“Ma che genere di linguaggio!”, convegno a Verona

di Cristina Martini

Possono immagini, parole e pensieri indurre i comportamenti violenti? Quali passi avanti sono stati fatti e quanti da fare ancora per una cultura rispettosa delle differenze? Su queste ed altre domande si cercherà di riflettere venerdì 19 ottobre dalle 16 al convegno “Ma che genere di linguaggio!”, organizzato dal Coordinamento di associazioni Caffè e parole e ospitato in sala Farinati, biblioteca Civica a Verona. Oltre all’intervento di chi scrive, relazioneranno Michele Cortellazzo, docente di Linguistica dell’Università di Padova e Irene Biemmi, ricercatrice dell’Università di Firenze.

Nominare la realtà con le parole giuste nel quotidiano, nei libri scolastici, nelle pubblicità, nel mondo dell’informazione è una responsabilità a cui non ci si può sottrarre, se l’intento è quello di lavorare per una cultura del rispetto. Questa passa da un superamento degli stereotipi legati al genere, che inquadrano e “ingabbiano” maschile e femminile in alcuni schemi prestabiliti che spengono le unicità di ciascuno/a e creano delle aspettative sulle caratteristiche che bambini e bambine, uomini e donne dovrebbero avere per essere socialmente percepiti come “normali”.

“Ma che genere di linguaggio!” è ad ingresso libero e rivolto a cittadini/e ma anche a tutti/e coloro che lavorano negli ambiti dell’educazione, della comunicazione e con i/le più giovani.

Ferrara | Festival di Internazionale 2018

di Cristina Martini

3 giorni di incontri, workshop e laboratori per bambini, 216 ospiti da 44 Paesi dei 5 continenti, più di 75.000 presenze attese: questi sono i numeri in crescita del Festival di Internazionale 2018, l’appuntamento annuale che dal 5 al 7 ottobre porterà a Ferrara i giornalisti di tutto il mondo.

Giunto ormai alla dodicesima edizione, il Festival propone al pubblico dibattiti, workshop, mostre, proiezioni di film e documentari alla presenza di giornalisti, studiosi, scrittori, fotografi e artisti. Ferrara sarà spazio e luogo di contaminazione culturale su molteplici tematiche quali attualità, economia, letteratura, fumetti e fotografia.

Il simbolo del Festival 2018 racchiude in sé il messaggio e il filo conduttore degli incontri: il tempo è scaduto. Suona quindi una sveglia: l’ascesa dei nuovi populismi, il ritorno di misure protezionistiche e il dilagare di posizioni xenofobe hanno generato in Europa e nel mondo un forte bisogno di risposte. Dalle guerre in corso alle catastrofi ambientali, dal razzismo alle disuguaglianze economiche e sociali, è tempo di reagire.

“In un’epoca di muri e di percorsi di isolamento – afferma il vice sindaco di Ferrara Massimo Maisto – Internazionale a Ferrara è una manifestazione di straordinaria importanza, perché apre lo sguardo e la conoscenza verso tragitti, storie, esperienze diverse, consente confronti, stimola curiosità, favorisce la contaminazione del pensiero e delle opinioni. È un festival che “accoglie”, che approfondisce, che squaderna sul suggestivo palcoscenico del centro storico di Ferrara problemi, scenari e prospettive del mondo futuro – globale e locale – che ci attende”.

Le attività saranno per la maggior parte gratuite e raggiungibili in modo sostenibile (a piedi o in bicicletta). Internazionale e la città di Ferrara hanno ancora una volta profuso il loro impegno per rendere questo grande appuntamento accessibile a tutti, senza barriere architettoniche.

Puoi consultare il programma qui: https://www.internazionale.it/festival/programma.

La Carta di Assisi contro i muri mediatici

Foto da Corriere delle Migrazioni

di Cristina Martini

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te”: così inizia il decalogo della Carta di Assisi, che vuole porre al centro dell’attenzione il peso delle parole, il dialogo, la pace e il modo di fare informazione e comunicazione.

