Il potere di un tweet: le Mappe dell’Intolleranza

di Cristina Martini

Il web è una palestra d’odio? Quanto “pesano” le parole utilizzate sui social media nei confronti delle minoranze? Lunedì 25 giugno è stata presentata all’Università degli Studi di Milano la terza edizione della “Mappa dell’intolleranza” dell’Osservatorio dei diritti Vox, in collaborazione con la Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l’Università di Bari Aldo Moro e il dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

326 mila tweet contro le donne, 73 mila contro i migranti, 64 mila contro i musulmani, 22 mila contro gli omosessuali, 15 mila contro gli ebrei: questi i risultati del progetto contro l’intolleranza, ispirato da esempi come la “Hate Map” della americana Humboldt State University. Il lavoro ha comportato dieci mesi di monitoraggio della rete Twitter con 6 milioni di tweet estratti e studiati. Ciò è stato possibile attraverso l’uso di una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti.

Sono stati mappati l’odio razziale, l’omofobia, l’odio contro le donne, contro i diversamente abili e l’antisemitismo: attraverso i tweet sono stati contestualizzati e localizzati i messaggi. La geolocalizzazione ha consentito di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio;  per ciascun gruppo esaminato sono poi state messe a punto delle mappe termografiche in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno. Quanto più il colore della mappa termografica si avvicina al rosso, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

Per Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia alla Sapienza, “è facile dare voce alla propria pancia quando c’è l’anonimato, quando c’è la brevità della comunicazione, con poco spazio per l’articolazione cognitiva”. Un elemento fondante è la disumanizzazione dell’altro, ossia “prendere le distanze da qualcuno e dare libero sfogo all’aggressione di qualcuno perché è stato disumanizzato”, mentre una novità è rappresentata dalla “legittimazione sociale a cui sta andando incontro tutta questa vicenda: una volta l’odio era custodito, a volte anche con vergogna, dentro una bolla di segreto, oggi invece è molto popolare”. Sulla diffusione dei messaggi d’odio e la connessa popolarità è intervenuto Giovanni Ziccardi, docente di Filosofia del diritto alla Statale di Milano: “vi sono altresì tanti casi di persone che odiano in rete ma non odiano, cioè hanno scoperto che odiare una persona porta a quella che viene definita “gratificazione digitale”, ossia l’appagamento dovuto alla visibilità ottenuta dalla pubblicazione del messaggio.

È sempre più significativa la correlazione tra il linguaggio d’odio e la presenza di episodi di violenza; mentre nel “mondo reale” sembra più semplice il contenimento riguardo l’uso di una certa terminologia, quando si sfocia nel “mondo virtuale” le idee o le credenze vengono espresse con modalità più assolute, di idealizzazione o, più spesso, di svalutazione o denigrazione. A seguire troverete le “Mappe dell’intolleranza” (fonte Vox): che potere può avere un messaggio, anche se di solo 140 caratteri?

 

 

 

 

 

 

 

 

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Re-Living

di Elena Guerra

Più di 1300 studenti coinvolti tra gli Istituti Superiori di Schio e quelli di Bassano del Grappa, 115 giornalisti e giornaliste, un video realizzato con la partecipazione dell’ASD Rugby di Bassano, 50 aziende contattate, due eventi aperti alla cittadinanza. Oltre a tutto il lavoro di inclusione e accompagnamento dedicato a donne vittime di violenza.  Sono questi i numeri di Re-Living, un progetto portato avanti per 14 mesi nei territori dell’Alto-Vicentino e del Bassanese con l’obiettivo di attivare un processo di sensibilizzazione sulle tematiche della parità di genere e di prevenire e combattere i fenomeni di povertà ed esclusione sociale delle donne.

Cinque i partner che si sono uniti in rete, con il prezioso sostegno della Fondazione Cariverona: Cooperativa Progetto Zattera Blu Onlus, Cooperativa Samarcanda di Schio, Associazione Questacittà di Bassano del Grappa, Cooperativa Sociale Luoghi Comuni di Bassano e Cooperativa Adelante di Bassano.  Il progetto è sostenuto anche dal Comune di Schio e dal Comune di Bassano del Grappa, con il patrocinio dei comuni di Thiene, Santorso, Cartigliano, Rossano Veneto.

