Profughi, migranti, media e domande scomode

Lorenzetto - L'Arena - 31.01.2016di Maurizio Corte

Sul quotidiano L’Arena di Verona di domenica 31 gennaio il giornalista Stefano Lorenzetto, nella rubrica “Controcronaca”, avanza una richiesta sui cittadini stranieri che sono in Italia come richiedenti asilo: “Vorrei che tutte le settimane il governo mi dicesse quanti profughi – pardon, richiedenti asilo – sono arrivati nella mia città e in quali strutture sono stati alloggiati. Vorrei che mi comunicasse se provengono da Siria, Iraq, Libia e altri teatri di guerra in cui tiranneggia l’Isis o da Paesi più o meno tranquilli, ancorché poveri, del Terzo mondo. Vorrei che mi dettagliasse le uscite per il loro mantenimento, con le singole voci di spesa, inclusi gli eventuali contributi incassati dalle associazioni che si occupano di loro”.

Prosegue poi Lorenzetto: “Vorrei che rendesse noti identità, professione e denunce dei redditi dei benemeriti che hanno messo a disposizione gli edifici dove accoglierli. Vorrei che aggiornasse costantemente il bilancio dell’intera operazione. Vorrei che divulgasse su Internet tutte le fatture e qualsiasi altro documento amministrativo relativo a essa. Vorrei infine che precisasse se le sovvenzioni erogate a chi ospita gli esuli sono esentasse oppure no. Voglio troppo?”.

La richiesta del giornalista Lorenzetto è sacrosanta. Si richiama in sostanza alla trasparenza a cui è tenuta, anche nella comunicazione, la pubblica amministrazione. Quello che ci interessa qui, però, non è la richiesta, condivisibile, di sapere come viene speso il pubblico denaro per i richiedenti asilo. Quello che ci interessa, trattando il tema “media e immigrazione”, è come il giornalismo italiano (e con esso la comunicazione in generale, fiction compresa) tratta il tema dei migranti, siano essi a titolo economico o perché bisognosi di protezione umanitaria.

Lorenzetto ripropone – utilizzando la tecnica dell’interrogazione retorica (quella che sa già la risposta) – convinzioni e posizioni datate del giornalismo italiano: i richiedenti asilo sono dei “fancazzisti”, degli scioperati (per lo più neri e africani) che vivono sulle nostre spalle; sono gente che con la scusa della guerra si è infilata nella fiumana che sta invadendo dall’Africa e dal Medio la civilissima Europa.

Fin qui la “ideologia” che sta dietro l’articolo di Lorenzetto. C’è poi il tema della “agenda degli argomenti” che sostanzia l’articolo sui richiedenti asilo. Il giornalista Lorenzetto, sul tema dei migranti, non pone il problema più importante: “Come mai vi sono così tanti richiedenti asilo? Si tratta solo di fancazzisti infiltrati venuti da Paesi poveri?”.
Lorenzetto non tematizza la causa – le guerre che interessano Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina – che ha scatenato la fuga dall’Africa e dal Medio Oriente. Non pone nemmeno il problema delle condizioni economiche che causano i movimenti migratori; e a chi fanno comodo quelle condizioni e gli sfruttamenti collegati.

Infine, Lorenzetto nel suo articolo su migranti, profughi e richiedenti asilo mostra un altro aspetto dell’agenda di molti giornali italiani: l’assenza di domande non solo sui profughi e su chi vi lucra togliendo risorse per i bisognosi (domande sacrosante), ma anche sugli evasori fiscali che ogni anno privano le casse statali di centinaia di miliardi di euro.
Avrebbe un giornalista come Lorenzetto la decisione nel chiedere ad alcuni soggetti sociali di mostrare la dichiarazione dei redditi e un resoconto dettagliato di come spendono i soldi pubblici ricevuti?

Va infatti ricordato che non pagare le imposte e le tasse vuol dire sottrarre soldi per la sanità, i servizi sociali, l’istruzione, la sicurezza e per chi ha davvero bisogno di aiuto. Un tema – quello dell’evasione fiscale collegata alla carenza di risorse per i bisognosi – mai tematizzato dai giornali italiani. Soprattutto mai trattato da quei giornalisti che si preoccupano di come si spendono gli spiccioli per i migranti; e non si preoccupano di chi sottrae tesori miliardari alla gente comune.

