I profughi nei media: cronaca o stereotipi?

di Laura Beggi

I mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo fondamentale nel panorama multietnico in cui viviamo. Essi veicolano informazioni, conoscenza e attitudini dell’opinione pubblica. Nella stesura della mia tesi di laurea, discussa a novembre 2016 all’Università degli Studi di Verona, intitolata “I profughi nei media: tra razzismo e distorsione mediatica”, ho analizzato i modi in cui l’agenzia Ansa rappresenta i profughi in fuga da guerra, violenza e/o persecuzioni. Ho così verificato quanto questa rappresentazione abbia in comune con la rappresentazione della stessa Ansa nei confronti dei migranti cosiddetti “economici”, quelli che si muovono per migliorare le loro condizioni sociali e cercare lavoro.

L’ipotesi di partenza da cui sono partita si basa sul fatto che l’Ansa non distingue fra migranti economici e profughi. In questo modo, la maggiore agenzia d’informazione italiana ignora i diritti di questi ultimi e trattandoli con gli stessi stereotipi e pregiudizi degli immigrati, sottintendendo e sorvolando sul diritto fondamentale di chiedere rifugio e asilo in uno Stato diverso dal proprio Paese di origine.

Lo scopo della ricerca era quello di confermare o smentire questa ipotesi. Utilizzando il portale online dell’Ansa, ho scelto 20 articoli in riferimento ad un preciso arco temporale (dal primo gennaio 2015 al 31 dicembre 2015), limitandomi al contesto italiano. La scelta si è basata sui servizi giornalistici più significativi, scartando i doppioni: quei servizi che, ricapitolando e approfondendo il notiziario dei dispacci di agenzia, rappresentano l’elaborazione finale delle informazioni dell’Ansa.

Analizzando, poi, il contenuto di ciascun articolo con l’ausilio di un questionario – analisi del contenuto come inchiesta, quindi – ho potuto trarre una serie di conclusioni. Innanzitutto, dall’analisi effettuata risulta che gli articoli dell’Ansa non sottolineano in modo significativo le modalità d’ingresso in Italia (regolare, non regolare) ma, nello stesso tempo, sottintendono il fatto che l’accoglienza dei profughi sia un dovere istituzionale dell’Italia, avendo essa sottoscritto alla Convenzione di Ginevra.

Il più delle volte, l’agenzia Ansa presenta l’,accoglienza come un problema per l’ordine pubblico, come una minaccia addirittura “economica”. In pochi casi l’immigrazione è descritta come una risorsa sociale e culturale, come un’opportunità di arricchimento. La differenza esistente tra profugo e migrante economico si fa, così, sottile e superficiale. Spesso, infatti, nei servizi compare la parola “migrante”, che pur essendo oggettivamente corretta, trattandosi di popoli in movimento, non rappresenta in modo specifico quelle persone che fuggono da guerre, violenze e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Anche un immigrato economico potrebbe essere identificato, in modo corretto, come migrante; senza però distinguerlo dal profugo.

Diventa, allora, molto complicato distinguere chi è migrante economico da chi non lo è; chi lascia la propria terra volontariamente per lunghi (o brevi) periodi, da chi, invece, è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine a causa di guerre sanguinose e gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, l’agenzia di informazione Ansa, nei suoi dispacci presenta soprattutto il punto di vista delle fonti istituzionali, come rilevato peraltro da altre ricerche in passato.

Si può quasi parlare di una comunicazione “a senso unico”: rifugiati, profughi e richiedenti asilo hanno di rado la possibilità di controbattere o di difendersi, in caso di attacchi sui media. Il punto di vista dei migranti non viene quasi mai pubblicato. In questo modo, il pubblico non può venire a conoscenza delle ragioni che hanno spinto migliaia di persone a mettersi nelle mani di trafficanti di persone per lasciare il proprio Stato d’origine.

L’informazione veicolata dall’Ansa non fa quindi conoscere il contesto sociale e politico da cui i profughi provengono. Per avere un’informazione completa sarebbe necessario dare loro questa opportunità di esprimersi: i giornalisti dovrebbero ascoltare i profughi e rivelarne le storie. Il giornalismo di certo non deve nascondere le notizie “scomode”, qualsiasi gruppo essere riguardino. Il giornalismo di qualità ha però il compito di fotografare, valutare e comprendere la società multiculturale in cui viviamo, con i suoi problemi e le sue risorse.
Nel caso dei profughi, dalla mia ricerca posso trarre la conclusione finale che l’agenzia Ansa non tematizza a sufficienza la loro condizione. Non dà ai lettori il modo di conoscerli e di comprenderli. Anziché creare ponti di informazione e di conoscenza, in questo modo alza il rischio dell’incomprensione e del pregiudizio.

foto da: Ansa.it

Bruxelles, i media e il terrorismo islamista

di Maurizio Corte

Gli attacchi terroristici di Bruxelles, con bombe alla metropolitana e all’aeroporto Zaventem, hanno portato i media italiani a dare una rappresentazione prevedibile degli esiti del terrorismo islamista: la cronaca degli eventi, con luoghi e informazioni; il ritratto delle vittime; il profilo dei sospetti attentatori; il tema dell’attacco all’Europa e ai valori occidentali, questi ultimi evocati dai commentatori.

