Lungo la rotta del Brennero: rapporto di monitoraggio di Antenne Migranti

di Federica Dalla Pria

Nel rapporto “Lungo la rotta del Brennero” viene illustrata la complessa situazione dei migranti che transitano lungo la rotta nel tentativo di oltrepassare il confine o che, al contrario, sono in arrivo in Italia provenendo da altri paesi del Nord Europa o dalla rotta balcanica. Il monitoraggio effettuato dai volontari e la puntuale analisi giuridica di ASGI, con cui Antenne Migranti collabora, mettono in luce alcune delle ripercussioni della crescente chiusura del confine con l’Austria sul più ampio territorio della rotta Verona-Brennero, nonché le violazioni dei diritti umani emerse nelle pratiche di istituzioni e forze dell’ordine.

Il rapporto da un lato ha consentito di far emergere criticità relative ad alcune procedure istituzionali, quali l’accesso alla procedura di asilo, l’accesso all’accoglienza, le condizioni di accoglienza, l’accesso alla residenza  che, in quanto presenti da diverso tempo, tendono a divenire un problema strutturale. Dall’altro ha analizzato le modalità dei controlli svolti alla stazione del Brennero dalle forze dell’ordine italiane e le azioni della polizia austriaca.

Antenne Migranti si impegna a monitorare anche la situazione dei migranti a Verona, città che si trova sulla rotta e che pare funzionare, in parte, come un ulteriore confine interno. Verona è da sempre un importante snodo ferroviario: in più casi sono stati trovati dei migranti, all’interno di container trasportati da camion, che tentavano di raggiungere il confine del Brennero a bordo di un treno merci, con tutti i rischi che ciò comporta. Numerose problematiche sono emerse a Verona anche per quanto riguarda l’accesso e le condizioni di accoglienza e per  i migranti “fuori accoglienza” (revocati, titolari di permesso di soggiorno ma senza dimora) che sono privi di un luogo in cui dormire, oltre che di assistenza legale e sanitaria.

Il calo degli arrivi in Sud Italia negli ultimi mesi ha influito sul numero delle persone richiedenti asilo che vengono inviate tramite le quote ministeriali. Tuttavia non ha mostrato sinora grande influenza sul flusso di persone che arriva per cercare di passare il confine e che si trova in seguito bloccata a Bolzano. In particolare, sono proseguiti gli arrivi soprattutto di minori non accompagnati appena arrivati in Italia (soprattutto somali) e di richiedenti asilo presenti in Italia da lungo tempo. Si tratta soprattutto di richiedenti che si sono allontanati da altri centri di accoglienza, ancora in attesa di concludere la procedura per la richiesta di asilo, o di persone a cui invece è già stata riconosciuta una forma di protezione internazionale e che cercano di andare in altri paesi europei a causa delle pessime condizioni di vita in Italia e/o di un mancato processo di integrazione, dovuto al sistema di accoglienza italiano poco funzionante e gestito prevalentemente in un’ottica di emergenza e temporaneità e non di inclusione.

Le principali violazioni riscontrate durante il monitoraggio riguardano:

– riammissioni alla frontiera e controlli sistematici anche a bordo dei treni;

– accesso alla procedura e al diritto di informazione;

– accesso all’accoglienza, soprattutto per persone portatrici di esigenze particolari, dovuta sia a limiti strutturali del sistema di accoglienza locale, sia a scelte politiche e all’introduzione di arbitrarie limitazioni all’accoglienza attraverso circolari o prassi applicative

– condizioni di accoglienza che non rispettano quanto stabilito dalla normativa vigente ed uso eccessivo e non giustificato delle revoche;

– accoglienza e tutela dei minori stranieri non accompagnati.