Re-Living si compone di due fasi: la prima dedicata a percorsi di inclusione e accompagnamento lavorativo, coordinati da professionisti e professioniste, per sostenere favorire l’autonomia personale e lavorativa delle destinatarie. Nei due territori di Schio e Bassano del Grappa sono stati realizzati 50 accompagnamenti psicoeducativi, 40 accompagnamenti lavorativi, 6 tirocini rivolti a donne vittime di violenza in situazione di disagio e con scarso supporto relazionale nel territorio. La seconda destinata alla sensibilizzazione, realizzata tramite diverse azioni coordinate – alcune già iniziate, altre in partenza ora – che mirano a creare o potenziare una riflessione condivisa sul rispetto di genere che agisca in più direzioni e che si rivolga a destinatari provenienti da diversi ambiti sociali.

Il coronamento del percorso è costituito da due eventi aperti alla cittadinanza: la presentazione del libro “Alfabeto d’origine” della scrittrice e femminista Lea Melandri, che si è svolto martedì 24 aprile alle 18.30 al Lanificio Conte di Schio (in collaborazione con la libreria Qui Virgola).E lo spettacolo teatrale “La semplicità ingannata” di e con Marta Cuscunà, che andrà in scena il 10 maggio alle 21 al Teatro Civico di Schio (il giorno dopo Marta Cuscunà incontrerà alcune classi degli istituti secondari di secondo grado di Bassano del Grappa). I biglietti (15 o 10 euro) sono acquistabili al Teatro Civico di Schio e sul circuito online http://www.vivaticket.it

Oltre agli incontri pubblici, sono queste le specifiche azioni di sensibilizzazione del progetto, portate avanti fino ad oggi tra Schio e Bassano:

  1. Cattedre rosa: un percorso rivolto alle/agli insegnanti di alcune scuole di Schio (Liceo Classico e Linguistico G. Zanella, Liceo delle Scienze Umane A. Martini, Liceo Scientifico N. Tron) e di Bassano del Grappa (ITET L. Einaudi, IIS G. A. Remondini, Liceo Ginnasio G. B. Brocchi, Liceo Scientifico Da Ponte, Istituto Agrario A. Parolini, IIS A. Scotton, ITIS E. Fermi) per elaborare una riflessione condivisa da portare agli studenti e alle studentesse e al corpo docente degli istituti coinvolti. Questa sezione ha portato all’elaborazione di un “Decalogo del rispetto di genere” e al coinvolgimento di più di 1300 tra studenti e studentesse dei due territori.
  2. Percorso di formazione rivolto ai giornalisti dei media locali: un ciclo di incontri realizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Veneto volto ad aprire un dialogo sul ruolo di giornalisti nella comunicazione relativa alle tematiche di genere e sugli stereotipi che spesso vengono veicolati, anche inconsapevolmente, tramite le immagini e il linguaggio. Ospiti del ciclo sono stati Marina Cosi, presidente dell’Associazione GIULIA; Alberto Leiss, giornalista di Il Manifesto e membro della rete MaschilePlurale, e Cristina Martini di ProsMedia dell’Università di Verona (nella foto). Sono stati più di 115 i giornalisti locali coinvolti;
  3. Un video di sensibilizzazione, realizzato dallo Studio Cremasco di Schio in collaborazione con ASD Rugby Bassano e espressamente dedicato a giovani uomini con l’obiettivo di parlare al cuore e alla testa e attivare un processo di sensibilizzazione contro la violenza di genere attraverso l’utilizzo del loro linguaggio. Link:ly/Iogiocoallapari
  4. Incontri con le aziende: questa sezione, che verrà attivata nel mese di maggio, prevede un incontro informativo rivolto ai/alle responsabili delle Risorse Umane di alcune aziende di Schio e Bassano del Grappa. I temi trattati saranno la legislazione sulle molestie sul lavoro, gli accordi sottoscritti dalle parti sociali e le misure di prevenzione e contrasto che possono essere adottate in azienda.

«Il progetto RE-LIVING – spiega Alessandra Turcato, referente della Cooperativa Samarcanda –è nato soprattutto perché riteniamo importante parlare di violenza di genere e di discriminazioni, non soltanto negli ambiti che si occupano del problema conclamato, ma anche in spazi informali e quotidiani. Infatti, è cambiando l’approccio nei rapporti tra uomini e donne che si combatte assieme il problema della violenza di genere. Re-living ha attivato azioni di accompagnamento e supporto concreto e professionale a molte donne che vivono situazioni di violenza, ma ha anche cercato di  creare occasioni e spazi di incontro per le donne in situazione di difficoltà, per affrontare le problematiche legate al femminile in maniera condivisa, senza stigmatizzazioni. Un approccio nuovo e propositivo, una ricerca di  RE‑LIVING è il nostro tentativo di scalfire quella cultura che avalla modalità di relazione tra uomini e donne discriminatorie e violente. I risultati ottenuti ci sembrano positivi»

