Mediazione interculturale, il Master in e-learning dell’Università di Verona

consegna-diplomi-gruppo-2013Mediazione interculturale, gestione dei conflitti, comunicazione interculturale, immigrazione, globalizzazione, internazionalizzazione delle imprese, mediazione in ambito sociale, sanitario e giuridici. Sono questi alcuni dei grandi temi affrontati dal Master di primo livello in “Intercultural Competence and Management”, diretto dal professor Agostino Portera,  e organizzato dal Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona.

Il Master è con formazione a distanza (e-learning) e seminari/lezioni in presenza. E’ organizzato in modo da favorire la partecipazione anche di chi già lavora. Il Master prepara professionisti in grado di cogliere i rischi e le opportunità in un contesto pluralistico e multiculturale. Insegna a saper individuare, mediare e gestire conflitti e potenzialità di crescita e di arricchimento.

Il Master in “Intercultural Competence and Management” (Comunicazione, Gestione dei conflitti e Mediazione interculturale in ambito aziendale, educativo, sociosanitario, giuridico, dei mass media e per l’italiano L2) è la risposta ai problemi e alle opportunità poste da una società complessa.

Alla luce della Pedagogia interculturale e con l’acquisizione di competenze nel settore della mediazione interculturale, del coaching e della gestione efficace dei conflitti, il Master consente di migliorare le capacità di comprensione, di relazione e di problem solving nei settori educativo, scolastico, sociale, giuridico e aziendale, e dei mass media (giornalismo, media relations, social media e webmarketing). E’ poi prevista una specializzazione nell’insegnamento dell’italiano come L2, in una prospettiva interculturale.

Per meglio preparare alla gestione dei conflitti, alla mediazione interculturale e alla professionalità nell’ambito dell’immigrazione (ambiti sociale, sanitario, giuridico) e della internazionalizzazione delle imprese, il Master in “Intercultural Competence and Management” si articola in tre Macro-aree (moduli universitari) comuni e in una Macro-area (modulo universitario) specialistica a scelta degli/delle iscritti/e al corso. Per maggiori informazioni: www.csiunivr.org e centro.interculturale@ateneo.univr.it.

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Teoria del contagio emotivo, razzismo e social media

Foto blog Wired.it

di Barbara Minafra

Perché nella nostra vita social abbassiamo le difese e ci lasciamo contagiare? In rete facciamo operazioni solo in apparenza innocue: leggiamo, guardiamo, postiamo, condividiamo. Qual è l’effetto di queste azioni? Quale messaggio contribuiamo a diffondere tra i nostri contatti, e perché non attiviamo gli anticorpi con cui ci difendiamo dagli agenti estranei visto che, proprio sui social, discriminiamo e prendiamo continuamente posizione?

Il contagio emotivo si definisce come un passaggio non consapevole, automatico e immediato di emozioni da un soggetto all’altro. Una condivisione istantanea che fa vivere le esperienze altrui come se fossero le nostre. Avviene senza che ce ne rendiamo conto: come ci ammaliamo senza accorgerci di essere stati contagiati, così proviamo l’emozione altrui senza mediazione cognitiva.

Ricercatori della Cornell University e del Core Data Science Team di Facebook, nel giugno 2014 hanno dimostrato che non solo il linguaggio verbale, la mimica, la postura, le inflessioni della voce, l’interazione tra soggetti, sono in grado di attivare questo trasferimento istantaneo, ma riesce a farlo anche un testo scritto, in assenza di comunicazione diretta, senza dialogo. Per le scienze cognitive basta una parola per trasmettere uno stato d’animo.

Kramer, Guillory e Hancock lo hanno dimostrato attraverso l’analisi di 122 milioni di parole di 689.000 persone che in modo inconsapevole e all’oscuro dell’esperimento, interagivano con la messaggistica di Facebook. Il contagio emotivo è per così dire una forma primitiva del sentire: senza mediazione, senza cognizione, riproduciamo l’esperienza altrui. Piangiamo se altri piangono (esattamente come fanno i neonati se sentono altri bambini piangere; è quello che nel 1987 Hoffman ha chiamato Reazione circolare primaria), cambiamo tono di voce o espressione del viso in base al contesto e all’interlocutore (Motor mimicry).

Quanto razzismo c’è in alcune immagini o quanti pregiudizi ci sono in affermazioni che si rincorrono nei tweet senza darci il tempo di capirne il substrato intollerante? Oltre a non renderci conto del processo di trasmissione/ricezione dei vissuti emotivi altrui, manca la capacità di cogliere la differenza tra noi e l’altro. Le emozioni sono eventi sociali ma se condividiamo link senza pensarci, se mettiamo un impulsivo Mi Piace, finiamo per annullarci (a questo punto volontariamente) nel messaggio altrui.

Lo studio di Kramer, Guillory e Hancock ha fatto emergere anche come la visualizzazione di messaggi positivi sui social network aumenti le emozioni positive; una significativa riduzione di contenuti positivi nel proprio news feed, fa rispondere con più post negativi e meno post positivi; e i contenuti negativi fanno altrettanto, cioè stimolano emozioni negative. 

