Parole “sbagliate” e titoli “tendenziosi”: quanto ci condizionano?

di Barbara Minafra

“Azione o comportamento che mira a creare artificialmente, e per lo più allo scopo di ottenere un preciso risultato, un clima di tensione”: la Treccani definisce così l’allarmismo, quel clima diffuso che sembra pervadere i nostri media, insieme alle derive populiste e demagogiche nate come reazione alla crisi del capitalismo e ai conseguenti cambiamenti geo-politici ed economici in atto.

Nel 2017 è stato registrato un significativo incremento dei toni allarmistici sulla carta stampata: quasi 20 punti in più rispetto all’anno precedente (dal 27% del 2016 al 43% dello scorso anno). Detto altrimenti, 4 titoli/notizie su 10 risultano avere un potenziale ansiogeno. I dati sono del quinto Rapporto della Carta di Roma, il quale registra toni allarmistici nella dimensione dei flussi migratori, nel racconto delle morti in mare, nell’urgenza dei soccorsi, nell’emergenza degli arrivi, nella gestione dell’accoglienza. Si parla della criminalizzazione del soccorso in mare, delle infiltrazioni terroristiche, delle condizioni di profughi e migranti nei campi di detenzione, e si mettono in correlazione le migrazioni (economiche o per ragioni umanitarie) con la sicurezza del Paese, la diffusione di malattie, il disagio sociale, i problemi di convivenza.

Lo scorso anno ha segnato maggiore visibilità per criminalità e sicurezza, terzo tema con il 16% dei titoli sulle prime pagine dei quotidiani, dopo la gestione dei flussi migratori (prima voce nel 2017 con il 44%) e l’accoglienza a quota 24% che però, pur occupando la seconda posizione, si dimezza rispetto al 2015. Per il Rapporto della Carta di Roma permane una sovraesposizione del tema della criminalità e della visibilità di migranti e profughi come autori di reato. In particolare, il racconto di fatti relativi ai crimini e alla minaccia all’ordine pubblico è quasi tre volte in più rispetto al 2015. In un certo senso, anche se non ci fosse connessione esplicita tra le due notizie, le due questioni finiscono per associarsi nella testa del lettore.

Nel suo saggio sull’opinione pubblica datato 1922 – ben 96 anni fa – Walter Lipmann scriveva: “Non c’è nulla più refrattario all’educazione, o alla critica, di uno stereotipo. Si imprime sull’evidenza, nell’atto stesso di constatarla”. In altre parole, più si consolida un certo tipo di visione sociale, una certa interpretazione della società, più si deforma la lente, si distorce una lettura corretta degli eventi, si condiziona l’occhio di chi guarda.

Se poi a corroborare il preconcetto, a incidere sull’opinione pubblica già densa di tensioni (che nell’hate speech hanno una diffusione social), sono le testate giornalistiche (cioè la comunicazione formale, istituzionalizzata, riconosciuta), il potere di condizionare e avallare un certo tipo di lettura sociale, di interpretazione della realtà, si amplifica. Gli articoli di giornale finiscono per avere un peso superiore, per essere titoli, parole e dunque idee più “pesanti” del dovuto, divenendo alibi o sponde morali di atteggiamenti discutibili, al punto che il comportamento violento se non accettato risulta almeno giustificabile, indotto da un certo clima.

Il fatto stesso che in 10 mesi 14.813 titoli siano stati dedicati all’immigrazione e nel 2017 siano stati solo 43 i giorni senza questo argomento, racconta la visibilità continua del tema (anche se con un’intensità inferiore rispetto agli ultimi due anni quando le giornate senza notizie erano 12), e la dice lunga sugli effetti dell’esposizione mediatica.

Il fenomeno migratorio non solo è sempre più strutturale e meno emergenziale ma a livello sociale è “pane quotidiano”, è una sorta di strada obbligata, una presenza anche per chi materialmente non incontra immigrati per strada. “Senza sorpresa”, dice il quinto Rapporto, “migrante” e “profugo” sono fra i termini più presenti nei titoli, utilizzati 2.455 (17% dei titoli) e 1.322 volte (9%).

Se si analizza la produzione giornalistica si ha una conferma della tendenza positiva rilevata negli ultimi anni: l’utilizzo di termini giuridicamente scorretti risulta diminuito. “Migrante” e “profugo” hanno stabilmente sostituito “clandestino”, termine stigmatizzante che resta tra i 30 più ricorrenti nei titoli (195 volte rispetto ai 6 quotidiani nazionali esaminati). Evidentemente, non si deve abbassare troppo la guardia se l’Associazione Carta di Roma ha appena aggiornato le Linee Guida per l’applicazione del protocollo deontologico su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti del 2008 e lanciato la campagna “Vediamo l’effetto che fa”.

