Corte, giornalista de L’Arena, docente a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, che interverrà su “Il percorso interculturale nell’attuale società multiculturale: il ruolo dei media”; don Giuseppe Mirandola, direttore del Centro Pastorale Immigrati – Migrantes, in “Note sul cammino di integrazione a Verona – L’esperienza del Centro Pastorale Immigrati della Diocesi”. Modera Luca Delponte, giornalista di Radio Verona e Telearena. Dalle ore 14.00 alle ore 23.00, l’evento proseguirà con una festa accompagnata da musica tradizionale e moderna della Guinea-Bissau, con degustazioni di piatti e sapori tipici guineani.

L’associazione Asequagui ONLUS, creata nel 2007, è l’espressione del radicamento della comunità nella città di Verona. Il suo scopo è fornire sostegno ai propri connazionali e nel contempo, interfacciarsi con le Istituzioni e la società civile per promuovere riflessioni e soluzioni che riguardino la vita dei migranti e i processi migratori.

La Carta di Lampedusa

carta di lampedusadi Elena Guerra

La Carta di Lampedusa, approvata il primo febbraio 2014, è un patto che unisce tutte le realtà e le persone che la sottoscrivono nell’impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti, nei modi, nei linguaggi e con le azioni che ogni firmatario/a riterrà opportuno utilizzare e mettere in atto.

La Carta di Lampedusa è il risultato di un processo costituente e di costruzione di un diritto dal basso che si è articolato attraverso l’incontro di molteplici realtà e persone che si sono ritrovate a Lampedusa dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014, dopo la morte di più di 600 donne, uomini e bambini nei naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013, ultimi episodi di un Mediterraneo trasformatosi in cimitero marino per le responsabilità delle politiche di governo e di controllo delle migrazioni.

La Carta di Lampedusa non è una proposta di legge o una richiesta agli stati e ai governi. Da molti anni le politiche di governo e di controllo dei movimenti delle persone, elemento funzionale alle politiche economiche contemporanee, promuovono la disuguaglianza e lo sfruttamento, fenomeni che si sono acuiti nella crisi economica e finanziaria di questi primi anni del nuovo millennio. L’Unione Europea, in particolare, anche attraverso le sue scelte nelle politiche migratorie, sta disegnando una geografia politica, territoriale ed esistenziale per noi del tutto inaccettabile, basata su percorsi di esclusione e confinamento della mobilità, attraverso la separazione tra persone che hanno il diritto di muoversi liberamente e altre che per poterlo fare devono attraversare infiniti ostacoli, non ultimo quello del rischio della propria vita. La Carta di Lampedusa afferma come indispensabile una radicale trasformazione dei rapporti sociali, economici, politici, culturali e giuridici – che caratterizzano l’attuale sistema e che sono a fondamento dell’ingiustizia globale subita da milioni di persone – a partire dalla costruzione di un’alternativa fondata sulla libertà e sulle possibilità di vita di tutte e tutti senza preclusione alcuna che si basi sulla nazionalità, cittadinanza e/o luogo di nascita.

La Carta di Lampedusa si fonda sul riconoscimento che tutte e tutti in quanto esseri umani abitiamo la terra come spazio condiviso e che tale appartenenza comune debba essere rispettata. Le differenze devono essere considerate una ricchezza e una fonte di nuove possibilità e mai strumentalizzate per costruire delle barriere. Continua a leggere su Meltingpot.org.

Primo rapporto su media e minoranze

Logo-Carta-di-Romadi Cristina Martini

Notizie fuori dal ghetto” è il primo Rapporto annuale 2012 presentato dalle associazioni che fanno parte dell’Osservatorio Nazionale Carta di Roma su “Media e minoranze”, svolto dai gruppi di ricerca associati e coordinato dall’Università La Sapienza, facoltà di scienze della Comunicazione. La prima parte del lavoro è stata curata dai vincitori del bando di ricerca che l’Associazione Carta di Roma ha promosso di concerto con la rete Universitaria e ci propone da un lato una fotografia della rappresentazione della migrazione e delle minoranze nella stampa italiana e dall’altra un approfondimento sulla rappresentazione delle donne migranti nell’informazione televisiva. La seconda parte ospita estratti di ricerche svolte da dipartimenti universitari e da organizzazioni attive nella rete Carta di Roma, mentre la terza raccoglie le riflessioni su due ambiti specifici di grande interesse e attualità per l’associazione: la legislazione italiana sull’hate speech (i discorsi di odio) e la formazione dei giornalisti.