Antenne Migranti è un progetto, sostenuto dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano e dalla Open Society Foundation, iniziato nel 2016 e realizzato da un gruppo di volontari e attivisti che operano sui territori di Verona, Trento e Bolzano. Scopo del progetto è monitorare la situazione delle persone migranti in movimento lungo la rotta del Brennero (Verona – Brennero) per fornire loro informazioni legali di base, orientamento al territorio e cercare di prevenire violazioni dei diritti umani. Il progetto cerca di monitorare e mappare anche la situazione dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale che per varie ragioni sono esclusi dal sistema di accoglienza nelle città di Verona, Trento e Bolzano – anche  in collegamento a situazioni di transito.

Contatti:

mail: antennemigranti@gmail.com

Facebook: Antenne Migranti – monitoraggio lungo la rotta del Brennero

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Il naufragio fantasma

L’8 febbraio a L’altro Teatro di Cadelbosco di Sopra, Reggio Emilia, andrà in scena La nave fantasma di e con Bebo Storti e Renato Sarti. Bebo Storti e Renato Sarti, in una sorta di cabaret tragico, estremo e scioccante, coinvolgono gli spettatori nella rievocazione di una dolorosa vicenda accaduta il 25 dicembre 1996 al largo delle coste siciliane, quando affondò un piccolo battello carico di migranti provenienti dall’India, dal Pakistan e dallo Sri Lanka. Le vittime furono 283: si trattava della più grande tragedia navale avvenuta nel Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. Un record che è stato tragicamente superato in questi ultimi anni. Uno spettacolo a capitoli che non lascia nulla al caso e apre una riflessione su uno degli argomenti più scottanti dei giorni nostri. Con Storti e Sarti si ride persino di fronte ai fatti più crudi grazie all’impagabile capacità di dire cose feroci con un’ironia dissacrante dove il riso suona più sinistro di un grido.

Nonostante le precise testimonianze dei superstiti, autorità italiane e mass media, eccetto rare eccezioni, non se ne occuparono: la tragedia del Natale 1996 divenne il naufragio fantasma. Gli stessi pescatori della zona, che recuperarono decine di cadaveri nelle reti, temendo conseguenze per la loro attività li ributtarono in mare. Solo cinque anni dopo, con un reportage reso possibile dalla testimonianza del pescatore di Portopalo Salvatore Lupo, il quotidiano La Repubblica, attraverso un’inchiesta del giornalista Giovanni Maria Bellu, riuscì a individuare e filmare il relitto. Nel giugno del 2001 le immagini della “nave fantasma” fecero il giro del mondo ma, nonostante l’appello di quattro premi Nobel italiani (Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia) e alcune interpellanze parlamentari, ancora nulla è stato fatto per recuperare il relitto e riconsegnare questo episodio alla Storia senza menzogne ed omertà.

La nave fantasma è una sintesi drammatica della vasta tematica, diventata sempre più urgente, connessa al tema dell’immigrazione: la disperazione dei migranti, il silenzio delle autorità e dei mass media, la ferocia dei trafficanti di esseri umani, la terribile indifferenza e l’invincibile paura della nostra società, le reazioni di carattere xenofobo e razzista. Benché basato su una rigorosa cronaca degli eventi – tradotta sulla scena attraverso i racconti dei protagonisti, con l’ausilio di materiale video e la proiezioni di disegni realizzati appositamente da Emanuele Luzzati – l’intento di Renato Sarti che ha curato la regia è quello di fare ricorso a tutti gli elementi tipici del teatro comico e del cabaret, quali l’improvvisazione e il rapporto

PREVENDITE
biglietti online
• nelle serate di spettacolo presso L’Altro Teatro
• presso Arci RE – viale Ramazzini 72, Reggio Emilia (h 10-13 e 15.30-17)
• Bistrò 90 Ristorante – Cadelbosco di Sopra
• Centro Ottico Cadelbosco – piazza XXV aprile