Poiché la scelta delle parole dà forma al racconto, ne disegna il contenuto e se si sbaglia l’uso delle parole si deforma il fatto raccontato, si invita a un esperimento sociale e comunicativo: sostituire “clandestino” con “persona”, la parola “immigrato” con “uomo/donna” per arginare il dilagare dell’intolleranza legata agli stranieri che si manifesta anche con parole aventi una semantica che rimanda all’hate speech.

Questo perché, se le “violazioni colpose” della Carta di Roma – che derivano dalla scarsa conoscenza del principio costituzionale che sancisce il diritto all’asilo e della Convenzione di Ginevra – sono diminuite, sono parallelamente aumentati i titoli che “connettono deliberatamente comportamenti criminali all’appartenenza religiosa o alla nazionalità dei loro autori”. Il messaggio subliminale che passa, continuando a depositarsi, stratifica l’ansia, rafforza l’allarme sociale, consolida il pregiudizio e con le nostre paure finiamo per rafforzare ciò che ci spaventa.

Il potere di un tweet: le Mappe dell’Intolleranza

di Cristina Martini

Il web è una palestra d’odio? Quanto “pesano” le parole utilizzate sui social media nei confronti delle minoranze? Lunedì 25 giugno è stata presentata all’Università degli Studi di Milano la terza edizione della “Mappa dell’intolleranza” dell’Osservatorio dei diritti Vox, in collaborazione con la Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l’Università di Bari Aldo Moro e il dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

326 mila tweet contro le donne, 73 mila contro i migranti, 64 mila contro i musulmani, 22 mila contro gli omosessuali, 15 mila contro gli ebrei: questi i risultati del progetto contro l’intolleranza, ispirato da esempi come la “Hate Map” della americana Humboldt State University. Il lavoro ha comportato dieci mesi di monitoraggio della rete Twitter con 6 milioni di tweet estratti e studiati. Ciò è stato possibile attraverso l’uso di una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti.

Sono stati mappati l’odio razziale, l’omofobia, l’odio contro le donne, contro i diversamente abili e l’antisemitismo: attraverso i tweet sono stati contestualizzati e localizzati i messaggi. La geolocalizzazione ha consentito di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio;  per ciascun gruppo esaminato sono poi state messe a punto delle mappe termografiche in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno. Quanto più il colore della mappa termografica si avvicina al rosso, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

Per Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia alla Sapienza, “è facile dare voce alla propria pancia quando c’è l’anonimato, quando c’è la brevità della comunicazione, con poco spazio per l’articolazione cognitiva”. Un elemento fondante è la disumanizzazione dell’altro, ossia “prendere le distanze da qualcuno e dare libero sfogo all’aggressione di qualcuno perché è stato disumanizzato”, mentre una novità è rappresentata dalla “legittimazione sociale a cui sta andando incontro tutta questa vicenda: una volta l’odio era custodito, a volte anche con vergogna, dentro una bolla di segreto, oggi invece è molto popolare”. Sulla diffusione dei messaggi d’odio e la connessa popolarità è intervenuto Giovanni Ziccardi, docente di Filosofia del diritto alla Statale di Milano: “vi sono altresì tanti casi di persone che odiano in rete ma non odiano, cioè hanno scoperto che odiare una persona porta a quella che viene definita “gratificazione digitale”, ossia l’appagamento dovuto alla visibilità ottenuta dalla pubblicazione del messaggio.

È sempre più significativa la correlazione tra il linguaggio d’odio e la presenza di episodi di violenza; mentre nel “mondo reale” sembra più semplice il contenimento riguardo l’uso di una certa terminologia, quando si sfocia nel “mondo virtuale” le idee o le credenze vengono espresse con modalità più assolute, di idealizzazione o, più spesso, di svalutazione o denigrazione. A seguire troverete le “Mappe dell’intolleranza” (fonte Vox): che potere può avere un messaggio, anche se di solo 140 caratteri?

 

 

 

 

 

 

 

 

Cartoline contro l’odio

di Elena Guerra

Ripartire dalle parole, dal loro significato e dall’uso che ne facciamo, attraverso dodici cartoline che vogliono sottolineare la differenza tra percezione e realtà, per guardare oltre stereotipi e luoghi comuni. È questa “la protesta culturale” messa in atto da La Carta di Roma attraverso 12 cartoline, in occasione del suo decimo anno di vita, con l’aggiornamento del suo codice deontologico giornalistico avvenuto lo scorso 25 giugno alla Casa del cinema.

