Minori Migranti. L’istruzione come ponte di accoglienza

di Maurizio Corte

In occasione della XV Settimana Antirazzismo, i Dipartimenti di Scienze Umane e di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Verona organizza – venerdì 22 marzo 2019, Aula Magna del Dipartimento di Scienze Giuridiche, via Carlo Montanari 9, a Verona – un convegno dal titolo: “Minori Migranti. L’istruzione come ponte di accoglienza”.

L’iniziativa è rivolta a chi è impegnato nel settore educativo, a partire dai docenti e dirigenti delle scuole, ma aperta a tutti gli interessati. Intende essere un momento di approfondimento e di dibattito su come favorire, in particolare a livello di istruzione, l’inclusione dei minori con background migratorio; su cosa si sta facendo a livello locale e nazionale in tal senso; e quali sono le criticità da tenere in considerazione ai fini di un effettivo miglioramento.

La tavola rotonda della mattina rientra nel progetto europeo Transnational Youth Forum on the Right to Education: Building a brighter future for the Children on the Move (TYF). Il progetto è presentato dall’organizzazione internazionale Hope For Children di Nicosia (Cipro), con il coinvolgimento di università e organizzazioni italiane, portoghesi e francesi, fra cui i Dipartimenti di Scienze Giuridiche e Scienze Umane dell’Università di Verona. Il progetto, finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma Erasmus+ Key Action 3, mira a coinvolgere studenti e giovani adulti nelle riforme politiche nazionali ed europee relative all’inclusione sociale di bambini e ragazzi migranti, in particolare per quanto concerne il settore educativo e l’integrazione scolastica.

Di seguito il programma del convegno aperto alla cittadinanza, con particolare riguardo per dirigenti scolastici, docenti, personale ATA di segreteria, mediatori linguistico e studenti universitari. Interventi e relatori Prima sessione:
Tavola rotonda in occasione della XV Settimana Antirazzismo”. Ore 9.00- 13.00. Saluti istituzionali: Donata Gottardi, Università di Verona; Francesca Briani, Assessore alla Cultura, Turismo, Politiche Giovanili, Pari opportunità Comune di Verona; Albino Barresi, Provveditore agli Studi di Verona.

Introducono “Il Progetto Transnational Youth Forum” Alessandra Cordiano e Isolde Quadranti, Università di Verona.

La via italiana all’educazione interculturale. Il Rapporto Eurydice 2019, L’integrazione degli alunni con background migratorio nelle scuole d’Europa”, Vinicio Ongini, Direzione Generale per lo Studente, l’integrazione, la Partecipazione – Miur.

Tra Università e territorio: didattica dell’Italiano come lingua seconda”, Paola Cotticelli e Serena Dal Maso, Università di Verona.

I network tra compagni di classe come capitale: un’indagine condotta su studenti italiani e non italiani”, Luigi Tronca, Università di Verona.

Diversi da chi? Percorsi di inclusione per gli alunni con background migratorio nelle scuole veronesi”, Cinzia Maggi, Rete Tante Tinte, Matteo Danese, Cestim.

“Strategie e percorsi dell’inclusione: il caso dell’Università di Verona”, Giorgio Gosetti, Università di Verona “Dall’assedio di Sarajevo alla laurea a Verona”, Nermin Fazlagic, Associazione Stecak “I CPIA: questi sconosciuti”, Nicoletta Morbioli, CPIA di Verona “Minori stranieri non accompagnati: istruzione e integrazione”, Catia Zerbato, Comunità San Benedetto. “Collana di storie. Fare formazione con le insegnanti”, Maria Livia Alga, Università di Verona.

Il ruolo dei media nel favorire il dialogo interculturale e l’accoglienza”, Maurizio Corte, ProsMedia, Centro Studi Interculturali, Università di Verona.

Interventi programmati: “Esperienze dei giovani partecipanti del progetto europeo Transnational Youth Forum”, introduce Roberta Silva, Università di Verona. Segue il dibattito Seconda sessione: ore 14.30-16.30. “La normativa sull’integrazione. Le iniziative nazionali e le esperienze significative di altre città”. “La normativa sull’integrazione”, Vinicio Ongini, Direzione Generale per lo Studente, l’integrazione, la Partecipazione, Miur. 3 “La valutazione degli alunni CNI”, Filippo Sturaro, Ufficio Scolastico Regionale Veneto.

I diritti dei lavoratori del mare | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Il porto commerciale di Cape Town è simile a un limbo, dove passano centinaia di migliaia di persone, marinai da tutto il mondo che sfiorano la città, senza mai farne parte davvero. Ciò che avviene al porto rimane al porto, scivola sulla città senza che i suoi abitanti se ne accorgano.

Si tratta di uno dei porti più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa; un luogo di scambi economici e culturali, ma anche di violenze, di criminalità, di abusi e sfruttamento. C’è chi ci passa per qualche giorno, chi rimane intrappolato per mesi.