Tutti i maggiori media – nei primi tre giorni di cronache e analisi degli attentati – si sono fermati soprattutto al “primo livello” del terrorismo; con qualche puntata al “secondo livello”. Il primo livello è quello dei killer di massa, i terroristi-kamikaze di cui sono state in fretta diffuse le foto; il secondo livello è quello dei fiancheggiatori e degli addetti alla logistica, figure indispensabili senza le quali un attentato non si realizza.

I mandanti degli attentati di Bruxelles, come avvenne del resto a Parigi lo scorso novembre, sono stati chiamati in causa con il solo riferimento all’Isis. Ora, puntare il dito contro l’Isis quale mandante degli attentati è giusto e corretto, ma non porta a capire come il terrorismo si muova, di quali complicità goda. E, di conseguenza, come lo si possa sconfiggere. La stampa, insomma, nei giorni di maggiore attenzione mediatica, non mostra di avere tematizzato le ragioni profonde del terrorismo.

Parlando del terrorismo islamista che ha colpito a Bruxelles, molti media italiani hanno fatto riferimento alle periferie della capitale dell’Unione Europea: “periferie inquiete”, abitate da giovani di religione islamica, dove disoccupazione ed estremismo (quando non il fondamentalismo islamista) si mescolerebbero in una miscela pericolosa. Il riferimento alle periferie e ai “foreign fighters” filo-Isis fa il paio, insomma, con la “personalizzazione” del fenomeno terroristico.

I media, per dare efficacia al proprio lavoro informativo, tendono a personalizzare gli eventi. Rifuggono dalle astrazioni. Puntano a dare un volto, una biografia, uno spessore personale ai protagonisti delle vicende, anche quelle criminali e terroristiche. Criminalizzano il sospettato di un delitto, ad esempio. Presentano, loro malgrado, come “titani” impossibili da sconfiggere i terroristi assassini che attentano alla libertà, alla convivenza pacifica, alla comunità dei cittadini.

Pochissimo spazio ha avuto Oliver Roy, orientalista e politologo francese, che sul “Corriere della sera” ha spiegato come i terroristi islamisti che hanno colpito a Bruxelles, come a Parigi, non abbiano quasi nulla di religioso. Come si tratti di delinquenti, che in nulla credono se non nelle azioni criminali: “Tutti vengono dalla criminalità comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione”, afferma Roy, smentendo in questo modo l’idea e la paura di un esercito di combattenti dell’Islam impegnati ad abbattere la civiltà occidentale.

Ignorare le analisi degli studiosi è una pratica comune nella stampa italiana, come dimostrano le ricerche su “media e immigrazione”, condotte da ProsMedia. In compenso, si dà spazio – con una intervista del “Corriere della Sera” all’ex premier inglese Tony Blair – a chi agita lo scontro di civiltà e sottolinea la “debolezza dell’Occidente”. Blair, non a caso, tace il fatto che “amici” delle élites (non dei cittadini comuni) dell’Occidente finanziano e armano i terroristi; che il terrorismo si sviluppa anche grazie a situazioni di ingiustizia sociale ed economica create proprio da quelle élites; che le classi dirigenti (le solite élites) poco fanno per intervenire sulle ragioni vere del terrorismo, mandanti compresi.

foto da: Lapresse.it

Profughi, migranti, media e domande scomode

Lorenzetto - L'Arena - 31.01.2016di Maurizio Corte

Sul quotidiano L’Arena di Verona di domenica 31 gennaio il giornalista Stefano Lorenzetto, nella rubrica “Controcronaca”, avanza una richiesta sui cittadini stranieri che sono in Italia come richiedenti asilo: “Vorrei che tutte le settimane il governo mi dicesse quanti profughi – pardon, richiedenti asilo – sono arrivati nella mia città e in quali strutture sono stati alloggiati. Vorrei che mi comunicasse se provengono da Siria, Iraq, Libia e altri teatri di guerra in cui tiranneggia l’Isis o da Paesi più o meno tranquilli, ancorché poveri, del Terzo mondo. Vorrei che mi dettagliasse le uscite per il loro mantenimento, con le singole voci di spesa, inclusi gli eventuali contributi incassati dalle associazioni che si occupano di loro”.

