Stupratori, prima di tutto

di Erica Tessaro del gruppo Net Generation*

Lo stupro, in sé, non fa notizia, non fa scalpore. Eppure la cronaca dell’estate 2017 si è concentrata sullo stupro di Rimini della notte del 25 agosto. Questo perché si è finalmente iniziato a dare il giusto peso agli episodi di violenza contro le donne? Perché si percepisce l’urgenza di scuotere le coscienze e dare l’avvio ad una indignazione generale che modifichi l’immaginario dello stupro? NO. Ha fatto notizia solo perché commesso da immigrati. Mi correggo: certa stampa italiana ha permesso a questa notizia di diventare “La notizia”, non per ciò che è successo, ma per chi ha commesso la violenza.

L’impostazione data è chiara: se lo stupro è commesso da immigrati sono delle “bestie” da stanare, trovare, punire in maniera esemplare e cacciare dall’Italia; se è commesso (come nel 61% dei casi!) da italiani allora i toni cambiano e “la ragazza se l’è cercata”, ci si interroga sulla lunghezza della gonna che portava, oppure gli stupratori “sono bravi ragazzi”. La violenza quindi diventa atto da interpretare a piacimento: un reato gravissimo se commesso da nordafricani, una “bravata” se commesso dai soliti “bravi ragazzi”. Il fatto, ovvero uomini che violentano donne, perde importanza, l’importante è usare la violenza per indirizzare l’opinione pubblica. E non è un indirizzo apolitico concentrato sull’importanza di salvaguardare i corpi, di tutelarli dalle violenze, di dare un immaginario che condanni lo stupro tanto da renderlo unanimemente e universalmente condannabile; no, è un indirizzo politico meramente finalizzato alla condanna degli immigrati. I commenti più comuni agli stupri di Rimini sono sulla falsariga di “ecco, vengono qua e non rispettano niente e nessuno”.

Non è stato visto uno stupro, donne violate nella loro intimità, no, è stato visto l’immigrato che stupra. Ecco ancora che il corpo (femminile) non conta. Conta il malcontento da strumentalizzare, conta la gretta ignoranza della gente che punta il dito contro gli immigrati, contano i voti della malapolitica. Nessun commento reale, utile, veritiero, su ciò che è successo: uomini che violentano donne. Questo è successo. Ed è successo 2333 volte dall’inizio dell’anno.

2333 donne violentate da gennaio a luglio 2017 da 1534 italiani e 904 stranieri. 

E nessuno ha detto nulla.

117 vittime di femmicidio nel 2016. Il 71,8% (dei casi risolti) vede come omicida un italiano, non uno straniero.

E nessuno ha detto nulla.

Il gruppo informale NET GENERATION nasce dalla necessità di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono, tessendo reti innovative, far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. I suoi obiettivi rientrano nelle attività della campagna di promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. Collabora con Veronetta Centoventinove, un’associazione culturale che ha tra le sue finalità quella di favorire e promuovere l’incontro tra culture diverse e tra i cittadini.

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La nazionalità prima del crimine

I mass media italiani da una settimana parlano di crimini sessuali commessi in Italia dai cittadini stranieri, dopo i due stupri la notte del 25 agosto scorso ai danni di una turista polacca e una trans sudamericana sulla spiaggia di Miramare, a Rimini. Perchè questo interesse solo ora?

Secondo il dossier del Viminale nei primi sette mesi del 2017 risultano essere stati denunciati 2.333 casi di stupro, che nello stesso periodo del 2016 erano 2.345. Le persone denunciate o arrestate nel 2017 risultano essere 2.438. Tra queste, 1.534 sono italiane (nel 2016 erano 1474) e 904 straniere (909 l’anno scorso).  Quasi quattro denunciati su dieci (esattamente il 37 per cento) sono stranieri. Stranieri, non migranti. Il gruppo italiano di ricerca Demoskopica, in un rapporto relativo agli anni tra il 2010 e il 2014 e pubblicato a novembre 2016, rivela che denunce e arresti hanno interessato in maggioranza gli italiani (61% dei casi), seguiti da romeni (8,6%), marocchini (6%), albanesi (1,9%) e tunisini (1,3%). Anche le vittime sono principalmente donne di nazionalità italiana (68% dei casi), seguite da romene (9,3%) e marocchine (2,7%). La maggioranza invece degli arrivi nel 2017 nelle coste italiane parla invece di persone provenienti da Nigeria (16.317), Bangladesh (8.687), Guinea (8.631) e Costa d’Avorio (7.905).