Un’azione per tentare di riportare il dibattito pubblico su binari il più possibile aderenti alla realtà. La prima regola della Carta di Roma è quella che invita i giornalisti ad utilizzare sempre i termini giuridicamente appropriati al fine di restituire al lettore la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri. Non esistono parole sbagliate, esiste invece l’uso sbagliato delle parole. “Invasione”, “clandestino” e “razza” sono solo alcune delle parole male utilizzate nel racconto delle migrazioni, fino al punto di costruire una percezione del fenomeno migratorio ben diversa dalla realtà.

L’Associazione Carta di Roma vuole provare a ridefinire le parole, attribuendogli il giusto significato. Per questo anche noi di Prosmedia condivideremo ogni martedì sui canali social, a partire dal 3 luglio, una delle 12 cartoline realizzate contro i discorsi di odio. Le definizioni del vocabolario delle 12 parole chiave usate nel racconto giornalistico legate alle immagini della realtà delle migrazioni sono accompagnate dagli scatti di Roberto Salomone.

Figli adottivi: il razzismo strisciante sui media

di Maurizio Corte

Figlio adottivo uccide il padre. Fermato 40enne di origine straniera dai Carabinieri”. Così titola l’agenzia Ansa una notizia del 21 maggio 2018 da Brescia.

Le domande che si impongono di fronte a un titolo del genere – se leggiamo l’informazione con un occhio critico – sono due. La prima domanda: l’essere figlio “adottivo” c’entra in qualche modo con l’uccisione di quel padre? La seconda domanda è sullo specificare che il fermato è un 40enne di “origine straniera”. Ha importanza la sua origine ai fini dell’evento? Ha una qualche attinenza con la notizia?

Proviamo a leggere la notizia: “Un uomo di 74 anni, Marino Pellegrini, è stato ucciso in casa a Fiesse, in provincia Brescia”, scrive l’agenzia Ansa, sul suo sito web. “Secondo quanto emerge dalle indagini ad accoltellarlo sarebbe stato il figlio di origine polacca della moglie, anche lei straniera”.

Prosegue la notizia dell’agenzia Ansa: “Il delitto è avvenuto all’esterno della sua abitazione nel paese bresciano probabilmente al termine dell’ennesima lite tra i due. Il 40enne ritenuto responsabile dell’omicidio è stato arrestato e si trova ora nella caserma dei carabinieri. Alle spalle avrebbe già precedenti, un periodo in carcere e problemi legati all’uso di alcol e droga”.

Possiamo notare innanzi tutto che nel testo la parola “adottivo” non compare. L’assassino ha avuto problemi di alcol e droga: questa è forse la ragione dell’omicidio. La leggiamo, però, solo all’ultima riga. Il che è molto grave, a livello di tecnica giornalistica: le informazioni importanti vanno date all’inizio dell’articolo.

Il fatto che sia figlio della moglie della vittima, e che la signora sia polacca, non significa che il 40enne sia stato adottato dall’uomo ucciso. Ma quant’anche fosse stato adottato, l’adozione ha a che fare con l’omicidio? Predispone a uccidere un uomo che non è il padre biologico?

È di per sé evidente che siamo di fronte a una “non notizia”. Se la “notizia” è il resoconto di un evento che merita di essere portato all’attenzione del lettore, lo status di figlio adottivo che importanza ha? Se l’assassino 40enne porta il 44 di scarpe e tifa Juventus, lo dovremmo trovare nell’articolo? Eppure il peso delle diverse informazioni – essere adottivo e tifare Juventus – in questa vicenda è lo stesso. Non si comprende, poi, quanto conti il fatto che la moglie sia di origine polacca. L’essere straniera ha una qualche importanza per comprendere l’evento?

Mi sono sempre chiesto il motivo di questi elementi – status di figlio adottivo, origine straniera, specificazione della nazionalità – che alla prova dei fatti risultano superflui. La stessa cosa, accadeva sui giornali del Nord, negli anni cinquanta, sessanta e settanta nei confronti degli italiani di origine meridionale.