Presentata un anno fa nel corso dell’assemblea annuale di Articolo 21, la Carta di Assisi verrà rilanciata il 6 ottobre 2018 e sottoscritta da giornalisti/e e cittadini/e. Per Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi) “è giunto il momento di passare dall’indignazione all’azione di contrasto e denuncia nei confronti del linguaggio dell’odio e del razzismo. Il rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, delle carte deontologiche, del principio di non discriminazione deve diventare pratica quotidiana, perché chi usa le parole come proiettili si propone di distruggere l’informazione, ma anche e soprattutto di colpire a morte la democrazia”.

Il Manifesto di Assisi può “diventare la chiave di una nuova comunicazione capace di portare attenzione sulle periferie del mondo, onesta nel non temere di dare una rettifica, responsabile nell’uso delle parole e nel ripudio dell’hate speech, autorevole nel presidiare la rete in modo credibile e nuova nella sua attitudine di portare il messaggio dalle piazze alle nuove agorà”, si legge nel documento come prefazione al decalogo. Degli obiettivi ambiziosi ma di certo fondamentali per agire sulle discutibili azioni agite dagli utenti dei social media, ormai veri e propri creatori di contenuti.

In linea con i principi di comunicazione e giornalismo interculturale che come ProsMedia portiamo avanti, da sabato 06 ottobre (e per i nove fine settimana successivi) pubblicheremo sui nostri canali social media uno dei punti della Carta di Assisi. Dieci consigli per aprirsi all’Altro con rispetto, validi online ed offline per il vivere civile.

L’epoca della post-verità: quando i pregiudizi prevalgono sui fatti oggettivi

di Barbara Minafra

Quanto sono attendibili i post che si inseguono sui social? Quanto si limitano a raccontare un fatto e non sono già un’opinione su quanto successo?

L’Oxford Dictionary, che registra l’evoluzione della lingua inglese contemporanea, due anni fa aveva scelto “post-truth” quale parola dell’anno per la crescente diffusione di un fenomeno sociale che fa riferimento a circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza, nella formazione dell’opinione pubblica, delle emozioni e delle credenze personali.

Nella cultura contemporanea, nel mondo globalizzato e digitale la verità (il riferirsi a dati empirici verificabili che possono essere ritenuti veri perché hanno avuto luogo) sembra talvolta avere importanza secondaria. Conta più l’apparenza, o meglio, ha maggior peso la definizione che si dà degli eventi, come si ritrae la realtà.

Una foto su Instagram mostra solo un aspetto della realtà: lo spicchio di paesaggio ritratto non è il panorama nel suo complesso. Tuttavia quello scatto diventa la realtà. Quanta mis-information è contenuta in quella foto? Quanti pregiudizi costruisco sulla base di quella immagine? Quanta fake information può generarsi sui social nel momento in cui non contestualizzo la foto ma soprattutto quando il lettore non la legge in modo critico?

La comunicazione si scontra con due problematiche fra le tante: una è la tecnologia, che spesso decontestualizza quello che comunica, e l’altra è la globalizzazione dell’informazione, che va intesa anche nei termini di una comunicazione senza regole.

Da un lato tempo e spazio vengono dilatati, si perde il contesto e non si hanno le giuste chiavi di lettura per comprendere il fatto. Allo stesso modo la percezione di sé, degli altri e del mondo è strutturalmente alterata. I social network ne sono un paradigma. Dall’altro lato, chi posta un messaggio o una foto non segue regole deontologiche, non necessariamente è interessato a far capire cosa succede ma è interessato a mettere in luce il suo punto di vista. Anche il modo di informarsi, di capire, di apprendere, ne risente. Tutto diventa sporadico, occasionale, legato più al numero di visualizzazioni che all’analisi del contenuto e al confronto tra fonti.

Non si tratta semplicemente di mettere in atto pratiche di fact checking ma di contrastare quello che la post-verità mette in discussione: il valore degli eventi e dei dati oggettivi.

