Lawrence House, finestra sul mondo

di Manuela Mazzariol
Raccontare la Lawrence House, raccontarla davvero, è difficile come racchiudere il mondo in una scatola. Facile parlare di centro di accoglienza, di minori non accompagnati, di dati e di statistiche. Più difficile spiegarne la quotidianità e le dinamiche. Provate a immaginare vostro figlio o nipote bambino o adolescente, con tutti i problemi legati a quell’età turbolenta e piena di cambiamenti. Moltiplicate per 25. Venticinque ragazzi fra gli 8 e i 19 anni, con esigenze dunque diversissime. Che vivono nella stessa casa e condividono tutto: cibo, camera, sala tv, bagni. Aggiungete che questi ragazzi hanno alle spalle storie di sofferenza, di abbandono, di distacco dal Paese di origine, di abuso o di violenza familiare. Aggiungete che non vivono in un luogo separato dal resto del mondo, ma in una società globale, che porta con sé sogni, desideri e speranze comuni a tutti i ragazzi della loro età.

Questa casa non può essere racchiusa nelle sterili parole “centro di accoglienza”, ma è un organismo vivo, che respira e si evolve, in cui ogni giorno è diverso da quello precedente, in cui si instaurano dinamiche di volta in volta differenti, in cui gli equilibri si creano e si spezzano come le onde del mare, in cui le vite di decine di persone si intrecciano nei modi più inaspettati.

La Lawrence House è un luogo aperto al mondo, un luogo in cui tutti sono benvenuti e possono sentirsi a casa. Ogni giorno si ride, si scherza, si litiga, si sbaglia, si urla, si impara. Fa tutto parte della quotidianità di una casa dove i ragazzi, grazie agli educatori che gli stanno accanto e ad attività e percorsi costruiti per loro, provano a costruire un sé positivo e si preparano ad affrontare al meglio il loro futuro. Se vi capitasse di entrarvi verso le sei del mattino, vi trovereste di fronte a un uragano urlante di bambini e ragazzi che corrono per i corridoi vestendosi, fanno colazione mentre cercano le cose per la scuola, e nel frattempo ascoltano musica, cantano e ballano. Non ho altre parole per descrivere quello che accade alla Lawrence House ogni mattina se non come vita, o come un quotidiano tentativo di demolire l’edificio. In un paio d’ore poi tutti escono per raggiungere le loro scuole, e la casa si spegne in un silenzio quasi surreale.

Tra questi ragazzi c’è Sabine. Ha 15 anni e viene dallo Zambia. Mi ha chiesto di imparare l’italiano, così ogni tanto dopo cena abbiamo fatto qualche lezione di lingua con lei e una sua amica. Mi accorgo presto di quanto sia brava e una sera, mentre chiacchieriamo in cucina, le faccio i miei complimenti. Mi dice che ci tiene molto a studiare la nostra lingua, perché vorrebbe vivere in Italia, a Venezia. Le racconto che Venezia è una città meravigliosa, ma non la più facile in cui vivere. Allora Roma? Perché no? È una metropoli piena di opportunità, un po’ caotica forse… forse meglio Milano.

Parlo con lei sorridendo, ma mi chiedo se venendo nel mio Paese troverebbe il futuro che sogna o diffidenza, emarginazione e razzismo.Sabine mi dice che vuole completare gli studi e trovare un buon lavoro, mettere da parte i soldi e poi tornare in quei luoghi dove ora va in gita con i bambini della Lawrence House, come le spiagge dei ricchi. Vuole andare lì con i suoi soldi, ed essere trattata come una persona normale, con rispetto, non più come un bambino bisognoso che suscita compassione.

Mi dice che vuole viaggiare, girare il mondo, conoscere culture diverse, e nelle sue parole rivedo me stessa alla sua età. Con una piccola differenza: io con il mio passaporto posso andare ovunque, o quasi; lei non ha nemmeno un certificato di nascita. Da anni qui alla Lawrence house stanno lottando per farle ottenere un documento che ancora non c’è. Così lei va a scuola, ma solo informalmente: se non salta fuori quel pezzo di carta e non si riesce a registrarla non otterrà mai un diploma che attesti i suoi studi, non potrà lavorare in maniera regolare, né fare nulla di quello che sogna una ragazza di quindici anni. Oltre a vedere il mondo, Sabine vuole anche una famiglia e dei bambini. Da adolescente il suo unico timore è quello di non riuscire a conciliare i due desideri, e rifiuta di pensare che senza documenti nulla di tutto ciò sarà realizzabile.

Indovina chi viene a cena? nuova edizione e il corto a tema di Amin Nour

di Elena Guerra
Una serata per conoscere il progetto Indovina chi viene a cena?_Verona, per partecipare a un contest culinario e per vedere i due corti Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour (vincitore del bando MigrArti 2018) e il backstage Macedonia all’italiana di Diana Pesci, con entrambi i registi presenti all’evento. Tutto questo a La Sobilla, salita San Sepolcro 6/b (zona Porta Vescovo) a Verona, giovedì 17 gennaio alle 19.30 con un gioco che può far vincere la partecipazione a una cena, 20.30 accoglienza e saluto degli ospiti e presentazione dei due cortometraggi.

Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour è il cortometraggio prodotto dalla GoldenArt Productions e WellSee, vincitore della terza edizione del bando MigrArti promosso dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali (bando che è stato cancellato dall’attuale governo). È un viaggio pittoresco tratto da una storia realmente accaduta trasformata in commedia per portare lo spettatore a riflettere su temi sensibili distruggendo barriere o preconcetti che impediscono una reale percezione della realtà. Uno squarcio sulla Roma di oggi che mostra i figli dei migranti nelle varie sfaccettature, condito con ironia ed enfatizzando la dimensione del linguaggio come veicolo per abbattere pregiudizi e stereotipi.

Sinossi. Un giovane di origine somala e vissuto romano si prepara ad incontrare i genitori della sua ragazza, russa di origine, ma italiana a tutti gli effetti, anzi proprio di Albano. Il racconto si focalizza sulle ore precedenti l’incontro, ore in cui vediamo la vita del nostro giovane protagonista, Mohamed, 25 anni, scorrere normalmente. Conosciamo meglio le vie di Termini, che ci appaiono come le vie di un film di Spike Lee, popolate solo ed esclusivamente da neri; entriamo in contatto con gli amici di Mohamed: tutti ragazzi di seconda generazione che passano il tempo cazzeggiando su una panchina di Piazza dei Cinquecento. Gli amici, per gioco, iniziano a sfotterlo sul suo abbigliamento, anche questo tipico dei neri che imperversano i film di Spike. Lo fanno bonariamente, ma Mohamed inizia a temere la possibile reazione dei suoceri, a cui la sua fidanzata non ha comunicato il colore della sua pelle. Per questo, si lascia convincere che è meglio dare una sfoltita al suo taglio di capelli decisamente afro. All’interno del Black Hair, un parrucchiere/barbiere africano, in una girandola di battute, esplode il conflitto generazionale sul tema dell’identità. Conflitto che Mohamed mette improvvisamente a tacere tirando fuori tutto il suo innato ottimismo: «Siamo nel 2018 il colore della pelle non conta più niente!», urla indignato, decidendo di non tagliare i suoi capelli e di presentarsi ai suoceri per quello che realmente è. Con questa convinzione, in realtà sempre più debole, Mohamed sale sul treno che lo conduce ad Albano, dove lo attende la sua ragazza.Il corto si avvale dell’amichevole partecipazione di Jonis Bascir (Un Medico In Famiglia), Alla Krasovitzkaya (Come un gatto in tangenziale) e Cecile Kyenge, ex ministra per l’integrazione. Presenti anche Yoon C. Joyce (Gangs of New York), e, tra gli altri, i giovani attori Lavinia Cipriani, Settimo Palazzo e Yonas Roncarati.

Con il 2019 “Indovina chi viene a cena?” ricomincia nelle case di tanti cittadini a Verona con la sua sesta edizione scaligera, una volta al mese da gennaio a maggio. 54 cene organizzate, 206 ospiti accolti, 30 famiglie coinvolte e 28 nazionalità rappresentate. Sono questi i numeri del progetto di relazione per mezzo del cibo, che sta diventando anche a Verona un piccola ma grande modo per conoscere da vicino la cultura e le tradizioni del paese d’origine di tante famiglie ospitanti di origine straniera che vivono nel territorio già da tanti anni. Si tratta di un dispositivo di attivazione di comunità che sovverte l’idea classica di ospitalità, aprendo le porte delle case dei nuovi cittadini, abbattendo i muri e le barriere culturali tramite il rito più antico del mondo: mangiare insieme.

L’evento nato a Torino nel 2011 dalla Rete Italiana di Cultura Popolare, ha preso piede in diverse città, compresa Verona dal 2013, dove è supportata da Net Generation – associazione culturale veronetta129, Mag e CookPad. L’iniziativa parte dal percorso sul concetto di “altro”, sull’idea di incontro e di socializzazione declinabile in differenti modalità, che ha intrapreso la Rete in questi anni. Tutto ciò ha  consolidato rapporti di collaborazione e di condivisione con alcune famiglie e persone facenti parte diverse comunità migranti.

Ma chi sono le famiglie incontrate a cena finora a Verona? 8 su 30 sono le famiglie miste (con un coniuge italiano oppure entrambi i coniugi stranieri ma di differenti Paesi), 28 nazionalità rappresentate, ossia persone provenienti da Sri Lanka, Giappone, Bangladesh, Eritrea, Ghana, Costa D’Avorio, Marocco, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Tunisia, Algeria, Palestina, Libano, Iran, Giordania, Russia, Moldavia, Romania, Bulgaria, Lituania, Croazia, Spagna, Irlanda, Inghilterra, Honduras e Brasile (oltre ovviamente all’Italia). Gli ospiti non sono solo veronesi, ma anche cittadini di origine straniera.