Vittima delle parole

di Cristina Martini

Può una bambina di 9 anni decidere di vendere il suo corpo? Questo l’interrogativo che nasce dopo la pubblicazione da parte dell’agenzia Ansa di una notizia riguardante l’arresto, a Palermo, di una coppia di genitori per violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione minorile ai danni della figlia. Sul sito dell’agenzia di stampa il racconto viene titolato “Prostituta a 9 anni, arrestati i genitori”, come documenta la foto che qui riportiamo.

Le parole sono importanti. Questa titolazione trasforma una vittima di violenza in colpevole; perpetua il messaggio di corresponsabilità che, in modo consapevole oppure no, spesso viene veicolato quando la violenza di genere viene raccontata. Per questo, il 16 maggio 2016, è stato approvato dall’Ordine dei Giornalisti un documento che vieta la definizione “Baby squillo”, in quanto rappresenta una violazione della Carta di Treviso. Ciò vale quindi anche per il termine “Prostituta”, attribuito alla bambina di 9 anni protagonista del fatto di cronaca.

La motivazione della presa di posizione emerge in una nota: “Le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli. Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad un’informazione falsa e fuorviante”.

La Carta di Treviso è un protocollo firmato nel 1990 dall’Ordine dei giornalisti, Federazione della stampa italiana e Telefono azzurro per disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia. Si pone l’obiettivo di salvaguardare il diritto di cronaca e di riconoscere la responsabilità che i mezzi di informazione hanno nella costruzione di una società che rispetti l’immagine di bambini/e e adolescenti. Si propone di difendere l’identità, la personalità e i diritti dei e delle minorenni vittime o colpevoli di reati o coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne lo sviluppo psichico.

Dopo numerose segnalazioni, l’Ansa ha provveduto alla modifica del titolo: “La fa prostituire a 9 anni, arrestati i genitori”.

Da oggi nasce la rubrica di ProsMedia #dettaglinonrichiesti: potrete contribuire anche voi, come lettori e lettrici attenti/e a segnalarci stereotipi e parole scorrette utilizzati nell’informazione italiana: https://prosmedia.org/stereotipi-nei-media/

Emergenza o problema strutturale? I femmicidi del 2017

Foto da http://www.lametino.it

di Cristina Martini

103 sono le vittime della violenza di genere nel 2017. Donne uccise da uomini possessivi, che hanno premeditato i femmicidi organizzando con lucidità l’atto criminoso. Questi i dati raccolti per la ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”, iniziata nel 2012 e che conferma la violenza sulle donne – e nello specifico il tragico epilogo, il femminicidio – come problema strutturale e culturale con radici profonde, non certamente un’emergenza destinata a rientrare.

La maggior parte dei femmicidi sono stati al Nord (39), seguito poi dal Centro (32), il Sud (19) e le Isole (13). Sono stati 11 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Venezia (Anastasia Shakurova, Sonia Padoan, Maria Archetta Mennella, Sabrina Panzonato), tre a Vicenza (Vanna Meggiolaro, Nidia Roana Loza Rodriguez), due a Padova (Fedora Malachi, Natasha Bettiolo), uno a Treviso (Irina Bakal), a Rovigo (Tatiana Halapciug) e Verona (Khadija Bencheikh).

Le donne uccise nel 2017 sono in prevalenza italiane: 78 (il 75,7%); sono invece straniere nel 24,3% dei casi di femmicidio (25). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (5), cinese (3), colombiana, nigeriana, albanese, ghanese, marocchina (2), indiana, moldava, russa, tunisina, montenegrina, brasiliana, thailandese.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 78 (nel 75,7 dei casi), 19 stranieri (18,5%) e 6 sono ancora non identificati (5,8%). Le nazionalità: albanese (4), rumeno, marocchino (3), moldavo, ghanese (2), irlandese, nigeriano, svedese, cinese, pakistano, malese, egiziano. In 13 casi su 19 (68,4%) gli offender stranieri hanno ucciso una donna straniera che aveva con loro un legame familiare per lo stesso motivo per cui i colpevoli italiani colpiscono per motivi di genere, ossia perché la ritengono un oggetto di proprietà.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2017” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi Confronti, in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,2%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,9%), del Marocco (8,3%), della Cina (5,6%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (46 su 103, il 44,7%), seguite dalle over 60 (39) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2017 sono state tre.

