Minori Migranti. L’istruzione come ponte di accoglienza

di Maurizio Corte

In occasione della XV Settimana Antirazzismo, i Dipartimenti di Scienze Umane e di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Verona organizza – venerdì 22 marzo 2019, Aula Magna del Dipartimento di Scienze Giuridiche, via Carlo Montanari 9, a Verona – un convegno dal titolo: “Minori Migranti. L’istruzione come ponte di accoglienza”.

L’iniziativa è rivolta a chi è impegnato nel settore educativo, a partire dai docenti e dirigenti delle scuole, ma aperta a tutti gli interessati. Intende essere un momento di approfondimento e di dibattito su come favorire, in particolare a livello di istruzione, l’inclusione dei minori con background migratorio; su cosa si sta facendo a livello locale e nazionale in tal senso; e quali sono le criticità da tenere in considerazione ai fini di un effettivo miglioramento.

La tavola rotonda della mattina rientra nel progetto europeo Transnational Youth Forum on the Right to Education: Building a brighter future for the Children on the Move (TYF). Il progetto è presentato dall’organizzazione internazionale Hope For Children di Nicosia (Cipro), con il coinvolgimento di università e organizzazioni italiane, portoghesi e francesi, fra cui i Dipartimenti di Scienze Giuridiche e Scienze Umane dell’Università di Verona. Il progetto, finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma Erasmus+ Key Action 3, mira a coinvolgere studenti e giovani adulti nelle riforme politiche nazionali ed europee relative all’inclusione sociale di bambini e ragazzi migranti, in particolare per quanto concerne il settore educativo e l’integrazione scolastica.

Di seguito il programma del convegno aperto alla cittadinanza, con particolare riguardo per dirigenti scolastici, docenti, personale ATA di segreteria, mediatori linguistico e studenti universitari. Interventi e relatori Prima sessione:
Tavola rotonda in occasione della XV Settimana Antirazzismo”. Ore 9.00- 13.00. Saluti istituzionali: Donata Gottardi, Università di Verona; Francesca Briani, Assessore alla Cultura, Turismo, Politiche Giovanili, Pari opportunità Comune di Verona; Albino Barresi, Provveditore agli Studi di Verona.

Introducono “Il Progetto Transnational Youth Forum” Alessandra Cordiano e Isolde Quadranti, Università di Verona.

La via italiana all’educazione interculturale. Il Rapporto Eurydice 2019, L’integrazione degli alunni con background migratorio nelle scuole d’Europa”, Vinicio Ongini, Direzione Generale per lo Studente, l’integrazione, la Partecipazione – Miur.

Tra Università e territorio: didattica dell’Italiano come lingua seconda”, Paola Cotticelli e Serena Dal Maso, Università di Verona.

I network tra compagni di classe come capitale: un’indagine condotta su studenti italiani e non italiani”, Luigi Tronca, Università di Verona.

Diversi da chi? Percorsi di inclusione per gli alunni con background migratorio nelle scuole veronesi”, Cinzia Maggi, Rete Tante Tinte, Matteo Danese, Cestim.

“Strategie e percorsi dell’inclusione: il caso dell’Università di Verona”, Giorgio Gosetti, Università di Verona “Dall’assedio di Sarajevo alla laurea a Verona”, Nermin Fazlagic, Associazione Stecak “I CPIA: questi sconosciuti”, Nicoletta Morbioli, CPIA di Verona “Minori stranieri non accompagnati: istruzione e integrazione”, Catia Zerbato, Comunità San Benedetto. “Collana di storie. Fare formazione con le insegnanti”, Maria Livia Alga, Università di Verona.

Il ruolo dei media nel favorire il dialogo interculturale e l’accoglienza”, Maurizio Corte, ProsMedia, Centro Studi Interculturali, Università di Verona.

Interventi programmati: “Esperienze dei giovani partecipanti del progetto europeo Transnational Youth Forum”, introduce Roberta Silva, Università di Verona. Segue il dibattito Seconda sessione: ore 14.30-16.30. “La normativa sull’integrazione. Le iniziative nazionali e le esperienze significative di altre città”. “La normativa sull’integrazione”, Vinicio Ongini, Direzione Generale per lo Studente, l’integrazione, la Partecipazione, Miur. 3 “La valutazione degli alunni CNI”, Filippo Sturaro, Ufficio Scolastico Regionale Veneto.

Siamo tutti esposti

di Elena Guerra
“Siamo differenza, facciamola”. “Restiamo umani”. “Prima le persone”. Sono solo alcune delle cinquanta frasi che in occasione della Settimana di Azione Contro il Razzismo, l’associazione culturale veronetta129, D-hub, via XX settembre Social Street, Le Fate Onlus (realtà che fanno parte del cartello Nella Mia Città Nessuno è Straniero), metteranno a disposizione su striscioni dipinti a mano, durante l’evento Siamo tutti esposti. Sabato 16 marzo, dalle 10 alle 16, ai giardini dell’ex Nani, già dalla mattinata, chi volesse può scegliere la sua frase preferita tra quelle proposte e cimentarsi nella creazione dei manifesti. La distribuzione invece inizierà nel primo pomeriggio. L’iniziativa, supportata dall’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, vede la partecipazione di cittadine e cittadini e di istituzioni presenti nel quartiere di Veronetta, come l’Università degli Studi di Verona, le scuole Duca d’Aosta e la parrocchia di San Nazaro.

«Veronetta non è “il” quartiere multietnico di Verona, Veronetta e Verona sono semplicemente parte di un mondo composto da una moltitudine di persone in movimento – spiega Alice Silvestri, presidente dell’associazione culturale veronetta129 –. Con la nostra iniziativa ci rivolgiamo a chi, nella differenza, trova delle basi comuni. Sembra quasi anacronistico dirlo, dovrebbe ormai essere scontato, ma uno di questi punti di contatto è sicuramente l’antirazzismo. In un periodo storico in cui la violenza verbale (e non solo), l’esclusione, la chiusura sembrano spadroneggiare, vogliamo ripartire dalle basi, vogliamo aprire delle finestre, dei balconi, far breccia in questi muri che a volte sembrano davvero imprigionare alcuni e tener fuori altri. E vogliamo farlo insieme, con una presa di responsabilità personale, e in modo creativo».