INFO
info@laltroteatro.com | http://www.laltroteatro.com

Hate speech: dai muri invisibili dei like e all’eco che rinforza i pregiudizi

foto da festivaldirittiumani.it

di Barbara Minafra

Il codice di condotta europeo per combattere l’incitamento all’odio illegale online, sottoscritto nel 2016 da Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft, sta dando i primi frutti: quasi due terzi dei messaggi violenti segnalati in Europa (Italia al 67%) vengono rimossi nel giro di 24 ore. Instagram e Google+ hanno annunciato che a breve aderiranno a queste norme che, integrando la legislazione contro il razzismo e la xenofobia, prevedono il perseguimento degli autori dei reati di incitamento all’odio, sia online che offline. I dati della Commissione europea confermano che, in media, in un caso su cinque c’è stata la segnalazione dell’autore alle autorità di polizia.

Ma il cuore del problema non risiede nelle misure di contenimento dell’hate speech, ma nelle cause che lo generano e diffondono. E nei suoi algoritmi. Lo spiega Cass R. Sunstein, docente alla Scuola di Legge di Harvard che, studiando il legame tra democrazia e internet, “traduce” i meccanismi con cui funziona la rete e il loro impatto sociale.

Quando Facebook predispone newsfeed su misura che adattano il contenuto delle nostre ricerche ai nostri gusti e vincola i nostri contatti a gruppi di persone simili, che hanno gli stessi interessi e a cui piacciono le stesse cose, finiamo dentro gabbie virtuali. Queste sintonie creano quelle che Sunstein chiama “echo chamber”, camere di eco che amplificano le opinioni personali.

In altre parole, chi parla in rete si rivolge a gruppi di persone che la pensano allo stesso modo e i margini di confronto si riducono sempre più al punto che ci si disabitua al dialogo, al compromesso, si diventa incapaci di comprendere la differenza, di rapportarsi con essa e si finisce per estremizzare il proprio punto di vista, per negare chi pensa o è diverso da noi.

Sunstein descrive il mondo online fatto di “bozzoli di informazione”, come un sistema che sfrutta “pregiudizi di conferma” e ha “imprenditori di polarizzazione” che sanno come manipolare i vari trend di pensiero.

Tutti strumenti che minano i fondamenti della democrazia. Ma anche, ad un livello più individuale, condizioni che riducono progressivamente la capacità di dialogare, di confrontarsi con gli altri. La sua ricetta per salvarsi è il caso: esporsi a persone, a luoghi, cose e idee che non avremmo mai scelto per il nostro feed di Twitter o Facebook. Invita a uscire dalla campana di vetro che creiamo nel web, dove ci lasciamo sedurre da chi la pensa come noi e dove finiamo per isolarci attraverso i nostri like che tracciano ponti invisibili con chi è simile a noi e muri altrettanto invisibili (ma ancor più pericolosi) che ci separano sempre di più da chi è diverso da noi.

Insomma, se i feed sempre più stringenti di Facebook e Twitter organizzano le persone in gruppi omogenei, il rimedio è ostacolare i selettori automatici di notizie e di contatti, per interfacciarsi con piattaforme differenti in modo da renderle interpretabili: una volta iniziato l’interscambio di contenuto, si infrange l’isolazionismo imposto dalla bolla (filter bubble) del “ciò che conta per me”.

In caso contrario viene meno l’arte del trattare, anche del sano combattere per affermare la propria opinione, che passa dal contrattare con l’avversario e non dal denigrarlo fino all’eradicarlo. Perché, se è più facile sentirsi spalleggiati da chi la pensa allo stesso modo e non mettere in discussioni se stessi e le proprie convinzioni, isolarsi da chi la pensa diversamente produce una polarizzazione di opinioni da un lato (legata alla self reputation) e, dall’altro, una “auto-selezione” in cui le persone, come dice Sustein, “entrano nelle camere di eco o nei bozzoli di informazioni”.

Da questa compartimentazione di pensieri e di persone affini, ai discorsi di odio il passo è breve. Altrettanto facile è poi quella che la psicologia descrive come group polarization – la polarizzazione dei gruppi – ossia il meccanismo per cui le posizioni più estreme possono diventare più radicali tra persone che si scambiano opinioni simili.

