Adozione di bambini, sui media il solito copione “ideologico”

di Maurizio Corte

Quando sui media si parla di adozione di bambini vi è sempre stato il rischio che il pendolo oscilli fra due poli.

Da un lato vi è il “pietismo” verso i poveri bimbi abbandonati che trovano un’occasione di riscatto. Dall’altro vi è il commovente dolore di una coppia che non riesce ad avere figli biologici.

Negli ultimi tempi si è aggiunta una terza componente. Stavolta ideologica. È una “terza posizione” che può assumere forme diverse.

Una di queste è l’urlo entusiasta che essere figli adottivi o genitori adottivi è una sorta di “paradiso di felicità”.

Un’altra è la battaglia perché l’adozione possa essere fatta anche da coppie omosessuali.

La terza componente ideologica vede come posizione quella che “genitore single è bello”.

Al benessere dei bambini adottati, chi ci pensa mai? Degli aspetti critici dell’adozione – sfocati dall’idea che l’amore tutto risolve – chi parla mai con cognizione di causa?

Chi mai approfondisce, senza interessi di parte, il tema dell’adozione, affrontandolo nella sua complessità?

Un altro elemento che propone il “discorso dei media” sull’adozione di bambini è quello di dare voce ai figli adottivi e ai genitori adottivi. Scelta doverosa. Sacrosanta.

E gli esperti? Non vogliamo far parlare mai gli esperti di adozione di bambini?

Come per il tema “media e immigrazione”, anche per il tema “media e adozione di bambini” possiamo dire che la voce degli esperti – indipendenti da interessi di parte – non viene tenuto nel dovuto conto.

In una puntata radiofonica di “Cactus – Basta poca acqua”, condotta dalla giornalista Concita De Gregorio su Radio Capital, si è parlato di adozione di bambini.

La posizione “ideologica” questa volta ha riguardato la difesa dell’adozione di bambini da parte di genitori single.

Da parte di un single un’adozione è possibile, ci informa la trasmissione. È consentita se fra l’aspirante madre (o l’aspirante padre) e un bambino/a si è creato un legame affettivo.

Deve essere un legame tale da convincere un giudice a concedere a una persona singola la genitorialità di un figlio (o figlia) non biologici.

Il caso trattato è interessante. È quello di una donna single che a casa sua, in Italia, ha ospitato alcuni mesi l’anno per anni, in un incontro frutto del caso, un bambino dell’Ucraina che ora ha 11 anni.

La signora sta aspettando impaziente la pronuncia di un giudice, dopo aver prodotto tutta la documentazione e le prove che fra lei e il bambino si è instaurato un rapporto genitore-figlio.

È un rapporto tanto stretto e genitoriale che il bambino chiama “mamma” la signora. Quest’ultima l’ha ospitato 4 mesi l’anno per un certo numero di anni, stando a quanto emerge dalla testimonianza in diretta della donna.

La vicenda è interessante. Degna di approfondimento in una trasmissione radiofonica, il cui obiettivo dovrebbe essere anche quello di informare e far pensare. La conduce, infatti, una giornalista di prestigio e professionalità, come Concita De Gregorio.

Peccato che la trasmissione si riveli “ideologica” per il suo sposare, senza esitazione alcuna, la causa – certo comprensibile e legittima – di un’aspirante mamma single.

Non ci si interroga, ad esempio, sull’opportunità che il bambino adottando abbia bisogno di entrambe le figure genitoriali.

Non si tematizza – ascoltando un esperto – la difficoltà che comporta il crescere da soli un figlio (o una figlia) adottato, specie in età adolescenziale.

Siamo certi che l’avere un solo genitore – per un figlio adottivo che ha avuto problemi di relazione con i genitori biologici – sia nell’interesse di chi viene adottato?

Sono domande che richiedono anche la voce di un esperto. Il sostegno di studi e di analisi. Il conforto di una riflessione professionale, fatta alla luce delle esperienze adottive studiate da esperti.

Nulla di tutto questo vi è nella trasmissione radiofonica di Concita De Gregorio. Eppure l’ascolto di posizioni differenti e l’approfondimento, oltre l’impressionismo del singolo caso che attira, dovrebbero essere bagaglio dei giornalisti.