“The Apostleship of the sea” è un’associazione presente in trecento porti di 50 Paesi e a Cape Town si occupa del benessere dei marinai e dà loro un supporto a 360 gradi, con questioni di documenti, salari, denunce di abusi e maltrattamenti, violazioni contrattuali. In altri porti le associazioni che fanno questo lavoro sono diverse, ma a Cape Town ci sono solo loro.

Nicholas è stato volontario dell’associazione per 10 anni, poi, dopo una pausa di due anni, nel maggio 2018 ha accettato di lavorare per i diritti dei lavoratori del mare a tempo pieno. Ogni settimana sale sulle navi ormeggiate, gira tra i moli, cerca di parlare con i marinai. Alcuni, se hanno problemi, si rivolgono al suo ufficio non appena attraccano, in cerca di un aiuto, di supporto legale e di sostegno, anche psicologico.

Mi racconta che almeno una volta al mese si trova ad affrontare problemi piuttosto grossi: “Arrivano marinai senza passaporto né contratto. Probabilmente gli armatori non hanno registrato in maniera corretta i loro contratti. Alle volte i proprietari della nave si tengono i loro documenti, facendoli lavorare come schiavi, altre hanno un accordo, ma è scritto in una lingua che non conoscono, e quindi non lo capiscono, non si rendono conto che i salari sono più bassi rispetto al minimo legale del Paese in cui il contratto è registrato. I primi sei mesi magari non guadagnano nulla pur lavorando nella nave, perché devono pagarsi tutto, dal pranzo all’acqua per lavarsi. Poi iniziano a guadagnare qualcosa, ma capita che gli ufficiali si tengano parte dei soldi. I peggiori problemi li abbiamo con le navi cinesi o di Taiwan, mentre quelle battenti bandiera giapponese di solito sono a posto. Ci sono anche dei casi che potremmo definire di traffico di esseri umani, soprattutto dal Myanmar o dal Vietnam: persone che lavorano nelle navi, ma non hanno un contratto registrato con il governo, per cui nell’elenco dell’equipaggio non esistono e sono dunque privi di ogni diritto. All’inizio di ottobre è arrivato un ragazzo che era stato appeso con una corda al collo, come punizione: siamo riusciti a far licenziare l’ufficiale responsabile”.

È Nicholas a portarmi a conoscere James e Juma, due marinai kenioti bloccati a Cape Town da oltre un anno. Il piccolo rimorchiatore Comarco Falco è arrivato in città nel maggio del 2017 dopo aver scaricato a Port Elizabeth. Qui doveva essere venduto e l’equipaggio avrebbe preso l’aereo per tornare in patria, in Kenya. Qualcosa tuttavia è andato storto, l’affare è andato a monte perché non c’era un accordo sul prezzo del rimorchiatore, e questo è rimasto attraccato nel porto di Cape Town per quasi due anni. Alla fine dopo alcun denunce, poiché l’equipaggio non veniva pagato da tre mesi e non venivano fornite provviste a sufficienza per vivere, la nave è stata posta sotto sequestro e la maggior parte dell’equipaggio è tornato a casa a metà ottobre 2018. Hanno ricevuto un mese di stipendi arretrati, sono rientrati a Mombasa e attendono il resto dei soldi. A bordo della barca sono rimasti James e Juma, perché una barca, anche se attraccata, non può rimanere incustodita.

Quando li ho incontrati, agli inizi di novembre, si trovavano bloccati nella città sudafricana già da un anno e quattro mesi e da tre mesi non percepivano più uno stipendio. La situazione li stava logorando fisicamente e psicologicamente: senza soldi, lontani da casa, in un Paese che non era il loro. Nicholas li stava aiutando, ma andarsene prima di essere stati pagati avrebbe significato perdere ogni speranza di rivedere i propri soldi.

Entrambi avevano una famiglia ad attenderli in Kenya e tanta nostalgia. Juma a oggi non può ancora riabbracciare la moglie e i suoi sei figli e avanza, da ottobre a febbraio, ancora 1500 dollari di stipendi arretrati. James invece il 31 gennaio ha finalmente preso un aereo per Mombasa e ora ha raggiunto la moglie e il figlio e ottenuto tutti i soldi arretrati grazie al continuo sostegno di Nicholas e di padre Rico che collabora con lui. Entro la fine del mese dovrebbe tornare in patria anche Juma. Sperando che nel frattempo gli siano restituiti i soldi che avanza, visto che partire senza può significare non vedere più il denaro che gli spetterebbe di diritto.

Sfortunatamente per due marinai che hanno ricevuto sostegno e forse concluderanno entrambi in maniera positiva la loro storia ne rimangono tanti altri ancora sfruttati e abusati. La violenza a bordo delle navi è una cosa piuttosto comune e spesso la paura e la poca consapevolezza dei propri diritti fanno si che molti non denuncino e che armatori, capitani e ufficiali di bordo esercitino sui loro sottoposti un controllo simile a quello degli antichi padroni con i loro schiavi.

Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi

Come si combattono le fake news sull’immigrazione? Anche con numeri e dati. È uno dei punti di forza del Dossier Statistico Immigrazione 2018, un sussidio per favorire la conoscenza del fenomeno migratorio. In un’epoca di mistificazione delle migrazioni, questo documento continua a proporsi come uno strumento che, attraverso la lezione dei numeri e un’analisi ragionata della realtà, può aiutare a conseguire una comprensione più esatta del fenomeno.