Se l’informazione in generale ci consente di uscire dal nostro microcosmo e di aprirci ad esperienze altre, diverse da quelle con cui veniamo in contatto di persona, tanto più importante diventa superare i limiti che ci impongono (in piena incoscienza) gli algoritmi dei motori di ricerca che finalizzano e scelgono per noi le notizie con cui entrare in contatto, che definiscono la nostra profilazione e ci chiudono nella “Filter Bubble” descritta nel 2011 da Eli Pariser e nelle “Echo Chamber” dei social media.

La “bolla di filtraggio”, il sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche introdotto da Google nel 2009 e adottato da Facebook, isola l’utente da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, chiudendolo nella sua bolla culturale o ideologica, la cosiddetta “comfort zone”, e separandolo da punti di vista conflittuali.

La “camera dell’eco” è invece il riverbero di una informazione: idee o credenze vengono amplificate o rafforzate dalla ripetizione all’interno di un sistema definito. In pratica, le fonti non vengono più messe in discussione e le opinioni diverse o concorrenti sono censurate, non consentite o sottorappresentate. In questo modo si rafforza un concetto, si amplifica una visione univoca ed acritica su quell’argomento. Chi la pensa diversamente viene bandito, cancellato: scompare il fondamentale contributo costruttivo del dialogo e del confronto.

Se è vero che per pregiudizio si intende un’opinione non documentata e che la categorizzazione corre online (l’organizzazione delle informazioni in concetti generali facilmente utilizzabili per valutare oggetti e situazioni è la norma), diventa fondamentale capire quanto sia importante avere un approccio critico rispetto a quel che leggiamo e comprendere quanto la post-verità permei tutto ciò che è la comunicazione e la diffusione di pregiudizi nella nostra società.

Il potere di un tweet: le Mappe dell’Intolleranza

di Cristina Martini

Il web è una palestra d’odio? Quanto “pesano” le parole utilizzate sui social media nei confronti delle minoranze? Lunedì 25 giugno è stata presentata all’Università degli Studi di Milano la terza edizione della “Mappa dell’intolleranza” dell’Osservatorio dei diritti Vox, in collaborazione con la Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l’Università di Bari Aldo Moro e il dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

326 mila tweet contro le donne, 73 mila contro i migranti, 64 mila contro i musulmani, 22 mila contro gli omosessuali, 15 mila contro gli ebrei: questi i risultati del progetto contro l’intolleranza, ispirato da esempi come la “Hate Map” della americana Humboldt State University. Il lavoro ha comportato dieci mesi di monitoraggio della rete Twitter con 6 milioni di tweet estratti e studiati. Ciò è stato possibile attraverso l’uso di una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti.

Sono stati mappati l’odio razziale, l’omofobia, l’odio contro le donne, contro i diversamente abili e l’antisemitismo: attraverso i tweet sono stati contestualizzati e localizzati i messaggi. La geolocalizzazione ha consentito di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio;  per ciascun gruppo esaminato sono poi state messe a punto delle mappe termografiche in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno. Quanto più il colore della mappa termografica si avvicina al rosso, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

Per Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia alla Sapienza, “è facile dare voce alla propria pancia quando c’è l’anonimato, quando c’è la brevità della comunicazione, con poco spazio per l’articolazione cognitiva”. Un elemento fondante è la disumanizzazione dell’altro, ossia “prendere le distanze da qualcuno e dare libero sfogo all’aggressione di qualcuno perché è stato disumanizzato”, mentre una novità è rappresentata dalla “legittimazione sociale a cui sta andando incontro tutta questa vicenda: una volta l’odio era custodito, a volte anche con vergogna, dentro una bolla di segreto, oggi invece è molto popolare”. Sulla diffusione dei messaggi d’odio e la connessa popolarità è intervenuto Giovanni Ziccardi, docente di Filosofia del diritto alla Statale di Milano: “vi sono altresì tanti casi di persone che odiano in rete ma non odiano, cioè hanno scoperto che odiare una persona porta a quella che viene definita “gratificazione digitale”, ossia l’appagamento dovuto alla visibilità ottenuta dalla pubblicazione del messaggio.