Come anticipato ProsMedia ha curato la parte di analisi e ricerca nei lanci Ansa nel capitolo su “Cronaca e criminalità: i delitti dei media” e nel capitolo “Il femminicidio”. Il primo ha mirato a ricostruire l’agenda dell’Ansa nel periodo 1 gennaio – 7 dicembre 2012, nei primi sette giorni dei dodici mesi, rivolgendo l’attenzione all’individuazione delle notizie rilevanti, cioè relative al tema immigrazione, al tema sicurezza ed alla cronaca nera e giudiziaria. Le notizie considerate rilevanti rispetto ai fini dell’analisi sono state 174, il che corrisponde al 23,4% del totale delle notizie analizzate. La cronaca è l’argomento in assoluto predominante. Suddividendo le notizie di cronaca rispetto ai protagonisti, 167 (il 95,9% del totale) hanno avuto come protagonisti persone italiane o non identificate, mentre 28 notizie persone straniere (il 16%). Infine, 2 resoconti, l’1,1% dei lanci totali, si sono occupati del tema immigrazione e nessuno dei titoli in prima pagina, della sicurezza. Una tendenza che riflette il modus operandi del governo tecnico attraverso l’anno 2012, poco incline a parlare di migranti.

Il secondo capitolo curato da Prosmedia, “Il femminicidio” è stato condotto e realizzato da Cristina Martini, attraverso la raccolta dei dati relativi ai 124 casi di femminicidio del 2012, catalogando vittime, colpevoli, armi del delitto, modalità di esecuzione e numero di lanci dell’agenzia di stampa Ansa usciti per ciascun omicidio; la costruzione di un questionario a risposte multiple che permettesse di rilevare i dati relativi alla rappresentazione dei protagonisti dei femminicidi, utilizzato per analizzare quattro casi emblematici appartenenti alle seguenti categorie: vittima e colpevole entrambi italiani; vittima italiana e colpevole straniero; vittima straniera con colpevole italiano; vittima e colpevole entrambi stranieri. Con l’ausilio del software Taltac2, che si occupa di analisi statistica lessicale e testuale, è stato poi possibile approfondire la ricerca analizzando il linguaggio con cui i lanci di agenzia hanno descritto i diversi casi presi in esame.

Lutto nazionale, siamo a Lampedusa

lutto nazionaledi Elena Guerra

Sono quasi duecento i corpi dentro a sacchi scuri allineati lungo la spiaggia di Lampedusa. Quattro di questi sono più piccoli degli altri, sono quelli dei bambini recuperati insieme a 47 donne, di cui due incinte. Il numero è ancora provvisorio ed è il tragico bilancio del naufragio di un barcone carico di migranti avvenuto ieri mattina al largo di Lampedusa, nei pressi dell’Isola dei Conigli. L’imbarcazione trasportava 500 africani, tutti eritrei, somali e ghanesi. I superstiti sono 155. Il barcone sarebbe partito dalla Libia, sembra da Misurata.

Il Presidente Enrico Letta ha proclamato per oggi,  venerdì 4 ottobre, una giornata di lutto nazionale per l’immane tragedia avvenuta all’alba di questa mattina quando un barcone di migranti è naufragato a circa mezzo miglio dell’Isola dei Conigli al largo di Lampedusa. Inoltre il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Maria Chiara Carrozza, ha comunicato di aver disposto che sia osservato un minuto di silenzio nelle scuole di ogni ordine e grado.