Il calendario 2019: sabato 26 gennaio, 23 febbraio, 30 marzo, 27 aprile e 25 maggio. Per partecipare Basta prenotare i posti per le cene, contattando i riferimenti organizzativi locali. Quelli della città scaligera sono info@veronetta129.it o scrivere al numero 334.5291538 entro dieci giorni dalla data scelta per dare la possibilità agli organizzatori di intrecciare le varie richieste, anche per chi soffre di intolleranze o allergie alimentari. Per info consultare la pagina Facebook dedicata https://www.facebook.com/IndovinaChiVieneACenaVerona/

sabato 26 gennaio | sabato 23 febbraio | sabato 30 marzo | sabato 27 aprile | sabato 25 maggio

Una finestra sul Sudafrica

di Manuela Mazzariol

Cape Town e Robben Island
viste dalla cima della Table Mountain

Chi parla di invasione riferendosi alle migrazioni che dal continente africano raggiungono l’Italia e l’Europa non usa nessun criterio razionale per definire il fenomeno: circa l’80% delle migrazioni africane,secondo i dati dell’agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite, avvengono infatti all’interno del continente, dalle zone rurali alle aree metropolitane,da Paesi in guerra o in situazione di povertà assoluta, con forti sconvolgimenti sociali o politici, da Stati con grossi problemi climatici. Le persone si spostano verso i luoghi sicuri più vicini, appena attraversato il confine,oppure verso le aree più ricche del continente, come il Sudafrica.

È proprio per comprendere meglio il fenomeno delle migrazioni verso il Sud del mondo che ho trascorso due mesi a Cape Town, in Sudafrica, lavorando come volontaria in una casa per minori stranieri non accompagnati o separati dai genitori, e a stretto contatto con lo Scalabrini Centre of Cape Town, da cui la struttura per minori dipende. Il centro si occupa di rifugiati e richiedenti asilo a 360 gradi, attraverso progetti di accoglienza, insegnamento della lingua inglese per stranieri francofoni o arabi, orientamento al mondo del lavoro, consulenze legali per l’ottenimento dei documenti, una piattaforma per educare le donne migranti ai propri diritti e un centro studi sulle migrazioni connesso con università e istituti di ricerca di tutto il mondo.

A chi mi chiede come sia il Sudafrica, rispondo che si tratta di un Paese davvero bizzarro, e non avrei molti altri aggettivi con cui definirlo. È un Paese dalle tante contraddizioni, un Paese dalle bellezze naturali mozzafiato,luoghi magici e paesaggi da sogno; il tutto accompagnato da un tasso di criminalità talmente alto da non permettere a chi vuole conoscere tali bellezze di girare serenamente ed esplorare questi mondi meravigliosi. È il Paese dalle spiagge bianchissime, della catena montuosa dei Dodici Apostoli che, vista dalla costa,pare gettarsi a picco nell’oceano, dei grandi parchi naturali e dei quartieri vip con le ville con piscina appartenenti agli attori di Hollywood; ma basta allontanarsi solo poche decine di chilometri per trovarsi di fronte a immense distese di baracche di lamiera, dove non esistono nemmeno i servizi igienici, e osservare la distesa delle township che si estende a perdita d’occhio. Povertà estrema, ricchezza eccessiva e sfarzosa, libertà e uguaglianza, conquistate con il sangue solo nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, e ancora così lontane dall’essere raggiunte davvero.

Si tratta di uno dei Paesi con il governo più stabile del continente africano, tuttavia la corruzione logora tutto, a tutti i livelli. La costituzione democratica nata nel 1994 con l’ascesa al potere di Nelson Mandelatutela le minoranze, le diversità, garantisce la libertà di espressione e di stampa. Lo Stato ha una delle politiche più aperte e progressiste in materia di rifugiati: non esistono centri di accoglienza né di detenzione preventiva per l’identificazione di chi entra nel Paese. Chi fa domanda come rifugiato in Sudafrica può immediatamente cercarsi un lavoro e costruirsi un futuro inattesa dei documenti definitivi che attesteranno il suo status. (La legge sull’immigrazione sta per cambiare anche lì, ma di questo parlerò più approfonditamente in uno dei prossimi post). Tuttavia i percorsi per la richiesta dei documenti sono complessi, irti di burocrazia, farraginosi e costosi, oltre che disseminati di funzionari corrotti e di ingranaggi da oliare nel modo più appropriato.

I bambini, tutti i bambini, sono tutelati dal Children’s Actdel 1983, eppure assistiamo ad alcune delle violazioni dei diritti umani più vergognose al mondo, che si lasciano alle spalle centinaia di migliaia di minori senza documenti, fantasmi a cui viene strappato ogni futuro.

Cape Town è anche uno dei porti commerciali più importanti del Sudafrica e di tutta l’Africa, fonte di ricchezza, di scambi economici eculturali. L’altra faccia della medaglia, quella più invisibile, è quella degli schiavi del porto, marinai a cui vengono sequestrati i documenti, sfruttati,retribuiti con salari più bassi del minimo legale, o non retribuiti affatto.Picchiati, abusati fisicamente e psicologicamente, alle volte rimangono bloccati per mesi e mesi in città, senza poter abbandonare navi che non ripartiranno e senza poter tornare a casa dalle proprie famiglie.

Questo e tanto altro è il Sudafrica che ho visto e sentito sulla mia pelle, il Paese che mi è rimasto nel cuore nonostante tutto, il Paese che nelle prossime settimane proverò a raccontare più nel dettaglio, per chi avrà voglia di scoprirlo con me.