Islam, media e storytelling politico

La Gabbia - 13.01.2016di Maurizio Corte

Quello visto la sera di mercoledì 13 gennaio, alla trasmissione La Gabbia, su La7, possiamo definirlo uno “storytelling politico” e una “marmellata mediale”. I temi dell’Islam e dei diritti, della libertà delle donne, del rispetto per la condizione femminile, dell’incrocio fra culture diverse è stato trattato con i modi del peggior servilismo ideologico e politico: superficialità, strumentalizzazione dei fatti, mancanza di approfondimento, conflitto come filo rosso conduttore, servitù verso una visione neorazzista della cultura. Continua a leggere “Islam, media e storytelling politico”

Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio

di Maurizio Corte

Come ci ricordano gli studiosi dell’Analisi Critica del Discorso, le parole utilizzate nei media rivelano una certa ideologia, una visione del mondo e dei valori. Questo vale anche nella rappresentazione che i media danno dell’immigrazione.
È per questo importante che i giornalisti abbiano piena consapevolezza di cosa significhi utilizzare un certo linguaggio anziché un altro. La parola “extracomunitario”, ad esempio, esprime una forma di esclusione dello straniero che non appartiene all’Unione Europea. Continua a leggere “Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio”

Se gli stranieri sono un beneficio per l’Italia

dossierdi Elena Guerra

Per capire il fenomeno migratorio oggi senza considerarlo un’emergenza o un fatto relegato al solo discorso dei richiedente asilo come spesso è rappresentato dai mezzi di comunicazione, anche i numeri servono e una loro analisi attenta e trasversale. Di questo ci parla il Dossier Statistico Immigrazione 2015, redatto dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), col sostegno dei fondi dell’Otto per mille della Chiesa Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi, sui principali dati statistici sull’immigrazione. Un modo per superare la “sindrome da invasione”, capire l’immigrazione economica, le nazionalità più presenti e quanto le nuove generazioni stanno cambiando il volto dell’Italia sempre più interculturale.

Presentato lo scorso giovedì 29 ottobre Roma e in contemporanea in tutte le Regioni e Province Autonome, si è partiti dalla dimensione internazionale ed europea, oggi più che mai utile a collocare il caso italiano all’interno di uno scenario più ampio e articolato, per poi soffermarsi sull’Italia e su quanto accaduto nel corso del 2014: flussi migratori, residenti e soggiornanti, inserimento lavorativo e sociale, discriminazioni e pari opportunità, convivenza interreligiosa.

I migranti forzati nel mondo sono passati in un anno da 52 a 60 milioni. Nei primi nove mesi del 2015 il numero dei rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa – e non dimentichiamo le circa 3000 persone morte in questo tentativo nel 2015 – ha superato le 460mila unità, mentre l’anno scorso erano stati 219mila. Ma l’Italia non è sicuramente tra i paesi che hanno accolto più profughi. I minori e le donne hanno accentuato la loro incidenza (pari, rispettivamente, al 22% e al 53%), a conferma del carattere familiare assunto dalla presenza immigrata.

Per sfatare tanti stereotipi basta leggere alcuni dei punti focali del dossier: i lavoratori immigrati, più che una minaccia per l’occupazione degli italiani, sono un ammortizzatore sociale a loro beneficio: accettano anche lavori non qualificati, sono più disponibili a spostarsi territorialmente, perdono più facilmente il posto di lavoro (sono 466mila i disoccupati a fine 2014). A livello penale l’andamento degli stranieri è più virtuoso rispetto a quello degli italiani: nel periodo 2004- 2013 le denunce contro gli stranieri, nel frattempo raddoppiati, sono diminuite del 6,2%, mentre le denunce contro gli italiani sono aumentate del 28%. In assenza di consistenti politiche di aiuto allo sviluppo, le rimesse degli immigrati sono il sostegno più efficace ai paesi di origine, una vera e propria azione che sostituisce la cosiddetta cooperazione internazionale: 436 miliardi di dollari inviati ai paesi in via di sviluppo a livello mondiale e 5,3 miliardi di euro inviati dall’Italia.