Facciamo nostro l’appello di Fabrizio Gatti e lo firmiamo perché il Nobel per la pace dovrebbe andare agli abitanti di quest’isola, capitale mondiale d’umanità, dopo aver premiato nel 2012 l’Unione Europea, colpevole assente in questa tragedia sulle sponde del Mediterraneo. L’Italia e l’Europa si devono prendere la responsabilità di azioni e pratiche chiare con il dovere di evitare tragedie simili nel futuro. Per Giusi Nicolini, sindaca dell’isola «Ben tre motopesca erano passati e non li hanno visti, o hanno fatto finta di non vedere. Le leggi che abbiamo costruito in questi anni hanno fatto si che andassero sotto inchiesta armatori e pescatori che hanno salvato la vita delle persone. Abbiamo costruito un sistema normativo disumano, che ha prodotto questo, ovvero che 3 motopesca sono passati e non li hanno soccorsi».

Ieri pomeriggio, il blog di Gabriele Del Grande, che da anni tiene con la conta delle vite inghiottite dal mare, era aggiornato a 19.142 morti. Giusi Nicolini da anni chiede che i politici italiani ed europei facciano la conta con lei dei morti del Mare Nostrum, perché sono i morti di tutti, ricordando quanto in questo momento i siciliani abbiano bisogno di sostegno: «Siamo gente di mare, non ergiamo muri, piuttosto vogliamo essere un ponte tra civiltà».

N°9 – Stop alla violenza alle frontiere

sara creta docudi Elena Guerra

La Campagna “N°9 – Stop alle violenze alle frontiere!” è stata lanciata il 28 giugno scorso insieme alla presentazione del video omonimo di Sara Creta, affinché le violenze alle frontiere settentrionali del Marocco cessino.

Il 16 marzo 2013 durante una missione nella foresta di Gourougou nei pressi di Beni Enssar, i membri dell’associazione Alecma, Gadem e la regista Sara Creta assistono alla morte di Clément, cittadino camerunense che aveva tentato di attraversare la recinzione l’11 marzo. L’Amdh riporta che era stato ferito alla testa e aveva un braccio e una gamba fratturati. Secondo le testimonianze raccolte, ancora molto debole, dall’ospedale di Nador era stato rimandato nell’accampamento della foreste di Gourougou dove è morto a seguito delle ferite riportate.

Per approfondire leggi l’articolo di Combonifem.it.

I giornali e la triste fine del ragazzino etiope

di Maurizio Corte

Nella lettura dei servizi giornalistici sul caso del ragazzino etiope che alcuni giorni fa si è ucciso a 14 anni, possiamo ritrovare le insufficienze, le letture parziali, gli stereotipi che caratterizzano anche l’informazione sui migranti di origine straniera. Un’’informazione che studio assieme al mio gruppo di analisi interculturale dei media (www.prosmedia.org) all’Università di Verona. C’è innanzi tutto l’’idea radicata che l’’Africa non sia un continente composito, ma una “nazione”, un monolite. Molti articoli pubblicati sulla vicenda hanno usato l’’espressione “sognava l’’Africa”, che a dire il vero è solo l’’espressione del sentire di qualche occidentale che si è innamorato di una qualche parte di quel continente. Useremmo mai l’’espressione “sognare l’’Europa”? Se un ragazzino tedesco, un italiano o in francese dovessero scappare dall’’Australia o dagli Stati Uniti dove ’è stato adottato, i giornali di quelle aree userebbero forse l’’espressione “ragazzino europeo” e “nostalgia dell’’Europa”? Scriverebbero mai che è morto inseguendo il suo sogno europeo? Ne dubito. E’’ stata data insomma una lettura “mitica” del suo malessere. Il dolore, i problemi di integrazione, la difficoltà di relazione e tutto quanto può esservi in una morte così violenta (l’’impiccagione) anche a livello comunicativo, sono stati letti con la lente occidentale del “sogno africano”. Una lente per la quale l’’Etiopia o la Nigeria, il Mozambico piuttosto che l’’Algeria non sono luoghi precisi, ma sono un’’indistinta “Africa”.