Secondo l’Istat una donna su 5 in Italia è vittima di violenza sessuale. Il 21% delle donne, oltre 4,5 milioni, ha subito violenza nel corso della propria vita, un milione e 157 mila nelle sue forme più gravi, lo stupro (653mila) e tentato stupro (746mila). E ancora: il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni, 4,3 milioni, è stata vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci. Un crescendo che in una minoranza dei casi, l’1,5%, ha portato a danni seri e permanenti, per strangolamento, ustione, soffocamento. E il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica.

In definitiva, è vero che gli stranieri compiono più stupri degli italiani? Il sito TPI news spiega come vengono conteggiati i reati. Se si considerano i crimini in generale – e non solo i casi di stupro – l‘unico modo che si ha per stimare la quantità di reati commessi è osservare i destinatari di denunce e le persone in carcere, come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) nella sezione fact-checking del suo sito internet. “Dai dati emerge che, a fronte di una presenza di stranieri in Italia equivalente all‘8,3 per cento della popolazione nel 2015, le denunce nei confronti degli stranieri (escludendo quelle a carico di ignoti) erano il 32 per cento del totale, mentre la popolazione carceraria era costituita per il 33 per cento da stranieri”, si legge sul sito.

In altri termini, su mille stranieri presenti sul territorio italiano circa 3,5 sono in carcere, mentre su mille italiani lo 0,6 è detenuto. Sembra dunque che uno straniero abbia una probabilità di essere arrestato di oltre cinque volte superiore rispetto a quella di un italiano. I dati nascondono tuttavia una situazione più complessa: “Mentre stranieri e italiani vengono incarcerati in misura simile per certi tipi di reati violenti, come per esempio le lesioni dolose (5,5 per cento dei reati per entrambe le nazionalità), gli stranieri vengono incarcerati in misura superiore per reati connessi alla produzione e spaccio di stupefacenti (45 per cento contro 36 per cento)”.

Inoltre, l’istituto puntualizza che all‘aumentare dei migranti non sembra aumentare il loro “livello di delinquenza”. Tra 2009 e 2015, a fronte di un aumento del 47% degli stranieri residenti la popolazione carceraria straniera è scesa dal 37% al 33% del totale.

I femmicidi del 2016: 117 vittime della violenza di genere

117 donne uccise per femmicidio nel 2016: dati che parlano chiaro riguardo un problema culturale profondo. Non è “emergenza femminicidio”, come molti la chiamano, ma una costante punta dell’iceberg che sottende molto sommerso, spesso non denunciato per paura, per difesa dei/delle figli/e, per costrizione, per vergogna.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” confermano la trasversalità del fenomeno. È necessaria un’analisi dettagliata dei casi di femmicidio per inquadrarli: è frequente assistere alla diffusione di dati scorretti da parte di mezzi di informazione o inesperti sul tema che etichettano come violenza di genere qualsiasi uccisione di donna, ad esempio gli omicidi per motivi economici o successivi a una rapina.

Nel 2016 le vittime di violenza di genere sono state 117, di cui la maggior parte al Nord (54), seguito poi dal Centro (36), il Sud (20) e le Isole (7). In Veneto i casi di femminicidio sono stati 14: sei a Verona (Mirela Balan, Larisa Elena, Mirella Guth, Alessandra Maffezzoli, Lloara Petronela Uljca, Ines Valenti), tre a Rovigo (Radica Monteanu, Maria Askarov, Miranda Sarto), due a Venezia (Nelly Pagnussat, Emilia Casarin), due a Padova (Mariana Caraus, Lidia Marinello) e uno a Vicenza (Monica De Rossi).

Le donne uccise nel 2016 sono in prevalenza italiane: 84 (il 71,8%); sono straniere nel 28,2% dei casi di femmicidio (33). Le nazionalità delle vittime sono molteplici: rumena (8), ucraina e moldava (5), marocchina, albanese, nigeriana, bulgara (2), americana, serba, brasiliana, dominicana, algerina, peruviana e argentina (1).

Gli uomini colpevoli sono per la maggior parte italiani: 84 (nel 71,8% dei casi), 20 stranieri (il 17,1%; uno di questi è in possesso di doppia cittadinanza, italiana e algerina) e 13 non sono ancora stati identificati oppure le indagini non sono ancora state completate (11,1%). Le loro nazionalità: 5 offender sono rumeni, 3 albanesi, 2 ucraini e tunisini, un senegalese, marocchino, tedesco, serbo, moldavo, paraguayano, pakistano e algerino. Il 90% (18 su 20) dei colpevoli stranieri ha ucciso la propria compagna straniera; solo in due casi (Gisella Purpura e Maria Grazia Cutrone) hanno agito contro una vittima italiana: in entrambi i femmicidi era la loro moglie.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2016” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (22,9%), seguita dai cittadini dell’Albania (9,3%), del Marocco (8,7%), della Cina (5,4%) e dell’Ucraina (4,6%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (57 su 117, il 48,7%), seguite dalle over 60 (35) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (19); le vittime minorenni nel 2016 sono state sei. I casi di femminicidio sono stati agiti in prevalenza con armi compatibili con la realtà domestica: sono 47 le morti (il 40%) provocate da armi da taglio; seguono i delitti compiuti con armi da fuoco (26), per strangolamento (15), con oggetti (11), con il fuoco in cui la vittima è stata bruciata viva (5), per soffocamento (4), con percosse (4), con manomissione del tubo del gas, per annegamento, con auto (1). In due casi vi è stato l’uso di farmaci, tra cui numerose punture di eparina.