Danimarca | I richiedenti asilo, ovvero giornalisti

redazione Dagbladet Informationdi Elena Guerra

Per un giorno i rifugiati hanno curato l’edizione del Dagbladet Information, un quotidiano danese progressista. L’obiettivo era quello di presentare un’immagine radicalmente diversa delle migliaia di richiedenti asilo che bussano alla porta dell’Europa. Il giornale ha messo insieme una dozzina di rifugiati, per lo più professionisti del settore e che spesso hanno avuto seri problemi nel praticare la propria professione nel proprio Paese di origine, la maggior parte dei quali sono arrivati da poco in Danimarca, affidandogli il controllo della scelta editoriale, fornendo sostegno per le ricerche e la traduzione.

Le 48 pagine della piccola testata con una tiratura di circa ventimila copie hanno attraversato diversi temi: le politiche sull’immigrazione del Paese, di come la migrazione verso l’Europa sia così fortemente maschile, la “lotteria” dei nuovi arrivati nei campi profughi danesi, lo smantellamento di tre miti sui rifugiati e sulle devastazioni in Siria per mano dei jihadisti dello Stato islamico. Dagbladet Information, una piccola, è nata come organo della resistenza clandestina danese durante la Seconda guerra mondiale, ed è un punto di riferimento per i movimenti sociali.

La voce dei rifugiati è stata assente dalla stampa, ma questa non è certo una novità, non solo in Danimarca. Di sicuro la scelta di questa redazione è in linea con le buone prassi per un buon giornalismo interculturale. Nel libro Comunicazione e giornalismo interculturale (Cedam, 2004), l’autore ed esperto dei media Maurizio Corte evidenzia l’impegno di questo giornalismo buono – e non buonista – “a valorizzare la presenza immigrata come risorsa per la società di accoglienza, favorendo la conoscenza, l’accettazione reciproca, l’integrazione e lo scambio fra culture diverse: obiettivi raggiungibili se si seguono i principi fondanti e le indicazioni della Pedagogia interculturale; se si acquisisce un nuovo atteggiamento culturale basato sul rispetto, sull’accoglienza, sul dialogo. Non dobbiamo dimenticare, poi, che in mass media aperti all’intercultura i cittadini di origine straniera possono trovare una forma positiva di rispecchiamento; una ragione in più per amare la nuova Patria dove vivono, per sentirsene parte attiva e costruttiva”.

Ferrara | Festival di Internazionale

di Cristina Martini

Ferrara è Internazionale. Anche quest’anno si ripete l’appuntamento con il Festival di Internazionale, in programma da venerdì 2 a domenica 4 ottobre. Il centro storico della città estense diventerà punto d’incontro per i giornalisti e i visitatori di tutto il mondo, per una tre giorni di incontri, workshop, laboratori e proiezioni sulle tematiche attuali e con uno sguardo verso il futuro del giornalismo.

I trucchi del mestiere spiegati da chi con passione lavora sulle notizie che ogni giorno arrivano al pubblico, la sostenibilità, la politica e l’economia, il giornalismo interculturale e una particolare attenzione agli stereotipi veicolati dai media: questo il ricco programma del Festival, che è possibile consultare al link http://www.internazionale.it/festival/programma.

Vi segnaliamo in particolare gli incontri di Occhio ai media, un gruppo di ragazzi ferraresi di diversi paesi d’origine, che si occupa di monitorare gli stereotipi sulle minoranze a cui troppo spesso ricorre la stampa per rappresentare i fatti di cronaca e, più in generale, per raccontare la complessità della realtà.

Un’occasione imperdibile per i professionisti della stampa, web, social media, datajournalism, storytelling che darà uno sguardo vario e ampio su diversi punti di vista, nell’ottica di un giornalismo migliore.

Sarà possibile seguire il live tweeting sull’account @Internazfest o attraverso l’hashtag #intfe.

Verona | MediOrizzonti

11950244_10206301983221553_6258734383665192250_odi Elena Guerra

La rassegna al Cinema Nuovo di San Michele Extra, a Verona, “Mediorizzonti”, vuole aprire sguardi differenti su Paesi troppo spesso stereotipati nella rappresentazione mediatica, con un film o un documentario i lunedì di ottobre.