La seconda annotazione che mi sento di fare riguarda il ritratto del ragazzino etiope. Come per l’’informazione sui migranti, quando l’’Altro straniero è bambino (o donna incinta o anziano malato), allora l’informazione assume i toni e l’inquadratura della compassione. E’ un dolore compassionevole quello che possiamo rintracciare negli articoli di giornale sul ragazzino etiope adottato. La compassione per un “bravo ragazzo”, studioso, atleta, che serviva pure a messa. Se quel ragazzo etiope fosse stato più grande di 4-5 anni e avesse commesso un reato (una “rapina in villa”, ad esempio), avremmo potuto rintracciare nei servizi giornalistici il ritratto del “criminale straniero”, dell’’africano minaccioso che ritroviamo nel manifesto razzista di un candidato consigliere regionale della Lega Nord in Lombardia. Il taglio narrativo “compassionevole” per il ragazzino adottivo lo ritroviamo esteso all’’ambiente che lo ha circondato. Qualche giornalista ha insistito sull’’amore da cui il ragazzino era circondato, sulle buone relazioni con i compagni, sulla famiglia adottiva che gli aveva offerto agi e affetto. Insomma, dal mito del sogno africano al mito del paradiso terrestre europeo.

Solo l’’articolo di Bossi Fedrigotti, sul Corriere della Sera, pone l’’interrogativo sull’’accettazione del ragazzino etiope da parte dei compagni di scuola e dell’’ambiente in cui viveva. Anche qui abbiamo, però, la lettura del tragico evento attraverso una “lente africana”: il dolore e i problemi di cui soffriva il ragazzo sono visti come conseguenza della sua alterità, con particolare riguardo al fatto di essere (ancora una volta) “africano”. Non vi è un’’analisi attenta del caso, ma solo la lettura sotto una certa angolazione: eppure bastavano tre telefonate a tre conoscitori/operatori del settore per andare oltre lo “stereotipo africano” e il sogno della terra natìa. Il ragazzino etiope è stato insomma inquadrato dai media sì come ragazzino adottato, ma soprattutto come “africano strappato alle sue radici”. Non vi è stata una piena comprensione e uno scavo dell’’evento tragico, ma il suo inquadramento entro una certa cornice interpretativa (il “frame” di cui parla il sociologo Erving Goffman) che poco ci aiuta a capire. E che anzi ci incanala in un vicolo che non ha finestre sul mondo e sulla vita vera.

E’’ un limite del giornalismo italiano – stando alle ricerche su “media e diversità culturale” che conduciamo come ProsMedia – il non saper scavare, il non saper andare nel profondo. Il giornalismo italiano si porta dietro, per motivi che sarebbe lungo spiegare, un’’abitudine di lavoro e di espressione “paraletterarie”: la passione per il racconto (per lo “storytelling”, per usare un’’espressione che va per la maggiore adesso), per il “bello scrivere” e le sue suggestioni narrative si impone sull’’analisi attenta, informata, rigorosa. Questa volta a farne le spese è stato un ragazzino adottivo che si è ucciso. La prossima volta sarà un adulto adottivo che commette qualche altra infrazione alle regole. Si badi bene, però: non è solo il mondo dell’’adozione, con le sue problematiche, a non essere capito dai media italiani e dai suoi operatori (giornalisti, blogger d’informazione, fotoreporter eccetera); è un po’ tutta la società a non essere tematizzata in modo serio e attento dai mass media. Un po’’ per loro limiti strutturali, legati alle routine professionali; molto per la scarsa formazione dei giornalisti. Questo ho riscontrato con il mio lavoro di ricerca da 15 anni in qua; e questo mi sento di affermare anche nel caso del ragazzino che si è tolto la vita. Sulla vicenda va segnalato il post offerto, e i relativi commenti anche del sottoscritto, del blog http://ilpostadozione.wordpress.com/