Queste dinamiche cognitive (e relazionali) non sono legate solo a Internet: nella vita di tutti i giorni tendiamo a relazionarci con gli amici per avere “comfort zone” sociali. Ma esporci a sensibilità differenti ci fa entrare nelle “learning zone”, gli spazi di apprendimento in cui gli stimoli esterni (che comportano anche disagio iniziale, instabilità, vulnerabilità), sviluppano le nostre capacità di reazione e adattamento. Questo porta ad alzare le asticelle individuali e la nostra prestazione sociale, più elastica, diventa innanzitutto uno spazio personale di crescita. Se questo processo non si mette in moto, tutto quel che sta fuori da casa nostra finirà per scatenare reazioni di difesa. Come l’hate speech, che in fondo è una rovinosa ed estrema forma di autodifesa.

Indovina chi viene a cena?

di Elena Guerra

Cittadini stranieri e italiani si incontrano per la prima volta, intorno ad un tavolo, per condividere un piatto, culture, tante storie. Anche a Verona il format nato a Torino nel 2011 dalla Rete Italiana di Cultura Popolare ha preso piede, e alla prossima cena di sabato 27 gennaio ci si aspettano 24 ospiti in tante famiglie di origini diverse che hanno accettato la sfida di aprire le proprie porte a sconosciuti italiani e non solo. Dopo 38 cene organizzate, 130 ospiti accolti, 28 famiglie coinvolte e 27 nazionalità rappresentate, continua quindi con la terza cena la quinta edizione consecutiva di Indovina chi viene a cena?, progetto di relazione per mezzo del cibo, che può diventare uno strumento per conoscere la cultura e le tradizioni del paese d’origine della famiglia ospitante. L’evento a Verona dal 2013 è supportato da Net Generation – veronetta 129, Mag e CookPad.

Ma cosa dicono le famiglie ospitanti? Una delle famiglie, originaria della Croazia, dice: «È stato molto bello conoscere persone nuove e condividere cibo, storie ed esperienze. Gli ospiti sono stati gentilissimi e molto simpatici. Abbiamo goduto della loro compagnia e la frizzante presenza del piccolo ci ha ricordato quanto è bello avere i bambini per casa. Grazie mille per aver pensato e organizzato tutto». E ancora Lucas, dal Brasile: «Per noi è stata un’ottima cena! Siamo rimasti molto sorpresi all’arrivo dei nostri ospiti in quanto pensavamo arrivassero persone più vecchie: ma l’età non è stata per niente un ostacolo».

E gli ospiti? Chiara, che ha partecipato con i tre figli, il marito, e un’amica con figli dice: «I bambini facevano a gara a chi riusciva a mangiare più carne piccante. La padrona di casa è una persona molto dolce che a poco a poco si è aperta con noi raccontandoci della sua vita in Eritrea, della sua famiglia e di com’è la situazione attuale».

Per partecipare basta prenotare i posti per le cene, contattando i riferimenti organizzativi locali. Quelli della città scaligera sono info@veronetta129.it o chiamare il numero 334.5291538 entro dieci giorni prima dalla data scelta per dare la possibilità agli organizzatori di intrecciare le varie richieste, anche per chi soffre di intolleranze o allergie alimentari. Il contributo per ogni cena di 15 euro verrà interamente e direttamente devoluto alle famiglie ospitanti. Il giorno precedente la cena si scopre quale sarà la famiglia ospitante e il paese di origine. Non è possibile scegliere il paese o la cucina preferita, ci si lascia guidare e per una sera si incontrano persone che ancora non si conoscono. Per vedere e conoscere le cene precedenti basta seguire la pagina Indovina chi viene a cena_Verona.