Tanto più si alimenta l’hate speech, tanto più crescerà l’incitamento all’odio. Questo rappresenta un caso emblematico in cui scattano le reazioni automatiche di difesa del contagio emotivo e delle emozioni di emergenza: attacco, reagisco, fuggo per difendermi dal pericolo. Il circolo vizioso però si autoalimenta: più cresce la sensazione di minaccia più si rafforza il meccanismo di difesa, più induce a fare gruppo per diventare più forti, e più aumenta il sentimento di intolleranza e ostilità.

Ma spiega anche perché alcuni video, notizie e immagini diventano virali. Più si riesce a generare stupore o meraviglia (mentre tendiamo a cestinare ciò che fa sentire tristi), più le condivisioni crescono. Studi e meccanismi pubblicitari dimostrano che se si attivano le emozioni, soprattutto positive (ma succede anche con ansia e rabbia), si alza la soglia di interesse, attenzione, coinvolgimento e poi adesione, ovvero condivisione.

Si accumulano alterazioni informative che poco alla volta consolidano sensazioni, avvalorano interpretazioni e contribuiscono alla costruzione della differenza che può diventare stereotipo, pregiudizio, intolleranza, razzismo. Se tutto questo non è un processo matematico, riuscire ad aumentare la consapevolezza potrebbe difenderci dalla cattiva comunicazione.

Si dovrebbe cioè riuscire a passare dal contagio emotivo al contagio sentimentale trasformando lo stato confusionale (quello in cui non mi differenzio dall’altro perché si azionano risposte automatiche che mi fanno assimilare e riprodurre i vissuti emotivi altrui come se fossero i miei) in una capacità di distinguermi, di essere empatico con i messaggi che ricevo senza tuttavia perdere la mia autonomia.

Questo per riuscire a conservare una capacità di lettura autonoma se non della realtà, almeno dei post in bacheca. Senza contare che ogni volta che mettiamo un Mi Piace sulle piattaforme social, riduciamo l’imparzialità dell’informazione che riceveremo in futuro.

Un master universitario in mediazione interculturale

consegna-diplomi-gruppo-2013Un master universitario, con formazione a distanza, per imparare a fare mediazione interculturale e gestione dei conflitti. Un master per la gestione dei conflitti e per rispondere alle sfide della società multiculturale. Un master, infine, per insegnare anche l’italiano come seconda lingua (Italiano L2) agli immigrati; e per lavorare nel mondo della sanità e del sociale.

L’Università degli Studi di Verona, con il Centro Studi Interculturali diretto dal professor Agostino Portera, propone anche quest’anno il master in Intercultural Competence and Management, nella formula delle lezioni in e-learning e dei seminari in presenza. Un corso universitario – iniziatosi nel 2003 – che comprende la comunicazione interculturale, la gestione dei conflitti e la mediazione interculturale in ambito aziendale, educativo, sanitario, sociale, giuridico, dei mass media e per l’insegnamento dell’italiano L2.

“C’è un aspetto di questo nostro master che è di grande utilità per le allieve e gli allievi che operano in un contesto multiculturale qual è il nostro”, spiega il professor Portera, ordinario di Pedagogia generale e di Pedagogia interculturale nell’Ateneo scaligero. “E’ la parte di formazione a distanza del master. La formazione online, infatti, con la piattaforma per l’elearning, consente anche a chi lavora di aggiornarsi e di migliorare il proprio curriculum”.

I seminari in presenza del master in Intercultural Competence and Management – che non sono obbligatori ma sono comunque consigliati –  consentono poi di confrontarsi con professionisti che hanno una esperienza pluriennale nella docenza universitaria. “Abbiamo voluto insegnanti che avessero un approccio pratico alla mediazione interculturale e alla gestione dei conflitti”, sottolinea il professor Portera. “Ma che allo stesso tempo fondassero quella pratica in solide basi scientifiche, quali sono quelle della Pedagogia interculturale e della Comunicazione”.

Lo scopo del master universitario in Intercultural Competence and Management (mediazione interculturale e gestione dei conflitti) è duplice: da un lato, accrescere le competenze per chi opera in campo educativo, aziendale, sociale, sanitario, del giornalismo e della comunicazione; dall’altro, riqualificare a livello professionale chi vuole intraprendere una nuova professione in una società, come quella italiana, che è multiculturale da sempre.

“Le allieve e gli allievi hanno modo di specializzarsi, con i moduli specialistici del master, nella mediazione interculturale e nella gestione dei conflitti in ambito aziendale, in ambito educativo, in quello sociale e sanitario e nell’ambito dei media”, sottolinea il professor Portera. “Abbiamo poi una particolare attenzione per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda (italiano L2), con docenti di primissimo livello. Il diploma che diamo alla fine del corso di studi è il simbolo delle competenze acquisite”.