L’incontro “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” di giovedì 14 febbraio alle 20.30 a La Sobilla (dalle 19.30 calda accoglienza in Salita San Sepolcro, 6/b, zona Porta Vescovo) vuole approfondire la questione con i numeri veronesi e veneti grazie all’analisi di Gloria Albertini, redattrice regionale IDOS/Progetto “Voci di Confine”, ed Elena Guerra, giornalista e ricercatrice nell’ambito dell’analisi dei media di Prosmedia.

L’ultima relazione della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo attesta che l’Italia è il Paese del mondo con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione. Non sorprende perciò che, secondo un sondaggio del 2018 condotto dall’Istituto Cattaneo, gli italiani risultino essere i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà riguardo al numero di stranieri che vivono nel paese, credendo che ve ne siano più del doppio di quelli effettivamente presenti. In realtà nell’Ue a 28 Stati, dove – in base agli ultimi dati Eurostat al 1° gennaio 2017 – i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e incidono per il 7,5% sulla popolazione complessiva, l’Italia non è né il Paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Durante la serata “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” si vuole scardinare qualche stereotipo e pregiudizio nei confronti del fenomeno migratorio, anche con l’apporto di alcune realtà del territorio impegnate a creare spazi interculturali di condivisione.
Per chi ne fa esplicita richiesta via mail a comunicazione@prosmedia.it con nome e cognome della persona che parteciperà all’evento validi per il ritiro, verrà messo a disposizione gratuitamente (fino a esaurimento scorte) il Dossier Statistico Immigrazione 2018, realizzato da Idos in partenariato con Confronti, con la collaborazione dell’UNAR, il contributo di “Voci di Confine-Progetto Aics” e il sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi. Ingresso libero con tessera consigliata. L’evento è realizzato grazie all’associazione veronetta129, La Sobilla, Prosmedia e Cestim.

Lawrence House, finestra sul mondo | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol
Raccontare la Lawrence House, raccontarla davvero, è difficile come racchiudere il mondo in una scatola. Facile parlare di centro di accoglienza, di minori non accompagnati, di dati e di statistiche. Più difficile spiegarne la quotidianità e le dinamiche. Provate a immaginare vostro figlio o nipote bambino o adolescente, con tutti i problemi legati a quell’età turbolenta e piena di cambiamenti. Moltiplicate per 25. Venticinque ragazzi fra gli 8 e i 19 anni, con esigenze dunque diversissime. Che vivono nella stessa casa e condividono tutto: cibo, camera, sala tv, bagni. Aggiungete che questi ragazzi hanno alle spalle storie di sofferenza, di abbandono, di distacco dal Paese di origine, di abuso o di violenza familiare. Aggiungete che non vivono in un luogo separato dal resto del mondo, ma in una società globale, che porta con sé sogni, desideri e speranze comuni a tutti i ragazzi della loro età.

Questa casa non può essere racchiusa nelle sterili parole “centro di accoglienza”, ma è un organismo vivo, che respira e si evolve, in cui ogni giorno è diverso da quello precedente, in cui si instaurano dinamiche di volta in volta differenti, in cui gli equilibri si creano e si spezzano come le onde del mare, in cui le vite di decine di persone si intrecciano nei modi più inaspettati.

La Lawrence House è un luogo aperto al mondo, un luogo in cui tutti sono benvenuti e possono sentirsi a casa. Ogni giorno si ride, si scherza, si litiga, si sbaglia, si urla, si impara. Fa tutto parte della quotidianità di una casa dove i ragazzi, grazie agli educatori che gli stanno accanto e ad attività e percorsi costruiti per loro, provano a costruire un sé positivo e si preparano ad affrontare al meglio il loro futuro. Se vi capitasse di entrarvi verso le sei del mattino, vi trovereste di fronte a un uragano urlante di bambini e ragazzi che corrono per i corridoi vestendosi, fanno colazione mentre cercano le cose per la scuola, e nel frattempo ascoltano musica, cantano e ballano. Non ho altre parole per descrivere quello che accade alla Lawrence House ogni mattina se non come vita, o come un quotidiano tentativo di demolire l’edificio. In un paio d’ore poi tutti escono per raggiungere le loro scuole, e la casa si spegne in un silenzio quasi surreale.

Tra questi ragazzi c’è Sabine. Ha 15 anni e viene dallo Zambia. Mi ha chiesto di imparare l’italiano, così ogni tanto dopo cena abbiamo fatto qualche lezione di lingua con lei e una sua amica. Mi accorgo presto di quanto sia brava e una sera, mentre chiacchieriamo in cucina, le faccio i miei complimenti. Mi dice che ci tiene molto a studiare la nostra lingua, perché vorrebbe vivere in Italia, a Venezia. Le racconto che Venezia è una città meravigliosa, ma non la più facile in cui vivere. Allora Roma? Perché no? È una metropoli piena di opportunità, un po’ caotica forse… forse meglio Milano.