Siamo tutti esposti è un laboratorio artistico dove scrivere, su teli in pvc antipioggia, frasi e citazioni su accoglienza, inclusione, antirazzismo da appendere a balconi e finestre per tutta la settimana successiva al laboratorio, dal 16 al 23 marzo, e oltre. Per una Veronetta inclusiva, bella, antirazzista. L’iniziativa, che ha preso spunto da un’attività simile sperimentata a Milano, è infatti rivolta al quartiere ad est dell’Adige, ma può essere sicuramente ripetuta anche in altri luoghi della città. Per chi non ha tempo o indole artistica ma ha spazio per esporre lo striscione che preferisce a Veronetta, può scrivere all’indirizzo info@veronetta129.it.

Ecco l’elenco delle frasi:
1 – La parola mondo è più importante della parola patria
2 – Se sbarca un alieno gli chiedo cosa mangia e se ha fame
3 – Le città sono di tutti
4 – La guerra tra poveri si combatte con l’inclusione
5 – Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana (Einstein)
6 – Entrando nella piazza ci si trova in mezzo ad un dialogo (Calvino)
7 – Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori! (Calvino)
8 – Io sono bianco, nero e asiatico. Eppure tutti mi amano (Un panda)
9 – Le cose dovrebbero essere separate in base al colore solo in lavanderia
10 – L’amore, la rivolta, il pensiero, la creazione artistica: ecco cos’è da ricercare (Miguel Benasayang)
11 – Alla scala uno a uno prenderanno fuoco tutte le vostre mappe. (Wu Ming)
12 – Siamo sempre in viaggio (Steinbeck)
13 – Tutto il cielo è attraversabile per l’aquila, per l’uomo nobile tutta la terra è patria (Euripide)
14 – Siamo sempre lo straniero di qualcun altro (Tahar Ben Jelloun)
15 – L’unico straniero è il razzismo
16 – Nostra patria è il mondo intero (Pietro Gori)
17 – C’è sempre qualcuno più a nord di te
18 – Stop pretending your racism is patriotism
19 – Superiorists are inferiorists
20 – Racism is the refuge for the ignorant
21 – Make racism wrong again
22 – La raison, le jugement, viennent lentement, les préjugés accourent en foule (Rousseau)
23 – Rien ne développe l’intelligence comme les voyages (Zola)
24 – Si tu diffères de moi, mon frère, loin de me léser, tu m’enrichis (Antoine de Saint-Exupéry)
25 – Il razzismo è l’espressione del cervello umano ridotta ai minimi termini (R. Menchù)
26 – Il pregiudizio è figlio dell’ignoranza
27 – Il ricordo è il tessuto dell’identità (Nelson Mandela)
28 – Imagine all the people living life in peace (John Lennon)
29 – Più parli dei tuoi confini più si notano i tuoi limiti
30 – Possiamo essere liberi solo se tutti lo siamo (Hegel)
31 – L’indifferenza è il peso morto della storia (Gramsci)
32 – È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio (Einstein)
33 – L’egoismo è sempre stato la peste della società (Leopardi)
34 – È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzismo di ieri (G. A. Stella)
35 – Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti per bene (Altan)
36 – Siamo tutti figli dell’evoluzione delle stelle, quindi siamo davvero tutti fratelli (M. Hack)
37 – Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato (E. Wiesel)
38 – Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune (Levi)
39 – Vivere nel mondo di oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve (William Faulkner)
40 – Il razzismo è semplicemente sopraffazione
41 – Finché il colore della pelle di un uomo sarà più importante di quello dei suoi occhi sarà sempre guerra (Bob Marley)
42 – Il futuro è un diritto di tutti, non un privilegio di pochi
43 – Il razzismo è un luogo comune dove tutti gli stupidi si incontrano
44 – Salvare vite non è un reato
45 – Siamo differenza, facciamola
46 – Se si sogna da soli è un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia
47 – Prima le persone
48 – Prendersela con tutti i musulmani per il terrorismo è come prendersela con tutti i musicisti per Gigi D’Alessio
49 – Restiamo umani
50 – L’Università promuove il pluralismo delle idee e respinge violenza, discriminazione e intolleranza  (Estratto dall’Art. 1-Comma 3, Statuto dell’Università di Verona)

La Settimana di Azione Contro il Razzismo è realizzata ogni anno in occasione della celebrazione in tutto il mondo della Giornata per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, fissata nella data del 21 marzo dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a ricordo del massacro perpetrato dalla polizia sudafricana nel 1960, a Sharpeville, di 69 manifestanti che protestavano pacificamente contro le leggi razziste emanate dal regime dell’apartheid.

La sfida di questa iniziativa è tappezzare il quartiere con frasi accoglienti e inclusive, e invitare tutti i cittadini e le cittadine a fotografare i diversi balconi e postare le immagini sui propri social con i seguenti hashtag: #diversiperchéunici #siamotuttiesposti.

Le associazioni promotrici invitano poi all’appuntamento organizzato da tutte le associazioni aderenti al Cartello Nella mia città nessuno è straniero per sabato 23 marzo con #PassaPorti – Marcia contro ogni forma di razzismo per una città aperta e solidale, ritrovo nel piazzale della Stazione di Porta Nuova alle ore 15. Arrivo in Piazza Bra con musica e reading. A tutti i partecipanti verrà consegnato il #PassaPorti, simbolo della manifestazione da portare al collo durante il corteo.

L’associazione culturale veronetta129 promuove nel territorio veronese l’incontro tra culture diverse e tra le persone con la promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. Sostiene e prende parte attiva, spesso in rete con alte associazioni ed enti, ad attività antirazziste e antifasciste progettate su e per il territorio veronese, con l’intento di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. Le due attività storiche dell’associazione sono “Indovina chi viene a cena?_Verona”, progetto di relazione per mezzo del cibo, e “MediOrizzonti”, la rassegna di cinema mediorientale a Verona.