I Rom fanno notizia solo come problema

ceija-stojka13di Maurizio Corte

“Romania: proposta esponente centro: sterilizziamo donne Rom”. “Rom: Sant’Egidio, dolore per morte Ceija Stojka”. “Rom: Riccardi, addio a Celija Stojka, testimone genocidio”. “Rom; operazione polizia Milano, ieri sassaiola contro agenti”. “Rom; sassaiola contro Ps in campo a Milano, 3 arresti”. “Giorno memoria: Venezia, bandiera Rom a Consiglio d’Europa”. “Francia; bimbi Rom mendicanti, genitori alla sbarra”. “Libri: il genocidio dimenticato dei Rom”. “Giorno memoria; evento al Maxxi di Roma dedicato ai Rom”. “Rom chiede soldi con foto bambina malata leucemia, fermata”. “Latina, sequestro di persona e violenza sessuale: arrestati due Rom”. “Uomo morto in campo Rom, torna libera nomade indagata”.

Sono questi i titoli dei dispacci dell’Agenzia Ansa, dal 21 gennaio al 5 febbraio. Possiamo rintracciarvi tre tematiche, in sostanza. Sono tematiche in comune con l’immigrazione, gli “stranieri”, gli “extracomunitari”.

Le tre tematiche sui Rom sono quelle dell’ordine pubblico; dell’illegalità e del loro essere vittime. La popolazione Rom viene quindi rappresentata come minaccia per la comunità, come fonte di disagio, come protagonista (a livello delle singole persone o come gruppo) di azioni delittuose, oppure come vittima delle persecuzioni del passato. Quest’ultima rappresentazione ci restituisce il gruppo Rom come collocato nel passato e per certi versi inconciliabile con il presente. Pare quasi che sia impossibile concepire una “cultura Rom” che esca dal frame del disagio, della devianza, della minaccia o della vittimizzazione.

Sul giornale L’Arena ho curato anni fa una pagina dedicata al “mondo Rom”. Mi sono attenuto ad alcune semplici regole che dovrebbero essere tenute presenti sempre, quando si tematizza o si rappresenta la diversità culturale e/o etnica, nel quadro di un Giornalismo Interculturale.
1. Il rispetto dell’Altro, che non va raccontato o rappresentato sulla base dei nostri pregiudizi ma sulla base di dati di fatto, intervistando esperti e studiosi.
2. L’uso di un linguaggio non stereotipato, non pregiudiziale e rispettoso della diversità, un linguaggio che ci sarà dato proprio da chi viene raccontato, perché non c’è soggetto più adatto a definirsi di quello che interpelliamo o su cui scriviamo.
3. Lo studio del soggetto che rappresentiamo, utilizzando fonti autorevoli e studiosi del settore, in modo da essere preparati culturalmente e professionalmente, e in modo da evitare visioni e rappresentazioni che i media possono veicolare senza alcun fondamento.
4. L’impostazione di una nuova agenda dei temi, che vada oltre la prevedibile scaletta che viene applicata ogni volta che ci si occupa di un determinato gruppo. La nuova agenda dei temi può anche ricomprendere visioni tradizionali, consolidate e persino sbagliate (il Rom minaccioso, il Rom ladro di bambini, il Rom malvivente, il Rom non integrabile nella società), purché si abbia l’accortezza di verificarne la validità e di smascherarne, là dove è possibile, l’infondatezza.

“Straniero” nel titolo, anche se non serve

straniero nel titolodi Maurizio Corte

Media e migranti, siamo alle solite: l’essere straniero torna a essere un “criterio di notiziabilità”, un elemento, un dato che merita di essere messo in evidenza, come dimostra il resoconto che l’agenzia di stampa Ansa ha fatto di un episodio di cronaca nera.

Sull’agenzia Ansa del 17 gennaio 2013, dall’Aquila, leggiamo infatti di “un duplice omicidio a sfondo passionale ma con le caratteristiche di una vera a  propria esecuzione maturato nel pomeriggio, in pieno giorno, alla periferia est dell’Aquila nel parcheggio di un centro commerciale dove molte persone stavano facendo la spesa”.