Il ricorso alla spettacolarizzazione e ai dettagli morbosi alla ricerca di sèguito di pubblico – oramai abituato a racconti riportati con queste modalità – è un’ulteriore violenza alle vittime e ai suoi familiari. Il retaggio patriarcale e la cultura del possesso sono spesso dimenticati dagli operatori dell’informazione che tendono a ricorrere a stereotipi che sono ampiamente entrati a far parte del pensiero comune. Amore, gelosia, raptus, litigi, sono termini che ancora appaiono in cronaca, sebbene iniziano ad emergere nuovi racconti più rispettosi, oggettivi e che illustrano il femminicidio come problema culturale che riguarda tutte e tutti.

In molti casi il tragico epilogo viene raccontato come un gesto inspiegabile, conseguenza di una provocazione. Sarebbe invece utile inquadrare il singolo episodio con statistiche accurate (che escludano le uccisioni di donna che non sono invece femmicidi, quali gli omicidi dopo rapina o per motivi economici) e dare voce alle realtà che si occupano di tematiche di genere per far emergere la mancanza di empatia del colpevole, il ciclo della violenza che si ripete di continuo, i segnali che sono sempre presenti e che precedono l’atto criminoso che comporta la morte della vittima.

La considerazione della donna come oggetto da poter eliminare per questo “diritto di possesso” è un messaggio che oggigiorno viene veicolato su vari canali: più di qualche responsabilità è da imputare ai media e per questo è importante attivare un atteggiamento critico verso linguaggio e immagini che incontriamo. Pensieri, parole e comportamenti sono dovuti anche a quello che leggiamo e ascoltiamo riguardo la violenza di genere e i fatti di cronaca nera.

Ci sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Quando le donne chiedono aiuto

spazio_donnadi Elena Guerra

Violenza di genere e femmicidi spesso sono raccontanti attraverso fatti di cronaca specifici e grandi numeri, nazionali o internazionali. Per raccontare il fenomeno da vicino abbiamo raccolto i dati di un singolo Comune italiano, per puntare la lente di ingrandimento su una città ricca del Nord-Est e per capire di cosa si tratta quando si parla di femminicidi e degli strumenti per il supporto alle donne. Lo scorso 18 novembre durante l’incontro “Prevenire e contrastare le molestie e la violenza nei luoghi di lavoroMariapia Mainardi di Spazio Donna di Bassano Del Grappa, in provincia di Vicenza, ha presentato i dati 2016 estrapolati dalla Scheda di rilevazione centri antiviolenza creata e curata da Questacittà, associazione di cittadini volontari per quanto riguarda l’andamento dello sportello Spazio Donna.

Durante il servizio di ascolto (telefonico, colloquio, e-mail, etc) prima del 2016 sono state avvicinate 186 donne. Solo nel 2016, con l’attivazione specifica del servizio per le donne vittime di genere, sono state 104, delle quali 69 sono stati nuovi contatto con la struttura. Le fasce di età hanno riguardato 16 ragazze tra i 18 e i 30 anni, 31 tra i 31 e i 40 anni, 34 tra i 41 e i 50, 14 tra i 51 e i 60, 8 tra i 61 e i 70 anni, una tra i 71 e gli 80 anni. Per quanto riguarda la nazionalità, la maggioranza sono donne italiane, 85, con alcune eccezioni: cinque marocchine, tre moldave e tre albanesi, due tunisine, e una ghanese, una rumena, una senegalese, una russa, una macedone e una serba. Di queste sono 54 sposate, 22 sono nubili, 18 sono conviventi, 14 separate, 4 vedove e una divorziata. Per quanto riguarda l’istruzione, 50 hanno una formazione che si ferma alla scuola media, 33 alle superiori, 14 alle elementari e sette sono laureate. Sono 58 le disoccupate e 46 occupate. Non sono seguite da nessun altro servizio 68 donne. Quindici invece hanno il supporto del consultorio familiare, 11 dal servizio sociale del Comune, cinque dal CSM, quattro da altro (neuropsichiatria, Caritas, disabilità, disturbi alimentari), una dal SERT.