D-Hub è un laboratorio urbano nato nel 2013 che si occupa principalmente di sperimentare modelli di inserimento lavorativo che mettano al centro la persona, con i suoi talenti e i suoi desideri di realizzazione, attraverso la lavorazione di scarti industriali e domestici in alcuni laboratori artigianali, per permettere alle donne coinvolte di ritracciare per sé una traiettoria di lavoro e lo fa in un’ottica integrata (co-costruendo risposte generative a bisogni relazionali, abitativi, psicologici).

L’Associazione Le Fate Onlus nasce nel 1999 e opera principalmente a Verona e Provincia con lo scopo di essere vicino agli interessi della comunità, favorire la promozione umana e sostenere l’inclusione sociale di tutti i cittadini. Nel realizzare le proprie attività l’associazione pone al centro dell’attenzione il miglioramento del livello di benessere individuale e sociale. I molteplici saperi dell’organizzazione nel tempo sono diventati un punto di forza; l’eterogeneità ha dato la possibilità di generare un numero sempre maggiore di servizi in stretto rapporto di collaborazione con il territorio e le con sue realtà.

La cultura del possesso ha ucciso 120 volte: i femminicidi del 2018

di Cristina Martini

Non ci sono giustificazioni ai 120 femmicidi compiuti nel 2018 da parte di uomini maltrattanti che hanno ucciso donne con cui avevano una relazione molto stretta. La violenza di genere non sfocia improvvisamente in omicidio, ma è un percorso di abusi fisici, psicologici ed economici perpetrati tra le mura domestiche per un presunto diritto di possesso: questo emerge dal report della ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Spesso le donne vittime avevano denunciato le violenze, alcune erano state in case rifugio, ma non è servito ad arginare i maltrattamenti o a metterle in salvo.

I casi di femmicidio si sono verificati soprattutto al Nord (47, il 39,1%), poi al Centro (32, il 26,6%), Sud (26, il 21,6%) e Isole (15, il 12,5%). Sono stati 6 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Vicenza (Leila Gakhirovan Kinser, Paola Bosa, Tanja Dugalic, Anna Filomena Barretta), uno a Verona (Fernanda Paoletti) e a Venezia (Maila Beccarello).

Le donne uccise nel 2018 sono in prevalenza italiane: 86 (il 71,6%); sono invece straniere nel 28,3% dei casi di femmicidio (34). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (8), albanese (3), cinese (3), nigeriana (2), ucraina (2), marocchina (2), tedesca (2), ecuadorena (2), ungherese, pakistana, russa, bulgara, venezuelana, serba, peruviana, indiana, brasiliana, dominicana. In 23 casi su 34 (67,6%) vittime straniere di femminicidio, le donne sono state uccise dagli uomini stranieri con cui avevano un legame familiare e che le ritenevano un oggetto di proprietà, per la cultura del possesso.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 89 (nel 74,1% dei casi), 28 stranieri (23,3%) e 3 sono ancora non identificati (2,5%). Le nazionalità: rumeno (7), marocchino (4), dominicano (2), malese, tedesco, cinese, nigeriano, pakistano, americano, ecuadoregno, albanese, ucraino, camerunense, serbo, ghanese, messicano, indiano, brasiliano.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2018” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro studi Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,1%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,6%), del Marocco (8,1%), della Cina (5,7%) e dell’Ucraina (4,6%).  

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (59 su 120, il 49,1%), seguite dalle over 60 (41) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2018 sono state cinque.

Le responsabilità di questi atti criminosi che sfociano in femminicidi dopo un percorso di violenze e soprusi perpetrati anche per anni sono da ascrivere a molteplici soggetti e fattori: l’errore più grande è quello di considerare la violenza di genere quale questione esclusivamente femminile. Occupandoci solo delle donne – seppur di fondamentale importanza – non verranno arginati i comportamenti violenti; urge ampliare la rete di protezione attorno alle sopravvissute ma far conoscere anche i percorsi per uomini maltrattanti che sono ormai sempre più diffusi nel territorio. Quando si parla di diritti umani, perché nei casi di violenza di questo si tratta, il problema deve riguardare tutti e tutte.

Quali operatori culturali, i media hanno grandi responsabilità nel racconto che costruiscono attorno ai femminicidi: dalle indicazioni della Federazione Internazionale dei Giornalisti e dal più recente Manifesto di Venezia arrivano suggerimenti utili per lavorare in modo rispettoso ed etico. Non mancano – e sono in aumento – gli esempi di buon giornalismo, ma rimane prevalente l’uso di giustificazioni attribuite al gesto dei colpevoli. Siano essi stranieri o italiani, pare esservi un tentativo di distogliere l’attenzione sul problema del possesso, attraverso l’utilizzo di pregiudizi quali la malattia mentale, il raptus, la perdita del lavoro, l’amore e la gelosia.

È corretto invece far emergere i segnali presenti sempre prima del tragico epilogo, perché il ciclo della violenza di genere è un percorso subdolo che si ripete. La costruzione di una rete forte di formazione, sensibilizzazione, azione al servizio di una cultura del rispetto è la strada da percorrere per far sentire meno sole le “sopravvissute” e per lavorare ad una cultura non violenta e di parità.

Sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti e leggere in modo critico i racconti mediali è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2017: https://prosmedia.org/2018/01/17/emergenza-problema-culturale-femmicidi-del-2017/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

Presentazione del libro “Il Biondino della Spider Rossa”: sabato 9 marzo a “Lo Speziale” di Verona

di Maurizio Corte

Sabato 9 marzo, alle 12.30, alla locanda “Lo Speziale” di Verona, in via XX Settembre 7, la criminologa Laura Baccaro e io presentiamo il libro “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media”.
Sarà l’occasione per parlare del caso di Milena Sutter e della recente concessione della semilibertà a Lorenzo Bozano, condannato per il sequestro e l’omicidio, a Genova il 6 maggio 1971, della studentessa di origini svizzere. Ma sarà anche l’occasione per parlare di come i giornali hanno accolto le misure alternative al carcere (durante il giorno) concesse a Bozano, dopo quasi 42 anni passati dietro le sbarre. E di come una parte della stampa italiana abbia scelto di non parlare del libro.