Solo l’anteprima a ingresso libero con tessera si svolge il primo ottobre dalle 19.30, con quattro corti provenienti da Libano (Abu Rami di Sabah Haider), Israele (Shouk di Dotan Moreno), Libia (The Runner di Mohannad Eissa) e Palestina (High Hopes di Guy Davidi), all’associazione culturale La Sobilla, in salita San Sepolcro 6/b (porta Vescovo).

La rassegna. Si apre la rassegna lunedì 5 ottobre con 10949 Women, intenso documentario della regista Nassima Guessoum, che sarà presente in sala e verrà intervistata dalla giornalista Jessica Cugini. Ad Algeri, Nassima Hablal, eroina dimenticata della rivoluzione algerina, ci racconta la sua storia e la sua lotta per un’Algeria indipendente. Appassionata, affascinante e ironica ci porta a conoscere Baya e Nelly altre due resistenti. Attraverso i loro racconti e grazie al legame che la regista riesce a creare con la protagonista, Nassima ricostruisce la storia del suo passato, la storia della sua terra.

Il secondo appuntamento è lunedì 19 ottobre con il film libanese Che venga giù la pioggia di Bahij HoJeij. Rapito nel 1984, in piena guerra libanese, Ramez ritorna dopo vent’anni. Cinquantenne, malato, ormai disconnesso dalla realtà, ritorna in famiglia scombinando i piani dei due figli e di una moglie che tenta invano di ritornare alla normalità. Durante uno dei suoi vagabondaggi nel cuore di Beirut Ramez incontra Zeinab, donna che ha perso il marito nello stesso periodo del suo rapimento.
Il terzo appuntamento è lunedì 19 ottobre con il documentario Private Revolutions: Young, Female, Egyptian di Alexandra Schneider che rappresenta la vita di quattro donne molto differenti tra loro ma accomunate da coraggio, passione e forza di volontà. L’attivista Sharbat, ripudiata dal marito a causa del suo impegno politico; Fatema, Sorella Musulmana impegnata nella politica e madre di tre bambini; Amani, che gestisce una radio e una casa editrice sui diritti delle donne e la nubiana May, che lavora a un progetto di sviluppo in una zona molto conservatrice.

Il quarto ed ultimo appuntamento è lunedì 26 ottobre con il documentario This is my land della regista Tamara Erde. In che modo i sistemi scolastici israeliani e palestinesi insegnano la storia delle loro nazioni in classe? Attraverso conversazioni e continue sfide con gli studenti, gli spettatori s’immergono nell’effetto profondo che il conflitto israelo-palestinese produce nelle nuove generazioni.

L’appuntamento è alle 20.30 al Cinema Nuovo di San Michele Extra a Verona, evento organizzato grazie al sostegno del Cinema all’associazione culturale veronetta129 e il gruppo informale Net Generation. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il festival Middle East Now di Firenze. Per informazioni scrivere a info@veronetta129.it o consultate la pagina FB veronetta129. Il biglietto ha un costo di 4,5 euro, con la possibilità di fare un abbonamento a 16 euro. Le proiezioni sono in lingua originale con sottotitoli in italiano, accompagnate da una breve presentazione.

Media e immigrazione: stampa impreparata di fronte all’emergenza profughi

di Maurizio Corte

Media e immigrazione, l’arrivo dei profughi dalle zone di guerra ha messo a dura prova i giornali italiani (stampa, siti web, tv, radio). E ha rivelato i limiti dei media italiani nel rappresentare il fenomeno delle migrazioni, siano essere determinate da motivi umanitari, prodotte dal desiderio di trovare lavoro; oppure siano causate dalla volontà di migliorare lo status economico.

Tre sono i punti critici che i media italiani hanno mostrato, nella calda estate di quest’anno. Tre punti che gli studiosi dei media, come il gruppo di ProsMedia, peraltro ben conoscono. Il primo è il punto critico del linguaggio: i giornali hanno mescolato immigrati, richiedenti asilo, rifugiati, profughi, clandestini e irregolari.

Facendo il lavoro di desk – come giornalista responsabile delle pagine di Interni-Esterni dei quotidiani del Gruppo Athesis (L’Arena, Giornale di Vicenza e BresciaOggi) – e dovendo selezionare e impaginare le notizie (e le foto), ho registrato un elemento: è pressoché impossibile trovare una foto, nel sistema editoriale, se si fa la ricerca con la parola “profugo/i”. E’ molto più facile trovare fotografie con la parola “migranti”, “immigrati” o addirittura clandestino/i.
Eppure, chi nei giornali si occupa di immigrazione, sa bene che i barconi in arrivo dalla Libia sono soprattutto affollati di persone che fuggono dalle zone di guerra.