È sempre più significativa la correlazione tra il linguaggio d’odio e la presenza di episodi di violenza; mentre nel “mondo reale” sembra più semplice il contenimento riguardo l’uso di una certa terminologia, quando si sfocia nel “mondo virtuale” le idee o le credenze vengono espresse con modalità più assolute, di idealizzazione o, più spesso, di svalutazione o denigrazione. A seguire troverete le “Mappe dell’intolleranza” (fonte Vox): che potere può avere un messaggio, anche se di solo 140 caratteri?

 

 

 

 

 

 

 

 

Re-Living

di Elena Guerra

Più di 1300 studenti coinvolti tra gli Istituti Superiori di Schio e quelli di Bassano del Grappa, 115 giornalisti e giornaliste, un video realizzato con la partecipazione dell’ASD Rugby di Bassano, 50 aziende contattate, due eventi aperti alla cittadinanza. Oltre a tutto il lavoro di inclusione e accompagnamento dedicato a donne vittime di violenza.  Sono questi i numeri di Re-Living, un progetto portato avanti per 14 mesi nei territori dell’Alto-Vicentino e del Bassanese con l’obiettivo di attivare un processo di sensibilizzazione sulle tematiche della parità di genere e di prevenire e combattere i fenomeni di povertà ed esclusione sociale delle donne.

Cinque i partner che si sono uniti in rete, con il prezioso sostegno della Fondazione Cariverona: Cooperativa Progetto Zattera Blu Onlus, Cooperativa Samarcanda di Schio, Associazione Questacittà di Bassano del Grappa, Cooperativa Sociale Luoghi Comuni di Bassano e Cooperativa Adelante di Bassano.  Il progetto è sostenuto anche dal Comune di Schio e dal Comune di Bassano del Grappa, con il patrocinio dei comuni di Thiene, Santorso, Cartigliano, Rossano Veneto.

Re-Living si compone di due fasi: la prima dedicata a percorsi di inclusione e accompagnamento lavorativo, coordinati da professionisti e professioniste, per sostenere favorire l’autonomia personale e lavorativa delle destinatarie. Nei due territori di Schio e Bassano del Grappa sono stati realizzati 50 accompagnamenti psicoeducativi, 40 accompagnamenti lavorativi, 6 tirocini rivolti a donne vittime di violenza in situazione di disagio e con scarso supporto relazionale nel territorio. La seconda destinata alla sensibilizzazione, realizzata tramite diverse azioni coordinate – alcune già iniziate, altre in partenza ora – che mirano a creare o potenziare una riflessione condivisa sul rispetto di genere che agisca in più direzioni e che si rivolga a destinatari provenienti da diversi ambiti sociali.

Il coronamento del percorso è costituito da due eventi aperti alla cittadinanza: la presentazione del libro “Alfabeto d’origine” della scrittrice e femminista Lea Melandri, che si è svolto martedì 24 aprile alle 18.30 al Lanificio Conte di Schio (in collaborazione con la libreria Qui Virgola).E lo spettacolo teatrale “La semplicità ingannata” di e con Marta Cuscunà, che andrà in scena il 10 maggio alle 21 al Teatro Civico di Schio (il giorno dopo Marta Cuscunà incontrerà alcune classi degli istituti secondari di secondo grado di Bassano del Grappa). I biglietti (15 o 10 euro) sono acquistabili al Teatro Civico di Schio e sul circuito online www.vivaticket.it

Oltre agli incontri pubblici, sono queste le specifiche azioni di sensibilizzazione del progetto, portate avanti fino ad oggi tra Schio e Bassano:

  1. Cattedre rosa: un percorso rivolto alle/agli insegnanti di alcune scuole di Schio (Liceo Classico e Linguistico G. Zanella, Liceo delle Scienze Umane A. Martini, Liceo Scientifico N. Tron) e di Bassano del Grappa (ITET L. Einaudi, IIS G. A. Remondini, Liceo Ginnasio G. B. Brocchi, Liceo Scientifico Da Ponte, Istituto Agrario A. Parolini, IIS A. Scotton, ITIS E. Fermi) per elaborare una riflessione condivisa da portare agli studenti e alle studentesse e al corpo docente degli istituti coinvolti. Questa sezione ha portato all’elaborazione di un “Decalogo del rispetto di genere” e al coinvolgimento di più di 1300 tra studenti e studentesse dei due territori.
  2. Percorso di formazione rivolto ai giornalisti dei media locali: un ciclo di incontri realizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Veneto volto ad aprire un dialogo sul ruolo di giornalisti nella comunicazione relativa alle tematiche di genere e sugli stereotipi che spesso vengono veicolati, anche inconsapevolmente, tramite le immagini e il linguaggio. Ospiti del ciclo sono stati Marina Cosi, presidente dell’Associazione GIULIA; Alberto Leiss, giornalista di Il Manifesto e membro della rete MaschilePlurale, e Cristina Martini di ProsMedia dell’Università di Verona (nella foto). Sono stati più di 115 i giornalisti locali coinvolti;
  3. Un video di sensibilizzazione, realizzato dallo Studio Cremasco di Schio in collaborazione con ASD Rugby Bassano e espressamente dedicato a giovani uomini con l’obiettivo di parlare al cuore e alla testa e attivare un processo di sensibilizzazione contro la violenza di genere attraverso l’utilizzo del loro linguaggio. Link:ly/Iogiocoallapari
  4. Incontri con le aziende: questa sezione, che verrà attivata nel mese di maggio, prevede un incontro informativo rivolto ai/alle responsabili delle Risorse Umane di alcune aziende di Schio e Bassano del Grappa. I temi trattati saranno la legislazione sulle molestie sul lavoro, gli accordi sottoscritti dalle parti sociali e le misure di prevenzione e contrasto che possono essere adottate in azienda.

«Il progetto RE-LIVING – spiega Alessandra Turcato, referente della Cooperativa Samarcanda –è nato soprattutto perché riteniamo importante parlare di violenza di genere e di discriminazioni, non soltanto negli ambiti che si occupano del problema conclamato, ma anche in spazi informali e quotidiani. Infatti, è cambiando l’approccio nei rapporti tra uomini e donne che si combatte assieme il problema della violenza di genere. Re-living ha attivato azioni di accompagnamento e supporto concreto e professionale a molte donne che vivono situazioni di violenza, ma ha anche cercato di  creare occasioni e spazi di incontro per le donne in situazione di difficoltà, per affrontare le problematiche legate al femminile in maniera condivisa, senza stigmatizzazioni. Un approccio nuovo e propositivo, una ricerca di  RE‑LIVING è il nostro tentativo di scalfire quella cultura che avalla modalità di relazione tra uomini e donne discriminatorie e violente. I risultati ottenuti ci sembrano positivi»

La felicità in azienda è possibile?

Chi non vorrebbe essere felice o più felice? Le persone felici creano un clima aziendale più sereno, produttivo, innovativo e, come se fosse un “virus buono”, trasmettono questo benessere anche a chi lavora con loro.
In occasione della Giornata internazionale della felicità che si celebra martedì 20 marzo, Logika e ProsMediagiovedì 22 marzo alle 17.30 a Palazzo Cornaggia, in via Corradini 89 a Thiene, mettono in campo le migliori risorse delle loro nuove collaborazioni nell’incontro “L’impresa felice. Verso un ben-essere lavorativo a portata di mano”, con il patrocinio di Città di Thiene – Assessorato alla Cultura e Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza.

Un evento fuori dall’ordinario per dare strumenti concreti per il benessere lavorativo e personale, un’esperienza unica, grazie all’arte di Carlo Presotto, attore e drammaturgo de LaPiccionaia, nel condurre i partecipanti per mano fra i temi della serata: a Cristina Martini, ricercatrice e media educator di ProsMedia, infatti, spetta il compito di fornire spunti interessanti sul pensiero laterale e l’andare oltre gli schemi; la fotografa Roberta Cozza, invece, propone uno sguardo su “Spontaneità, emotività, felicità nel ritratto: il prima e il dopo” con un’esperienza sul campo; Rosanna Bonollo, fondatrice di Logika, si sofferma su “L’unione fa la forza: lavorare insieme, lavorare meglio”. Infine, il cuore dell’evento è dedicato all’ultimo libro della consulente e formatrice Roberta Bortolucci, “Imparare la felicità. Abbiamo molte risorse per riuscire a rispondere alle difficoltà della vita e del lavoro” (Franco Angeli 2016), intervistata dalle giornaliste Elena Guerra ed Elena Guzzonato.