Prosegue l’agenzia Ansa: “Un 48enne albanese, Burhan Kapplani, accecato dalla gelosia, ha freddato con un colpo di pistola vicino l’orecchio la sua ex moglie Hrjeta Boshti, 36 anni, anche lei albanese, con la quale aveva avuto quattro figli, che era appena salita a bordo di una monovolume; poi, ha ricorso il nuovo compagno della sua ex, Shpetin Hana, 39enne albanese che, abbandonato frettolosamente il posto di guida, ha cercato di scappare, e lo ha ucciso con un preciso colpo alla nuca. Dopo aver fallito un primo colpo”.

Il servizio dell’Ansa continua poi così: “A quel punto, l’omicida, un imprenditore del marmo che ha un’avviata attività all’Aquila, ha tentato una breve fuga gettando la sua calibro 22 in un fossato a lato della statale 17, ma è stato bloccato dai carabinieri e poco dopo dalla polizia chiamati da alcuni clienti del centro commerciale”.

Il titolo del servizio Ansa del 17 gennaio recita così: DRAMMA GELOSIA, ALBANESE UCCIDE EX MOGLIE E COMPAGNO. Il 19 gennaio 2003, l’Ansa dà la notizia della convalida del fermo dell’omicida. Ecco il titolo del dispaccio di agenzia: DUPLICE OMICIDIO L’AQUILA: CONVALIDATO ARRESTO ALBANESE. Torna nel titolo il riferimento alla nazionalità dell’omicida.

Perché l’agenzia Ansa mette nel titolo il riferimento alla nazionalità dell’omicida? E’ un elemento tanto importante da giustificarne il richiamo nel titolo? In un titolo vanno inseriti quei dati e riferimenti che sintetizzano la notizia, attraggono l’attenzione del lettore e ne stimolano la curiosità. Possiamo considerare l’essere “albanese” un elemento importante della notizia? La risposta è no. L’uccisione di una donna è purtroppo notizia frequente nel nostro Paese, tanto che qualcuno vuol introdurre il reato di “femminicidio”.

L’essere straniero non spiega la violenza contro quella donna. L’elemento in più è caso mai l’ambientazione “all’americana” della sparatoria che porta a uccidere una donna e il suo nuovo compagno: un centro commerciale? Che senso ha allora il riferimento all’essere “straniero”? L’omicida, questo sì è interessante, è un imprenditore del marmo, per cui sarebbe utile capire se l’attività economica ha o meno contribuito a “stressare” l’uomo e a trasformarlo in un killer.

I giornali quotidiani, il giorno dopo, non hanno dato molto spazio alla notizia, forse perché l’omicida è straniero. I quotidiani “Corriere della sera”, “Stampa”, “Giornale” e “Libero” non hanno richiamato la nazionalità dell’omicida, nel titolo. “Quotidiano nazionale” e “Messaggero” non hanno dato neppure la notizia, nelle pagine nazionali. L’unico giornale – come da tradizione – che ha titolato sull’essere albanese, sul status di “straniero”dell’omicida è “Repubblica”.

Media e violenza: la strage di Denver

di Maurizio Corte

La strage di Denver, in Colorado, ripropone il ricorrente tema del rapporto fra media e violenza. Un giovane, James Holmes, travestito da “Flagello”, il cattivo della saga cinematografica di Batman, entra nella sala di proiezione, fra la gente vestita come i personaggi del film, e si mette a sparare e a seminare morte. Quanto il messaggio mediale ha influito sull’autore della carneficina.

Diciamo innanzi tutto che – secondo le categorie della Psicologia Investigativa del professore inglese David Canter – Holmes sembra impersonare la figura dell’eroe. Ovvero di colui che compie la grande impresa della sua vita: identificarsi col cattivo della finzione cinematografica e avere un posto nella Storia. Un posto come eroe crudele e cattivo.

Che ruolo hanno i media in questa costruzione dell’eroe nella mente del giovane killer del Colorado? Secondo la teoria degli effetti limitati, non basta rappresentare la violenza nei media per indurre gli spettatori a diventare violenti. Ogni messaggio viene mediato dalla personalità, dalle relazioni socio-culturali, dallo status sociale, dalla cultura dello spettatore.