Alla ricerca universitaria che sottende il libro hanno partecipato anche Elena Guerra e Cristina Martini dell’Associazione Culturale ProsMedia. E alcuni laureati e laureate del corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo dell’Università degli Studi di Verona.

“Il Biondino della Spider Rossa” ricostruisce nei dettagli e con precisione i dati certi e i dubbi su quanto accadde a Genova, giovedì 6 maggio 1971, alle ore 17, quando Milena Sutter, una ragazza di 13 anni, scompare all’uscita della Scuola Svizzera, dove frequenta la terza media. E su quanto accadde nei giorni, mesi e anni successivi.

Milena Sutter è figlia di un ricco industriale. Il suo corpo, senza vita, viene trovato in mare due settimane dopo la scomparsa. L’ipotesi investigativa è soltanto una: il sequestro per motivi di denaro.

Ad essere accusato del rapimento e dell’omicidio della studentessa è un giovane di 25 anni, un perdigiorno di famiglia alto-borghese. È soprannominato il “biondino della spider rossa”: non è biondo, né magrolino. Assolto in primo grado nel 1973, viene condannato all’ergastolo nel 1975.

Dopo oltre 40 anni di carcere continua a professarsi innocente. Il libro “Il Biondino della Spider Rossa”, frutto di una ricerca universitaria durata otto anni, affronta gli aspetti del caso: i nodi non risolti; gli indizi contro l’imputato; la discutibile perizia medico-legale; la personalità controversa del giovane della spider rossa; il ruolo dei media; la seconda vittima della vicenda (l’amica di Milena, Isabelle).

Quello di Milena Sutter e Lorenzo Bozano è una vicenda che anticipa di trent’anni la mediatizzazione televisiva dei grandi casi giudiziari. E che rivela ancora la sua forte carica di notiziabilità.

La notizia della concessione della semilibertà a Lorenzo Bozano, decisa dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze il 12 febbraio 2019, ha fatto esprimere a molta parte della stampa italiana tutto il carico di stereotipi e pregiudizi che ha circondato il caso.

Vecchie e imprecise narrazioni, alcune senza fondamento alcuno, si sono riproposte all’attenzione del pubblico.

Le centinaia di commenti sul profilo Facebook del Secolo XIX, quotidiano di Genova, sono lì a dimostrare quanto la rabbia di alcune persone e le posizioni forcaiole di altre si fondino su “dati di fatto” che tali non sono.

Con il libro, scritto assieme alla criminologa Laura Baccaro, non abbiamo voluto assumere posizioni innocentiste o colpevoliste. Abbiamo voluto sottoporre alla comunità scientifica una serie di quesiti fondamentali per una democrazia.

Alcuni di questi quesiti toccano tutti noi: dobbiamo essere giudicati come “personaggi” o come “persone”? Quale rapporto fra Scienza e Giustizia: di sudditanza dei risultati scientifici alle narrazioni giudiziarie o di autonomia e indipendenza? Quale ruolo spetta ai media nel raccontare un fatto di cronaca nera e un evento giudiziario: l’essere equidistanti o asserviti alle fonti?

Le domande sono importanti. Toccano i diritti basilari delle persone, cioè di tutti noi. Con il libro “Il Biondino della Spider Rossa”, Laura Baccaro e io abbiamo voluto consegnare ai lettori e agli studiosi un caso, tanti dubbi, alcune certezze, molti interrogativi. Oltre il pregiudizio, oltre l’ignoranza, oltre la rabbia e l’emozione popolare.

I diritti dei lavoratori del mare | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Il porto commerciale di Cape Town è simile a un limbo, dove passano centinaia di migliaia di persone, marinai da tutto il mondo che sfiorano la città, senza mai farne parte davvero. Ciò che avviene al porto rimane al porto, scivola sulla città senza che i suoi abitanti se ne accorgano.

Si tratta di uno dei porti più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa; un luogo di scambi economici e culturali, ma anche di violenze, di criminalità, di abusi e sfruttamento. C’è chi ci passa per qualche giorno, chi rimane intrappolato per mesi.

“The Apostleship of the sea” è un’associazione presente in trecento porti di 50 Paesi e a Cape Town si occupa del benessere dei marinai e dà loro un supporto a 360 gradi, con questioni di documenti, salari, denunce di abusi e maltrattamenti, violazioni contrattuali. In altri porti le associazioni che fanno questo lavoro sono diverse, ma a Cape Town ci sono solo loro.

Nicholas è stato volontario dell’associazione per 10 anni, poi, dopo una pausa di due anni, nel maggio 2018 ha accettato di lavorare per i diritti dei lavoratori del mare a tempo pieno. Ogni settimana sale sulle navi ormeggiate, gira tra i moli, cerca di parlare con i marinai. Alcuni, se hanno problemi, si rivolgono al suo ufficio non appena attraccano, in cerca di un aiuto, di supporto legale e di sostegno, anche psicologico.

Mi racconta che almeno una volta al mese si trova ad affrontare problemi piuttosto grossi: “Arrivano marinai senza passaporto né contratto. Probabilmente gli armatori non hanno registrato in maniera corretta i loro contratti. Alle volte i proprietari della nave si tengono i loro documenti, facendoli lavorare come schiavi, altre hanno un accordo, ma è scritto in una lingua che non conoscono, e quindi non lo capiscono, non si rendono conto che i salari sono più bassi rispetto al minimo legale del Paese in cui il contratto è registrato. I primi sei mesi magari non guadagnano nulla pur lavorando nella nave, perché devono pagarsi tutto, dal pranzo all’acqua per lavarsi. Poi iniziano a guadagnare qualcosa, ma capita che gli ufficiali si tengano parte dei soldi. I peggiori problemi li abbiamo con le navi cinesi o di Taiwan, mentre quelle battenti bandiera giapponese di solito sono a posto. Ci sono anche dei casi che potremmo definire di traffico di esseri umani, soprattutto dal Myanmar o dal Vietnam: persone che lavorano nelle navi, ma non hanno un contratto registrato con il governo, per cui nell’elenco dell’equipaggio non esistono e sono dunque privi di ogni diritto. All’inizio di ottobre è arrivato un ragazzo che era stato appeso con una corda al collo, come punizione: siamo riusciti a far licenziare l’ufficiale responsabile”.