Immigrazione e media: il ruolo dei giornalisti nell’informare i cittadini

di Maurizio Corte

Notizie di chiusura”, il sesto rapporto dell’Associazione Carta di Roma,conferma quanto – come gruppo di ricerca ProsMedia – siamo andati studiandone gli ultimi dieci anni sul tema “media e immigrazione”.

Sul tema “migranti e mass media” la stampa italiana – in tutto lo spettro dei media mainstream e dei social media – si rivela essere in continua “emergenza immigrazione”, dice il rapporto della Carta di Roma. Il dato era prevedibile e tale resterà: la classe politica italiana non ha alcuna intenzione di tematizzare in modo strategico la “questione immigrazione”.

Il rapporto dell’Associazione Carta di Roma poi segnala un calo delle notizie sull’immigrazione, nel corso del 2018, in concomitanza con il nuovo governo Lega-Cinque Stelle. Anche questo era prevedibile.

Nel 2011, come ProsMedia, con il governo Monti registrammo un netto calo di notizie sui migranti. Da un lato vi era stato una diminuzione degli sbarchi di cittadini stranieri sulle coste italiane; dall’altro non faceva comodo ad alcun partito politico usare l’immigrazione (e le notizie su cittadini stranieri) come arma di lotta politica.

Può fare comodo al governo ora in carica alimentare l’emergenza degli sbarchi? La risposta è no. Da un lato perché gli sbarchi sono calati. Dall’altro perché nuocerebbe all’immagine di settori del governo far vedere che, nonostante il Decreto Sicurezza e i proclami di fermare le navi dei migranti, il fenomeno non si arresta.

Quello che conviene, sul piano della lotta politica, è proseguire quanto il rapporto “Notizie di chiusura” registra, grazie allo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia sui media. Ovvero l’associazione fra immigrazione e insicurezza, fra immigrazione e criminalità, fra immigrazione e clandestinità.


Quanto al dato della maggiore “voce” concessa sui media ai cittadini stranieri – come rileva il rapporto di Carta di Roma – siamo di fronte a un “falso positivo”. I cittadini immigrati sono comunque rappresentati come vittime di atti di razzismo o di violenza; in ogni caso come un problema. Né come risorse della società, né come cittadini con diritti e doveri.

Un altro elemento interessante di “Notizie di chiusura” è che la televisione mostra un maggiore “allarmismo” e più notizie, rispetto a un tono meno gridato e a meno articoli del giornali (se confrontati con il passato).

Anche qui vi è una spiegazione: è indubbio che una parte importante dell’informazione su carta sia su posizioni anti-governative. Le direzioni di quei giornali ben sanno che l’immigrazione è un’arma politica e si adeguano di conseguenza.


In conclusione, dal rapporto dell’Associazione Carta di Roma emerge poi il ruolo fondamentale di noi giornalisti. Come osserva il suo presidente, Valerio Cataldi: “La ricerca della verità sostanziale dei fatti, con l’uso corretto delle parole e l’obiettività dei numeri sono il solo argine alla costruzione distorta della realtà che gli ‘spaventatori’ ripetono ogni giorno. È una questione di dignità, di credibilità, di sopravvivenza del mestiere di giornalista”.

“Il Washington Post per arginare il presidente Trump che non vuole giornalisti che fanno domande, ma giornalisti che rilanciano i suoi tweet e i suoi messaggi aggressivi, ha proposto di evitare di ripetere le bugie della politica”, fa notare Cataldi. “Evitare di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”.

È necessaria “una riflessione anche nel nostro paese, che Carta di Roma ha rilanciato con un appello ai direttori di giornali e telegiornali”, sottolinea il presidente dell’Associazione, Cataldi. “Le parole possono trasformare la realtà. E la responsabilità è anche, e forse soprattutto, di chi scrive e riproduce quelle parole. Per questo abbiamo deciso di lanciare una campagna sull’uso corretto delle parole”.

La “terapia semantica” – con l’uso attento delle parole – è una delle azioni pratiche del Giornalismo Interculturale, come l’abbiamo delineato – quale gruppo ProsMedia – nel libro“Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale”(Cedam, 2014).

La scelta del linguaggio, assieme a quella dei temi da sottoporre ai lettori,qualifica la professione di giornalista come “mediatore” tra le fonti e il pubblico. Evita che il giornalista divenga il megafono e il servitore di questa o quella fonte, di questa o quella parte politica.

Ecco che la dignità e l’autonomia professionale dei giornalisti passa anche attraverso un trattamento del tema immigrazione che sia corretto, imparziale, preciso nell’uso delle parole e scevro da pregiudizi.

Il ruolo dei giornalisti – come conferma “Notizie di chiusura”, il rapporto dell’Associazione Carta di Roma su “media e immigrazione” – diventa fondamentale in una democrazia. Soprattutto a fronte di un fenomeno strutturale della nostra società, qual è quello dei migranti. E implica un impegno etico e un rispetto della deontologia per evitare – come rileva lo studio di Carta di Roma su Facebook – che l’odio, lo scontro, la discriminazione e tutto il relativo arsenale di offese manipolatorie abbiano la meglio sul dibattito onesto e proficuo.