Secondo Cristina Martini «il benessere lavorativo passa anche dall’inclusione, dall’intercultura, dalla risoluzione dei problemi. È un’attitudine che va allenata e messa in pratica a scuola, in azienda, nella libera professione. L’innovazione passa anche dal pensiero laterale e dal superamento degli stereotipi che chiudono i pensieri in gabbie culturali che sembrano insuperabili. I diversi punti di vista e l’unicità di ogni persona sono invece ricchezza e, se valorizzati, generano benessere e un ambiente più disteso e produttivo».

Roberta Cozza usa il linguaggio della comunicazione fotografica per verificare l’apporto emotivo significativo alla collaborazione nell’ambiente di lavoro e l’importanza del ritratto e dell’essere spontanei, con un dialogo con Rosanna Bonollo, per la costruzione di una buona empatia emotiva.

Roberta Bortolucci ha un’esperienza trentennale nel settore della consulenza di organizzazione aziendale con specializzazione in ottica di genere. Accompagna le aziende, pubbliche e private, a mettere a sistema le politiche, le strategie e le prassi organizzative e gestionali relative alla gestione della diversità, al fine di ottenere il massimo vantaggio competitivo e una migliore qualità di gestione.

L’aperitivo è offerto da Ristora Eventi. L’appuntamento è realizzato in collaborazione con La Piccionaia, DaamStudio, Ristora Eventi e Roberta Cozza, fotografa. Per informazioni scrivere a segreteria@logikaweb.eu o chiamare il numero 0445/362701Iscrizioni su Eventbrite – Evento Facebook.

Innovazione e gestione delle differenze

di Cristina Martini

Si scrive “Diversity management”, si legge “rispetto dell’Altro”. La gestione delle differenze in ambito lavorativo è senza dubbio la politica del futuro. L’innovazione passa anche dalla valorizzazione dell’Altro che è portatore di bisogni e desideri, ma anche di competenze, talenti, interessi ed esperienze. Sulle tematiche di genere e sulle pratiche possibili di integrazione del maschile e femminile nel mondo lavorativo si è parlato all’evento “Maschile e femminile plurale”, organizzato da Bni Verona Arena e tenutosi l’8 marzo al Crown Plaza Hotel di Verona.

Il primo passo per fare della diversità un punto di forza è scardinare gli stereotipi di genere che arrivano inevitabilmente anche in azienda. Sono generalizzazioni che tutti e tutte assorbono dalla cultura e che sono in grado di indirizzare pensieri, azioni e comportamenti che agiamo sia nella vita privata, sia nel lavoro. Benché gli stereotipi svolgano un ruolo fondamentale nell’interpretazione della realtà e di ciò che accade, questi sono limitanti quando diventano gabbie e aspettative. Siamo molto più di ciò che raccontano del maschile e del femminile soprattutto i media, che rappresentano bambini avventurosi e bambine che devono piacere e pensare ad imbellettarsi, donne “angeli del focolare” e uomini d’affari. I racconti e le immagini ci parlano delle donne che raggiungono ruoli di rilievo come eccezioni e non ancora come normalità, di uomini che sono considerati di successo poiché proprietari (di aziende, di auto, moto o di donne, oggettificate).

Per ripartire dobbiamo trovare dei punti in comune, qualcosa da cui ripartire insieme per andare oltre gli stereotipi di genere. Ecco quindi che l’aiuto può venire da una pubblicità del 1981 del marchio Lego e da un libretto di istruzioni risalente al 1973: «La voglia di creare è forte in tutti i bambini. Maschi e femmine. È l’immaginazione che conta, non l’abilità. Costruisci quello che ti viene in mente, nella maniera che desideri. Un letto o un camion. Una casa delle bambole o un’astronave. A molti bambini piacciono le case delle bambole: sono più umane delle astronavi. A molte bambine piacciono le astronavi: sono molto più emozionanti delle case delle bambole. La cosa più importante è mettere nelle loro mani il materiale giusto e lasciare che creino qualsiasi cosa preferiscano».