Come mai si ripete quella forma di discriminazione verso la “diversità culturale”? Come mai l’origine “straniera” e l’essere figlio adottivo – per alcuni giornalisti – sono meritevoli di attenzione? Le risposte sono due. E non sempre sono alternative. La prima è una grave ignoranza, in una categoria – quella di noi giornalisti – che ha seri problemi di formazione. La seconda è una forma strisciante di razzismo. Vi è poi forse la sciocca speranza di attirare più clic e più attenzione su una notizia se la si caratterizza con una qualche forma di “diversità”.

Possiamo dire che l’essere “diversi” culturalmente è diventato un criterio di notiziabilità. Un criterio che, alla prova dei fatti, non aumenta il numero dei lettori e fa perdere di crebilità a chi scrive.

Il mondo islamico: tra comunicazione e geopolitica

Foto da Huffington Post

di Cristina Martini

Il “mondo islamico”: geografia di una realtà culturale, storica, linguistica complessa. Questo il tema della giornata seminariale “Il mondo islamico: tra comunicazione e geopolitica” organizzata da Confindustria Verona in programma lunedì 4 giugno dalle 9 nella sede di Uteco Spa a Colognola ai Colli (Vr).

Durante la mattinata si alterneranno Lorenzo Carpanè, esperto e formatore nell’ambito della comunicazione e Stefano Verzè, giornalista e studioso di politica internazionale, proponendo uno sguardo ampio e completo su un mondo oggetto spesso di stereotipi e pregiudizi. La giornata proseguirà con la visita aziendale in Uteco Spa.

La tematica proposta dimostra un’apertura al dialogo e all’interculturalità da parte delle imprese che sempre più lavorano con i mercati esteri e, quindi, con diverse culture.

La partecipazione è gratuita ma è necessario iscriversi entro martedì 29 maggio. Per consultare il programma e per ulteriori informazioni: http://www.cimform.it/index.cfm/forma-ora/eventi-e-seminari/04-06-2018-il-mondo-islamico/

Lungo la rotta del Brennero: rapporto di monitoraggio di Antenne Migranti

di Federica Dalla Pria

Nel rapporto “Lungo la rotta del Brennero” viene illustrata la complessa situazione dei migranti che transitano lungo la rotta nel tentativo di oltrepassare il confine o che, al contrario, sono in arrivo in Italia provenendo da altri paesi del Nord Europa o dalla rotta balcanica. Il monitoraggio effettuato dai volontari e la puntuale analisi giuridica di ASGI, con cui Antenne Migranti collabora, mettono in luce alcune delle ripercussioni della crescente chiusura del confine con l’Austria sul più ampio territorio della rotta Verona-Brennero, nonché le violazioni dei diritti umani emerse nelle pratiche di istituzioni e forze dell’ordine.

Il rapporto da un lato ha consentito di far emergere criticità relative ad alcune procedure istituzionali, quali l’accesso alla procedura di asilo, l’accesso all’accoglienza, le condizioni di accoglienza, l’accesso alla residenza  che, in quanto presenti da diverso tempo, tendono a divenire un problema strutturale. Dall’altro ha analizzato le modalità dei controlli svolti alla stazione del Brennero dalle forze dell’ordine italiane e le azioni della polizia austriaca.

Antenne Migranti si impegna a monitorare anche la situazione dei migranti a Verona, città che si trova sulla rotta e che pare funzionare, in parte, come un ulteriore confine interno. Verona è da sempre un importante snodo ferroviario: in più casi sono stati trovati dei migranti, all’interno di container trasportati da camion, che tentavano di raggiungere il confine del Brennero a bordo di un treno merci, con tutti i rischi che ciò comporta. Numerose problematiche sono emerse a Verona anche per quanto riguarda l’accesso e le condizioni di accoglienza e per  i migranti “fuori accoglienza” (revocati, titolari di permesso di soggiorno ma senza dimora) che sono privi di un luogo in cui dormire, oltre che di assistenza legale e sanitaria.

Il calo degli arrivi in Sud Italia negli ultimi mesi ha influito sul numero delle persone richiedenti asilo che vengono inviate tramite le quote ministeriali. Tuttavia non ha mostrato sinora grande influenza sul flusso di persone che arriva per cercare di passare il confine e che si trova in seguito bloccata a Bolzano. In particolare, sono proseguiti gli arrivi soprattutto di minori non accompagnati appena arrivati in Italia (soprattutto somali) e di richiedenti asilo presenti in Italia da lungo tempo. Si tratta soprattutto di richiedenti che si sono allontanati da altri centri di accoglienza, ancora in attesa di concludere la procedura per la richiesta di asilo, o di persone a cui invece è già stata riconosciuta una forma di protezione internazionale e che cercano di andare in altri paesi europei a causa delle pessime condizioni di vita in Italia e/o di un mancato processo di integrazione, dovuto al sistema di accoglienza italiano poco funzionante e gestito prevalentemente in un’ottica di emergenza e temporaneità e non di inclusione.