Il secondo punto critico è la sudditanza e la mancanza di filtro verso i politici. Nel linguaggio e nell’agenda dei giornali, un solo politico – peraltro di un partito che in Italia non raccoglie più del 15-20% dei voti – può far credere che le persone sui barconi sono clandestini. Sono invasori. Sono soggetti pericolosi. E sono soggetti profittatori, a cui sono riservati trattamenti principeschi (hotel, diaria giornaliera, servizi di prim’ordine).

Certo, non è escluso che fra i migranti e i profughi, come fra i cittadini di tutte le comunità, vi siano malintenzionati, soggetti pericolosi e finanche delinquenti. Non è neppure escluso che vi siano stati delle situazioni di privilegio, peraltro date a persone che nella loro vita hanno visto il peggio dell’umanità e della guerra. Questo, però, non giustifica il considerare – senza una seria indagine e senza dati ufficiali – la maggior parte dei migranti come clandestini e come privilegiati.

Il terzo punto critico è la mancata contestualizzazione del fenomeno dei profughi. Pare che le persone che scappano dalle zone di guerra – per non dire di chi scappa da violenza domestica e miseria – appaiano all’improvviso senza avere un passato, una ragione di fuga, un motivo di spinta all’emigrare. Quasi mai i giornali hanno scritto e scrivono i “presupposti” delle migrazioni, siano esse per motivi economici, siano esse per motivi umanitari: la guerra non viene tematizzata; non si dice che l’Europa (Francia e Italia in primis, in Libia, ad esempio) è una grande produttrice e venditrice di armi. E che le armi alimentano le guerre regionali; e che le guerre “producono” i profughi e i migranti.

L’Unione Europea viene chiamata in campo, attraverso le dichiarazioni del politico di turno, solo per tamponare e distribuire i profughi. Non per intervenire alla fonte, nelle zone dell’Africa e del Medio Oriente martoriate dalla violenza, dove occorrono progetti di pace; e progetti di prosperità e di crescita economica e dei diritti.

Che cosa fare per andare oltre gli stereotipi, i pregiudizi e le routines giornalistiche del rapporto fra media e immigrazione? Come lettori, è importante attivare il proprio senso critico: verificare, controllare, analizzare dove portano le parole; quale “ideologia” vi è dietro la scelta linguistica; a quali interessi soggiace un certo giornale, o radio, o tv, o sito web di informazione. Essere, insomma, lettori di qualità. Arrivando a chiudere, anche, la pagina di un sito web (e passare a una migliore), quando si coglie la manipolazione o la superficialità dietro il narrare di certi giornalisti.

Come giornalisti, è importante avere presenti le linee per un giornalismo che sia interculturale; che sia un buon giornalismo. Ecco quindi, la scelta consapevole e corretta delle parole: così come non confondiamo un viceministro con un sottosegretario, o un assessore con un consigliere comunale; occorre evitare di confondere un migrante economico con un profugo, e un profugo o richiedente asilo con un clandestino o irregolare.

Occorre andare oltre: guardare il contesto; avere presente il presupposto di un certo accadimento; porre attenzione alle strumentalizzazioni politiche del nostro mestiere; essere sensibili al ruolo “formativo” (e non solo “informativo”) della stampa quando parla di immigrazione. E’ poi importante interrogarsi sulla “ideologia” a cui facciamo riferimento – esplicitata da noi stessi, a noi presente, oppure implicita e non dichiarata – quando usiamo certe parole, certi temi; quando diamo un certo taglio alla notizia, o quando la accostiamo a un’altra notizia.

La partita in gioco, nel tema del rapporto fra immigrazione e media in Italia, è molto alta. E’ la partita della democrazia; di una stampa libera; di una stampa di qualità; di un sistema dei media al servizio dei lettori e non al servizio di interessi palesi od occulti. E’ la partita della “ideologia”, del sistema di valori che vogliamo testimoniare, come lettori o come giornalisti.