Si pensa ora a organizzare le cene del 24 febbraio, 24 marzo e 28 aprile. Può capitare di ascoltare il racconto del viaggio per giungere fino a qui, di guardare le foto del matrimonio o le immagini delle famiglie lontane ma ci si può anche ritrovare a parlare dei bambini che vanno a scuola insieme o della squadra del cuore, del proprio lavoro o dei progetti per il futuro. In gioco c’è molto di più che una cena, c’è la possibilità di costruire vere politiche culturali dal basso, grazie all’incontro, all’offerta, al reciproco riconoscimento.

Il giornalismo sviluppa una consapevolezza interculturale?

di Barbara Minafra

Quanto ci condiziona il nostro filtro culturale? Come i giornali che leggiamo interpretano per noi l’eterogeneità culturale e sociale che caratterizza l’epoca attuale?

“I giornalisti sono interpreti culturali che ne siano coscienti o meno” e “agiscono con i loro limiti culturali”. Nel 1994 Kenneth Starck spiega il giornalismo interculturale con l’intento di rendere cosciente, chi si occupa di comunicazione, di quanto la cultura ne influenzi il lavoro. Perchè, se “ciò in cui crediamo può determinare ciò che vediamo”, i giornalisti, “in quanto osservatori professionisti, dovrebbero essere consapevoli di quanto le loro credenze influenzino la loro percezione delle notizie e dell’Informazione, oltre che alla scelta stessa di ciò che fa notizia”.

Questo processo dovrebbe anticipare il potere di condizionare, con il proprio racconto o la propria interpretazione critica e soggettiva degli eventi, chi legge o ascolta o vede un servizio giornalistico. Questa mancata precedenza fa sì che spesso non si riconoscano o, involontariamente, si trasmettano falsificazioni, distorsioni, pregiudizi, stereotipi, forme di intolleranza, etnocentrismo e razzismo.

Per Starck non è un processo facile: si può avere coscienza dei propri parametri interpretativi solo conoscendo altre culture; il confronto permette di vedere modi alternativi di interpretare il mondo e fare cose. “Dopo il primo passo con cui comprendiamo che il pregiudizio, il biasimo e l’etnocentrismo cominciano dentro noi stessi, si possono cogliere gli ostacoli che interferiscono la pratica di un giornalismo accurato e responsabile”.

Estrella Israel Garzón sostiene che “in una società globalizzata, convergente e interconnessa, è necessario stimolare la formazione di comunicatori interculturali come chiave per stabilire il discorso giornalistico della differenza”. Essere aperti, disponibili, al pluralismo comunicativo significa mettere in discussione le barriere che si sono create tra ‘noi’ e ‘loro’. Queste barriere sono il sessismo, l’etnocentrismo, la xenofobia, “tre situazioni di radicale incomunicabilità, variazioni – continua Israel Garzón – di un concetto sconvolgente: il razzismo”. Tutto ciò rappresenta l’origine dell’hate speech, l’incitamento all’odio, che si rincorre soprattutto nei post dei social media e che è l’espressione linguistica di un atteggiamento sociale, di relazione ostile verso gli altri, interpretati non solo come “l’altro da me” ma come qualcuno così diverso da diventare per me una minaccia, un nemico, persino qualcuno da eliminare.

Se l’Interculturalità è il processo comunicativo che coinvolge soggetti con patrimoni cultuali diversi e che presuppone forme di dialogo, confronto e di reciproco scambio di conoscenze proponendo una dinamica relazionale per interagire con la diversità, il giornalismo può aiutare a far crescere una consapevolezza interculturale? Come influenza l’approccio alla differenza?

Il giornalismo interculturale andrebbe anzitutto inteso non come una declinazione buonista, che opta per formule neutre o politicamente caute, ma come una modalità di approccio alla notizia. “È ciò che cerca di colmare una carenza aumentando la consapevolezza culturale”, dice Starck. Poter contare su una capacità di decodificazione dei comportamenti altrui significa non solo interpretare e descrivere meglio quel che accade ma anche avere la possibilità di mettere in discussione idee che consideriamo ovvie, riesaminare credenze ritenute ataviche, immutabili, e concedersi la possibilità di un’evoluzione.