Violenza di genere, femminicidio, femmicidio continuano ad essere giustificati da chi li racconta. La ricerca dei click e delle condivisioni soprattutto attraverso i canali social media hanno portato ad una maggior diffusione di messaggi scorretti che, volontariamente o no, confermano stereotipi e pregiudizi già presenti nella cultura del possesso. I racconti emotivi, di spettacolarizzazione e con particolari morbosi attirano i pubblici dipendenti cognitivamente dai media, indirizzandone il pensiero su elementi quali l’amore, la gelosia, la malattia mentale e il raptus, la provocazione e l’occultamento della violenza in diverse modalità.

I dati raccolti parlano invece di casi di violenza perpetrati nel tempo da persone con un legame molto stretto con la vittima, che hanno raggiunto il tragico epilogo dopo segnali e precedenti percosse, intimidazioni, azioni di stalking. Ci parlano di colpevoli che pianificano attentamente l’atto criminoso per costruirsi un alibi, che progettano nei dettagli l’uso dell’arma o infieriscono sul corpo della vittima se lo scopo non viene raggiunto a un primo tentativo.

In merito alla violenza sulle donne e ai racconti di questa, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ha pubblicato un documento decalogo che invita gli operatori del settore dell’informazione – ma i suggerimenti sono consigliati per tutti coloro che si occupano di diffondere dati e notizie in merito – all’uso di un linguaggio corretto scevro da stereotipi e pregiudizi, nel rispetto delle persone coinvolte; a contestualizzare, proponendo statistiche ai propri pubblici, i singoli fatti di cronaca; a utilizzare fonti attendibili e autorevoli, come ad esempio le associazioni che si occupano di violenza di genere e di femminicidio e a identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull’eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Cronaca della violenza sulle donne – Seminario per l’Ordine dei giornalisti

Come il racconto della violenza di genere può cambiare la percezione della realtà nei lettori? Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi che vengono veicolati dalla stampa? Perché il femminicidio ha radici culturali?

Sabato 11 giugno alle 9.30 in aula T1 del Polo Zanotto dell’Università di Verona si terrà “Cronaca della violenza sulle donne“, seminario organizzato dall’ateneo scaligero e accreditato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Verranno approfonditi i diversi aspetti – anche culturali – che sottendono a quella che erroneamente è considerata una “questione femminile” e che invece riguarda tutti e tutte. Un appuntamento formativo di tutti/e coloro che, per lavoro, si occupano di raccontare la cronaca nera.

Moderati da Maurizio Corte, giornalista e docente di comunicazione interculturale dell’Università di Verona, interverranno: Ilaria Possenti, assegnista di ricerca di filosofia politica; Cristina Martini, assegnista di ricerca e media educator di ProsMedia; Marisa Mazzi, presidente dell’associazione Isolina e…; Vincenzo Todesco, avvocato e consulente legale di Isolina e… per la costituzione di parte civile nei processi per femminicidio e violenza di genere.

La partecipazione al seminario dà diritto all’acquisizione di 4 crediti formativi per la formazione dei giornalisti.

Femminicidio: il killer parla, la vittima tace

di Maurizio Corte

Sull’agenzia Ansa di mercoledì 31 maggio, nella home page del sito, si ripete la solita rappresentazione del dramma mediatico che accompagna i femminicidi. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva a Roma dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni. L’agenzia Ansa in una prima versione titola la notizia spiegando la ragione del gesto criminale, e in questo giustificandola. Dà la parola all’assassino, che parla attraverso l’avvocato il quale, è ovvio, cerca di evitare la massima pena al proprio cliente: “Aveva un altro, l’ho uccisa”, leggiamo nel titolo.

Femminicidio -In una seconda versione della notizia, sempre sul sito dell’Ansa, è ancora l’assassino, Vincenzo Paduano, a parlare, attraverso il suo portavoce, l’avvocato: “Il killer dal carcere: ho paura”. Tanto che ci dovremmo preoccupare per lui, anziché preoccuparci per la vittima e per le donne maltrattate, violentate, ridotte a oggetto e uccise. A corredo di entrambi i titoli, la foto – che, visto il dramma, trovo di cattivo gusto – dei due ex-fidanzati assieme, sorridenti. Quella foto, infatti, appartiene a un passato che Sara non voleva più, avendo inteso la violenza e la gelosia possessiva di Vincenzo Paduano; e comunque avendo deciso per un altro modo di vivere e di amare.