Copeam e l’informazione sull’immigrazione

di Elena Guerra

I media e le emittenti pubbliche influenzano gli spettatori con le loro immagini, attraverso la scelta degli argomenti da trattare e della modalità di rappresentarli. Questo vale anche e soprattutto per il fenomeno dell’immigrazione, troppo spesso associato a temi come sicurezza e terrorismo, mentre ci si dimentica dei problemi umani ed economici dietro le storie dei migranti. Il problema è stato affrontato durante il ventiduesimo incontro della Copeam (Conferenza permanente dell’audiovisivo mediterraneo), tenutosi a Malta a fine marzo. Vi hanno preso parte duecento rappresentanti del settore audiovisivo della regione mediterranea che hanno sottoscritto in modo unanime una risoluzione che invita soprattutto i media di servizio pubblico a lavorare per accrescere la consapevolezza dei drammatici eventi che stanno accadendo alle porte dell’Europa cercando di dare maggiore voce ai migranti e alle loro storie, e di fornire un’informazione corretta e completa sul fenomeno.

Le emittenti pubbliche svolgono un ruolo fondamentale nella vita dei cittadini ed è per questo che non possono esserci omissioni nel loro messaggio. Non si può raccontare solo l’urgenza del fatto di cronaca; è necessario andare in profondità nella notizia rappresentandola in maniera obiettiva senza fermarsi alla fornitura di dati statistici o, nei casi più drammatici, al conteggio delle vittime riconducibili al fenomeno. Dalla Conferenza è emersa inoltre la necessità di cooperazione tra gli attori della comunicazione al fine di diffondere le buone pratiche del giornalismo in particolare tra i media nazionali e quelli locali che, lavorando a più stretto contatto con il territorio, possono fare molto per facilitare la conoscenza e la comprensione dell’Altro. In questo percorso, i cui intenti non si discostano da quelli della Carta di Roma, un ruolo fondamentale lo ricopre la formazione: un giornalista, per svolgere al meglio la sua professione deve costantemente evolversi tenendo il passo con i cambiamenti della società che lo circonda.

Uno degli aspetti più interessanti della Copeam è la partecipazione di operatori dalle due sponde del Mediterraneo. La diversità di approccio a tematiche come quella migratoria e la diversità culturale tra i vari paesi coinvolti costituiscono fonte di arricchimento per i partecipanti e possibilità dell’apertura di nuovi canali di dialogo che potranno favorire un trattamento più adeguato ed approfondito di questi argomenti. Le emittenti egiziane ed algerine ad esempio hanno spiegato alla platea il loro impegno nel mostrare al pubblico cosa accade durante le traversate in mare, al fine di ridurre le partenze e conseguentemente il numero di persone che rischiano la propria vita nel Mediterraneo. Alla Conferenza seguiranno dei programmi (spot, documentari) dedicati all’argomento e capaci di dar voce a migranti e rifugiati delle due sponde del Mediterraneo che saranno realizzati in coproduzione al fine di promuovere concretamente la diffusione di buone pratiche giornalistiche e una reale conoscenza dell’Altro.

In questi giorni si susseguono le notizie sull’ennesima tragedia in mare. I telegiornali Rai in questa occasione si sono sforzati di non appiattirsi sul solo fatto di cronaca e di approfondire la notizia raccontando storie, scandagliando le cause che spingono i migranti a partire e le vicende dei loro paesi d’origine e visitando i centri di accoglienza dislocati su nostro territorio. Tuttavia anche alla luce dei commenti razzisti e xenofobi che emergono tra l’opinione pubblica, si può considerare che il network, come l’intero apparato mediale italiano, abbia ancora una lunga strada da percorrere per diventare un punto di riferimento capace non solo di informare correttamente, ma anche di formare il suo pubblico. Il giornalismo italiano lentamente sta compiendo alcune trasformazioni adottando un linguaggio più rispettoso, nonostante ciò è necessario ancora uno sforzo ulteriore per garantire oggettività nella scelta di immagini, parole e fonti affinché sia garantito il pluralismo e la diversità di opinione e si eviti la diffusione di pregiudizi e stereotipi.