L’adozione di bambini (e bambine), anche nella trasmissione “Cactus – Basta poca acqua”, di Radio Capital, resta insomma alla superficie dei temi.

Eppure l’adottare un bambino (o una bambina) grandicello non dovrebbe essere un argomento da trattare in superficie. Né da affrontare con un’impostazione ideologica. O, peggio, da tifoseria interessata.

L’epoca della post-verità: quando i pregiudizi prevalgono sui fatti oggettivi

di Barbara Minafra

Quanto sono attendibili i post che si inseguono sui social? Quanto si limitano a raccontare un fatto e non sono già un’opinione su quanto successo?

L’Oxford Dictionary, che registra l’evoluzione della lingua inglese contemporanea, due anni fa aveva scelto “post-truth” quale parola dell’anno per la crescente diffusione di un fenomeno sociale che fa riferimento a circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza, nella formazione dell’opinione pubblica, delle emozioni e delle credenze personali.

Nella cultura contemporanea, nel mondo globalizzato e digitale la verità (il riferirsi a dati empirici verificabili che possono essere ritenuti veri perché hanno avuto luogo) sembra talvolta avere importanza secondaria. Conta più l’apparenza, o meglio, ha maggior peso la definizione che si dà degli eventi, come si ritrae la realtà.

Una foto su Instagram mostra solo un aspetto della realtà: lo spicchio di paesaggio ritratto non è il panorama nel suo complesso. Tuttavia quello scatto diventa la realtà. Quanta mis-information è contenuta in quella foto? Quanti pregiudizi costruisco sulla base di quella immagine? Quanta fake information può generarsi sui social nel momento in cui non contestualizzo la foto ma soprattutto quando il lettore non la legge in modo critico?

La comunicazione si scontra con due problematiche fra le tante: una è la tecnologia, che spesso decontestualizza quello che comunica, e l’altra è la globalizzazione dell’informazione, che va intesa anche nei termini di una comunicazione senza regole.

Da un lato tempo e spazio vengono dilatati, si perde il contesto e non si hanno le giuste chiavi di lettura per comprendere il fatto. Allo stesso modo la percezione di sé, degli altri e del mondo è strutturalmente alterata. I social network ne sono un paradigma. Dall’altro lato, chi posta un messaggio o una foto non segue regole deontologiche, non necessariamente è interessato a far capire cosa succede ma è interessato a mettere in luce il suo punto di vista. Anche il modo di informarsi, di capire, di apprendere, ne risente. Tutto diventa sporadico, occasionale, legato più al numero di visualizzazioni che all’analisi del contenuto e al confronto tra fonti.

Non si tratta semplicemente di mettere in atto pratiche di fact checking ma di contrastare quello che la post-verità mette in discussione: il valore degli eventi e dei dati oggettivi.

Se l’informazione in generale ci consente di uscire dal nostro microcosmo e di aprirci ad esperienze altre, diverse da quelle con cui veniamo in contatto di persona, tanto più importante diventa superare i limiti che ci impongono (in piena incoscienza) gli algoritmi dei motori di ricerca che finalizzano e scelgono per noi le notizie con cui entrare in contatto, che definiscono la nostra profilazione e ci chiudono nella “Filter Bubble” descritta nel 2011 da Eli Pariser e nelle “Echo Chamber” dei social media.

La “bolla di filtraggio”, il sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche introdotto da Google nel 2009 e adottato da Facebook, isola l’utente da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, chiudendolo nella sua bolla culturale o ideologica, la cosiddetta “comfort zone”, e separandolo da punti di vista conflittuali.

La “camera dell’eco” è invece il riverbero di una informazione: idee o credenze vengono amplificate o rafforzate dalla ripetizione all’interno di un sistema definito. In pratica, le fonti non vengono più messe in discussione e le opinioni diverse o concorrenti sono censurate, non consentite o sottorappresentate. In questo modo si rafforza un concetto, si amplifica una visione univoca ed acritica su quell’argomento. Chi la pensa diversamente viene bandito, cancellato: scompare il fondamentale contributo costruttivo del dialogo e del confronto.