Ricominciamo dal mondo dei più piccoli, dalla creatività, dall’immaginazione, dai desideri che possiedono bambini e bambine in ugual modo. Approcciamo all’Altro con empatia, in ascolto delle sue emozioni, con umanità. Impariamo a camminare con le sue scarpe; questo è agire intercultura. È creare un clima accogliente e senza giudizio. Per il genetista Albert Jacquard “La nostra ricchezza è fatta dalla nostra diversità: l’altro ci è prezioso nella misura in cui ci è diverso”. Anche sul lavoro.

Whats Next Talk 2018

di Elena Guerra

Le donne impegnate nel mondo della tecnologia sono tantissime ma poche sono emerse in questi anni. Perché? Se non si parla di STEM al femminile significa che non esistono protagoniste impegnate nelle scienze, nell’ingegneria o nella matematica? L’appuntamento Whats Next Talk 2018, venerdì 9 marzo al teatro Busnelli di Dueville (Vi), alle ore 20.40, vuole scardinare stereotipi e pregiudizi di genere, alla luce degli scandali sull’uguaglianza di genere che hanno toccato le startup della Silicon Valley, uno dei poli tecnologici mondiali, a #MeToo considerato dal Times il movimento sociale più importante del 2017.

È sempre più chiaro come l’empowerment e l’inclusione femminile non siano più solo un’ambizione ma un obiettivo importante per aziende, enti formativi, istituzioni, e la società in toto. Venerdì sera protagonista sarà il racconto avvincente di otto donne che, partendo come riferimento da Vicenza e dal Veneto, hanno avviato progetti e ottenuto riconoscimenti professionali attraverso le tecnologie, e condivideranno con il pubblico in sala le loro esperienze e visioni. Sul palco a presentare la serata, oltre a Lucio Carretta, ci sarà Lara Lago, originaria di Rosà, laureata in giornalismo, partita da TVA Vicenza e con esperienze importanti a New York e Amsterdam.

L’evento è organizzato da Alessia Camera, Margot Deliperi, Mauro Borgo e Riccardo Dalla Fontana. Ci sarà un’ospite speciale scelta come ambasciatrice di iniziative legate all’empowerment femminile per portare il punto di vista di chi, in Italia, è portavoce di un movimento di inclusione nel mondo imprenditoriale, leadership e istituzionale, ossia Carolina Gianardi.

Le speaker di Whats Next Talk 2018 sono:

  • Eleonora Carta, originaria di Cavazzale (VI) e CEO di The Energy Audit, startup in ambito software per il monitoraggio dei consumi energetici
  • Cinzia Pizzoccaro, Chief Operating Officer di Paoul, azienda padovana e marchio storico a respiro internazionale nel settore delle calzature per la danza
  • Gaia Dall’Oglio, fondatrice e CEO di Sgaialand, agenzia di comunicazione e magazine online nato nel 2014 che racconta il territorio, le curiosità, le bellezze e le eccellenze del Veneto.
  • Chiara Bigarella, neolaureata in informatica all’Università di Padova con esperienze come programmatrice web in realtà locali e un nuovo progetto con un ente prestigioso internazionale.
  • Nausicaa Orlandi, laureata nel 2001 in Chimica Industriale a Padova, è Presidente del Consiglio Nazionale dei chimici.
  • Marta Basso, vicentina, “CEO for One Month” di Adecco Group Italy nel 2017 e riconosciuta come uno dei migliori studenti del 2016 dal Parlamento Italiano.
  • Lara Albania, con un PhD in Bioscienze e Biotecnologie iniziato a Padova e completato in USA, è appassionata di empowerment e di aggiungere creatività al suo background scientifico.
  • Debora Oliosi: Appassionata fin da piccola di programmazione, ha fondato e gestito importanti aziende di comunicazione (MOCA, Twissen ecc.). È riconosciuta anche per avere fondato la Tiramisù World Cup.