La modalità di contatto riguarda un invito da parte di conoscenti, amici o famigliari nel 52 dei casi, 28 donne sono arrivate attraverso volantini, altri centri antiviolenza, casa rifugio, eventi pubblici e corsi organizzati, altre associazioni e cooperative, internet o il sindacato. Tredici grazie alle forze dell’ordine, dieci grazie ai servizi sociali, una attraverso il Pronto soccorso (nessuna attraverso la Rete 1522 o il medico di base). Per tutte è sempre stata una scelta personale.

La tipologia di violenza è 96 volte psicologica, 37 economica, 28 fisica, 13 si tratta di stalking, per tre si tratta di violenza sessuale e due hanno subito mobbing e molestie sessuali al lavoro. Sono 20 le donne che hanno sporto denuncia alle forze dell’ordine, mentre (tra i casi rilevati) sono 15 coloro che hanno avuto bisogno delle cure del pronto soccorso. La violenza in 104 casi è avvenuta ad opera di maschi, sei volte per mano di donne. La relazione con la vittima 59 volte è con il coniuge o partner convivente, 31 con un ex coniuge o convivente, 9 con un parente convivente, 6 con una persona non parente ma conosciuta e 5 con un parente non convivente.

Sono stati 520 i colloqui di sostegno psicologico, per 69 è stato erogato il primo colloquio di accoglienza, 73 hanno avuto orientamento e affiancamento a servizi pubblici o privati, 72 gli accompagnamenti nei gruppi di mutuo aiuto, 48 consulenza legale, 46 aiuto per l’accesso al gratuito patrocinio, in tutte le fasi del processo penale e civile, 38 orientamento al lavoro attraverso informazioni e contatti con i servizi sociali e con i centri per l’impiego per individuare un percorso di inclusione lavorativa verso l’autonomia economica , 15 mediazione culturale, 2 hanno avuto percorsi di sensibilizzazione e prevenzione della violenza per gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Alcune donne che hanno chiesto aiuto sono state indirizzate ad altri servizi territoriali: 39 ai servizio sociale, 33 ai consultori familiari, 29 alle forze dell’ordine, 5 al Pronto soccorso e una al SERT. Cinque donne sono state accolte in case di secondo livello.

Per approfondire scrivere a spaziodonna@hotmail.it.

Stupratori, prima di tutto

di Erica Tessaro del gruppo Net Generation*

Lo stupro, in sé, non fa notizia, non fa scalpore. Eppure la cronaca dell’estate 2017 si è concentrata sullo stupro di Rimini della notte del 25 agosto. Questo perché si è finalmente iniziato a dare il giusto peso agli episodi di violenza contro le donne? Perché si percepisce l’urgenza di scuotere le coscienze e dare l’avvio ad una indignazione generale che modifichi l’immaginario dello stupro? NO. Ha fatto notizia solo perché commesso da immigrati. Mi correggo: certa stampa italiana ha permesso a questa notizia di diventare “La notizia”, non per ciò che è successo, ma per chi ha commesso la violenza.

L’impostazione data è chiara: se lo stupro è commesso da immigrati sono delle “bestie” da stanare, trovare, punire in maniera esemplare e cacciare dall’Italia; se è commesso (come nel 61% dei casi!) da italiani allora i toni cambiano e “la ragazza se l’è cercata”, ci si interroga sulla lunghezza della gonna che portava, oppure gli stupratori “sono bravi ragazzi”. La violenza quindi diventa atto da interpretare a piacimento: un reato gravissimo se commesso da nordafricani, una “bravata” se commesso dai soliti “bravi ragazzi”. Il fatto, ovvero uomini che violentano donne, perde importanza, l’importante è usare la violenza per indirizzare l’opinione pubblica. E non è un indirizzo apolitico concentrato sull’importanza di salvaguardare i corpi, di tutelarli dalle violenze, di dare un immaginario che condanni lo stupro tanto da renderlo unanimemente e universalmente condannabile; no, è un indirizzo politico meramente finalizzato alla condanna degli immigrati. I commenti più comuni agli stupri di Rimini sono sulla falsariga di “ecco, vengono qua e non rispettano niente e nessuno”.

Non è stato visto uno stupro, donne violate nella loro intimità, no, è stato visto l’immigrato che stupra. Ecco ancora che il corpo (femminile) non conta. Conta il malcontento da strumentalizzare, conta la gretta ignoranza della gente che punta il dito contro gli immigrati, contano i voti della malapolitica. Nessun commento reale, utile, veritiero, su ciò che è successo: uomini che violentano donne. Questo è successo. Ed è successo 2333 volte dall’inizio dell’anno.