Parlo con lei sorridendo, ma mi chiedo se venendo nel mio Paese troverebbe il futuro che sogna o diffidenza, emarginazione e razzismo.Sabine mi dice che vuole completare gli studi e trovare un buon lavoro, mettere da parte i soldi e poi tornare in quei luoghi dove ora va in gita con i bambini della Lawrence House, come le spiagge dei ricchi. Vuole andare lì con i suoi soldi, ed essere trattata come una persona normale, con rispetto, non più come un bambino bisognoso che suscita compassione.

Mi dice che vuole viaggiare, girare il mondo, conoscere culture diverse, e nelle sue parole rivedo me stessa alla sua età. Con una piccola differenza: io con il mio passaporto posso andare ovunque, o quasi; lei non ha nemmeno un certificato di nascita. Da anni qui alla Lawrence house stanno lottando per farle ottenere un documento che ancora non c’è. Così lei va a scuola, ma solo informalmente: se non salta fuori quel pezzo di carta e non si riesce a registrarla non otterrà mai un diploma che attesti i suoi studi, non potrà lavorare in maniera regolare, né fare nulla di quello che sogna una ragazza di quindici anni. Oltre a vedere il mondo, Sabine vuole anche una famiglia e dei bambini. Da adolescente il suo unico timore è quello di non riuscire a conciliare i due desideri, e rifiuta di pensare che senza documenti nulla di tutto ciò sarà realizzabile.

Una finestra su Cape Town | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Cape Town e Robben Island
viste dalla cima della Table Mountain

Chi parla di invasione riferendosi alle migrazioni che dal continente africano raggiungono l’Italia e l’Europa non usa nessun criterio razionale per definire il fenomeno: circa l’80% delle migrazioni africane,secondo i dati dell’agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite, avvengono infatti all’interno del continente, dalle zone rurali alle aree metropolitane,da Paesi in guerra o in situazione di povertà assoluta, con forti sconvolgimenti sociali o politici, da Stati con grossi problemi climatici. Le persone si spostano verso i luoghi sicuri più vicini, appena attraversato il confine,oppure verso le aree più ricche del continente, come il Sudafrica.

È proprio per comprendere meglio il fenomeno delle migrazioni verso il Sud del mondo che ho trascorso due mesi a Cape Town, in Sudafrica, lavorando come volontaria in una casa per minori stranieri non accompagnati o separati dai genitori, e a stretto contatto con lo Scalabrini Centre of Cape Town, da cui la struttura per minori dipende. Il centro si occupa di rifugiati e richiedenti asilo a 360 gradi, attraverso progetti di accoglienza, insegnamento della lingua inglese per stranieri francofoni o arabi, orientamento al mondo del lavoro, consulenze legali per l’ottenimento dei documenti, una piattaforma per educare le donne migranti ai propri diritti e un centro studi sulle migrazioni connesso con università e istituti di ricerca di tutto il mondo.

A chi mi chiede come sia il Sudafrica, rispondo che si tratta di un Paese davvero bizzarro, e non avrei molti altri aggettivi con cui definirlo. È un Paese dalle tante contraddizioni, un Paese dalle bellezze naturali mozzafiato,luoghi magici e paesaggi da sogno; il tutto accompagnato da un tasso di criminalità talmente alto da non permettere a chi vuole conoscere tali bellezze di girare serenamente ed esplorare questi mondi meravigliosi. È il Paese dalle spiagge bianchissime, della catena montuosa dei Dodici Apostoli che, vista dalla costa,pare gettarsi a picco nell’oceano, dei grandi parchi naturali e dei quartieri vip con le ville con piscina appartenenti agli attori di Hollywood; ma basta allontanarsi solo poche decine di chilometri per trovarsi di fronte a immense distese di baracche di lamiera, dove non esistono nemmeno i servizi igienici, e osservare la distesa delle township che si estende a perdita d’occhio. Povertà estrema, ricchezza eccessiva e sfarzosa, libertà e uguaglianza, conquistate con il sangue solo nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, e ancora così lontane dall’essere raggiunte davvero.

Si tratta di uno dei Paesi con il governo più stabile del continente africano, tuttavia la corruzione logora tutto, a tutti i livelli. La costituzione democratica nata nel 1994 con l’ascesa al potere di Nelson Mandelatutela le minoranze, le diversità, garantisce la libertà di espressione e di stampa. Lo Stato ha una delle politiche più aperte e progressiste in materia di rifugiati: non esistono centri di accoglienza né di detenzione preventiva per l’identificazione di chi entra nel Paese. Chi fa domanda come rifugiato in Sudafrica può immediatamente cercarsi un lavoro e costruirsi un futuro inattesa dei documenti definitivi che attesteranno il suo status. (La legge sull’immigrazione sta per cambiare anche lì, ma di questo parlerò più approfonditamente in uno dei prossimi post). Tuttavia i percorsi per la richiesta dei documenti sono complessi, irti di burocrazia, farraginosi e costosi, oltre che disseminati di funzionari corrotti e di ingranaggi da oliare nel modo più appropriato.