Sui giornali, come sull’Ansa, si sono poi scritti articoli sulla indifferenza degli automobilisti che avrebbero visto Sara Di Pietrantonio in pericolo di vita, prima che si compiesse il femminicidio: l’ex fidanzato, dopo averla cosparsa di alcol, le ha dato fuoco. Al di là del merito delle considerazioni su quel comportamento di chi poteva aiutare Sara, merita sottolineare come si siano voluti tematizzare da un lato la gelosia e l’abbandono di cui sarebbe stato “vittima” l’assassino; e dall’altro lato, l’indifferenza della gente, come se fosse questa indifferenza ad avere condannato a morte Sara Di Pietrantonio.

La rappresentazione mediatica di questo altro caso di femminicidio ci dice che, ancora una volta, le vittime non hanno voce, mentre gli assassini possono parlare attraverso i loro avvocati. I killer possono così tentare di smorzare la motivazione violenta, possessiva e annientante che sta dietro l’omicidio. La rappresentazione mediatica dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, però, ci dice anche che i media non tematizzano le ragioni “culturali” che stanno dietro il femminicidio. In questo modo, non denunciano la cultura della violenza che lo ispira, al di là delle ragioni personali che portano un uomo a uccidere la sua ex compagna.

Osservatorio sul femmicidio aggiornato al 31 giugno 2016 compreso.

Seminario a Verona su stalking e violenza domestica

“Gli interventi di tutela e prevenzione nei reati di stalking e violenza domestica”. Questo il titolo del seminario che si terrà giovedì 12 maggio, dalle ore 9 alle 17.30, nella sala convegni della Banca Popolare di Verona, in San Cosimo 10, a Verona. Il seminario è organizzato dall’Associazione Psicologo di Strada con il contributo della Banca Popolare.

Relatori al seminario: Elvira Vitulli, sostituto procuratore della Repubblica; Isabella Cesari, magistrato di sorveglianza; Davide Adami, avvocato cassazionista; Sabrina Camera, criminologa e giudice onorario al Tribunale di sorveglianza di Venezia; Laura Baccaro, psicologa, criminologa e mediatrice familiare.

Destinatari del seminario sono avvocati, psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, operatori sociali, insegnanti e volontari. Sono stati richiesti i crediti formativi all’Ordine degli avvocati e degli assistenti sociali.
Per informazioni e iscrizioni: 347.5220363. Email: psicologodistrada@gmail.com. Sito web: www.psicologodistrada.it

Scarica il programma dell’evento: Seminario Violenza Domestica – 12.05.2016

#dagrandesarò Zaha Hadid

cartolina_dagrandesaroPer la Campagna #dagrandesarò le avevamo dedicato una cartolina. Anche per questo oggi non possiamo non ricordare la grande architetta Zaha Hadid, britannica di origini irachene, mancata ieri all’età di 65 anni a causa di un attacco cardiaco in un ospedale di Miami. Era ricoverata per una bronchite. L’architetta era nata il 31 ottobre 1950 a Baghdad e si era laureata in matematica all’American university di Beirut e in architettura all’Architectural association di Londra.

Nel 2004 è stata la prima donna a vincere il premio Pritzker, uno dei massimi riconoscimenti nell’ambito dell’architettura, lo Stirling e la medaglia d’oro per l’architettura, un premio alla carriera che viene assegnato ogni anno dalla Royal institute of British architects (Riba). Nel 2010 il Time l’aveva inclusa nelle 100 personalità più influenti del mondo, un’eccezione per una progettista.

L’abbiamo scelta come esempio di “Puoi essere chi vuoi” attraverso una delle sue opere, il centro culturale Heydar Aliyev in Azerbaigian, per una comunicazione che combatte gli stereotipi che proprio i media veicolano proponendo a bambini/e ed adulti/e dei modelli a cui ispirarsi per diventare ed essere persone di successo. Spesso questa comunicazione stereotipata fa leva su delle presunte caratteristiche innate che apparterrebbero al femminile ed al maschile, indirizzando i più piccoli e piccole a sognarsi come la società li vorrebbe e non come si desiderano. Nello stereotipo comune Zaha Hadid è appartenuta a una categoria professionale prettamente maschile; per noi lei è il simbolo dell’impegno e del successo oltre ogni etichetta.

Per approfondire leggi l’articolo che Pantheon di febbraio 2016 ha dedicato alla Campagna #dagrandesarò.