2333 donne violentate da gennaio a luglio 2017 da 1534 italiani e 904 stranieri. 

E nessuno ha detto nulla.

117 vittime di femmicidio nel 2016. Il 71,8% (dei casi risolti) vede come omicida un italiano, non uno straniero.

E nessuno ha detto nulla.

Il gruppo informale NET GENERATION nasce dalla necessità di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono, tessendo reti innovative, far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. I suoi obiettivi rientrano nelle attività della campagna di promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. Collabora con Veronetta Centoventinove, un’associazione culturale che ha tra le sue finalità quella di favorire e promuovere l’incontro tra culture diverse e tra i cittadini.

La nazionalità prima del crimine

di Elena Guerra

I mass media italiani da una settimana parlano di crimini sessuali commessi in Italia dai cittadini stranieri, dopo i due stupri la notte del 25 agosto scorso ai danni di una turista polacca e una trans sudamericana sulla spiaggia di Miramare, a Rimini. Perchè questo interesse solo ora?

Secondo il dossier del Viminale nei primi sette mesi del 2017 risultano essere stati denunciati 2.333 casi di stupro, che nello stesso periodo del 2016 erano 2.345. Le persone denunciate o arrestate nel 2017 risultano essere 2.438. Tra queste, 1.534 sono italiane (nel 2016 erano 1474) e 904 straniere (909 l’anno scorso).  Quasi quattro denunciati su dieci (esattamente il 37 per cento) sono stranieri. Stranieri, non migranti. Il gruppo italiano di ricerca Demoskopica, in un rapporto relativo agli anni tra il 2010 e il 2014 e pubblicato a novembre 2016, rivela che denunce e arresti hanno interessato in maggioranza gli italiani (61% dei casi), seguiti da romeni (8,6%), marocchini (6%), albanesi (1,9%) e tunisini (1,3%). Anche le vittime sono principalmente donne di nazionalità italiana (68% dei casi), seguite da romene (9,3%) e marocchine (2,7%). La maggioranza invece degli arrivi nel 2017 nelle coste italiane parla invece di persone provenienti da Nigeria (16.317), Bangladesh (8.687), Guinea (8.631) e Costa d’Avorio (7.905).

Secondo l’Istat una donna su 5 in Italia è vittima di violenza sessuale. Il 21% delle donne, oltre 4,5 milioni, ha subito violenza nel corso della propria vita, un milione e 157 mila nelle sue forme più gravi, lo stupro (653mila) e tentato stupro (746mila). E ancora: il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni, 4,3 milioni, è stata vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci. Un crescendo che in una minoranza dei casi, l’1,5%, ha portato a danni seri e permanenti, per strangolamento, ustione, soffocamento. E il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica.

In definitiva, è vero che gli stranieri compiono più stupri degli italiani? Il sito TPI news spiega come vengono conteggiati i reati. Se si considerano i crimini in generale – e non solo i casi di stupro – l‘unico modo che si ha per stimare la quantità di reati commessi è osservare i destinatari di denunce e le persone in carcere, come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) nella sezione fact-checking del suo sito internet. “Dai dati emerge che, a fronte di una presenza di stranieri in Italia equivalente all‘8,3 per cento della popolazione nel 2015, le denunce nei confronti degli stranieri (escludendo quelle a carico di ignoti) erano il 32 per cento del totale, mentre la popolazione carceraria era costituita per il 33 per cento da stranieri”, si legge sul sito.

In altri termini, su mille stranieri presenti sul territorio italiano circa 3,5 sono in carcere, mentre su mille italiani lo 0,6 è detenuto. Sembra dunque che uno straniero abbia una probabilità di essere arrestato di oltre cinque volte superiore rispetto a quella di un italiano. I dati nascondono tuttavia una situazione più complessa: “Mentre stranieri e italiani vengono incarcerati in misura simile per certi tipi di reati violenti, come per esempio le lesioni dolose (5,5 per cento dei reati per entrambe le nazionalità), gli stranieri vengono incarcerati in misura superiore per reati connessi alla produzione e spaccio di stupefacenti (45 per cento contro 36 per cento)”.

Inoltre, l’istituto puntualizza che all‘aumentare dei migranti non sembra aumentare il loro “livello di delinquenza”. Tra 2009 e 2015, a fronte di un aumento del 47% degli stranieri residenti la popolazione carceraria straniera è scesa dal 37% al 33% del totale.