I bambini, tutti i bambini, sono tutelati dal Children’s Actdel 1983, eppure assistiamo ad alcune delle violazioni dei diritti umani più vergognose al mondo, che si lasciano alle spalle centinaia di migliaia di minori senza documenti, fantasmi a cui viene strappato ogni futuro.

Cape Town è anche uno dei porti commerciali più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa, fonte di ricchezza, di scambi economici eculturali. L’altra faccia della medaglia, quella più invisibile, è quella degli schiavi del porto, marinai a cui vengono sequestrati i documenti, sfruttati,retribuiti con salari più bassi del minimo legale, o non retribuiti affatto.Picchiati, abusati fisicamente e psicologicamente, alle volte rimangono bloccati per mesi e mesi in città, senza poter abbandonare navi che non ripartiranno e senza poter tornare a casa dalle proprie famiglie.

Questo e tanto altro è il Sudafrica che ho visto e sentito sulla mia pelle, il Paese che mi è rimasto nel cuore nonostante tutto, il Paese che nelle prossime settimane proverò a raccontare più nel dettaglio, per chi avrà voglia di scoprirlo con me.

Immigrazione e media: il ruolo dei giornalisti nell’informare i cittadini

di Maurizio Corte

Notizie di chiusura”, il sesto rapporto dell’Associazione Carta di Roma,conferma quanto – come gruppo di ricerca ProsMedia – siamo andati studiandone gli ultimi dieci anni sul tema “media e immigrazione”.

Sul tema “migranti e mass media” la stampa italiana – in tutto lo spettro dei media mainstream e dei social media – si rivela essere in continua “emergenza immigrazione”, dice il rapporto della Carta di Roma. Il dato era prevedibile e tale resterà: la classe politica italiana non ha alcuna intenzione di tematizzare in modo strategico la “questione immigrazione”.

Il rapporto dell’Associazione Carta di Roma poi segnala un calo delle notizie sull’immigrazione, nel corso del 2018, in concomitanza con il nuovo governo Lega-Cinque Stelle. Anche questo era prevedibile.

Nel 2011, come ProsMedia, con il governo Monti registrammo un netto calo di notizie sui migranti. Da un lato vi era stato una diminuzione degli sbarchi di cittadini stranieri sulle coste italiane; dall’altro non faceva comodo ad alcun partito politico usare l’immigrazione (e le notizie su cittadini stranieri) come arma di lotta politica.

Può fare comodo al governo ora in carica alimentare l’emergenza degli sbarchi? La risposta è no. Da un lato perché gli sbarchi sono calati. Dall’altro perché nuocerebbe all’immagine di settori del governo far vedere che, nonostante il Decreto Sicurezza e i proclami di fermare le navi dei migranti, il fenomeno non si arresta.

Quello che conviene, sul piano della lotta politica, è proseguire quanto il rapporto “Notizie di chiusura” registra, grazie allo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia sui media. Ovvero l’associazione fra immigrazione e insicurezza, fra immigrazione e criminalità, fra immigrazione e clandestinità.


Quanto al dato della maggiore “voce” concessa sui media ai cittadini stranieri – come rileva il rapporto di Carta di Roma – siamo di fronte a un “falso positivo”. I cittadini immigrati sono comunque rappresentati come vittime di atti di razzismo o di violenza; in ogni caso come un problema. Né come risorse della società, né come cittadini con diritti e doveri.

Un altro elemento interessante di “Notizie di chiusura” è che la televisione mostra un maggiore “allarmismo” e più notizie, rispetto a un tono meno gridato e a meno articoli del giornali (se confrontati con il passato).

Anche qui vi è una spiegazione: è indubbio che una parte importante dell’informazione su carta sia su posizioni anti-governative. Le direzioni di quei giornali ben sanno che l’immigrazione è un’arma politica e si adeguano di conseguenza.


In conclusione, dal rapporto dell’Associazione Carta di Roma emerge poi il ruolo fondamentale di noi giornalisti. Come osserva il suo presidente, Valerio Cataldi: “La ricerca della verità sostanziale dei fatti, con l’uso corretto delle parole e l’obiettività dei numeri sono il solo argine alla costruzione distorta della realtà che gli ‘spaventatori’ ripetono ogni giorno. È una questione di dignità, di credibilità, di sopravvivenza del mestiere di giornalista”.

“Il Washington Post per arginare il presidente Trump che non vuole giornalisti che fanno domande, ma giornalisti che rilanciano i suoi tweet e i suoi messaggi aggressivi, ha proposto di evitare di ripetere le bugie della politica”, fa notare Cataldi. “Evitare di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”.

È necessaria “una riflessione anche nel nostro paese, che Carta di Roma ha rilanciato con un appello ai direttori di giornali e telegiornali”, sottolinea il presidente dell’Associazione, Cataldi. “Le parole possono trasformare la realtà. E la responsabilità è anche, e forse soprattutto, di chi scrive e riproduce quelle parole. Per questo abbiamo deciso di lanciare una campagna sull’uso corretto delle parole”.