Molestie sul lavoro a scuola

di Elena Guerra

Prevenire le molestie in ambito lavorativo sin dall’Alternanza scuola-lavoro. Questo l’obiettivo degli incontri di formazione organizzati a dicembre 2018 e gennaio 2019 dalla Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza e su proposta di Logika di Rosanna Bonollo con il patrocinio dell’assessorato alle Pari Opportunità di Comune di Thiene. Perché la prevenzione sulla discriminazione di genere non termina con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

I laboratori condotti da Cristina Martini, media educator e ricercatrice, e Arianna Bigarella, psicologa e psicoterapeuta, vogliono essere un momento informativo e formativo rivolto alle studentesse e agli studenti della quarta superiore di tre istituti scolastici della Città di Thiene, Vicenza, ossia “Aulo Ceccato” il 14 dicembre, “Istituto Garbin” il 21 dicembre e “Liceo statale Corradini” a gennaio 2019, che si stanno preparando per affrontare il periodo di Alternanza scuola-lavoro spiegando attraverso l’educazione ai media con la mediazione di una psicoterapeuta la normativa sulle molestie sul lavoro, la discriminazione, prevaricazione e possibile disagio a partire da quelle di genere. Gli interventi andranno ad affiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio.

I media hanno raccontato nell’ultimo anno alcuni di questi casi che hanno coinvolto il mondo del cinema e dello spettacolo – il cosiddetto caso Weinstein a Hollywood – talvolta valorizzando l’iniziativa coraggiosa di molte donne, in altri rivittimizzandole attraverso un processo mediatico sulle loro presunte colpe. Parole e immagini che sono state veicolate non aiutano la percezione del problema legato alla modalità di manifestazione del potere nell’ambito lavorativo e di studio. Ecco che, per un pregiudizio che colpisce uomini e donne, le molestie passano in molti casi per bravate e scherzi, innescando un’assuefazione che porta a normalizzare alcuni comportamenti lesivi della dignità.

Cristina Martini, che ha curato i contenuti ed è formatrice durante gli incontri, spiega: «il percorso nasce come una proposta nuova nel suo genere perché ha l’obiettivo di raggiungere ragazzi e ragazze che – grazie all’alternanza scuola lavoro – si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro. Gli interventi andranno adaffiancarsi agli incontri sulla sicurezza e sul benessere lavorativo per porre l’attenzione su una tematica grave e spesso giustificata: le molestie e i ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e di studio».

«Il percorso formativo – continua la media educator –  coinvolgerà ragazzi e ragazze con linguaggi a loro affini in una riflessione attorno ai temi del “consenso”, delle giustificazioni, degli stereotipi e pregiudizi veicolati dai media, del linguaggio intriso di discriminazioni e delle emozioni che emergono a questi casi che sono spesso difficili da riconoscere, esternare e denunciare.»

A introdurre gli incontri ci sarà Grazia Chisin, Consigliera di Parità della Provincia di Vicenza, che darà alcune indicazioni ai partecipanti rispetto ai riferimenti da contattare nel caso siano vittime o testimoni di molestia, e l’iter previsto dalla normativa.

Misantropia e misoginia dei media nei casi giudiziari di violenza sulle donne

Il Biondino della Spider Rossa. Misantropia e misoginia dei media nei casi giudiziari di violenza sulle donne è il tema della conferenza, organizzata da Fidapa Verona Est e dall’associazione culturale ProsMedia, per mercoledì 28 novembre 2018, alle 17, nella Sala Galtarossa al Museo degli Affreschi (Tomba di Giulietta), in via Luigi da Porto 5, a Verona.

La conferenza prevede gli interventi di Maurizio Corte, giornalista e docente di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, e di Laura Baccaro, psicologa giuridica, criminologa e docente in varie Università italiane.

Tiziana Sartori, direttore dell’Osservatorio Monografie d’Impresa, dialogherà con gli autori del libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, che ricostruisce a quasi mezzo secolo di distanza il caso di Milena Sutter.

La conferenza rientra nel programma – promosso dal Comune di Verona – per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle Donne.

Non vi è dubbio che molto ancora vi sia da dire sul caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano. Un caso giudiziario che sconvolse l’Italia e mezza Europa nel 1971.

Genova, giovedì 6 maggio 1971, ore 17. Milena Sutter, una ragazza di 13 anni, scompare all’uscita della Scuola Svizzera, dove frequenta la terza media. È figlia di un ricco industriale. Il corpo della ragazza, senza vita, viene trovato in mare due settimane dopo la scomparsa. L’ipotesi investigativa è soltanto una: il sequestro per motivi di denaro.

Ad essere accusato del rapimento e dell’omicidio della studentessa è un giovane di 25 anni, Lorenzo Bozano, un perdigiorno di famiglia alto-borghese. È soprannominato il “biondino della spider rossa”. Non è biondo, né magrolino.

Assolto in primo grado nel 1973, Bozano viene condannato all’ergastolo nel 1975. Scappa in Francia e in Africa, ma nel 1979 viene arrestato e portato, in una contestata operazione di polizia, in Italia. Dopo oltre 40 anni di carcere Lorenzo Bozano continua a professarsi innocente: “Milena? Non l’ho mai conosciuta”.

Il libro di Laura Baccaro e Maurizio Corte è il frutto di una ricerca durata otto anni, condotta con la collaborazione del gruppo ProsMedia del Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona. Al libro si accompagna il sito web www.ilbiondino.org con altre analisi dei giornali e della vicenda.