È Nicholas a portarmi a conoscere James e Juma, due marinai kenioti bloccati a Cape Town da oltre un anno. Il piccolo rimorchiatore Comarco Falco è arrivato in città nel maggio del 2017 dopo aver scaricato a Port Elizabeth. Qui doveva essere venduto e l’equipaggio avrebbe preso l’aereo per tornare in patria, in Kenya. Qualcosa tuttavia è andato storto, l’affare è andato a monte perché non c’era un accordo sul prezzo del rimorchiatore, e questo è rimasto attraccato nel porto di Cape Town per quasi due anni. Alla fine dopo alcun denunce, poiché l’equipaggio non veniva pagato da tre mesi e non venivano fornite provviste a sufficienza per vivere, la nave è stata posta sotto sequestro e la maggior parte dell’equipaggio è tornato a casa a metà ottobre 2018. Hanno ricevuto un mese di stipendi arretrati, sono rientrati a Mombasa e attendono il resto dei soldi. A bordo della barca sono rimasti James e Juma, perché una barca, anche se attraccata, non può rimanere incustodita.

Quando li ho incontrati, agli inizi di novembre, si trovavano bloccati nella città sudafricana già da un anno e quattro mesi e da tre mesi non percepivano più uno stipendio. La situazione li stava logorando fisicamente e psicologicamente: senza soldi, lontani da casa, in un Paese che non era il loro. Nicholas li stava aiutando, ma andarsene prima di essere stati pagati avrebbe significato perdere ogni speranza di rivedere i propri soldi.

Entrambi avevano una famiglia ad attenderli in Kenya e tanta nostalgia. Juma a oggi non può ancora riabbracciare la moglie e i suoi sei figli e avanza, da ottobre a febbraio, ancora 1500 dollari di stipendi arretrati. James invece il 31 gennaio ha finalmente preso un aereo per Mombasa e ora ha raggiunto la moglie e il figlio e ottenuto tutti i soldi arretrati grazie al continuo sostegno di Nicholas e di padre Rico che collabora con lui. Entro la fine del mese dovrebbe tornare in patria anche Juma. Sperando che nel frattempo gli siano restituiti i soldi che avanza, visto che partire senza può significare non vedere più il denaro che gli spetterebbe di diritto.

Sfortunatamente per due marinai che hanno ricevuto sostegno e forse concluderanno entrambi in maniera positiva la loro storia ne rimangono tanti altri ancora sfruttati e abusati. La violenza a bordo delle navi è una cosa piuttosto comune e spesso la paura e la poca consapevolezza dei propri diritti fanno si che molti non denuncino e che armatori, capitani e ufficiali di bordo esercitino sui loro sottoposti un controllo simile a quello degli antichi padroni con i loro schiavi.

Il sequestro di Milena Sutter nel 1971 e il lavoro del giornalista

di Maurizio Corte

Lorenzo Bozano, 73 anni, condannato all’ergastolo per il rapimento e l’omicidio di Milena Sutter (Genova, 6 maggio 1971), ha ottenuto la semilibertà.

Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, dopo l’udienza del 12 febbraio 2019, ha deciso che Bozano può accedere alla misura alternativa al carcere. L’ex “biondino della spider rossa” (che biondino non era) potrà uscire dal carcere durante il giorno per lavorare e per svolgere attività di volontariato.

Sul caso di Milena Sutter, 13 anni, e Lorenzo Bozano vi è un sito web. Il sito analizza in profondità il fatto di cronaca nera che nel 1971 ha sconvolto l’Italia e mezza Europa: Il Biondino della Spider Rossa. Cold Case: crimine, giustizia e media”.

Come ProsMedia abbiamo svolto la ricerca su come i giornali trattarono, nel 1971 e negli anni seguenti, la vicenda di Milena Sutter – figlia di un ricco industriale della cera – e le accuse e il processo contro Lorenzo Bozano. Qui merita di approfondire il lavoro tecnico del giornalista nell’affrontare un caso complesso come il primo importante rapimento di una minorenne nell’Italia degli Anni Settanta. Vi era stato solo il caso di Ermanno Lavorini, a Viareggio, tempo prima, ma in un contesto molto diverso.

La Questura di Genova riceve la denuncia di scomparsa di Milena Sutter nella serata di giovedì 6 maggio 1971. La mattina dopo, in un orario fissato in modo arbitrario alle 9.40, giunge a Casa Sutter una telefonata anonima. Una voce maschile dichiara: “Se volete Milena viva, 50 milioni prima aiuola Corso Italia”. Da quel momento, gli investigatori accreditano la tesi del sequestro per motivi di denaro. I giornalisti registrano quella notizia e la diffondono. Nessuno mette in dubbio le parole delle fonti ufficiali: quelle degli inquirenti.

Appresa la notizia, i cronisti del “Corriere Mercantile” vanno in via Orsini, a Genova, vicino alla casa di Milena Sutter e intervistano le vicine di casa della famiglia Sutter. Una donna parla di un giovane “biondino” che è solito sostare nei pressi della casa della vittima e della sua auto sportiva rossa, vecchia e malandata.

Nasce allora il “personaggio” del “Biondino della Spider Rossa”. Un biondino identificato poi in un giovane di 24 anni, Lorenzo Bozano, che non era biondo ma castano scuro e che non era magro. Abbiamo in entrami i casi – la tesi del rapimento fornita dagli inquirenti e il “biondino della spider rossa” – una fede cieca dei giornalisti nei confronti delle fonti. Nessuno mette in discussione, nell’immediatezza del fatto, la notizia che Milena Sutter è stata sequestrata per estorcere denaro alla ricca famiglia.

Nessuno metterà mai in discussione, neppure a 48 anni di distanza dal caso, l’immagine di Lorenzo Bozano “biondino della spider rossa”. La spider c’era, a dire il vero, ma il giovane non è mai stato biondino. La tesi del sequestro di Milena Sutter comincia a vacillare una settimana dalla sparizione. Il fatto che il “rapitore” non telefoni più, dopo quella prima volta; la sparizione in una zona molto frequentata di Genova; i dubbi dello stesso capo della Squadra Mobile, Angelo Costa, che svolge le indagini, portano i giornalisti a dubitare che si tratti di un rapimento per denaro.

