106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015

Ph: Laura Perina

Sono 106 nel 2015 le donne uccise dalla violenza di genere. La violenza sulle donne è trasversale, senza età, né ceto, né latitudine, al contrario di quel che lascia invece pensare la rappresentazione mediatica data delle molestie denunciate a Colonia dopo i festeggiamenti per il capodanno.

I dati della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti” non lasciano spazio a dubbi: la violenza di genere è un fenomeno diffuso e con radici profonde. E sono proprio i dati che mancano a chi diffonde opinioni incomplete e scorrette ove si parla di omicidi compiuti sempre da Altri da noi e che quindi non ci riguardano in prima persona. Possono invece suggerire come leggere in modo critico fatti e opinioni che vengono diffusi sui giornali e sui social media, ricchi di stereotipi e pregiudizi.

La prima riflessione riguarda la trasversalità del fenomeno del femmicidio: nel 2015 le vittime di violenza di genere sono state 106. La maggior parte degli omicidi di donne in quanto donne è avvenuta al Nord (42), seguito dal Sud (31), dal Centro (25) e da 8 casi nelle Isole. In Veneto sono stati 6: due a Venezia (Daniela Masaro e Loredana Pedrocco), due a Verona (Antonietta Cristofori ed Emanuela Panato), uno a Treviso (Zita Amelia Castagnotto) e uno a Padova (Alessia Gallo).

Le donne uccise nel 2015 sono in prevalenza italiane: 85 (l’80,1%); sono straniere nel 19,9% dei casi (21) e di diversa nazionalità: romena (7), marocchina (3), nigeriana, albanese e cinese (2), cubana, moldava, tunisina, brasiliana e dell’Est Europa (1). Anche i colpevoli sono per la maggior parte italiani: 82 (nel 77,4% dei casi), 19 stranieri (17,9%) e 5 non sono ancora stati identificati (4,7%). Le nazionalità dei colpevoli stranieri sono: marocchina (7), romena (4), tunisina e cinese (2), egiziana, ecuadorena, cubana e albanese (1). Provenienze che non devono stupire guardando i risultati pubblicati nel “Dossier Statistico Immigrazione 2015 dal Centro Studi e Ricerche IDOS”, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui la collettività più numerosa è quella romena, seguita dai cittadini dell’Albania, del Marocco, della Cina e dell’Ucraina. Gli offender stranieri (19) hanno agito tutti contro donne con cui avevano una relazione stretta: 8 hanno ucciso le compagne italiane (42,1%) e 11 le loro compagne straniere (57,9%).

Le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (63 su 106, il 59,4%), seguite dalle over 60 (26) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (16); solo una vittima era minorenne. I femmicidi sono stati compiuti per mano di conoscenti con armi da taglio compatibili con l’ambiente domestico (40, il 37,7%), seguite dalle armi da fuoco (27, il 25,4%). I dati rilevano anche un elevato numero di morte per soffocamento (7), strangolamento (6), e di uccise con un bastone (5). Un caso particolare è quello di Laura Carla Lodola, morta di stenti e senza cure dopo anni di torture e soprusi ad opera del compagno Antonio Calandrini.

La seconda importante riflessione sul fenomeno del femminicidio è la sempre stretta relazione tra offender e vittima, a dimostrazione di quanto questi omicidi di genere vengano commessi ad opera di persone conosciute, nella quasi totalità “di famiglia”: 51 mariti, 13 figli, 10 “ex” (fidanzato, marito, compagno), fratelli, generi, conviventi, compagni. Quattro sono le prostitute uccise da clienti.

Le rappresentazioni mediatiche su femmicidio, femminicidio e violenza di genere sono ancora responsabili di distribuire la responsabilità dell’accaduto anche alla vittima, per alleggerire la posizione del colpevole (in caso di offender italiano), che viene sollevato dalla colpa ricorrendo spesso al raptus omicida. Ma come ricorda Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria, “È un comodo pregiudizio ritenere che la malattia mentale spieghi tutti i comportamenti violenti in famiglia. Nella stragrande maggioranza dei casi ci troviamo piuttosto davanti a uomini che hanno comportamenti violenti, aggressivi, prepotenti, che non tollerano la possibilità per la donna di operare scelte diverse e autonome. Quando accade un fatto di violenza apparentemente improvvisa c’è sempre una spiegazione, un motivo che si è costruito nel tempo. Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo”.

La violenza di genere è un fenomeno che riguarda donne e uomini, e su donne e uomini bisogna lavorare, educando alla cultura del rispetto e dell’empatia. Perché la libertà della donna non va condannata e non può mai rappresentare un motivo per uccidere.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il report dati del 2014: https://prosmedia.org/2015/01/02/uccise-in-quanto-donne-femmicidi-2014/.

Altri post su “femmicidi e violenza di genere”: https://prosmedia.org/category/femmicidi-e-violenza-di-genere/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale, con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro.

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4 pensieri su “106 vittime della cultura del possesso: i femmicidi del 2015

  1. Il possesso non è cultura. E’ vizio, è abitudine, è abuso, è malcostume…… ci sono mille parole per definire il possesso. Quella che non va proprio usata è cultura. E l’avete messa nel titolo. Le donne vittime della cultura? Non si può sentire. Le donne sono vittime della cattiveria altrui, non si picchiano certo da sole.

  2. Ed è un termine a mio avviso contraddittorio, possiamo e dobbiamo fare di meglio. E’ come dire cultura dell’odio, intelligenza militare…. sono contraddizioni in termini. Perché una definizione è di largo uso, non vuol dire che sia per forza valida. Con la parola etica (comportamento) c’è stata un’evoluzione nel significato, oggi non parliamo più di cattiva etica, ma intendiamo l’Etica sempre in accezione positiva, e se un comportamento è negativo, diciamo “cattivo comportamento”. Ecco, da un’Università, io mi aspetto delle linee guida, perché non sto leggendo Blastingcazz, sto leggendo un blog certificato da una prestigiosa Università italiana, non mi aspetto il conformarsi a canoni usurati da una vecchia e perfettibile tradizione, non mi aspetto innovazione o effetti speciali, mi aspetto evoluzione.
    L’articolo della Maraini è molto bello, denuncia ingiustizie e orrori purtroppo mai estintisi sulla terra, ma vogliamo restare a quanto di arcaico appunto, veniva frainteso nella parola “cultura”?
    E’ ora di evolvere. In Università a Verona avete una mente illustre italiana, Adriana Cavarero, che spiega autrici come Hannah Arendt. Diffonde il concetto Arendtiano che “il male non ha profondità, non ha radici”. Il male si incista appunto dove manca il pensiero. Non può essere una cultura, perché se ci fosse cultura, ci sarebbe prima il pensiero, e chi pensa, non commette il male. La violenza di genere, come ogni violenza, è incistata sulla mancanza di pensiero, sulla mancanza di cultura. Cultura vuol dire “coltivare”, cosa ti coltivi se le radici non ci sono? La violenza di genere non è un problema culturale, è un problema e basta, e grave pure. E’ un’infezione che si propaga in chi non pensa, in chi non ha cultura. La violenza, compresa quella di genere, è l’assenza di cultura.

    1. Riteniamo come ben spiegato da lei la cultura del possesso assolutamente arcaica. Il post sopra ha il solo scopo di diffondere in termini informativi una ricerca condotta all’interno del Gruppo di Ricerca.

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