Il libro affronta gli aspetti fondamentali del caso:

  • i nodi non risolti sulla vicenda di Milena Sutter
  • gli indizi contro l’imputato Lorenzo Bozano e il suo alibi che non c’è
  • la discutibile perizia medico-legale
  • la personalità controversa del giovane della spider rossa
  • il ruolo dei media nel rappresentare la giovane vittima e il giovane condannato
  • la seconda vittima della vicenda (l’amica di Milena, Isabelle)

Con un’analisi rigorosa, gli autori studiano gli elementi contraddittori di un evento che ha segnato la Storia civile d’Italia.

È una vicenda, quella di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, che anticipa di trent’anni la mediatizzazione televisiva dei grandi casi giudiziari.

Perché il caso di Milena Sutter rientra di diritto nel tema della violenza sulle donne? “La risposta sta nella vicenda in sé e nella rappresentazione data dai giornali e dalla televisione”, spiega Maurizio Corte, autore del libro ‘Il Biondino della Spider Rossa’. “Milena Sutter è stata vittima di violenza per la morte che l’ha colpita. Ma è stata vittima di violenza anche per il non aver fatto luce a sufficienza – sia o meno Lorenzo Bozano colpevole – su quanto accadde quel 6 maggio del 1971. È insomma una storia tutta ancora da scrivere. Laura Baccaro e io, con il libro, abbiamo voluto mettere dei punti fermi oltre le narrazioni dei media che poca aderenza hanno con la verità sostanziale dei fatti”.

L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne ProsMedia e Porto Burci presentano “L’amore non è violenza. Stereotipi e rappresentazioni della stampa nei casi di violenza di genere e femminicidio” mercoledì 21 novembre alle 20.45 con la formatrice Cristina Martini, ricercatrice e media educator di ProsMedia. Interverranno anche: Margherita Chiais, psicologa dell’associazione Donna chiama donna, e Maria Stocchiero, rappresentante del progetto Follia Organizzata.

I media hanno un ruolo ormai noto nella costruzione della realtà e del significato. Molto di quello che siamo, pensiamo e di come ci comportiamo è dovuto ai media. In un percorso di senso a partire dalla cultura, dai messaggi pubblicitari e dalla cronaca nera riguardante la violenza di genere e il femminicidio, si analizzeranno stereotipi e pregiudizi veicolati al fine di fornire al pubblico elementi per riconoscerli in autonomia in modo critico.

Ricercatrice e media educator, laureata magistrale in Editoria e Giornalismo, Cristina Martini si è specializzata all’Università La Sapienza sull’analisi lessicale e testuale del contenuto. La sua area di ricerca è principalmente rivolta al tema dei femminicidi e alla cronaca nera. Si occupa di formazione su stereotipi e rappresentazioni della stampa e della pubblicità e di educazione ai media. È tutor didattico del Master in Intercultural competence and management del Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona ed è stata assegnista di ricerca per la comunicazione scientifica nello stesso ateneo.

La partecipazione è vincolata ad un contributo di 10 euro a partecipante.

Iscrizioni e informazioni a comunicazione@prosmedia.it

Adozione di bambini, sui media il solito copione “ideologico”

di Maurizio Corte

Quando sui media si parla di adozione di bambini vi è sempre stato il rischio che il pendolo oscilli fra due poli.

Da un lato vi è il “pietismo” verso i poveri bimbi abbandonati che trovano un’occasione di riscatto. Dall’altro vi è il commovente dolore di una coppia che non riesce ad avere figli biologici.

Negli ultimi tempi si è aggiunta una terza componente. Stavolta ideologica. È una “terza posizione” che può assumere forme diverse.

Una di queste è l’urlo entusiasta che essere figli adottivi o genitori adottivi è una sorta di “paradiso di felicità”.

Un’altra è la battaglia perché l’adozione possa essere fatta anche da coppie omosessuali.

La terza componente ideologica vede come posizione quella che “genitore single è bello”.

Al benessere dei bambini adottati, chi ci pensa mai? Degli aspetti critici dell’adozione – sfocati dall’idea che l’amore tutto risolve – chi parla mai con cognizione di causa?

Chi mai approfondisce, senza interessi di parte, il tema dell’adozione, affrontandolo nella sua complessità?

Un altro elemento che propone il “discorso dei media” sull’adozione di bambini è quello di dare voce ai figli adottivi e ai genitori adottivi. Scelta doverosa. Sacrosanta.

E gli esperti? Non vogliamo far parlare mai gli esperti di adozione di bambini?

Come per il tema “media e immigrazione”, anche per il tema “media e adozione di bambini” possiamo dire che la voce degli esperti – indipendenti da interessi di parte – non viene tenuto nel dovuto conto.

In una puntata radiofonica di “Cactus – Basta poca acqua”, condotta dalla giornalista Concita De Gregorio su Radio Capital, si è parlato di adozione di bambini.

La posizione “ideologica” questa volta ha riguardato la difesa dell’adozione di bambini da parte di genitori single.

Da parte di un single un’adozione è possibile, ci informa la trasmissione. È consentita se fra l’aspirante madre (o l’aspirante padre) e un bambino/a si è creato un legame affettivo.