Se è vero che per pregiudizio si intende un’opinione non documentata e che la categorizzazione corre online (l’organizzazione delle informazioni in concetti generali facilmente utilizzabili per valutare oggetti e situazioni è la norma), diventa fondamentale capire quanto sia importante avere un approccio critico rispetto a quel che leggiamo e comprendere quanto la post-verità permei tutto ciò che è la comunicazione e la diffusione di pregiudizi nella nostra società.

Pulsante rosso contro le notizie false

di Elena Guerra

Il post virale su Facebook pubblicato da un utente sulla storia inventata di un ragazzo nero senza biglietto su un Frecciarossa ci dice che dopo circa dieci ore con la rimozione del contenuto perché ritenuto falso, sono stati prodotti 100mila like e più di 70mila condivisioni, con commenti razzisti, pieni di pregiudizi su immigrati e persone di chiara origine straniera. Sempre più sono necessari strumenti di controllo sulle notizie false, diffuse in modo massiccio grazie ai social e i mass media.

A tal proposito a metà gennaio 2018 il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni ha istituito il primo Protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web. Sul sito www.commissariatodips.it è stato creato e messo a disposizione dei cittadini uno speciale Red Button per la segnalazione delle cosiddette bufale online. Si tratta di un servizio dedicato di segnalazione istantanea, grazie al quale l’utente potrà segnalare l’esistenza in rete di notizie false. Il sistema prevede anche la possibilità di arricchire la segnalazione attraverso l’indicazione precisa delle URL, la compilazione di campi in cui poter indicare le piattaforme social dove la fake news viene diffusa e la compilazione di un campo ad inserimento libero per fornire le informazioni ritenute utili.

Ricevuta la notizia, la Polizia Postale verificherà, per quanto possibile, l’informazione, con l’intento di indirizzare la successiva attività alle sole notizie manifestamente infondate e tendenziose, ovvero apertamente diffamatorie. La notizia, in particolare, verrà presa in carico da un team dedicato di esperti che effettuerà approfondite analisi, attraverso l’impiego di tecniche e software specifici, al fine di individuare la presenza di significativi indicatori che permettano di qualificare, con la massima certezza consentita, la notizia come fake news (presenza di smentite ufficiali, falsità del contenuto già comprovata da fonti obiettive; provenienza della presunta bufala da fonti non accreditate o certificate).

Il team di lavoro curerà inoltre un’autonoma attività di raccolta informativa al fine di individuare precocemente la diffusione in rete di notizie marcatamente caratterizzate da infondatezza e tendenziosità, apertamente diffamatorie, dando risalto alle smentite ufficiali, supporto alle richieste di rimozione, sulla scorta degli elementi evidenziati nei report di analisi. Qualora sia risultato possibile individuare con esattezza una fake news verrà pubblicata una puntuale smentita sul sito del Commissariato di ps on line e sui canali social istituzionali.

Nel frattempo, per verificare online e velocemente quali possono essere effettivamente le notizie false che girano nei social network, consigliamo il supporto di alcuni siti sensibili a questo tema: Bufale.net, Butac.it, Giornalettismo.com e Bufalepertuttiigusti.

Teoria del contagio emotivo, razzismo e social media

Foto blog Wired.it

di Barbara Minafra

Perché nella nostra vita social abbassiamo le difese e ci lasciamo contagiare? In rete facciamo operazioni solo in apparenza innocue: leggiamo, guardiamo, postiamo, condividiamo. Qual è l’effetto di queste azioni? Quale messaggio contribuiamo a diffondere tra i nostri contatti, e perché non attiviamo gli anticorpi con cui ci difendiamo dagli agenti estranei visto che, proprio sui social, discriminiamo e prendiamo continuamente posizione?

Il contagio emotivo si definisce come un passaggio non consapevole, automatico e immediato di emozioni da un soggetto all’altro. Una condivisione istantanea che fa vivere le esperienze altrui come se fossero le nostre. Avviene senza che ce ne rendiamo conto: come ci ammaliamo senza accorgerci di essere stati contagiati, così proviamo l’emozione altrui senza mediazione cognitiva.