A questo va aggiunto, che oggi dobbiamo parlare di media a 360 gradi, comprendendo sia i media tradizionali (radio, tv, stampa, cinema) sia i nuovi media “relazionali” (i social media, per intenderci: da Facebook a Youtube).

Lo studioso Joseph Klapper (1959) distingue, nei media, un effetto di rafforzamento da un effetto di conversione. Nel primo caso, l’attore – sotto l’effetto dei media – cambia completamente il suo comportamento, vale a dire si converte. Nel secondo caso, l’effetto della comunicazione è quello di rafforzare atteggiamenti e comportamenti già esistenti nella mente dell’attore: atteggiamenti e comportamenti a cui era predisposto. In sostanza, i media rafforzerebbero convinzioni preesistenti ma difficilmente farebbero cambiare agli individui le proprie convinzioni, non in maniera radicale. L’effetto di conversione si verificherebbe solo in casi molto particolari.

Il problema della violenza nei media è allora quello di attivare o rafforzare spinte interiori o progetti personali di violenza. Detto così, sembrerebbe facile trovare una soluzione: basta ridurre il livello di violenza nei media. Una proposta nobile, specie se si dovesse accompagnare a un aumento della qualità culturale e artistica (bassa) di molti contenuti dei media.

Una proposta di difficile attuazione, specie nell’era della comunicazione globale e dei nuovi media di massa. Una soluzione più efficace è quella dell’educazione ai media: dell’insegnare a distinguere fra sentimenti indotti dai media e sentimenti personali autentici, fra quanto ci viene proposto dall’esterno e quanto è nella nostra anima. Saper smontare il meccanismo sottilmente persuasivo dei media è il primo passo per non diventare degli emulatori del “cattivo” dei film. Non saremo immuni da influenze e sollecitazioni, ma ne saremo almeno consapevoli.

Foto Il Post

I migranti visti dai cittadini residenti in Italia

di Elena Guerra

Gli italiani mostrano grande apertura verso la società multiculturale, le seconde generazioni e il riconoscimento della cittadinanza. Per Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione Internazionale e l’integrazione, «gli italiani sono in mezzo a un guado culturale». È quanto emerge dall’indagine I migranti visti dagli italiani realizzata dall’Istat per conto del dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio.

Il 72,1% dei cittadini italiani è favorevole al riconoscimento alla nascita della cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati nel nostro Paese. Il 91,4% ritiene giusto che gli immigrati, che ne facciano richiesta, ottengano la cittadinanza italiana dopo un certo numero di anni di residenza regolare nel nostro Paese. Il 59,5% afferma che nel nostro Paese gli immigrati sono discriminati, cioè sono trattati meno bene degli italiani. In particolare, la maggior parte degli intervistati ritiene difficile per un immigrato l’inserimento nella nostra società (80,8%): addirittura il 2,4% lo ritiene impossibile. Generalizzata appare la condanna di comportamenti discriminatori: la maggioranza degli intervistati ritiene che non sia giustificabile prendere in giro uno studente (89,6%) o trattare meno bene un lavoratore (88,7%) “perché immigrato”.

L’aumento di matrimoni e unioni miste è considerato positivamente dal 30,4% dei rispondenti, a fronte di un quinto circa (20,4%) che considera negativamente questo fenomeno. Se però è la propria figlia a sposare un immigrato la situazione cambia. Per esempio, il 59,2% degli intervistati avrebbe molti problemi e il 25,4% qualche problema se il futuro coniuge fosse un Rom/Sinti.

Per la maggioranza non è un problema avere uno straniero come vicino. Tuttavia il 68,4% non vorrebbe avere come vicino un Rom/Sinti: al secondo e al terzo posto tra i vicini meno graditi si collocano i romeni (indicati dal 25,6%) e gli albanesi (24,8%). Sulla convivenza religiosa, la maggioranza (59,3%) esprime una posizione di tolleranza, anche se il 26,9% è contrario all’apertura di altri luoghi di culto nei pressi della propria abitazione e il 41,1% all’apertura di una moschea.