La “terapia semantica” – con l’uso attento delle parole – è una delle azioni pratiche del Giornalismo Interculturale, come l’abbiamo delineato – quale gruppo ProsMedia – nel libro“Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale”(Cedam, 2014).

La scelta del linguaggio, assieme a quella dei temi da sottoporre ai lettori,qualifica la professione di giornalista come “mediatore” tra le fonti e il pubblico. Evita che il giornalista divenga il megafono e il servitore di questa o quella fonte, di questa o quella parte politica.

Ecco che la dignità e l’autonomia professionale dei giornalisti passa anche attraverso un trattamento del tema immigrazione che sia corretto, imparziale, preciso nell’uso delle parole e scevro da pregiudizi.

Il ruolo dei giornalisti – come conferma “Notizie di chiusura”, il rapporto dell’Associazione Carta di Roma su “media e immigrazione” – diventa fondamentale in una democrazia. Soprattutto a fronte di un fenomeno strutturale della nostra società, qual è quello dei migranti. E implica un impegno etico e un rispetto della deontologia per evitare – come rileva lo studio di Carta di Roma su Facebook – che l’odio, lo scontro, la discriminazione e tutto il relativo arsenale di offese manipolatorie abbiano la meglio sul dibattito onesto e proficuo.

Parole “sbagliate” e titoli “tendenziosi”: quanto ci condizionano?

di Barbara Minafra

“Azione o comportamento che mira a creare artificialmente, e per lo più allo scopo di ottenere un preciso risultato, un clima di tensione”: la Treccani definisce così l’allarmismo, quel clima diffuso che sembra pervadere i nostri media, insieme alle derive populiste e demagogiche nate come reazione alla crisi del capitalismo e ai conseguenti cambiamenti geo-politici ed economici in atto.

Nel 2017 è stato registrato un significativo incremento dei toni allarmistici sulla carta stampata: quasi 20 punti in più rispetto all’anno precedente (dal 27% del 2016 al 43% dello scorso anno). Detto altrimenti, 4 titoli/notizie su 10 risultano avere un potenziale ansiogeno. I dati sono del quinto Rapporto della Carta di Roma, il quale registra toni allarmistici nella dimensione dei flussi migratori, nel racconto delle morti in mare, nell’urgenza dei soccorsi, nell’emergenza degli arrivi, nella gestione dell’accoglienza. Si parla della criminalizzazione del soccorso in mare, delle infiltrazioni terroristiche, delle condizioni di profughi e migranti nei campi di detenzione, e si mettono in correlazione le migrazioni (economiche o per ragioni umanitarie) con la sicurezza del Paese, la diffusione di malattie, il disagio sociale, i problemi di convivenza.

Lo scorso anno ha segnato maggiore visibilità per criminalità e sicurezza, terzo tema con il 16% dei titoli sulle prime pagine dei quotidiani, dopo la gestione dei flussi migratori (prima voce nel 2017 con il 44%) e l’accoglienza a quota 24% che però, pur occupando la seconda posizione, si dimezza rispetto al 2015. Per il Rapporto della Carta di Roma permane una sovraesposizione del tema della criminalità e della visibilità di migranti e profughi come autori di reato. In particolare, il racconto di fatti relativi ai crimini e alla minaccia all’ordine pubblico è quasi tre volte in più rispetto al 2015. In un certo senso, anche se non ci fosse connessione esplicita tra le due notizie, le due questioni finiscono per associarsi nella testa del lettore.

Nel suo saggio sull’opinione pubblica datato 1922 – ben 96 anni fa – Walter Lipmann scriveva: “Non c’è nulla più refrattario all’educazione, o alla critica, di uno stereotipo. Si imprime sull’evidenza, nell’atto stesso di constatarla”. In altre parole, più si consolida un certo tipo di visione sociale, una certa interpretazione della società, più si deforma la lente, si distorce una lettura corretta degli eventi, si condiziona l’occhio di chi guarda.

Se poi a corroborare il preconcetto, a incidere sull’opinione pubblica già densa di tensioni (che nell’hate speech hanno una diffusione social), sono le testate giornalistiche (cioè la comunicazione formale, istituzionalizzata, riconosciuta), il potere di condizionare e avallare un certo tipo di lettura sociale, di interpretazione della realtà, si amplifica. Gli articoli di giornale finiscono per avere un peso superiore, per essere titoli, parole e dunque idee più “pesanti” del dovuto, divenendo alibi o sponde morali di atteggiamenti discutibili, al punto che il comportamento violento se non accettato risulta almeno giustificabile, indotto da un certo clima.

Il fatto stesso che in 10 mesi 14.813 titoli siano stati dedicati all’immigrazione e nel 2017 siano stati solo 43 i giorni senza questo argomento, racconta la visibilità continua del tema (anche se con un’intensità inferiore rispetto agli ultimi due anni quando le giornate senza notizie erano 12), e la dice lunga sugli effetti dell’esposizione mediatica.