Le principali violazioni riscontrate durante il monitoraggio riguardano:

– riammissioni alla frontiera e controlli sistematici anche a bordo dei treni;

– accesso alla procedura e al diritto di informazione;

– accesso all’accoglienza, soprattutto per persone portatrici di esigenze particolari, dovuta sia a limiti strutturali del sistema di accoglienza locale, sia a scelte politiche e all’introduzione di arbitrarie limitazioni all’accoglienza attraverso circolari o prassi applicative

– condizioni di accoglienza che non rispettano quanto stabilito dalla normativa vigente ed uso eccessivo e non giustificato delle revoche;

– accoglienza e tutela dei minori stranieri non accompagnati.

Antenne Migranti è un progetto, sostenuto dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano e dalla Open Society Foundation, iniziato nel 2016 e realizzato da un gruppo di volontari e attivisti che operano sui territori di Verona, Trento e Bolzano. Scopo del progetto è monitorare la situazione delle persone migranti in movimento lungo la rotta del Brennero (Verona – Brennero) per fornire loro informazioni legali di base, orientamento al territorio e cercare di prevenire violazioni dei diritti umani. Il progetto cerca di monitorare e mappare anche la situazione dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale che per varie ragioni sono esclusi dal sistema di accoglienza nelle città di Verona, Trento e Bolzano – anche  in collegamento a situazioni di transito.

Contatti:

mail: antennemigranti@gmail.com

Facebook: Antenne Migranti – monitoraggio lungo la rotta del Brennero

Il naufragio fantasma

L’8 febbraio a L’altro Teatro di Cadelbosco di Sopra, Reggio Emilia, andrà in scena La nave fantasma di e con Bebo Storti e Renato Sarti. Bebo Storti e Renato Sarti, in una sorta di cabaret tragico, estremo e scioccante, coinvolgono gli spettatori nella rievocazione di una dolorosa vicenda accaduta il 25 dicembre 1996 al largo delle coste siciliane, quando affondò un piccolo battello carico di migranti provenienti dall’India, dal Pakistan e dallo Sri Lanka. Le vittime furono 283: si trattava della più grande tragedia navale avvenuta nel Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. Un record che è stato tragicamente superato in questi ultimi anni. Uno spettacolo a capitoli che non lascia nulla al caso e apre una riflessione su uno degli argomenti più scottanti dei giorni nostri. Con Storti e Sarti si ride persino di fronte ai fatti più crudi grazie all’impagabile capacità di dire cose feroci con un’ironia dissacrante dove il riso suona più sinistro di un grido.

Nonostante le precise testimonianze dei superstiti, autorità italiane e mass media, eccetto rare eccezioni, non se ne occuparono: la tragedia del Natale 1996 divenne il naufragio fantasma. Gli stessi pescatori della zona, che recuperarono decine di cadaveri nelle reti, temendo conseguenze per la loro attività li ributtarono in mare. Solo cinque anni dopo, con un reportage reso possibile dalla testimonianza del pescatore di Portopalo Salvatore Lupo, il quotidiano La Repubblica, attraverso un’inchiesta del giornalista Giovanni Maria Bellu, riuscì a individuare e filmare il relitto. Nel giugno del 2001 le immagini della “nave fantasma” fecero il giro del mondo ma, nonostante l’appello di quattro premi Nobel italiani (Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia) e alcune interpellanze parlamentari, ancora nulla è stato fatto per recuperare il relitto e riconsegnare questo episodio alla Storia senza menzogne ed omertà.