Ricercatori della Cornell University e del Core Data Science Team di Facebook, nel giugno 2014 hanno dimostrato che non solo il linguaggio verbale, la mimica, la postura, le inflessioni della voce, l’interazione tra soggetti, sono in grado di attivare questo trasferimento istantaneo, ma riesce a farlo anche un testo scritto, in assenza di comunicazione diretta, senza dialogo. Per le scienze cognitive basta una parola per trasmettere uno stato d’animo.

Kramer, Guillory e Hancock lo hanno dimostrato attraverso l’analisi di 122 milioni di parole di 689.000 persone che in modo inconsapevole e all’oscuro dell’esperimento, interagivano con la messaggistica di Facebook. Il contagio emotivo è per così dire una forma primitiva del sentire: senza mediazione, senza cognizione, riproduciamo l’esperienza altrui. Piangiamo se altri piangono (esattamente come fanno i neonati se sentono altri bambini piangere; è quello che nel 1987 Hoffman ha chiamato Reazione circolare primaria), cambiamo tono di voce o espressione del viso in base al contesto e all’interlocutore (Motor mimicry).

Quanto razzismo c’è in alcune immagini o quanti pregiudizi ci sono in affermazioni che si rincorrono nei tweet senza darci il tempo di capirne il substrato intollerante? Oltre a non renderci conto del processo di trasmissione/ricezione dei vissuti emotivi altrui, manca la capacità di cogliere la differenza tra noi e l’altro. Le emozioni sono eventi sociali ma se condividiamo link senza pensarci, se mettiamo un impulsivo Mi Piace, finiamo per annullarci (a questo punto volontariamente) nel messaggio altrui.

Lo studio di Kramer, Guillory e Hancock ha fatto emergere anche come la visualizzazione di messaggi positivi sui social network aumenti le emozioni positive; una significativa riduzione di contenuti positivi nel proprio news feed, fa rispondere con più post negativi e meno post positivi; e i contenuti negativi fanno altrettanto, cioè stimolano emozioni negative. 

Tanto più si alimenta l’hate speech, tanto più crescerà l’incitamento all’odio. Questo rappresenta un caso emblematico in cui scattano le reazioni automatiche di difesa del contagio emotivo e delle emozioni di emergenza: attacco, reagisco, fuggo per difendermi dal pericolo. Il circolo vizioso però si autoalimenta: più cresce la sensazione di minaccia più si rafforza il meccanismo di difesa, più induce a fare gruppo per diventare più forti, e più aumenta il sentimento di intolleranza e ostilità.

Ma spiega anche perché alcuni video, notizie e immagini diventano virali. Più si riesce a generare stupore o meraviglia (mentre tendiamo a cestinare ciò che fa sentire tristi), più le condivisioni crescono. Studi e meccanismi pubblicitari dimostrano che se si attivano le emozioni, soprattutto positive (ma succede anche con ansia e rabbia), si alza la soglia di interesse, attenzione, coinvolgimento e poi adesione, ovvero condivisione.

Si accumulano alterazioni informative che poco alla volta consolidano sensazioni, avvalorano interpretazioni e contribuiscono alla costruzione della differenza che può diventare stereotipo, pregiudizio, intolleranza, razzismo. Se tutto questo non è un processo matematico, riuscire ad aumentare la consapevolezza potrebbe difenderci dalla cattiva comunicazione.

Si dovrebbe cioè riuscire a passare dal contagio emotivo al contagio sentimentale trasformando lo stato confusionale (quello in cui non mi differenzio dall’altro perché si azionano risposte automatiche che mi fanno assimilare e riprodurre i vissuti emotivi altrui come se fossero i miei) in una capacità di distinguermi, di essere empatico con i messaggi che ricevo senza tuttavia perdere la mia autonomia.

Questo per riuscire a conservare una capacità di lettura autonoma se non della realtà, almeno dei post in bacheca. Senza contare che ogni volta che mettiamo un Mi Piace sulle piattaforme social, riduciamo l’imparzialità dell’informazione che riceveremo in futuro.