Il ritrovamento del corpo della ragazzina, il 20 maggio 1971, annulla però ogni dubbio. Viene anzi data subito la versione su cause e ora della morte della giovane: Milena Sutter è stata uccisa lo stesso giorno della scomparsa e il suo corpo è stato subito gettato in mare. Una versione medico-legale che, oggi sappiamo, non ha fondamento scientifico.

Cosa deve fare un giornalista in situazioni come queste? Come poter fare cronaca e scrivere senza cadere nelle logiche (e nei possibili errori) delle fonti ufficiali? Nell’analisi di questo caso occorrono tre doti: attenzione massima ai dettagli, studio e professionalità, etica e indipendenza di giudizio. Nello studiare la vicenda io stesso ho applicato il “metodo Besozzi”, come l’ho voluto chiamare in onore del più grande cronista italiano di “nera” di tutti i tempi, Tommaso Besozzi (1903-1964)

Qui voglio trattare una delle tre doti, di cui Besozzi era portatore: l’attenzione massima ai dettagli, la cura quasi maniacale della logica argomentativa, la conseguente verifica della rispondenza tra quanto accaduto sul piano fattuale e quanto riferito come informazione dalle fonti. Questa dote della “attenzione al dettaglio” è un metodo di lavoro fondamentale. Consente di scomporre gli eventi (semplici o complessi che siano) in piccole parti, per meglio verificarne la corrispondenza ai dati di fatto. Io ho diviso la vicenda di Milena Sutter in quattro “scene del crimine”: scomparsa, decesso, telefonata del rapitore, ritrovamento del corpo. Ogni scena l’ho rivista al rallentatore, minuto per minuto. Questo metodo mi ha consentito di rilevare incongruenze, errori di visione, contraddizioni logiche. Errori, si badi bene, spesso in buona fede. Errori che però non possono sfuggire a chi, con fredda attenzione e imparzialità di visione, osservi attentamente la vicenda di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano, il ”biondino della spider rossa” che biondo non era.

Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi

Come si combattono le fake news sull’immigrazione? Anche con numeri e dati. È uno dei punti di forza del Dossier Statistico Immigrazione 2018, un sussidio per favorire la conoscenza del fenomeno migratorio. In un’epoca di mistificazione delle migrazioni, questo documento continua a proporsi come uno strumento che, attraverso la lezione dei numeri e un’analisi ragionata della realtà, può aiutare a conseguire una comprensione più esatta del fenomeno.

L’incontro “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” di giovedì 14 febbraio alle 20.30 a La Sobilla (dalle 19.30 calda accoglienza in Salita San Sepolcro, 6/b, zona Porta Vescovo) vuole approfondire la questione con i numeri veronesi e veneti grazie all’analisi di Gloria Albertini, redattrice regionale IDOS/Progetto “Voci di Confine”, ed Elena Guerra, giornalista e ricercatrice nell’ambito dell’analisi dei media di Prosmedia.

L’ultima relazione della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo attesta che l’Italia è il Paese del mondo con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione. Non sorprende perciò che, secondo un sondaggio del 2018 condotto dall’Istituto Cattaneo, gli italiani risultino essere i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà riguardo al numero di stranieri che vivono nel paese, credendo che ve ne siano più del doppio di quelli effettivamente presenti. In realtà nell’Ue a 28 Stati, dove – in base agli ultimi dati Eurostat al 1° gennaio 2017 – i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e incidono per il 7,5% sulla popolazione complessiva, l’Italia non è né il Paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Durante la serata “Realtà vs percezione: immigrazione e stereotipi” si vuole scardinare qualche stereotipo e pregiudizio nei confronti del fenomeno migratorio, anche con l’apporto di alcune realtà del territorio impegnate a creare spazi interculturali di condivisione.
Per chi ne fa esplicita richiesta via mail a comunicazione@prosmedia.it con nome e cognome della persona che parteciperà all’evento validi per il ritiro, verrà messo a disposizione gratuitamente (fino a esaurimento scorte) il Dossier Statistico Immigrazione 2018, realizzato da Idos in partenariato con Confronti, con la collaborazione dell’UNAR, il contributo di “Voci di Confine-Progetto Aics” e il sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi. Ingresso libero con tessera consigliata. L’evento è realizzato grazie all’associazione veronetta129, La Sobilla, Prosmedia e Cestim.

Memoria Immagine racconta l’immigrazione oggi

L’associazione Memoria Immagine festeggia quest’anno i sui primi dieci anni di attività. È nata dall’idea di Dario Dalla Mura, Elena Peloso e di alcuni amici e collaboratori appassionati di storia e memoria. Per celebrare questo primo decennio di lavori per il grande schermo, il Cinema Nuovo San Michele di Verona, in via Vincenzo Monti 7c a San Michele Extra, ha deciso di proporre al pubblico una retrospettiva con quattro dei documentari più rappresentativi del lavoro di Dalla Mura e Peloso, durante i quattro lunedì di febbraio, alle 20.30, ingresso gratuito.

Lunedì 11 febbraio è il turno di Noi cittadini del mondo (Italia, 2015, 55’) sull’emigrazione a Verona con la presenza di alcuni protagonisti e l’introduzione di Elena Guerra, giornalista e parte dell’associazione culturale veronetta129 che ha collaborato alla realizzazione del documentario. Volti e voci, storie e memorie di giovani immigrati che sono arrivati in Italia e che qui vivono. Nelle loro testimonianze la nostalgia per i paesi lasciati, le difficoltà e le soddisfazioni nella scuola, nel mondo del lavoro e nella vita di tutti i giorni. Un racconto che è anche uno sguardo su come siamo e su come potremmo essere in un futuro più condiviso. Il documentario sarà preceduto da Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour, il cortometraggio prodotto dalla GoldenArt Productions e WellSee, vincitore della terza edizione del bando MigrArti promosso dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali (bando che è stato cancellato dall’attuale governo). È un viaggio pittoresco tratto da una storia realmente accaduta trasformata in commedia per portare lo spettatore a riflettere su temi sensibili distruggendo barriere o preconcetti che impediscono una reale percezione della realtà. Uno squarcio sulla Roma di oggi che mostra i figli dei migranti nelle varie sfaccettature, condito con ironia ed enfatizzando la dimensione del linguaggio come veicolo per abbattere pregiudizi e stereotipi.

