Figli adottivi: il razzismo strisciante sui media

di Maurizio Corte

Figlio adottivo uccide il padre. Fermato 40enne di origine straniera dai Carabinieri”. Così titola l’agenzia Ansa una notizia del 21 maggio 2018 da Brescia.

Le domande che si impongono di fronte a un titolo del genere – se leggiamo l’informazione con un occhio critico – sono due. La prima domanda: l’essere figlio “adottivo” c’entra in qualche modo con l’uccisione di quel padre? La seconda domanda è sullo specificare che il fermato è un 40enne di “origine straniera”. Ha importanza la sua origine ai fini dell’evento? Ha una qualche attinenza con la notizia?

Proviamo a leggere la notizia: “Un uomo di 74 anni, Marino Pellegrini, è stato ucciso in casa a Fiesse, in provincia Brescia”, scrive l’agenzia Ansa, sul suo sito web. “Secondo quanto emerge dalle indagini ad accoltellarlo sarebbe stato il figlio di origine polacca della moglie, anche lei straniera”.

Prosegue la notizia dell’agenzia Ansa: “Il delitto è avvenuto all’esterno della sua abitazione nel paese bresciano probabilmente al termine dell’ennesima lite tra i due. Il 40enne ritenuto responsabile dell’omicidio è stato arrestato e si trova ora nella caserma dei carabinieri. Alle spalle avrebbe già precedenti, un periodo in carcere e problemi legati all’uso di alcol e droga”.

Possiamo notare innanzi tutto che nel testo la parola “adottivo” non compare. L’assassino ha avuto problemi di alcol e droga: questa è forse la ragione dell’omicidio. La leggiamo, però, solo all’ultima riga. Il che è molto grave, a livello di tecnica giornalistica: le informazioni importanti vanno date all’inizio dell’articolo.

Il fatto che sia figlio della moglie della vittima, e che la signora sia polacca, non significa che il 40enne sia stato adottato dall’uomo ucciso. Ma quant’anche fosse stato adottato, l’adozione ha a che fare con l’omicidio? Predispone a uccidere un uomo che non è il padre biologico?

È di per sé evidente che siamo di fronte a una “non notizia”. Se la “notizia” è il resoconto di un evento che merita di essere portato all’attenzione del lettore, lo status di figlio adottivo che importanza ha? Se l’assassino 40enne porta il 44 di scarpe e tifa Juventus, lo dovremmo trovare nell’articolo? Eppure il peso delle diverse informazioni – essere adottivo e tifare Juventus – in questa vicenda è lo stesso. Non si comprende, poi, quanto conti il fatto che la moglie sia di origine polacca. L’essere straniera ha una qualche importanza per comprendere l’evento?

Mi sono sempre chiesto il motivo di questi elementi – status di figlio adottivo, origine straniera, specificazione della nazionalità – che alla prova dei fatti risultano superflui. La stessa cosa, accadeva sui giornali del Nord, negli anni cinquanta, sessanta e settanta nei confronti degli italiani di origine meridionale.

Come mai si ripete quella forma di discriminazione verso la “diversità culturale”? Come mai l’origine “straniera” e l’essere figlio adottivo – per alcuni giornalisti – sono meritevoli di attenzione? Le risposte sono due. E non sempre sono alternative. La prima è una grave ignoranza, in una categoria – quella di noi giornalisti – che ha seri problemi di formazione. La seconda è una forma strisciante di razzismo. Vi è poi forse la sciocca speranza di attirare più clic e più attenzione su una notizia se la si caratterizza con una qualche forma di “diversità”.

Possiamo dire che l’essere “diversi” culturalmente è diventato un criterio di notiziabilità. Un criterio che, alla prova dei fatti, non aumenta il numero dei lettori e fa perdere di crebilità a chi scrive.

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