Prosegue poi Lorenzetto: “Vorrei che rendesse noti identità, professione e denunce dei redditi dei benemeriti che hanno messo a disposizione gli edifici dove accoglierli. Vorrei che aggiornasse costantemente il bilancio dell’intera operazione. Vorrei che divulgasse su Internet tutte le fatture e qualsiasi altro documento amministrativo relativo a essa. Vorrei infine che precisasse se le sovvenzioni erogate a chi ospita gli esuli sono esentasse oppure no. Voglio troppo?”.

La richiesta del giornalista Lorenzetto è sacrosanta. Si richiama in sostanza alla trasparenza a cui è tenuta, anche nella comunicazione, la pubblica amministrazione. Quello che ci interessa qui, però, non è la richiesta, condivisibile, di sapere come viene speso il pubblico denaro per i richiedenti asilo. Quello che ci interessa, trattando il tema “media e immigrazione”, è come il giornalismo italiano (e con esso la comunicazione in generale, fiction compresa) tratta il tema dei migranti, siano essi a titolo economico o perché bisognosi di protezione umanitaria.

Lorenzetto ripropone – utilizzando la tecnica dell’interrogazione retorica (quella che sa già la risposta) – convinzioni e posizioni datate del giornalismo italiano: i richiedenti asilo sono dei “fancazzisti”, degli scioperati (per lo più neri e africani) che vivono sulle nostre spalle; sono gente che con la scusa della guerra si è infilata nella fiumana che sta invadendo dall’Africa e dal Medio la civilissima Europa.

Fin qui la “ideologia” che sta dietro l’articolo di Lorenzetto. C’è poi il tema della “agenda degli argomenti” che sostanzia l’articolo sui richiedenti asilo. Il giornalista Lorenzetto, sul tema dei migranti, non pone il problema più importante: “Come mai vi sono così tanti richiedenti asilo? Si tratta solo di fancazzisti infiltrati venuti da Paesi poveri?”.
Lorenzetto non tematizza la causa – le guerre che interessano Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina – che ha scatenato la fuga dall’Africa e dal Medio Oriente. Non pone nemmeno il problema delle condizioni economiche che causano i movimenti migratori; e a chi fanno comodo quelle condizioni e gli sfruttamenti collegati.

Infine, Lorenzetto nel suo articolo su migranti, profughi e richiedenti asilo mostra un altro aspetto dell’agenda di molti giornali italiani: l’assenza di domande non solo sui profughi e su chi vi lucra togliendo risorse per i bisognosi (domande sacrosante), ma anche sugli evasori fiscali che ogni anno privano le casse statali di centinaia di miliardi di euro.
Avrebbe un giornalista come Lorenzetto la decisione nel chiedere ad alcuni soggetti sociali di mostrare la dichiarazione dei redditi e un resoconto dettagliato di come spendono i soldi pubblici ricevuti?

Va infatti ricordato che non pagare le imposte e le tasse vuol dire sottrarre soldi per la sanità, i servizi sociali, l’istruzione, la sicurezza e per chi ha davvero bisogno di aiuto. Un tema – quello dell’evasione fiscale collegata alla carenza di risorse per i bisognosi – mai tematizzato dai giornali italiani. Soprattutto mai trattato da quei giornalisti che si preoccupano di come si spendono gli spiccioli per i migranti; e non si preoccupano di chi sottrae tesori miliardari alla gente comune.

Islam, media e storytelling politico

La Gabbia - 13.01.2016di Maurizio Corte

Quello visto la sera di mercoledì 13 gennaio, alla trasmissione La Gabbia, su La7, possiamo definirlo uno “storytelling politico” e una “marmellata mediale”. I temi dell’Islam e dei diritti, della libertà delle donne, del rispetto per la condizione femminile, dell’incrocio fra culture diverse è stato trattato con i modi del peggior servilismo ideologico e politico: superficialità, strumentalizzazione dei fatti, mancanza di approfondimento, conflitto come filo rosso conduttore, servitù verso una visione neorazzista della cultura. Continue reading “Islam, media e storytelling politico”

Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio

di Maurizio Corte

Come ci ricordano gli studiosi dell’Analisi Critica del Discorso, le parole utilizzate nei media rivelano una certa ideologia, una visione del mondo e dei valori. Questo vale anche nella rappresentazione che i media danno dell’immigrazione.
È per questo importante che i giornalisti abbiano piena consapevolezza di cosa significhi utilizzare un certo linguaggio anziché un altro. La parola “extracomunitario”, ad esempio, esprime una forma di esclusione dello straniero che non appartiene all’Unione Europea. Continue reading “Giornali e migranti, l’importanza del linguaggio”

Se gli stranieri sono un beneficio per l’Italia

dossierPer capire il fenomeno migratorio oggi senza considerarlo un’emergenza o un fatto relegato al solo discorso dei richiedente asilo come spesso è rappresentato dai mezzi di comunicazione, anche i numeri servono e una loro analisi attenta e trasversale. Di questo ci parla il Dossier Statistico Immigrazione 2015, redatto dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), col sostegno dei fondi dell’Otto per mille della Chiesa Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi, sui principali dati statistici sull’immigrazione. Un modo per superare la “sindrome da invasione”, capire l’immigrazione economica, le nazionalità più presenti e quanto le nuove generazioni stanno cambiando il volto dell’Italia sempre più interculturale.