Il fenomeno migratorio non solo è sempre più strutturale e meno emergenziale ma a livello sociale è “pane quotidiano”, è una sorta di strada obbligata, una presenza anche per chi materialmente non incontra immigrati per strada. “Senza sorpresa”, dice il quinto Rapporto, “migrante” e “profugo” sono fra i termini più presenti nei titoli, utilizzati 2.455 (17% dei titoli) e 1.322 volte (9%).

Se si analizza la produzione giornalistica si ha una conferma della tendenza positiva rilevata negli ultimi anni: l’utilizzo di termini giuridicamente scorretti risulta diminuito. “Migrante” e “profugo” hanno stabilmente sostituito “clandestino”, termine stigmatizzante che resta tra i 30 più ricorrenti nei titoli (195 volte rispetto ai 6 quotidiani nazionali esaminati). Evidentemente, non si deve abbassare troppo la guardia se l’Associazione Carta di Roma ha appena aggiornato le Linee Guida per l’applicazione del protocollo deontologico su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti del 2008 e lanciato la campagna “Vediamo l’effetto che fa”.

Poiché la scelta delle parole dà forma al racconto, ne disegna il contenuto e se si sbaglia l’uso delle parole si deforma il fatto raccontato, si invita a un esperimento sociale e comunicativo: sostituire “clandestino” con “persona”, la parola “immigrato” con “uomo/donna” per arginare il dilagare dell’intolleranza legata agli stranieri che si manifesta anche con parole aventi una semantica che rimanda all’hate speech.

Questo perché, se le “violazioni colpose” della Carta di Roma – che derivano dalla scarsa conoscenza del principio costituzionale che sancisce il diritto all’asilo e della Convenzione di Ginevra – sono diminuite, sono parallelamente aumentati i titoli che “connettono deliberatamente comportamenti criminali all’appartenenza religiosa o alla nazionalità dei loro autori”. Il messaggio subliminale che passa, continuando a depositarsi, stratifica l’ansia, rafforza l’allarme sociale, consolida il pregiudizio e con le nostre paure finiamo per rafforzare ciò che ci spaventa.

Il potere di un tweet: le Mappe dell’Intolleranza

di Cristina Martini

Il web è una palestra d’odio? Quanto “pesano” le parole utilizzate sui social media nei confronti delle minoranze? Lunedì 25 giugno è stata presentata all’Università degli Studi di Milano la terza edizione della “Mappa dell’intolleranza” dell’Osservatorio dei diritti Vox, in collaborazione con la Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l’Università di Bari Aldo Moro e il dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

326 mila tweet contro le donne, 73 mila contro i migranti, 64 mila contro i musulmani, 22 mila contro gli omosessuali, 15 mila contro gli ebrei: questi i risultati del progetto contro l’intolleranza, ispirato da esempi come la “Hate Map” della americana Humboldt State University. Il lavoro ha comportato dieci mesi di monitoraggio della rete Twitter con 6 milioni di tweet estratti e studiati. Ciò è stato possibile attraverso l’uso di una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti.

Sono stati mappati l’odio razziale, l’omofobia, l’odio contro le donne, contro i diversamente abili e l’antisemitismo: attraverso i tweet sono stati contestualizzati e localizzati i messaggi. La geolocalizzazione ha consentito di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio;  per ciascun gruppo esaminato sono poi state messe a punto delle mappe termografiche in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno. Quanto più il colore della mappa termografica si avvicina al rosso, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

Per Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia alla Sapienza, “è facile dare voce alla propria pancia quando c’è l’anonimato, quando c’è la brevità della comunicazione, con poco spazio per l’articolazione cognitiva”. Un elemento fondante è la disumanizzazione dell’altro, ossia “prendere le distanze da qualcuno e dare libero sfogo all’aggressione di qualcuno perché è stato disumanizzato”, mentre una novità è rappresentata dalla “legittimazione sociale a cui sta andando incontro tutta questa vicenda: una volta l’odio era custodito, a volte anche con vergogna, dentro una bolla di segreto, oggi invece è molto popolare”. Sulla diffusione dei messaggi d’odio e la connessa popolarità è intervenuto Giovanni Ziccardi, docente di Filosofia del diritto alla Statale di Milano: “vi sono altresì tanti casi di persone che odiano in rete ma non odiano, cioè hanno scoperto che odiare una persona porta a quella che viene definita “gratificazione digitale”, ossia l’appagamento dovuto alla visibilità ottenuta dalla pubblicazione del messaggio.

È sempre più significativa la correlazione tra il linguaggio d’odio e la presenza di episodi di violenza; mentre nel “mondo reale” sembra più semplice il contenimento riguardo l’uso di una certa terminologia, quando si sfocia nel “mondo virtuale” le idee o le credenze vengono espresse con modalità più assolute, di idealizzazione o, più spesso, di svalutazione o denigrazione. A seguire troverete le “Mappe dell’intolleranza” (fonte Vox): che potere può avere un messaggio, anche se di solo 140 caratteri?