La rappresentazione geografica dei dati: le mappe tematiche

john snowdi Deborah Melotti

Ogni settore della nostra vita è attraversato da una rivoluzione digitale che, oltre a favorire e moltiplicare le connessioni tra persone e, sempre di più, tra oggetti, alimentando il cosiddetto Internet of things, porta alla costituzione di un’enorme mole di informazioni. Tutto ciò che ci circonda, infatti, diventa oggi un potenziale produttore e distributore di dati conservati in specifiche miniere, i database. Tuttavia, trattandosi di sequenze di elementi puramente numerici codificabili attraverso i valori binari 0 e 1, tali dati risultano essere poco comprensibili all’uomo e necessitano, di conseguenza, di una modalità di rappresentazione a lui più accessibile e fruibile. È questo lo scopo della visualizzazione dei dati (Data visualization o Information visualization), l’arte che, servendosi degli strumenti del graphic design, fa delle cifre il punto di partenza per l’esposizione di nuovi racconti. Forme, illustrazioni, pittogrammi, grafici e foto diventano così le strutture attraverso cui elaborare e trasmettere il reale significato di ciò che altrimenti sarebbe destinato a rimanere, se non per una macchina, una grigia formula numerica. Continua a leggere “La rappresentazione geografica dei dati: le mappe tematiche”

Oltre gli stereotipi, #dagrandesarò

di Cristina Martini

Oltre gli stereotipi, #dagrandesaròè la campagna di comunicazione che ProsMedia ha pensato per Telefono Rosa Verona e finanziata dalla Banca Popolare di Verona. Dal 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne e 25esimo compleanno dell’associazione scaligera che ogni giorno lavora volontariamente per sostenere le vittime, nelle scuole della città di Verona e nei luoghi pubblici sarà possibile trovare le quattro diverse cartoline della campagna, che punta soprattutto a scardinare gli stereotipi di genere. Questi schemi – spesso “gabbie” – rinchiudono uomini e donne nelle aspettative che la società ha in loro, con la conseguente discriminazione ed esclusione dal concetto di “normalità” di tutti e tutte coloro che se ne discostano.

L’obiettivo della campagna è l’utilizzo della comunicazione per combattere gli stereotipi che proprio i media veicolano proponendo a bambini/e ed adulti/e dei modelli a cui ispirarsi per diventare ed essere persone di successo. Spesso questa comunicazione stereotipata fa leva su delle presunte caratteristiche innate che apparterrebbero al femminile ed al maschile, indirizzando i più piccoli e piccole a sognarsi come la società li vorrebbe e non come si desiderano. Com’è vero che gli stereotipi si imparano, occorre sin dai primi anni di età educare alla libertà. E al rispetto: premessa imprescindibile per una lotta alla violenza di genere.

La presentazione ufficiale sarà mercoledì 25 novembre alle 18 al Piccolo Teatro di Giulietta (accesso dal Cortile di Giulietta, via Cappello, 23) a Verona, dopo lo spettacolo di Rossana Valier tratto da una storia vera “Vinto il cervello si fa largo la bestia”.

WaveMilano | Le cinque correnti ingegnose di Milano

wavedi Elena Guerra

Wave (twitter @WaveMilano) è un mese di eventi, laboratori, incontri e dibattiti per scoprire come le cinque correnti dell’ingegnosità collettiva abitano la città meneghina. Il calendario si apre il 4 giugno alle ore 18.30 in Piazza San Fedele, con l’inaugurazione della mostra WAVE. Come l’ingegnosità collettiva sta cambiando il mondo, ossia un’indagine fotografica, accompagnata da racconti, video e giochi interattivi che mostrano in che modo la condivisione, la co-creazione, l’inclusione, la circolarità e il movimento dei maker vengono sperimentati e messi in atto nel mondo.