Presentato lo scorso giovedì 29 ottobre Roma e in contemporanea in tutte le Regioni e Province Autonome, si è partiti dalla dimensione internazionale ed europea, oggi più che mai utile a collocare il caso italiano all’interno di uno scenario più ampio e articolato, per poi soffermarsi sull’Italia e su quanto accaduto nel corso del 2014: flussi migratori, residenti e soggiornanti, inserimento lavorativo e sociale, discriminazioni e pari opportunità, convivenza interreligiosa.

I migranti forzati nel mondo sono passati in un anno da 52 a 60 milioni. Nei primi nove mesi del 2015 il numero dei rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa – e non dimentichiamo le circa 3000 persone morte in questo tentativo nel 2015 – ha superato le 460mila unità, mentre l’anno scorso erano stati 219mila. Ma l’Italia non è sicuramente tra i paesi che hanno accolto più profughi. I minori e le donne hanno accentuato la loro incidenza (pari, rispettivamente, al 22% e al 53%), a conferma del carattere familiare assunto dalla presenza immigrata.

Per sfatare tanti stereotipi basta leggere alcuni dei punti focali del dossier: i lavoratori immigrati, più che una minaccia per l’occupazione degli italiani, sono un ammortizzatore sociale a loro beneficio: accettano anche lavori non qualificati, sono più disponibili a spostarsi territorialmente, perdono più facilmente il posto di lavoro (sono 466mila i disoccupati a fine 2014). A livello penale l’andamento degli stranieri è più virtuoso rispetto a quello degli italiani: nel periodo 2004- 2013 le denunce contro gli stranieri, nel frattempo raddoppiati, sono diminuite del 6,2%, mentre le denunce contro gli italiani sono aumentate del 28%. In assenza di consistenti politiche di aiuto allo sviluppo, le rimesse degli immigrati sono il sostegno più efficace ai paesi di origine, una vera e propria azione che sostituisce la cosiddetta cooperazione internazionale: 436 miliardi di dollari inviati ai paesi in via di sviluppo a livello mondiale e 5,3 miliardi di euro inviati dall’Italia.

Danimarca | I richiedenti asilo, ovvero giornalisti

redazione Dagbladet InformationPer un giorno i rifugiati hanno curato l’edizione del Dagbladet Information, un quotidiano danese progressista. L’obiettivo era quello di presentare un’immagine radicalmente diversa delle migliaia di richiedenti asilo che bussano alla porta dell’Europa. Il giornale ha messo insieme una dozzina di rifugiati, per lo più professionisti del settore e che spesso hanno avuto seri problemi nel praticare la propria professione nel proprio Paese di origine, la maggior parte dei quali sono arrivati da poco in Danimarca, affidandogli il controllo della scelta editoriale, fornendo sostegno per le ricerche e la traduzione.

Le 48 pagine della piccola testata con una tiratura di circa ventimila copie hanno attraversato diversi temi: le politiche sull’immigrazione del Paese, di come la migrazione verso l’Europa sia così fortemente maschile, la “lotteria” dei nuovi arrivati nei campi profughi danesi, lo smantellamento di tre miti sui rifugiati e sulle devastazioni in Siria per mano dei jihadisti dello Stato islamico. Dagbladet Information, una piccola, è nata come organo della resistenza clandestina danese durante la Seconda guerra mondiale, ed è un punto di riferimento per i movimenti sociali.

La voce dei rifugiati è stata assente dalla stampa, ma questa non è certo una novità, non solo in Danimarca. Di sicuro la scelta di questa redazione è in linea con le buone prassi per un buon giornalismo interculturale. Nel libro Comunicazione e giornalismo interculturale (Cedam, 2004), l’autore ed esperto dei media Maurizio Corte evidenzia l’impegno di questo giornalismo buono – e non buonista – “a valorizzare la presenza immigrata come risorsa per la società di accoglienza, favorendo la conoscenza, l’accettazione reciproca, l’integrazione e lo scambio fra culture diverse: obiettivi raggiungibili se si seguono i principi fondanti e le indicazioni della Pedagogia interculturale; se si acquisisce un nuovo atteggiamento culturale basato sul rispetto, sull’accoglienza, sul dialogo. Non dobbiamo dimenticare, poi, che in mass media aperti all’intercultura i cittadini di origine straniera possono trovare una forma positiva di rispecchiamento; una ragione in più per amare la nuova Patria dove vivono, per sentirsene parte attiva e costruttiva”.