 

 

 

 

 

 

 

 

Cartoline contro l’odio

di Elena Guerra

Ripartire dalle parole, dal loro significato e dall’uso che ne facciamo, attraverso dodici cartoline che vogliono sottolineare la differenza tra percezione e realtà, per guardare oltre stereotipi e luoghi comuni. È questa “la protesta culturale” messa in atto da La Carta di Roma attraverso 12 cartoline, in occasione del suo decimo anno di vita, con l’aggiornamento del suo codice deontologico giornalistico avvenuto lo scorso 25 giugno alla Casa del cinema.

Un’azione per tentare di riportare il dibattito pubblico su binari il più possibile aderenti alla realtà. La prima regola della Carta di Roma è quella che invita i giornalisti ad utilizzare sempre i termini giuridicamente appropriati al fine di restituire al lettore la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri. Non esistono parole sbagliate, esiste invece l’uso sbagliato delle parole. “Invasione”, “clandestino” e “razza” sono solo alcune delle parole male utilizzate nel racconto delle migrazioni, fino al punto di costruire una percezione del fenomeno migratorio ben diversa dalla realtà.

L’Associazione Carta di Roma vuole provare a ridefinire le parole, attribuendogli il giusto significato. Per questo anche noi di Prosmedia condivideremo ogni martedì sui canali social, a partire dal 3 luglio, una delle 12 cartoline realizzate contro i discorsi di odio. Le definizioni del vocabolario delle 12 parole chiave usate nel racconto giornalistico legate alle immagini della realtà delle migrazioni sono accompagnate dagli scatti di Roberto Salomone.

Figli adottivi: il razzismo strisciante sui media

di Maurizio Corte

Figlio adottivo uccide il padre. Fermato 40enne di origine straniera dai Carabinieri”. Così titola l’agenzia Ansa una notizia del 21 maggio 2018 da Brescia.

Le domande che si impongono di fronte a un titolo del genere – se leggiamo l’informazione con un occhio critico – sono due. La prima domanda: l’essere figlio “adottivo” c’entra in qualche modo con l’uccisione di quel padre? La seconda domanda è sullo specificare che il fermato è un 40enne di “origine straniera”. Ha importanza la sua origine ai fini dell’evento? Ha una qualche attinenza con la notizia?

Proviamo a leggere la notizia: “Un uomo di 74 anni, Marino Pellegrini, è stato ucciso in casa a Fiesse, in provincia Brescia”, scrive l’agenzia Ansa, sul suo sito web. “Secondo quanto emerge dalle indagini ad accoltellarlo sarebbe stato il figlio di origine polacca della moglie, anche lei straniera”.

Prosegue la notizia dell’agenzia Ansa: “Il delitto è avvenuto all’esterno della sua abitazione nel paese bresciano probabilmente al termine dell’ennesima lite tra i due. Il 40enne ritenuto responsabile dell’omicidio è stato arrestato e si trova ora nella caserma dei carabinieri. Alle spalle avrebbe già precedenti, un periodo in carcere e problemi legati all’uso di alcol e droga”.

Possiamo notare innanzi tutto che nel testo la parola “adottivo” non compare. L’assassino ha avuto problemi di alcol e droga: questa è forse la ragione dell’omicidio. La leggiamo, però, solo all’ultima riga. Il che è molto grave, a livello di tecnica giornalistica: le informazioni importanti vanno date all’inizio dell’articolo.

Il fatto che sia figlio della moglie della vittima, e che la signora sia polacca, non significa che il 40enne sia stato adottato dall’uomo ucciso. Ma quant’anche fosse stato adottato, l’adozione ha a che fare con l’omicidio? Predispone a uccidere un uomo che non è il padre biologico?

È di per sé evidente che siamo di fronte a una “non notizia”. Se la “notizia” è il resoconto di un evento che merita di essere portato all’attenzione del lettore, lo status di figlio adottivo che importanza ha? Se l’assassino 40enne porta il 44 di scarpe e tifa Juventus, lo dovremmo trovare nell’articolo? Eppure il peso delle diverse informazioni – essere adottivo e tifare Juventus – in questa vicenda è lo stesso. Non si comprende, poi, quanto conti il fatto che la moglie sia di origine polacca. L’essere straniera ha una qualche importanza per comprendere l’evento?

Mi sono sempre chiesto il motivo di questi elementi – status di figlio adottivo, origine straniera, specificazione della nazionalità – che alla prova dei fatti risultano superflui. La stessa cosa, accadeva sui giornali del Nord, negli anni cinquanta, sessanta e settanta nei confronti degli italiani di origine meridionale.

Come mai si ripete quella forma di discriminazione verso la “diversità culturale”? Come mai l’origine “straniera” e l’essere figlio adottivo – per alcuni giornalisti – sono meritevoli di attenzione? Le risposte sono due. E non sempre sono alternative. La prima è una grave ignoranza, in una categoria – quella di noi giornalisti – che ha seri problemi di formazione. La seconda è una forma strisciante di razzismo. Vi è poi forse la sciocca speranza di attirare più clic e più attenzione su una notizia se la si caratterizza con una qualche forma di “diversità”.

Possiamo dire che l’essere “diversi” culturalmente è diventato un criterio di notiziabilità. Un criterio che, alla prova dei fatti, non aumenta il numero dei lettori e fa perdere di crebilità a chi scrive.