Deve essere un legame tale da convincere un giudice a concedere a una persona singola la genitorialità di un figlio (o figlia) non biologici.

Il caso trattato è interessante. È quello di una donna single che a casa sua, in Italia, ha ospitato alcuni mesi l’anno per anni, in un incontro frutto del caso, un bambino dell’Ucraina che ora ha 11 anni.

La signora sta aspettando impaziente la pronuncia di un giudice, dopo aver prodotto tutta la documentazione e le prove che fra lei e il bambino si è instaurato un rapporto genitore-figlio.

È un rapporto tanto stretto e genitoriale che il bambino chiama “mamma” la signora. Quest’ultima l’ha ospitato 4 mesi l’anno per un certo numero di anni, stando a quanto emerge dalla testimonianza in diretta della donna.

La vicenda è interessante. Degna di approfondimento in una trasmissione radiofonica, il cui obiettivo dovrebbe essere anche quello di informare e far pensare. La conduce, infatti, una giornalista di prestigio e professionalità, come Concita De Gregorio.

Peccato che la trasmissione si riveli “ideologica” per il suo sposare, senza esitazione alcuna, la causa – certo comprensibile e legittima – di un’aspirante mamma single.

Non ci si interroga, ad esempio, sull’opportunità che il bambino adottando abbia bisogno di entrambe le figure genitoriali.

Non si tematizza – ascoltando un esperto – la difficoltà che comporta il crescere da soli un figlio (o una figlia) adottato, specie in età adolescenziale.

Siamo certi che l’avere un solo genitore – per un figlio adottivo che ha avuto problemi di relazione con i genitori biologici – sia nell’interesse di chi viene adottato?

Sono domande che richiedono anche la voce di un esperto. Il sostegno di studi e di analisi. Il conforto di una riflessione professionale, fatta alla luce delle esperienze adottive studiate da esperti.

Nulla di tutto questo vi è nella trasmissione radiofonica di Concita De Gregorio. Eppure l’ascolto di posizioni differenti e l’approfondimento, oltre l’impressionismo del singolo caso che attira, dovrebbero essere bagaglio dei giornalisti.

L’adozione di bambini (e bambine), anche nella trasmissione “Cactus – Basta poca acqua”, di Radio Capital, resta insomma alla superficie dei temi.

Eppure l’adottare un bambino (o una bambina) grandicello non dovrebbe essere un argomento da trattare in superficie. Né da affrontare con un’impostazione ideologica. O, peggio, da tifoseria interessata.

Parole “sbagliate” e titoli “tendenziosi”: quanto ci condizionano?

di Barbara Minafra

“Azione o comportamento che mira a creare artificialmente, e per lo più allo scopo di ottenere un preciso risultato, un clima di tensione”: la Treccani definisce così l’allarmismo, quel clima diffuso che sembra pervadere i nostri media, insieme alle derive populiste e demagogiche nate come reazione alla crisi del capitalismo e ai conseguenti cambiamenti geo-politici ed economici in atto.

Nel 2017 è stato registrato un significativo incremento dei toni allarmistici sulla carta stampata: quasi 20 punti in più rispetto all’anno precedente (dal 27% del 2016 al 43% dello scorso anno). Detto altrimenti, 4 titoli/notizie su 10 risultano avere un potenziale ansiogeno. I dati sono del quinto Rapporto della Carta di Roma, il quale registra toni allarmistici nella dimensione dei flussi migratori, nel racconto delle morti in mare, nell’urgenza dei soccorsi, nell’emergenza degli arrivi, nella gestione dell’accoglienza. Si parla della criminalizzazione del soccorso in mare, delle infiltrazioni terroristiche, delle condizioni di profughi e migranti nei campi di detenzione, e si mettono in correlazione le migrazioni (economiche o per ragioni umanitarie) con la sicurezza del Paese, la diffusione di malattie, il disagio sociale, i problemi di convivenza.

Lo scorso anno ha segnato maggiore visibilità per criminalità e sicurezza, terzo tema con il 16% dei titoli sulle prime pagine dei quotidiani, dopo la gestione dei flussi migratori (prima voce nel 2017 con il 44%) e l’accoglienza a quota 24% che però, pur occupando la seconda posizione, si dimezza rispetto al 2015. Per il Rapporto della Carta di Roma permane una sovraesposizione del tema della criminalità e della visibilità di migranti e profughi come autori di reato. In particolare, il racconto di fatti relativi ai crimini e alla minaccia all’ordine pubblico è quasi tre volte in più rispetto al 2015. In un certo senso, anche se non ci fosse connessione esplicita tra le due notizie, le due questioni finiscono per associarsi nella testa del lettore.

Nel suo saggio sull’opinione pubblica datato 1922 – ben 96 anni fa – Walter Lipmann scriveva: “Non c’è nulla più refrattario all’educazione, o alla critica, di uno stereotipo. Si imprime sull’evidenza, nell’atto stesso di constatarla”. In altre parole, più si consolida un certo tipo di visione sociale, una certa interpretazione della società, più si deforma la lente, si distorce una lettura corretta degli eventi, si condiziona l’occhio di chi guarda.