La nave fantasma è una sintesi drammatica della vasta tematica, diventata sempre più urgente, connessa al tema dell’immigrazione: la disperazione dei migranti, il silenzio delle autorità e dei mass media, la ferocia dei trafficanti di esseri umani, la terribile indifferenza e l’invincibile paura della nostra società, le reazioni di carattere xenofobo e razzista. Benché basato su una rigorosa cronaca degli eventi – tradotta sulla scena attraverso i racconti dei protagonisti, con l’ausilio di materiale video e la proiezioni di disegni realizzati appositamente da Emanuele Luzzati – l’intento di Renato Sarti che ha curato la regia è quello di fare ricorso a tutti gli elementi tipici del teatro comico e del cabaret, quali l’improvvisazione e il rapporto

PREVENDITE
biglietti online
• nelle serate di spettacolo presso L’Altro Teatro
• presso Arci RE – viale Ramazzini 72, Reggio Emilia (h 10-13 e 15.30-17)
• Bistrò 90 Ristorante – Cadelbosco di Sopra
• Centro Ottico Cadelbosco – piazza XXV aprile

INFO
info@laltroteatro.com | www.laltroteatro.com

Hate speech: dai muri invisibili dei like e all’eco che rinforza i pregiudizi

foto da festivaldirittiumani.it

di Barbara Minafra

Il codice di condotta europeo per combattere l’incitamento all’odio illegale online, sottoscritto nel 2016 da Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft, sta dando i primi frutti: quasi due terzi dei messaggi violenti segnalati in Europa (Italia al 67%) vengono rimossi nel giro di 24 ore. Instagram e Google+ hanno annunciato che a breve aderiranno a queste norme che, integrando la legislazione contro il razzismo e la xenofobia, prevedono il perseguimento degli autori dei reati di incitamento all’odio, sia online che offline. I dati della Commissione europea confermano che, in media, in un caso su cinque c’è stata la segnalazione dell’autore alle autorità di polizia.

Ma il cuore del problema non risiede nelle misure di contenimento dell’hate speech, ma nelle cause che lo generano e diffondono. E nei suoi algoritmi. Lo spiega Cass R. Sunstein, docente alla Scuola di Legge di Harvard che, studiando il legame tra democrazia e internet, “traduce” i meccanismi con cui funziona la rete e il loro impatto sociale.

Quando Facebook predispone newsfeed su misura che adattano il contenuto delle nostre ricerche ai nostri gusti e vincola i nostri contatti a gruppi di persone simili, che hanno gli stessi interessi e a cui piacciono le stesse cose, finiamo dentro gabbie virtuali. Queste sintonie creano quelle che Sunstein chiama “echo chamber”, camere di eco che amplificano le opinioni personali.

In altre parole, chi parla in rete si rivolge a gruppi di persone che la pensano allo stesso modo e i margini di confronto si riducono sempre più al punto che ci si disabitua al dialogo, al compromesso, si diventa incapaci di comprendere la differenza, di rapportarsi con essa e si finisce per estremizzare il proprio punto di vista, per negare chi pensa o è diverso da noi.

Sunstein descrive il mondo online fatto di “bozzoli di informazione”, come un sistema che sfrutta “pregiudizi di conferma” e ha “imprenditori di polarizzazione” che sanno come manipolare i vari trend di pensiero.

Tutti strumenti che minano i fondamenti della democrazia. Ma anche, ad un livello più individuale, condizioni che riducono progressivamente la capacità di dialogare, di confrontarsi con gli altri. La sua ricetta per salvarsi è il caso: esporsi a persone, a luoghi, cose e idee che non avremmo mai scelto per il nostro feed di Twitter o Facebook. Invita a uscire dalla campana di vetro che creiamo nel web, dove ci lasciamo sedurre da chi la pensa come noi e dove finiamo per isolarci attraverso i nostri like che tracciano ponti invisibili con chi è simile a noi e muri altrettanto invisibili (ma ancor più pericolosi) che ci separano sempre di più da chi è diverso da noi.

Insomma, se i feed sempre più stringenti di Facebook e Twitter organizzano le persone in gruppi omogenei, il rimedio è ostacolare i selettori automatici di notizie e di contatti, per interfacciarsi con piattaforme differenti in modo da renderle interpretabili: una volta iniziato l’interscambio di contenuto, si infrange l’isolazionismo imposto dalla bolla (filter bubble) del “ciò che conta per me”.

In caso contrario viene meno l’arte del trattare, anche del sano combattere per affermare la propria opinione, che passa dal contrattare con l’avversario e non dal denigrarlo fino all’eradicarlo. Perché, se è più facile sentirsi spalleggiati da chi la pensa allo stesso modo e non mettere in discussioni se stessi e le proprie convinzioni, isolarsi da chi la pensa diversamente produce una polarizzazione di opinioni da un lato (legata alla self reputation) e, dall’altro, una “auto-selezione” in cui le persone, come dice Sustein, “entrano nelle camere di eco o nei bozzoli di informazioni”.