L’economia inclusiva è una delle cinque correnti esplorate durante la manifestazione grazie all’unico focal point italiano di BoP – Bottom of the Pyramid – la più grande rete internazionale di economia inclusiva – aperta nel 2014 a Verona grazie a Lucia Dal Negro e al suo DeLab che ha avviato una riflessione sulle relazioni tra emarginazione e imprese guidate dal profitto. A differenza di altri approcci metodologici, guidati dal filantropismo e dal senso di carità, l’economia inclusiva non progetta per gli emarginati, progetta con loro. Non è una differenza da poco, perché è da qui che transita l’innovazione. Adattando la metodologia già sperimentata nel progetto Voilà, DeLab porterà un approccio inclusivo che ha come obiettivo la collaborazione tra persone sorde e persone udenti. Ne uscirà un “video inclusivo” che racconterà WAVE in maniera del tutto originale.
Durante il mese gli eventi di Wave porteranno il pubblico in laboratori, nuovi spazi recuperati, luoghi inconsueti. Si parlerà di scarsità di risorse, riuso, resilienza, salute, bellezza, creatività per grandi e per bambini, ma anche di competenza e di incompetenza, di arte e di scienza. Tutti gli incontri sono a ingresso gratuito su prenotazione e il programma si può consultare nella pagina dedicata.

Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale: presentazione del libro

cop libro cedamdi Cristina Martini

Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale. Il libro di Maurizio Corte, con il lavoro di ricerca svolto dal gruppo di ProsMedia (oltre a Maurizio Corte, anche Elena Guerra, Cristina Martini e Nina Kapel) sul tema “media e immigrazione”, sarà presentato giovedì 15 maggio, dalle ore 10.10 alle 11.30, nell’aula T3 del Polo didattico Zanotto dell’Università di Verona, in viale dell’Università. Interverranno, oltre all’autore, anche Agostino Portera, ordinario di Pedagogia interculturale; Carlo Melegari, direttore del Cestim (Centro studi immigrazione) di Verona; Elena Guerra, del gruppo di analisi interculturale dei media ProsMedia; Michelangelo Bellinetti, giornalista.

Il libro Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale, edito da Cedam, affronta il tema del rapporto fra media e immigrazione; e propone una serie di riflessioni e di azioni pratiche per un giornalismo che sia interculturale e che sappia raccontare la diversità. Nel libro di Corte sono contenuti contributi scritti e di ricerca di Elena Guerra, Cristina Martini, Nina Kapel e Simonetta Pedron; e un intervento sul giornalismo digitale di Irene Pasquetto.

Idee e innovazione alla prima TedXVerona

Foto di TedxVerona
Foto di TedxVerona

di Cristina Martini

Ispirazione, condivisione e diffusione di idee e il coraggio di trasformarle in progetti innovativi. Da questo spirito è nata la prima edizione di TEDxVerona, che domenica 23 febbraio al palazzo della Gran Guardia a Verona ha visto alternarsi sul palco undici relatori con esperienze diverse ma con qualcosa in comune: il pensiero laterale, filo conduttore della giornata. Imprenditori, scienziati, ricercatori, ma anche artisti, pensatori e sportivi, che hanno saputo pensare fuori dagli schemi senza seguire la logica tradizionale, usando la creatività e la multidisciplinarità per trovare soluzioni e risolvere problemi.

TEDxVerona ha ospitato molte idee, presentate con una breve relazione supportata da materiali audiovisivi; sul palco Frieda Brioschi, fondatrice di Wikimedia Italia che si occupa di diffondere contenuti aperti e gratuiti; Massimo Delledonne, tra i primi scienziati a decodificare il genoma umano; Stefano Scozzese, web designer di successo a cui molti personaggi famosi hanno affidato la loro immagine e Maurizio Denaro, amministratore delegato di Aptuit Verona.

Nel pomeriggio spazio al co-fondatore dell’applicazione mobile Glancee acquistata da Facebook, Andrea Vaccari, seguito dalla biologa Clara Cassinelli, che si occupa di biomateriali. Sono intervenuti anche lo sportivo Alessandro Bordini, non vedente, che ha intrapreso il giro del mondo in solitaria ed Alex Bellini, specialista in imprese estreme, quali le traversate oceaniche in canoa a remi; il musicista jazz Mauro Ottolini, premiato dai critici nel 2010 come miglior arrangiatore italiano e Lucia Dal Negro, che si occupa di progettazione sociale ed inclusiva per imprese.

