Giornalismo e incitamento all’odio: il ruolo dei giornalisti a tutela della professione

di Maurizio Corte

Il giornalismo è “selezione”, sottolinea nei suoi studi Carlo Sorrentino, studioso del giornalismo italiano. I giornalisti hanno una funzione di “mediazione” tra le fonti e i lettori, ci ricorda Sergio Lepri nel suo libro “Professione giornalista”.

Dare spazio, o addirittura avallare, l’incitamento all’odio sociale, all’odio etnico, all’avvelenamento della pubblica opinione o addirittura a posizioni contrarie alla Costituzione vuol dire rinunciare a essere giornalisti.
Vuol dire fare un altro mestiere, non quello del professionista del Giornalismo.

“Mediatore è il giornalista che racconta il fatto e lo racconta così come è avvenuto. La libera invenzione del fatto non è giornalismo ed è cattivo giornalismo l’eccessiva drammatizzazione del fatto”, sottolinea Sergio Lepri.

“L’obiettività è impossibile, ma è possibile la coscienziosa e imparziale aderenza alla realtà effettuale”, fa notare Lepri, giornalista e studioso. “Il giornalismo ha il compito di accrescere il patrimonio conoscitivo dei cittadini; deve dare conoscenze, suggerire riflessioni, non limitarsi a suscitare emozioni”.

Sul quotidiano “Il Gazzettino”  (https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/simone_borile_padova_movimento_5_stelle_omicidio_bambino_napoli-4263470.html) del 29 gennaio 2019 è uscito un articolo con questo titolo: “Borile (M5s) sui social: L’omicida del bambino va appeso in piazza”.

“Non ha esitato a usare toni molto forti di fronte a un episodio di una gravità inaudita. E lo ha fatto pubblicamente, mettendoci la faccia, con un post sui social, a commento della notizia sulla tragedia avvenuta in terra partenopea”, si legge nella prima parte dell’articolo del Gazzettino.

“Simone Borile, fino a qualche mese fa consigliere comunale del Movimento 5Stelle e dimessosi per impegni accademici, non ha fatto ricorso a perifrasi per esprimere il suo stato d’animo di fronte al crimine commesso dal ventiquattrenne di origine tunisina che ha ammazzato di botte e a colpi di scopa il figlio di 7 anni della compagna e picchiato con violenza anche la sorellina di poco più grande, mandandola in ospedale”, prosegue l’articolo.

“Ora in carcere, a spese dei contribuenti, per una possibile riabilitazione! Per me giustizia in piazza e cappio al collo, ha scritto l’esponente pentastellato, che è anche criminologo, antropologo e direttore generale della Scuola per Mediatori Linguistici (Ciels)”, sottolinea l’articolo del Gazzettino.

L’autore delle affermazioni riportate dal quotidiano veneziano è libero di avere in spregio la Costituzione, che non ammette la pena di morte, e di avere a cuore l’odio sociale ed etnico (l’autore dell’omicidio è un cittadino tunisino) verso un autore di reato. Ne dovrà rispondere, caso mai, di fronte alla legge, se ve ne sono le condizioni.

Il problema sta nella gestione dell’informazione. Il problema sta nel ruolo assunto qui da chi scrive l’articolo.

Un giornalista può e deve avallare le posizioni “devianti” e illegali di un qualsiasi soggetto che esprime una sua opinione?

Il giornalismo è una fotografia dell’esistente? Come tale è chiamato a riferire tutto quanto viene detto, fatto, rappresentato, sia esso ammesso o vietato?

Il giornalismo – e con esso la comunicazione mediale e non – contribuiscono alla “costruzione della realtà sociale” entro cui viviamo.

I giornalisti e i comunicatori creano “significati”, “visioni del mondo”, chiavi interpretative con cui leggere la realtà in cui siamo immersi.

I media sono infatti fra gli attori principali nella costruzione dei “frame”, degli schemi mentali con cui affrontiamo, comprendiamo e raccontiamo la realtà.

Le dichiarazioni riportate dal “Gazzettino” offrono una certa visione del mondo. L’autore ci propone una società dove non vi sono le garanzie previste dalla Costituzione italiana, dove non vi è una Giustizia da amministrare, pene da decidere e da scontare in carcere. Vi è una rapida impiccagione in piazza.

Delle dichiarazioni su questo punto si assume la responsabilità chi le emette, che esercita il suo diritto alla libertà di espressione. Una libertà, si badi bene, regolata anch’essa per legge.

Il giornalista, da parte sua, ha il compito di filtrare queste posizioni di violenza e contrarie alla Costituzione. Può decidere selezionarle e pubblicarle, oppure se ignorarle.

Compete al giornalista decidere se le dichiarazioni di quel soggetto sono “notizia” o meno. Spetta al giornalista amplificarle in modo che ottengano consenso; oppure gettarle nel cestino dei rifiuti verbali dimenticati.

Quella del giornalista è una scelta di campo. Così com’è una scelta di campo l’uso di certe aggettivazioni anziché altre.

È una scelta di campo il richiamo al “principio di autorità”, nello specificare che l’autore di quelle dichiarazioni (“Per me giustizia in piazza e cappio al collo”) è criminologo e antropologo e dirige una scuola per mediatori linguistici.

L’estensore dell’articolo del “Gazzettino” ha preso alcune decisioni: nella scelta dell’argomento del suo articolo, nella scelta del linguaggio da utilizzare, nella scelta di cosa riferire e di cosa tacere, nella scelta di avallare e di non condannare una certa posizione.

Come ricorda sul suo sito web l’Ordine dei Giornalisti (Consiglio Nazionale), “l’articolo 15 della legge 47/1948 sulla stampa vieta la pubblicazione di immagini a contenuto impressionante o raccapricciante: Le disposizioni dell’art. 528 c.p. (pubblicazioni e spettacoli osceni), si applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale e l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti”.

Il secondo comma dell’articolo 2 del Testo Unico dei Doveri del Giornalista, recita così: il giornalista “rispetta i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia”.

Il dare notizia di affermazioni che incitano al linciaggio, alla pena di morte e all’odio sociale ed etnico è una violazione della Deontologia professionale dei giornalisti?

La risposta la lasciamo agli organi che tutelano la professione giornalistica. E che sanzionano le violazioni compiute dai giornalisti.

Il problema, dal punto di vista della riflessione sul giornalismo e sulla comunicazione mediatica, è se il diventare un megafono acritico di posizioni che incitano a violare la legge (Costituzione in primis) sia Giornalismo. E se la professione giornalistica non sia umiliata dal rinunciare ai principi di selezione delle notizie e di mediazione e filtro tra le fonti e i lettori.

Il punto nodale da tecnico diventa etico. Hanno i giornalisti un dovere di tutela e di rispetto della loro professione? La risposta è di certo positiva. Lasciare spazio a chi incita all’odio e alla violazione della legge non è un esercizio di libertà di informazione. È una rinuncia a essere giornalisti.

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