Da questa compartimentazione di pensieri e di persone affini, ai discorsi di odio il passo è breve. Altrettanto facile è poi quella che la psicologia descrive come group polarization – la polarizzazione dei gruppi – ossia il meccanismo per cui le posizioni più estreme possono diventare più radicali tra persone che si scambiano opinioni simili.

Queste dinamiche cognitive (e relazionali) non sono legate solo a Internet: nella vita di tutti i giorni tendiamo a relazionarci con gli amici per avere “comfort zone” sociali. Ma esporci a sensibilità differenti ci fa entrare nelle “learning zone”, gli spazi di apprendimento in cui gli stimoli esterni (che comportano anche disagio iniziale, instabilità, vulnerabilità), sviluppano le nostre capacità di reazione e adattamento. Questo porta ad alzare le asticelle individuali e la nostra prestazione sociale, più elastica, diventa innanzitutto uno spazio personale di crescita. Se questo processo non si mette in moto, tutto quel che sta fuori da casa nostra finirà per scatenare reazioni di difesa. Come l’hate speech, che in fondo è una rovinosa ed estrema forma di autodifesa.

Indovina chi viene a cena?

di Elena Guerra

Cittadini stranieri e italiani si incontrano per la prima volta, intorno ad un tavolo, per condividere un piatto, culture, tante storie. Anche a Verona il format nato a Torino nel 2011 dalla Rete Italiana di Cultura Popolare ha preso piede, e alla prossima cena di sabato 27 gennaio ci si aspettano 24 ospiti in tante famiglie di origini diverse che hanno accettato la sfida di aprire le proprie porte a sconosciuti italiani e non solo. Dopo 38 cene organizzate, 130 ospiti accolti, 28 famiglie coinvolte e 27 nazionalità rappresentate, continua quindi con la terza cena la quinta edizione consecutiva di Indovina chi viene a cena?, progetto di relazione per mezzo del cibo, che può diventare uno strumento per conoscere la cultura e le tradizioni del paese d’origine della famiglia ospitante. L’evento a Verona dal 2013 è supportato da Net Generation – veronetta 129, Mag e CookPad.

Ma cosa dicono le famiglie ospitanti? Una delle famiglie, originaria della Croazia, dice: «È stato molto bello conoscere persone nuove e condividere cibo, storie ed esperienze. Gli ospiti sono stati gentilissimi e molto simpatici. Abbiamo goduto della loro compagnia e la frizzante presenza del piccolo ci ha ricordato quanto è bello avere i bambini per casa. Grazie mille per aver pensato e organizzato tutto». E ancora Lucas, dal Brasile: «Per noi è stata un’ottima cena! Siamo rimasti molto sorpresi all’arrivo dei nostri ospiti in quanto pensavamo arrivassero persone più vecchie: ma l’età non è stata per niente un ostacolo».

E gli ospiti? Chiara, che ha partecipato con i tre figli, il marito, e un’amica con figli dice: «I bambini facevano a gara a chi riusciva a mangiare più carne piccante. La padrona di casa è una persona molto dolce che a poco a poco si è aperta con noi raccontandoci della sua vita in Eritrea, della sua famiglia e di com’è la situazione attuale».

Per partecipare basta prenotare i posti per le cene, contattando i riferimenti organizzativi locali. Quelli della città scaligera sono info@veronetta129.it o chiamare il numero 334.5291538 entro dieci giorni prima dalla data scelta per dare la possibilità agli organizzatori di intrecciare le varie richieste, anche per chi soffre di intolleranze o allergie alimentari. Il contributo per ogni cena di 15 euro verrà interamente e direttamente devoluto alle famiglie ospitanti. Il giorno precedente la cena si scopre quale sarà la famiglia ospitante e il paese di origine. Non è possibile scegliere il paese o la cucina preferita, ci si lascia guidare e per una sera si incontrano persone che ancora non si conoscono. Per vedere e conoscere le cene precedenti basta seguire la pagina Indovina chi viene a cena_Verona.

Si pensa ora a organizzare le cene del 24 febbraio, 24 marzo e 28 aprile. Può capitare di ascoltare il racconto del viaggio per giungere fino a qui, di guardare le foto del matrimonio o le immagini delle famiglie lontane ma ci si può anche ritrovare a parlare dei bambini che vanno a scuola insieme o della squadra del cuore, del proprio lavoro o dei progetti per il futuro. In gioco c’è molto di più che una cena, c’è la possibilità di costruire vere politiche culturali dal basso, grazie all’incontro, all’offerta, al reciproco riconoscimento.