La rassegna dedicata a Memoria Immagine continua il giorno 18 con Lassù in Germania storie di emigrazione italiane negli anni Sessanta (Italia, 2012, 43’), con la presenza di alcuni protagonisti e l’introduzione di Ernesto Kieffer, e infine il 25 febbraio con Ritorno a casa (Italia, 2016, 44’), introdotto dagli autori e con la presenza di Giannantonio Conati, storico e protagonista del film. Ingresso gratuito.

Giornalismo e incitamento all’odio: il ruolo dei giornalisti a tutela della professione

di Maurizio Corte

Il giornalismo è “selezione”, sottolinea nei suoi studi Carlo Sorrentino, studioso del giornalismo italiano. I giornalisti hanno una funzione di “mediazione” tra le fonti e i lettori, ci ricorda Sergio Lepri nel suo libro “Professione giornalista”.

Dare spazio, o addirittura avallare, l’incitamento all’odio sociale, all’odio etnico, all’avvelenamento della pubblica opinione o addirittura a posizioni contrarie alla Costituzione vuol dire rinunciare a essere giornalisti.
Vuol dire fare un altro mestiere, non quello del professionista del Giornalismo.

“Mediatore è il giornalista che racconta il fatto e lo racconta così come è avvenuto. La libera invenzione del fatto non è giornalismo ed è cattivo giornalismo l’eccessiva drammatizzazione del fatto”, sottolinea Sergio Lepri.

“L’obiettività è impossibile, ma è possibile la coscienziosa e imparziale aderenza alla realtà effettuale”, fa notare Lepri, giornalista e studioso. “Il giornalismo ha il compito di accrescere il patrimonio conoscitivo dei cittadini; deve dare conoscenze, suggerire riflessioni, non limitarsi a suscitare emozioni”.

Sul quotidiano “Il Gazzettino”  (https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/simone_borile_padova_movimento_5_stelle_omicidio_bambino_napoli-4263470.html) del 29 gennaio 2019 è uscito un articolo con questo titolo: “Borile (M5s) sui social: L’omicida del bambino va appeso in piazza”.

“Non ha esitato a usare toni molto forti di fronte a un episodio di una gravità inaudita. E lo ha fatto pubblicamente, mettendoci la faccia, con un post sui social, a commento della notizia sulla tragedia avvenuta in terra partenopea”, si legge nella prima parte dell’articolo del Gazzettino.

“Simone Borile, fino a qualche mese fa consigliere comunale del Movimento 5Stelle e dimessosi per impegni accademici, non ha fatto ricorso a perifrasi per esprimere il suo stato d’animo di fronte al crimine commesso dal ventiquattrenne di origine tunisina che ha ammazzato di botte e a colpi di scopa il figlio di 7 anni della compagna e picchiato con violenza anche la sorellina di poco più grande, mandandola in ospedale”, prosegue l’articolo.

“Ora in carcere, a spese dei contribuenti, per una possibile riabilitazione! Per me giustizia in piazza e cappio al collo, ha scritto l’esponente pentastellato, che è anche criminologo, antropologo e direttore generale della Scuola per Mediatori Linguistici (Ciels)”, sottolinea l’articolo del Gazzettino.

L’autore delle affermazioni riportate dal quotidiano veneziano è libero di avere in spregio la Costituzione, che non ammette la pena di morte, e di avere a cuore l’odio sociale ed etnico (l’autore dell’omicidio è un cittadino tunisino) verso un autore di reato. Ne dovrà rispondere, caso mai, di fronte alla legge, se ve ne sono le condizioni.

Il problema sta nella gestione dell’informazione. Il problema sta nel ruolo assunto qui da chi scrive l’articolo.

Un giornalista può e deve avallare le posizioni “devianti” e illegali di un qualsiasi soggetto che esprime una sua opinione?

Il giornalismo è una fotografia dell’esistente? Come tale è chiamato a riferire tutto quanto viene detto, fatto, rappresentato, sia esso ammesso o vietato?

Il giornalismo – e con esso la comunicazione mediale e non – contribuiscono alla “costruzione della realtà sociale” entro cui viviamo.

I giornalisti e i comunicatori creano “significati”, “visioni del mondo”, chiavi interpretative con cui leggere la realtà in cui siamo immersi.

I media sono infatti fra gli attori principali nella costruzione dei “frame”, degli schemi mentali con cui affrontiamo, comprendiamo e raccontiamo la realtà.

Le dichiarazioni riportate dal “Gazzettino” offrono una certa visione del mondo. L’autore ci propone una società dove non vi sono le garanzie previste dalla Costituzione italiana, dove non vi è una Giustizia da amministrare, pene da decidere e da scontare in carcere. Vi è una rapida impiccagione in piazza.

Delle dichiarazioni su questo punto si assume la responsabilità chi le emette, che esercita il suo diritto alla libertà di espressione. Una libertà, si badi bene, regolata anch’essa per legge.

Il giornalista, da parte sua, ha il compito di filtrare queste posizioni di violenza e contrarie alla Costituzione. Può decidere selezionarle e pubblicarle, oppure se ignorarle.

Compete al giornalista decidere se le dichiarazioni di quel soggetto sono “notizia” o meno. Spetta al giornalista amplificarle in modo che ottengano consenso; oppure gettarle nel cestino dei rifiuti verbali dimenticati.

Quella del giornalista è una scelta di campo. Così com’è una scelta di campo l’uso di certe aggettivazioni anziché altre.

È una scelta di campo il richiamo al “principio di autorità”, nello specificare che l’autore di quelle dichiarazioni (“Per me giustizia in piazza e cappio al collo”) è criminologo e antropologo e dirige una scuola per mediatori linguistici.