Significa capire chi siamo. Non per differenza ma usando la differenza per renderci conto di cosa siamo, con consapevolezza. Quest’approccio presuppone l’approfondimento, l’attenzione al linguaggio e al significato che culture differenti attribuiscono a soluzioni comportamentali e interpretazioni valoriali che l’abitudine a conoscere solo le proprie versioni, o quelle della comunità di appartenenza, le fa ritenere naturali e universali.

Approccio che non è semplicemente utile ai media per dare una lettura più veritiera e responsabile della realtà, ma che è una questione educativa.  “L’educazione ha un ruolo particolare nello sviluppo dell’alfabetizzazione interculturale. Uno dei nostri obiettivi come educatori di giornalismo – dice Starck nel 1998 – dovrebbe essere quello di produrre giornalisti interculturali competenti. Più facile a dirsi che a farsi. Ma almeno dobbiamo essere ragionevolmente chiari rispetto all’obiettivo”.

Stupratori, prima di tutto

di Erica Tessaro del gruppo Net Generation*

Lo stupro, in sé, non fa notizia, non fa scalpore. Eppure la cronaca dell’estate 2017 si è concentrata sullo stupro di Rimini della notte del 25 agosto. Questo perché si è finalmente iniziato a dare il giusto peso agli episodi di violenza contro le donne? Perché si percepisce l’urgenza di scuotere le coscienze e dare l’avvio ad una indignazione generale che modifichi l’immaginario dello stupro? NO. Ha fatto notizia solo perché commesso da immigrati. Mi correggo: certa stampa italiana ha permesso a questa notizia di diventare “La notizia”, non per ciò che è successo, ma per chi ha commesso la violenza.

L’impostazione data è chiara: se lo stupro è commesso da immigrati sono delle “bestie” da stanare, trovare, punire in maniera esemplare e cacciare dall’Italia; se è commesso (come nel 61% dei casi!) da italiani allora i toni cambiano e “la ragazza se l’è cercata”, ci si interroga sulla lunghezza della gonna che portava, oppure gli stupratori “sono bravi ragazzi”. La violenza quindi diventa atto da interpretare a piacimento: un reato gravissimo se commesso da nordafricani, una “bravata” se commesso dai soliti “bravi ragazzi”. Il fatto, ovvero uomini che violentano donne, perde importanza, l’importante è usare la violenza per indirizzare l’opinione pubblica. E non è un indirizzo apolitico concentrato sull’importanza di salvaguardare i corpi, di tutelarli dalle violenze, di dare un immaginario che condanni lo stupro tanto da renderlo unanimemente e universalmente condannabile; no, è un indirizzo politico meramente finalizzato alla condanna degli immigrati. I commenti più comuni agli stupri di Rimini sono sulla falsariga di “ecco, vengono qua e non rispettano niente e nessuno”.

Non è stato visto uno stupro, donne violate nella loro intimità, no, è stato visto l’immigrato che stupra. Ecco ancora che il corpo (femminile) non conta. Conta il malcontento da strumentalizzare, conta la gretta ignoranza della gente che punta il dito contro gli immigrati, contano i voti della malapolitica. Nessun commento reale, utile, veritiero, su ciò che è successo: uomini che violentano donne. Questo è successo. Ed è successo 2333 volte dall’inizio dell’anno.

2333 donne violentate da gennaio a luglio 2017 da 1534 italiani e 904 stranieri. 

E nessuno ha detto nulla.

117 vittime di femmicidio nel 2016. Il 71,8% (dei casi risolti) vede come omicida un italiano, non uno straniero.

E nessuno ha detto nulla.

Il gruppo informale NET GENERATION nasce dalla necessità di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono, tessendo reti innovative, far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. I suoi obiettivi rientrano nelle attività della campagna di promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. Collabora con Veronetta Centoventinove, un’associazione culturale che ha tra le sue finalità quella di favorire e promuovere l’incontro tra culture diverse e tra i cittadini.