Fake news: un involontario esperimento sociale

di Manuela Mazzariol

Si chiama Alessandro Proto e ha preso per i fondelli la stampa italiana per anni, spacciandosi di volta in volta per imprenditore, editore, aspirante politico, grande seduttore e uomo della finanza con conoscenze importanti, dalla famiglia Berlusconi a Donald Trump. A cercarlo su Google si trova un po’ di tutto, anche se oggi la maggior parte degli articoli sono dedicati a raccontare come questo discusso personaggio sia riuscito, grazie all’influenza che ancora oggi i media hanno sulla società, a inventarsi una vita e un’identità.

Della faccenda ha scritto, tra gli altri, il giornalista freelance Andrea Sceresini che ha pubblicato il libro “Io sono l’impostore – Storia dell’uomo che ci ha fregati tutti” (http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/reportage/9788842823971/io-sono-limpostore/), edito dal Saggiatore e composto a 4 mani con lo stesso Proto che sembra aver deciso di gettare la maschera e raccontare chi è veramente.

Nato nella periferia milanese, a diciassette anni Alessandro Proto fugge nella provincia bergamasca per vendere enciclopedie porta a porta. Venti anni dopo si può leggere per la prima volta il suo nome sul Corriere della Sera, accanto a quello di due insospettabili clienti della sua agenzia immobiliare: George Clooney e David Beckham. Qualcosa di vero c’è: all’epoca Proto vive a Lugano, dove ha una piccola agenzia immobiliare; un giorno si presentano da lui degli avvocati incaricati di vendere la villa di George Clooney sul lago di Como. Egli comprende subito di non poter chiudere l’affare, ma decide comunque di sfruttare la cosa per farsi pubblicità. Dunque contatta il Corriere per far pubblicare la notizia e aggiunge anche, sua totale invenzione, di un interessamento all’affare da parte di David Beckham. Tutto viene pubblicato, senza che vi sia alcuna verifica.

Da lì in avanti è un crescendo continuo: da Milano a Lugano, da Parigi a Londra e a New York, Proto millanta affari con i grandi signori della finanza e scalate ad aziende dal fatturato milionario. Sostiene di poter risollevare le sorti della stampa nazionale, propone la sua candidatura alle primarie del Pdl e ispira la figura del protagonista di Cinquanta sfumature di grigio.

In realtà nulla di tutto ciò è vero.

Dal suo ufficio milanese rilascia interviste e comunicati raccontando le proprie imprese (http://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/04/questuomo-ha-fregato-il-giornalismo-italiano/36068/). I giornali pubblicano, senza compiere ulteriori verifiche.

Un involontario esperimento sociale. Emblematico del grande potere che i media ancora hanno e possono avere. Un potere che permette non solo di influenzare l’opinione pubblica, ma addirittura di creare realtà inesistenti. Le bufale sul web imperversano, chiunque può aprire il proprio blog o condividere online notizie false o imprecise.

In questo marasma la figura del giornalista dovrebbe riconquistare centralità proprio per la capacità di lavorare con perizia, andando al di là delle logiche redazionali, della velocizzazione e sensazionalizzazione delle notizie e riportando i media alla loro funzione informativa, al servizio della collettività. Non può essere la volontà di fare spettacolo o di ottenere più click possibili, né il timore del “buco” giornalistico a guidare l’agenda di un giornale. Il rispetto delle norme deontologiche della professione, che impongono un rigoroso controllo delle fonti prima della pubblicazione, non è infatti una pedanteria da primi della classe. I ritmi di lavoro imposti dall’informazione digitale non sono una giustificazione alla mancata verifica e non esimono dalle responsabilità personali anche a livello civile e penale. Oltre a ciò, dovrebbe aggiungersi il peso derivante dalla consapevolezza dalla capacità che i mezzi di comunicazione hanno di influenzare e plasmare l’opinione pubblica.