Il giornalismo sviluppa una consapevolezza interculturale?

di Barbara Minafra

Quanto ci condiziona il nostro filtro culturale? Come i giornali che leggiamo interpretano per noi l’eterogeneità culturale e sociale che caratterizza l’epoca attuale?

“I giornalisti sono interpreti culturali che ne siano coscienti o meno” e “agiscono con i loro limiti culturali”. Nel 1994 Kenneth Starck spiega il giornalismo interculturale con l’intento di rendere cosciente, chi si occupa di comunicazione, di quanto la cultura ne influenzi il lavoro. Perchè, se “ciò in cui crediamo può determinare ciò che vediamo”, i giornalisti, “in quanto osservatori professionisti, dovrebbero essere consapevoli di quanto le loro credenze influenzino la loro percezione delle notizie e dell’Informazione, oltre che alla scelta stessa di ciò che fa notizia”.

Questo processo dovrebbe anticipare il potere di condizionare, con il proprio racconto o la propria interpretazione critica e soggettiva degli eventi, chi legge o ascolta o vede un servizio giornalistico. Questa mancata precedenza fa sì che spesso non si riconoscano o, involontariamente, si trasmettano falsificazioni, distorsioni, pregiudizi, stereotipi, forme di intolleranza, etnocentrismo e razzismo.

Per Starck non è un processo facile: si può avere coscienza dei propri parametri interpretativi solo conoscendo altre culture; il confronto permette di vedere modi alternativi di interpretare il mondo e fare cose. “Dopo il primo passo con cui comprendiamo che il pregiudizio, il biasimo e l’etnocentrismo cominciano dentro noi stessi, si possono cogliere gli ostacoli che interferiscono la pratica di un giornalismo accurato e responsabile”.

Estrella Israel Garzón sostiene che “in una società globalizzata, convergente e interconnessa, è necessario stimolare la formazione di comunicatori interculturali come chiave per stabilire il discorso giornalistico della differenza”. Essere aperti, disponibili, al pluralismo comunicativo significa mettere in discussione le barriere che si sono create tra ‘noi’ e ‘loro’. Queste barriere sono il sessismo, l’etnocentrismo, la xenofobia, “tre situazioni di radicale incomunicabilità, variazioni – continua Israel Garzón – di un concetto sconvolgente: il razzismo”. Tutto ciò rappresenta l’origine dell’hate speech, l’incitamento all’odio, che si rincorre soprattutto nei post dei social media e che è l’espressione linguistica di un atteggiamento sociale, di relazione ostile verso gli altri, interpretati non solo come “l’altro da me” ma come qualcuno così diverso da diventare per me una minaccia, un nemico, persino qualcuno da eliminare.

Se l’Interculturalità è il processo comunicativo che coinvolge soggetti con patrimoni cultuali diversi e che presuppone forme di dialogo, confronto e di reciproco scambio di conoscenze proponendo una dinamica relazionale per interagire con la diversità, il giornalismo può aiutare a far crescere una consapevolezza interculturale? Come influenza l’approccio alla differenza?

Il giornalismo interculturale andrebbe anzitutto inteso non come una declinazione buonista, che opta per formule neutre o politicamente caute, ma come una modalità di approccio alla notizia. “È ciò che cerca di colmare una carenza aumentando la consapevolezza culturale”, dice Starck. Poter contare su una capacità di decodificazione dei comportamenti altrui significa non solo interpretare e descrivere meglio quel che accade ma anche avere la possibilità di mettere in discussione idee che consideriamo ovvie, riesaminare credenze ritenute ataviche, immutabili, e concedersi la possibilità di un’evoluzione.

Significa capire chi siamo. Non per differenza ma usando la differenza per renderci conto di cosa siamo, con consapevolezza. Quest’approccio presuppone l’approfondimento, l’attenzione al linguaggio e al significato che culture differenti attribuiscono a soluzioni comportamentali e interpretazioni valoriali che l’abitudine a conoscere solo le proprie versioni, o quelle della comunità di appartenenza, le fa ritenere naturali e universali.

Approccio che non è semplicemente utile ai media per dare una lettura più veritiera e responsabile della realtà, ma che è una questione educativa.  “L’educazione ha un ruolo particolare nello sviluppo dell’alfabetizzazione interculturale. Uno dei nostri obiettivi come educatori di giornalismo – dice Starck nel 1998 – dovrebbe essere quello di produrre giornalisti interculturali competenti. Più facile a dirsi che a farsi. Ma almeno dobbiamo essere ragionevolmente chiari rispetto all’obiettivo”.