A chiudere la TEDxVerona l’intervento di Alessandro Zonin, che fa parte anche del gruppo di analisi dei media ProsMedia dell’Università degli Studi di Verona. Laureato in sociologia e marketing manager per Ibm Italia, si occupa di ricerca sui temi della social network analysis e di digital journalism. «Studiare i dati provenienti dai social network che quotidianamente generiamo in modo spontaneo interagendo con i nostri amici e con i nostri contatti digitali, ci permette rappresentare e analizzare le conversazioni come reti di relazioni e contenuti – spiega Alessandro Zonin –, con l’obiettivo di individuare i nodi cruciali, gli attori più rilevanti ed influenti ed i temi più condivisi e dibattuti». Dal mondo virtuale al mondo reale, l’analisi ha trovato applicazione anche nel mondo della scuola, grazie ad alcune insegnanti che hanno sposato il suo progetto: attraverso giochi e laboratori svolti in classe, è stato possibile far concretizzare ai bambini, con l’ausilio di cartelloni, gomitoli di lana e disegni, le loro relazioni di amicizia.

E proprio all’interazione hanno lavorato gli organizzatori di TEDxVerona, che hanno creato appositamente dei momenti di confronto tra i partecipanti, alternandoli ai discorsi dei relatori. Spazio alle idee, al dibattito, alla condivisione. Un’occasione che si ripeterà con certezza anche il prossimo anno, visto il grande successo di pubblico.

TEDxVerona: le migliori menti veronesi per il pensiero laterale

tedxveronadi Elena Guerra

Il 23 febbraio 2014 si svolgerà il primo TEDxVerona, l’evento si terrà in Gran Guardia (Piazza Brà, Verona). Imprenditori, ricercatori, artisti, scienziati, sportivi, pensatori…i relatori di TEDxVerona sono stati selezionati tra più di 200 personalità veronesi e non. Requisito fondamentale è quello di “pensare fuori dagli schemi”. Tema dell’evento sarà infatti il pensiero laterale, o later thinking, vale a dire la capacità di trovare soluzioni e realizzare progetti seguendo una logica alternativa, unica, carismatica, che si distingue e allontana da schemi di pensiero tradizionali e standardizzati. Parola d’ordine: multidisciplinarità!

Durante TEDxVerona 12 speaker saliranno a turno sul palco e accompagnati da materiale audio-visivo, racconteranno alla comunità la storia delle loro idee, come sono nate e in che cosa si sono trasformate. Ogni pausa (coffe-breaks e pranzo) è stata pensata per stimolare il dialogo tra i partecipanti, generare networking e favorire la costruzione di nuove relazioni a valore aggiunto. L’evento TEDxVerona sarà il primo TEDx italiano a emissioni zero. La certificazione verrà rilasciata da Cloros Srl, partner dell’evento, il quale si occuperà di quantificare le tonnellate equivalenti di Co2 generate dall’organizzazione dell’evento, cercando di minimizzarle durante la fase di organizzazione e compensando la restante parte immessa attraverso l’annullamento dei crediti di carbonio generati da progetti che prestano particolare attenzione ad aspetti etico-sociali.

Gli speaker. Il team TEDxVerona ha prestato particolare attenzione alla scelta dei relatori. Il relatore perfetto, infatti, deve essere colui che non solo ha avuto “un’idea che vale la pena diffondere”, ma che abbia anche saputo dare a essa una realizzazione pratica. Non solo idee, ma soprattutto persone: TEDx valorizza i grandi uomini e le donne dietro alle grandi idee e alle loro storie. La manifestazione è patrocinata dall’Università degli Studi di Verona e dal Comune di Verona e resa possibile dal fondamentale contributo delle aziende veronesi, in particolare: CAD IT, Cattolica Assicurazioni, Cloros Srl, GlaxoSmithKline, Film And, Infogest, Intesys, Wishdays.