Se poi a corroborare il preconcetto, a incidere sull’opinione pubblica già densa di tensioni (che nell’hate speech hanno una diffusione social), sono le testate giornalistiche (cioè la comunicazione formale, istituzionalizzata, riconosciuta), il potere di condizionare e avallare un certo tipo di lettura sociale, di interpretazione della realtà, si amplifica. Gli articoli di giornale finiscono per avere un peso superiore, per essere titoli, parole e dunque idee più “pesanti” del dovuto, divenendo alibi o sponde morali di atteggiamenti discutibili, al punto che il comportamento violento se non accettato risulta almeno giustificabile, indotto da un certo clima.

Il fatto stesso che in 10 mesi 14.813 titoli siano stati dedicati all’immigrazione e nel 2017 siano stati solo 43 i giorni senza questo argomento, racconta la visibilità continua del tema (anche se con un’intensità inferiore rispetto agli ultimi due anni quando le giornate senza notizie erano 12), e la dice lunga sugli effetti dell’esposizione mediatica.

Il fenomeno migratorio non solo è sempre più strutturale e meno emergenziale ma a livello sociale è “pane quotidiano”, è una sorta di strada obbligata, una presenza anche per chi materialmente non incontra immigrati per strada. “Senza sorpresa”, dice il quinto Rapporto, “migrante” e “profugo” sono fra i termini più presenti nei titoli, utilizzati 2.455 (17% dei titoli) e 1.322 volte (9%).

Se si analizza la produzione giornalistica si ha una conferma della tendenza positiva rilevata negli ultimi anni: l’utilizzo di termini giuridicamente scorretti risulta diminuito. “Migrante” e “profugo” hanno stabilmente sostituito “clandestino”, termine stigmatizzante che resta tra i 30 più ricorrenti nei titoli (195 volte rispetto ai 6 quotidiani nazionali esaminati). Evidentemente, non si deve abbassare troppo la guardia se l’Associazione Carta di Roma ha appena aggiornato le Linee Guida per l’applicazione del protocollo deontologico su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti del 2008 e lanciato la campagna “Vediamo l’effetto che fa”.

Poiché la scelta delle parole dà forma al racconto, ne disegna il contenuto e se si sbaglia l’uso delle parole si deforma il fatto raccontato, si invita a un esperimento sociale e comunicativo: sostituire “clandestino” con “persona”, la parola “immigrato” con “uomo/donna” per arginare il dilagare dell’intolleranza legata agli stranieri che si manifesta anche con parole aventi una semantica che rimanda all’hate speech.

Questo perché, se le “violazioni colpose” della Carta di Roma – che derivano dalla scarsa conoscenza del principio costituzionale che sancisce il diritto all’asilo e della Convenzione di Ginevra – sono diminuite, sono parallelamente aumentati i titoli che “connettono deliberatamente comportamenti criminali all’appartenenza religiosa o alla nazionalità dei loro autori”. Il messaggio subliminale che passa, continuando a depositarsi, stratifica l’ansia, rafforza l’allarme sociale, consolida il pregiudizio e con le nostre paure finiamo per rafforzare ciò che ci spaventa.

Israele, mito e realtà a la Sobilla e Rockabul a Mediorizzonti

ROCKABUL

di Elena Guerra

Giovedì 25 ottobre alle 20.30 si tiene la presentazione del libro Israele, mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo a cura di La Sobilla. Presentazione del libro (ed. Alegre, 2018) con gli autori Michele Giorgio e Chiara Cruciati, entrambi giornalisti per il Manifesto, a La Sobilla, in salita Santo Sepolcro 6/b. Ingresso libero con tessera consigliata.

E si prosegue con l’ultimo appuntamento del 2018 di MediOrizzonti, la rassegna di cinema mediorientale a Verona, realizzata grazie all’associazione culturale veronetta129, il gruppo informale Net Generation e La Sobilla, con il supporto del Cinema Nuovo San Michele. Il documentario Rockabul del regista Travis Beard (Afghanistan, Australia, Bosnia Erzegovina | GB, 2018, 77’) sarà presentato lunedì 29 ottobre alle 20.30 al Cinema Nuovo San Michele via V. Monti 7c. Il giornalista Ernesto Kieffer intervista il regista e attore Travis Beard in collegamento skype. Ingresso con biglietto unico 5€.

Sei disposto a mettere la tua vita a rischio per la musica? I District Unknown, una band metal nata in un Afghanistan stremato dalla guerra, sono disposti a farlo. Girato per la maggior parte da Beard con una camera a spalla,  il documentario,  rock’n’roll nel suo spirito e nel suo approccio, sfida il conservatorismo con la cultura, cerca di ritrovare la speranza in un paese devastato. Nel periodo tra il 2007 e il 2012, la capitale Kabul aveva una vasta comunità di espatriati con una propria scena culturale underground, così separata dalla società afgana tradizionale da farsi chiamare Kabubble. Il musicista e giornalista australiano Travis Beard faceva parte di questa scena, che nel suo momento d’oro è riuscita a unire la comunità degli espatriati attorno a band locali che volevano fare musica rock’n’roll, che nel Paese islamico era bandita. Ed è così che ha scoperto la prima – e finora l’ultima – band heavy metal afgana, i District Unknown.