La nazionalità prima del crimine

di Elena Guerra

I mass media italiani da una settimana parlano di crimini sessuali commessi in Italia dai cittadini stranieri, dopo i due stupri la notte del 25 agosto scorso ai danni di una turista polacca e una trans sudamericana sulla spiaggia di Miramare, a Rimini. Perchè questo interesse solo ora?

Secondo il dossier del Viminale nei primi sette mesi del 2017 risultano essere stati denunciati 2.333 casi di stupro, che nello stesso periodo del 2016 erano 2.345. Le persone denunciate o arrestate nel 2017 risultano essere 2.438. Tra queste, 1.534 sono italiane (nel 2016 erano 1474) e 904 straniere (909 l’anno scorso).  Quasi quattro denunciati su dieci (esattamente il 37 per cento) sono stranieri. Stranieri, non migranti. Il gruppo italiano di ricerca Demoskopica, in un rapporto relativo agli anni tra il 2010 e il 2014 e pubblicato a novembre 2016, rivela che denunce e arresti hanno interessato in maggioranza gli italiani (61% dei casi), seguiti da romeni (8,6%), marocchini (6%), albanesi (1,9%) e tunisini (1,3%). Anche le vittime sono principalmente donne di nazionalità italiana (68% dei casi), seguite da romene (9,3%) e marocchine (2,7%). La maggioranza invece degli arrivi nel 2017 nelle coste italiane parla invece di persone provenienti da Nigeria (16.317), Bangladesh (8.687), Guinea (8.631) e Costa d’Avorio (7.905).

Secondo l’Istat una donna su 5 in Italia è vittima di violenza sessuale. Il 21% delle donne, oltre 4,5 milioni, ha subito violenza nel corso della propria vita, un milione e 157 mila nelle sue forme più gravi, lo stupro (653mila) e tentato stupro (746mila). E ancora: il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni, 4,3 milioni, è stata vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci. Un crescendo che in una minoranza dei casi, l’1,5%, ha portato a danni seri e permanenti, per strangolamento, ustione, soffocamento. E il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica.

In definitiva, è vero che gli stranieri compiono più stupri degli italiani? Il sito TPI news spiega come vengono conteggiati i reati. Se si considerano i crimini in generale – e non solo i casi di stupro – l‘unico modo che si ha per stimare la quantità di reati commessi è osservare i destinatari di denunce e le persone in carcere, come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) nella sezione fact-checking del suo sito internet. “Dai dati emerge che, a fronte di una presenza di stranieri in Italia equivalente all‘8,3 per cento della popolazione nel 2015, le denunce nei confronti degli stranieri (escludendo quelle a carico di ignoti) erano il 32 per cento del totale, mentre la popolazione carceraria era costituita per il 33 per cento da stranieri”, si legge sul sito.

In altri termini, su mille stranieri presenti sul territorio italiano circa 3,5 sono in carcere, mentre su mille italiani lo 0,6 è detenuto. Sembra dunque che uno straniero abbia una probabilità di essere arrestato di oltre cinque volte superiore rispetto a quella di un italiano. I dati nascondono tuttavia una situazione più complessa: “Mentre stranieri e italiani vengono incarcerati in misura simile per certi tipi di reati violenti, come per esempio le lesioni dolose (5,5 per cento dei reati per entrambe le nazionalità), gli stranieri vengono incarcerati in misura superiore per reati connessi alla produzione e spaccio di stupefacenti (45 per cento contro 36 per cento)”.

Inoltre, l’istituto puntualizza che all‘aumentare dei migranti non sembra aumentare il loro “livello di delinquenza”. Tra 2009 e 2015, a fronte di un aumento del 47% degli stranieri residenti la popolazione carceraria straniera è scesa dal 37% al 33% del totale.