Le iscrizioni al master in Intercultural Competence and Management (mediazione interculturale e gestione dei conflitti) sono aperte fino al 15 novembre. Per avere tutte le informazioni su un corso che prepara alle sfide della società multiculturale, basta consultare il sito del Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona. In alternativa, scrivere a: centro.interculturale@ateneo.univr.it. Oppure telefonare allo 045.8028164 (dal lunedì al giovedì, ore 10-12).

Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Femminicidio: il killer parla, la vittima tace

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di mercoledì 31 maggio, nella home page del sito, si ripete la solita rappresentazione del dramma mediatico che accompagna i femminicidi. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva a Roma dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni. L’agenzia Ansa in una prima versione titola la notizia spiegando la ragione del gesto criminale, e in questo giustificandola. Dà la parola all’assassino, che parla attraverso l’avvocato il quale, è ovvio, cerca di evitare la massima pena al proprio cliente: “Aveva un altro, l’ho uccisa”, leggiamo nel titolo.

Femminicidio -In una seconda versione della notizia, sempre sul sito dell’Ansa, è ancora l’assassino, Vincenzo Paduano, a parlare, attraverso il suo portavoce, l’avvocato: “Il killer dal carcere: ho paura”. Tanto che ci dovremmo preoccupare per lui, anziché preoccuparci per la vittima e per le donne maltrattate, violentate, ridotte a oggetto e uccise. A corredo di entrambi i titoli, la foto – che, visto il dramma, trovo di cattivo gusto – dei due ex-fidanzati assieme, sorridenti. Quella foto, infatti, appartiene a un passato che Sara non voleva più, avendo inteso la violenza e la gelosia possessiva di Vincenzo Paduano; e comunque avendo deciso per un altro modo di vivere e di amare.

Sui giornali, come sull’Ansa, si sono poi scritti articoli sulla indifferenza degli automobilisti che avrebbero visto Sara Di Pietrantonio in pericolo di vita, prima che si compiesse il femminicidio: l’ex fidanzato, dopo averla cosparsa di alcol, le ha dato fuoco. Al di là del merito delle considerazioni su quel comportamento di chi poteva aiutare Sara, merita sottolineare come si siano voluti tematizzare da un lato la gelosia e l’abbandono di cui sarebbe stato “vittima” l’assassino; e dall’altro lato, l’indifferenza della gente, come se fosse questa indifferenza ad avere condannato a morte Sara Di Pietrantonio.

La rappresentazione mediatica di questo altro caso di femminicidio ci dice che, ancora una volta, le vittime non hanno voce, mentre gli assassini possono parlare attraverso i loro avvocati. I killer possono così tentare di smorzare la motivazione violenta, possessiva e annientante che sta dietro l’omicidio. La rappresentazione mediatica dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, però, ci dice anche che i media non tematizzano le ragioni “culturali” che stanno dietro il femminicidio. In questo modo, non denunciano la cultura della violenza che lo ispira, al di là delle ragioni personali che portano un uomo a uccidere la sua ex compagna.

Osservatorio sul femmicidio aggiornato al 31 giugno 2016 compreso.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016

#dagrandesarò Zaha Hadid

cartolina_dagrandesaroPer la Campagna #dagrandesarò le avevamo dedicato una cartolina. Anche per questo oggi non possiamo non ricordare la grande architetta Zaha Hadid, britannica di origini irachene, mancata ieri all’età di 65 anni a causa di un attacco cardiaco in un ospedale di Miami. Era ricoverata per una bronchite. L’architetta era nata il 31 ottobre 1950 a Baghdad e si era laureata in matematica all’American university di Beirut e in architettura all’Architectural association di Londra.

Nel 2004 è stata la prima donna a vincere il premio Pritzker, uno dei massimi riconoscimenti nell’ambito dell’architettura, lo Stirling e la medaglia d’oro per l’architettura, un premio alla carriera che viene assegnato ogni anno dalla Royal institute of British architects (Riba). Nel 2010 il Time l’aveva inclusa nelle 100 personalità più influenti del mondo, un’eccezione per una progettista.

L’abbiamo scelta come esempio di “Puoi essere chi vuoi” attraverso una delle sue opere, il centro culturale Heydar Aliyev in Azerbaigian, per una comunicazione che combatte gli stereotipi che proprio i media veicolano proponendo a bambini/e ed adulti/e dei modelli a cui ispirarsi per diventare ed essere persone di successo. Spesso questa comunicazione stereotipata fa leva su delle presunte caratteristiche innate che apparterrebbero al femminile ed al maschile, indirizzando i più piccoli e piccole a sognarsi come la società li vorrebbe e non come si desiderano. Nello stereotipo comune Zaha Hadid è appartenuta a una categoria professionale prettamente maschile; per noi lei è il simbolo dell’impegno e del successo oltre ogni etichetta.

Per approfondire leggi l’articolo che Pantheon di febbraio 2016 ha dedicato alla Campagna #dagrandesarò.