La cultura del possesso ha ucciso 120 volte: i femminicidi del 2018

di Cristina Martini

Non ci sono giustificazioni ai 120 femmicidi compiuti nel 2018 da parte di uomini maltrattanti che hanno ucciso donne con cui avevano una relazione molto stretta. La violenza di genere non sfocia improvvisamente in omicidio, ma è un percorso di abusi fisici, psicologici ed economici perpetrati tra le mura domestiche per un presunto diritto di possesso: questo emerge dal report della ricerca scientifica “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Spesso le donne vittime avevano denunciato le violenze, alcune erano state in case rifugio, ma non è servito ad arginare i maltrattamenti o a metterle in salvo.

I casi di femmicidio si sono verificati soprattutto al Nord (47, il 39,1%), poi al Centro (32, il 26,6%), Sud (26, il 21,6%) e Isole (15, il 12,5%). Sono stati 6 i casi di femminicidio in Veneto: quattro a Vicenza (Leila Gakhirovan Kinser, Paola Bosa, Tanja Dugalic, Anna Filomena Barretta), uno a Verona (Fernanda Paoletti) e a Venezia (Maila Beccarello).

Le donne uccise nel 2018 sono in prevalenza italiane: 86 (il 71,6%); sono invece straniere nel 28,3% dei casi di femmicidio (34). Le nazionalità che si ritrovano tra le vittime: rumena (8), albanese (3), cinese (3), nigeriana (2), ucraina (2), marocchina (2), tedesca (2), ecuadorena (2), ungherese, pakistana, russa, bulgara, venezuelana, serba, peruviana, indiana, brasiliana, dominicana. In 23 casi su 34 (67,6%) vittime straniere di femminicidio, le donne sono state uccise dagli uomini stranieri con cui avevano un legame familiare e che le ritenevano un oggetto di proprietà, per la cultura del possesso.

Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 89 (nel 74,1% dei casi), 28 stranieri (23,3%) e 3 sono ancora non identificati (2,5%). Le nazionalità: rumeno (7), marocchino (4), dominicano (2), malese, tedesco, cinese, nigeriano, pakistano, americano, ecuadoregno, albanese, ucraino, camerunense, serbo, ghanese, messicano, indiano, brasiliano.

La provenienza delle vittime straniere e dei relativi offender sono in linea con i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2018” dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro studi Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa nel territorio italiano è quella romena (23,1%), seguita dai cittadini dell’Albania (8,6%), del Marocco (8,1%), della Cina (5,7%) e dell’Ucraina (4,6%).  

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (59 su 120, il 49,1%), seguite dalle over 60 (41) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2018 sono state cinque.

Le responsabilità di questi atti criminosi che sfociano in femminicidi dopo un percorso di violenze e soprusi perpetrati anche per anni sono da ascrivere a molteplici soggetti e fattori: l’errore più grande è quello di considerare la violenza di genere quale questione esclusivamente femminile. Occupandoci solo delle donne – seppur di fondamentale importanza – non verranno arginati i comportamenti violenti; urge ampliare la rete di protezione attorno alle sopravvissute ma far conoscere anche i percorsi per uomini maltrattanti che sono ormai sempre più diffusi nel territorio. Quando si parla di diritti umani, perché nei casi di violenza di questo si tratta, il problema deve riguardare tutti e tutte.

Quali operatori culturali, i media hanno grandi responsabilità nel racconto che costruiscono attorno ai femminicidi: dalle indicazioni della Federazione Internazionale dei Giornalisti e dal più recente Manifesto di Venezia arrivano suggerimenti utili per lavorare in modo rispettoso ed etico. Non mancano – e sono in aumento – gli esempi di buon giornalismo, ma rimane prevalente l’uso di giustificazioni attribuite al gesto dei colpevoli. Siano essi stranieri o italiani, pare esservi un tentativo di distogliere l’attenzione sul problema del possesso, attraverso l’utilizzo di pregiudizi quali la malattia mentale, il raptus, la perdita del lavoro, l’amore e la gelosia.

È corretto invece far emergere i segnali presenti sempre prima del tragico epilogo, perché il ciclo della violenza di genere è un percorso subdolo che si ripete. La costruzione di una rete forte di formazione, sensibilizzazione, azione al servizio di una cultura del rispetto è la strada da percorrere per far sentire meno sole le “sopravvissute” e per lavorare ad una cultura non violenta e di parità.

Sono molti percorsi attivabili a scuola o in altri ambienti e occasioni, per riflettere sulle rappresentazioni della stampa e della pubblicità e gli stereotipi veicolati nei casi di femminicidio e violenza sulle donne. Imparare a riconoscere i messaggi scorretti e leggere in modo critico i racconti mediali è fondamentale per iniziare a cambiare la nostra cultura. Se siete interessati/e potete scriverci a comunicazione@prosmedia.it.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/

Il report dati del 2017: https://prosmedia.org/2018/01/17/emergenza-problema-culturale-femmicidi-del-2017/

Il report dati del 2016: https://prosmedia.org/2017/01/02/i-femmicidi-del-2016-117-vittime-della-violenza-di-genere/

Il report dati del 2015: https://prosmedia.org/2016/01/11/106-vittime-della-cultura-del-possesso-i-femmicidi-del-2015/

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/

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