L’estensore dell’articolo del “Gazzettino” ha preso alcune decisioni: nella scelta dell’argomento del suo articolo, nella scelta del linguaggio da utilizzare, nella scelta di cosa riferire e di cosa tacere, nella scelta di avallare e di non condannare una certa posizione.

Come ricorda sul suo sito web l’Ordine dei Giornalisti (Consiglio Nazionale), “l’articolo 15 della legge 47/1948 sulla stampa vieta la pubblicazione di immagini a contenuto impressionante o raccapricciante: Le disposizioni dell’art. 528 c.p. (pubblicazioni e spettacoli osceni), si applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale e l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti”.

Il secondo comma dell’articolo 2 del Testo Unico dei Doveri del Giornalista, recita così: il giornalista “rispetta i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia”.

Il dare notizia di affermazioni che incitano al linciaggio, alla pena di morte e all’odio sociale ed etnico è una violazione della Deontologia professionale dei giornalisti?

La risposta la lasciamo agli organi che tutelano la professione giornalistica. E che sanzionano le violazioni compiute dai giornalisti.

Il problema, dal punto di vista della riflessione sul giornalismo e sulla comunicazione mediatica, è se il diventare un megafono acritico di posizioni che incitano a violare la legge (Costituzione in primis) sia Giornalismo. E se la professione giornalistica non sia umiliata dal rinunciare ai principi di selezione delle notizie e di mediazione e filtro tra le fonti e i lettori.

Il punto nodale da tecnico diventa etico. Hanno i giornalisti un dovere di tutela e di rispetto della loro professione? La risposta è di certo positiva. Lasciare spazio a chi incita all’odio e alla violazione della legge non è un esercizio di libertà di informazione. È una rinuncia a essere giornalisti.

Lawrence House, finestra sul mondo | Diario dal Sudafrica

di Manuela Mazzariol
Raccontare la Lawrence House, raccontarla davvero, è difficile come racchiudere il mondo in una scatola. Facile parlare di centro di accoglienza, di minori non accompagnati, di dati e di statistiche. Più difficile spiegarne la quotidianità e le dinamiche. Provate a immaginare vostro figlio o nipote bambino o adolescente, con tutti i problemi legati a quell’età turbolenta e piena di cambiamenti. Moltiplicate per 25. Venticinque ragazzi fra gli 8 e i 19 anni, con esigenze dunque diversissime. Che vivono nella stessa casa e condividono tutto: cibo, camera, sala tv, bagni. Aggiungete che questi ragazzi hanno alle spalle storie di sofferenza, di abbandono, di distacco dal Paese di origine, di abuso o di violenza familiare. Aggiungete che non vivono in un luogo separato dal resto del mondo, ma in una società globale, che porta con sé sogni, desideri e speranze comuni a tutti i ragazzi della loro età.

Questa casa non può essere racchiusa nelle sterili parole “centro di accoglienza”, ma è un organismo vivo, che respira e si evolve, in cui ogni giorno è diverso da quello precedente, in cui si instaurano dinamiche di volta in volta differenti, in cui gli equilibri si creano e si spezzano come le onde del mare, in cui le vite di decine di persone si intrecciano nei modi più inaspettati.

La Lawrence House è un luogo aperto al mondo, un luogo in cui tutti sono benvenuti e possono sentirsi a casa. Ogni giorno si ride, si scherza, si litiga, si sbaglia, si urla, si impara. Fa tutto parte della quotidianità di una casa dove i ragazzi, grazie agli educatori che gli stanno accanto e ad attività e percorsi costruiti per loro, provano a costruire un sé positivo e si preparano ad affrontare al meglio il loro futuro. Se vi capitasse di entrarvi verso le sei del mattino, vi trovereste di fronte a un uragano urlante di bambini e ragazzi che corrono per i corridoi vestendosi, fanno colazione mentre cercano le cose per la scuola, e nel frattempo ascoltano musica, cantano e ballano. Non ho altre parole per descrivere quello che accade alla Lawrence House ogni mattina se non come vita, o come un quotidiano tentativo di demolire l’edificio. In un paio d’ore poi tutti escono per raggiungere le loro scuole, e la casa si spegne in un silenzio quasi surreale.

Tra questi ragazzi c’è Sabine. Ha 15 anni e viene dallo Zambia. Mi ha chiesto di imparare l’italiano, così ogni tanto dopo cena abbiamo fatto qualche lezione di lingua con lei e una sua amica. Mi accorgo presto di quanto sia brava e una sera, mentre chiacchieriamo in cucina, le faccio i miei complimenti. Mi dice che ci tiene molto a studiare la nostra lingua, perché vorrebbe vivere in Italia, a Venezia. Le racconto che Venezia è una città meravigliosa, ma non la più facile in cui vivere. Allora Roma? Perché no? È una metropoli piena di opportunità, un po’ caotica forse… forse meglio Milano.

Parlo con lei sorridendo, ma mi chiedo se venendo nel mio Paese troverebbe il futuro che sogna o diffidenza, emarginazione e razzismo.Sabine mi dice che vuole completare gli studi e trovare un buon lavoro, mettere da parte i soldi e poi tornare in quei luoghi dove ora va in gita con i bambini della Lawrence House, come le spiagge dei ricchi. Vuole andare lì con i suoi soldi, ed essere trattata come una persona normale, con rispetto, non più come un bambino bisognoso che suscita compassione.

Mi dice che vuole viaggiare, girare il mondo, conoscere culture diverse, e nelle sue parole rivedo me stessa alla sua età. Con una piccola differenza: io con il mio passaporto posso andare ovunque, o quasi; lei non ha nemmeno un certificato di nascita. Da anni qui alla Lawrence house stanno lottando per farle ottenere un documento che ancora non c’è. Così lei va a scuola, ma solo informalmente: se non salta fuori quel pezzo di carta e non si riesce a registrarla non otterrà mai un diploma che attesti i suoi studi, non potrà lavorare in maniera regolare, né fare nulla di quello che sogna una ragazza di quindici anni. Oltre a vedere il mondo, Sabine vuole anche una famiglia e dei bambini. Da adolescente il suo unico timore è quello di non riuscire a conciliare i due desideri, e rifiuta di pensare che senza documenti nulla di tutto ciò sarà realizzabile.