I “terroni” nei media: giornali e italiani “extracomunitari”

non si affitta ai meridionalidi Manuela Mazzariol

La ricerca è stata condotta su una selezione di articoli dai quotidiani la Stampa e l’Unità negli anni 1950-1970 ed è volta a ricostruire l’immagine che ne emerge del cittadino meridionale e veneto che in quegli anni migrava verso le zone più ricche d’Italia, verso il cosiddetto “triangolo industriale”. Si propone inoltre di dimostrare come l’atteggiamento dei giornali e le prassi di produzione della notizia abbiano influito nella creazione di pregiudizi e stereotipi riguardanti i cittadini del Sud. Essa mira a rispondere a tre domande principali: quale sia la tipologia dei fatti più rilevanti negli articoli selezionati, quale l’immagine del migrante che viene restituita al pubblico e quale l’atteggiamento dei giornali nei confronti dei soggetti della ricerca e fa riferimento alle principali teorie sull’influenza dei mass media sul pubblico. I risultati sono stati confrontati con la ricerca di Maurizio Corte sull’immagine dei migranti dal Sud del mondo restituita dalle notizie Ansa.

Ciò che emerge è che la tipologia delle notizie influisce sulla visione che il lettore ha del cittadino migrante. Il fatto di ricondurre la popolazione autoctona a suicidi ed incidenti, mentre i cittadini meridionali vengono legati indissolubilmente grazie all’insistenza su aggettivi e sostantivi che ne indicano la provenienza a cronache violente, incide non poco sull’opinione pubblica. Essa è indotta a collegare il cittadino meridionale alla criminalità o all’illegalità. Il clima di insicurezza viene alimentato inoltre dalla percezione che il numero di immigrati sia in continuo aumento. È l’intera comunità meridionale che attraverso la tipologia delle narrazioni viene stigmatizzata in quanto fonte di instabilità sociale.

L’immagine del migrante veneto e meridionale è alquanto stereotipata e parziale. Quando il pregiudizio non va nel senso della condanna, allora l’individuo rimane inconsistente. Non c’è alcuna attenzione alla cultura del soggetto e alla sua identità di persona. Un mix di stereotipi e generalizzazioni lo rendono un personaggio tipizzato, inesistente al di là della cronaca nera nella quale è coinvolto.  Anche il rapporto tra migrante e cittadinanza è pressoché assente, oppure ricondotto a rivalità campanilistiche. Il migrante è un individuo che vive ai margini della società senza che vi sia integrazione.

L’atteggiamento del quotidiano nei confronti del migrante se non è apertamente razzista, di condanna o di compatimento è comunque del tutto funzionale al marketing del giornale. Fa notizia perché portato alla ribalta delle cronache attraverso fatti che colpiscono la sensibilità e l’emotività del pubblico di riferimento. Nel caso in cui, come avviene nel quotidiano del Partito Comunista, non ci sia un interesse esplicito alla creazione di una letteratura allarmista o compassionevole nei confronti del protagonista, in quanto appartenente alla classe del proletariato o del sottoproletariato, allora egli non interessa. I processi si semplificazione del reale in entrambi i casi portano ad un comportamento superficiale volto semplicemente ad esporre i fatti nella maniera che più si confà ai gusti e agli interessi del pubblico di riferimento.

Dal raffronto parziale con l’analisi compiuta fino al 2002 da Corte emergono un numero considerevole di congruenze tra i due soggetti analizzati. Sebbene fortunatamente le prassi giornalistiche vadano verso un’evoluzione in positivo non si nota un cambiamento radicale nelle routine dei giornali che continuano ad avere un atteggiamento superficiale quando non palesemente razzista nei confronti dell’Altro. I media di oggi stanno compiendo un percorso di cambiamento che tuttavia è ancora ben lontano dal dirsi concluso. Infine si può concludere che come i media hanno prodotto atteggiamenti pregiudiziali e razzisti dell’opinione pubblica nei confronti dei cittadini meridionali, oggi che i migranti sono stranieri hanno operato con gli stessi meccanismi. Si va dunque sempre in direzione della condanna del diverso operando semplicemente una sostituzione tra il migrante meridionale, che oggi finalmente, essendo arrivato in Italia un diverso più diverso di lui, viene innalzato al grado di cittadino italiano di serie A assieme ai suoi connazionali del Nord, e lo straniero che assume il ruolo di individuo inferiore.