Uccise in quanto donne: i femmicidi del 2014

Picture of 166 silhouettes representingSi parla ancora di “raptus” nelle uccisioni per femmicidio del 2014. Il binomio violenza-psicosi è una rappresentazione ricorrente nella stampa italiana e rassicura i lettori, perché sembra dare una giustificazione agli apparentemente inspiegabili 110 casi di omicidi di genere compiuti nell’anno appena trascorso. Ma non è corretta: la quasi totalità degli assassini hanno colpito con premeditazione e lucidità. Cruenti ed efferati ma agiti con capacità di intendere e volere, i delitti sono il tragico epilogo di una serie di violenze ripetute sulla donna che, spesso per paura, non vengono denunciate.

110 morti di donne in quanto donne: è questo il dato generale del 2014 della ricerca condotta da Cristina Martini, ricercatrice di ProsMedia dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Un numero in calo, rispetto ai 137 del 2013 e ai 125 del 2014, mentre a non migliorare sono le rappresentazioni della stampa: vengono mantenuti gli stessi stereotipi che vengono veicolati in cronaca nera, accompagnati sempre più da dettagli che sfociano nel gossip.

I femmicidi nel 2014 si riconfermano come un fenomeno trasversale, compiuto nell’ambiente familiare da colpevoli che hanno una relazione molto stretta con la vittima: 47 i mariti che hanno ucciso le loro mogli (42,5%), seguiti dai figli (6,3%), dai conviventi, ex compagni e padri (4,5% per ciascuna delle categorie). In un solo femmicidio, quello di Gilberta Palleschi, l’assassino non conosceva la vittima: Antonio Palleschi, già pregiudicato per violenza sessuale, l’ha scelta per caso.

La maggior parte degli omicidi di genere è avvenuta al Nord (41); a seguire il Centro con 37, 17 nelle Isole e 15 al Sud. In Veneto sono stati 5: due nelle provincie di Treviso e Verona e uno a Padova. Le vittime sono prevalentemente italiane – l’81% (89 donne) – e straniere nel 19% (21 donne). Tra queste ultime 12 sono rumene, 2 ucraine e 2 cinesi: dati in linea con la fotografia emersa dal “Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto Unar 2014, Dalle discriminazioni ai diritti” dove oltre la metà (51,1%) degli stranieri in Italia proviene da soli cinque paesi (Romania, Ucraina, Albania, Marocco e Cina). I colpevoli sono per la maggior parte italiani 71% (78 uomini); 17 sono stranieri (5 rumeni e 4 albanesi) e 15 non sono ancora stati identificati. Un dato rilevante: dei 17 offender stranieri, il 70,5% ha ucciso la propria moglie o fidanzata straniera e il rimanente 29,5% ha ucciso donne italiane, ma pur sempre loro compagne, anche da tempo.

Le vittime sono donne di tutte le età: per la maggior parte dai 31 ai 60 anni (53 su 110, il 48,1%), seguite dalle over 60 (sono 28). Nella fascia dai 18 ai 30 anni sono 23 e le minorenni 6. In aumento il numero delle prostitute uccise: nel 2014 sono 6, 4 di queste uccise da clienti; in 2 casi non sono ancora stati identificati gli offender. I femmicidi sono stati compiuti per mano di conoscenti soprattutto con armi da taglio (43, il 39%), seguite dalle armi da fuoco (23). Nel 2014 si riscontrano 5 morti di donne spinte dal balcone di casa: per qualcuna di queste si voleva inscenare un suicidio.

Le vittime di femmicidio sono rappresentate sulla stampa come provocatrici nella loro bellezza, nelle loro azioni: donne colpevoli di avere innescato l’azione violenta con i loro comportamenti. Si parla di donne che portano uomini all’esasperazione e di uomini “padri modello” che uccidono anche le loro figlie per fare un torto alle compagne. Stereotipi diffusi e sbagliati, che intaccano il pensare comune e che ci abituano a pensare che si tratti di famiglie normali dove tutto funziona, quando invece la triste verità era nascosta dal muro del silenzio che circondava l’ambiente familiare. La cronaca nera ci racconta ancora di storie d’amore e di passione, spezzate dal raptus omicida, nonostante questo non esista. Ci racconta di litigi finiti male, quando erano violenze a senso unico, che le donne subivano ripetutamente bloccate dalla paura. Ci raccontano di stragi familiari e delitti improvvisati, quando gli uomini invece li programmavano da tempo, come il caso di Cristina Omen, uccisa con i suoi due figli a Motta Visconti: Carlo Lissi aveva premeditato tutto creandosi perfino un alibi. Ci parlano di dettagli inconsistenti, senza approfondire il vero motivo per cui l’uomo uccide la propria donna, cioè perché la ritiene un oggetto di proprietà; la cultura del possesso spesso prevede una mancanza di empatia nei confronti della moglie o della fidanzata, e questo implica il considerarla una “cosa” e non più una persona. Ci raccontano di femmicidi che non ci riguardano, quando gli offender sono stranieri, perché – secondo la stampa – è la loro essenza straniera ad averli armati.

La stampa è responsabile perché i lettori sono dipendenti cognitivamente per avere informazioni e dettagli di cui non hanno esperienza diretta. È responsabile perché veicola stereotipi e pregiudizi che portano poi a giustificare il colpevole o a ritenere corresponsabile anche la vittima. Iniziare a leggere con senso critico, anche alla luce dei dati oggettivi, è un buon inizio per un cambiamento culturale.

È possibile trovare l’elenco completo delle vittime al link dell’Osservatorio sul femmicidio: https://prosmedia.org/osservatorio-sul-femmicidio/.

Il materiale contenuto in questo post è liberamente riproducibile per uso personale,
con l’unico obbligo di citare la fonte, non stravolgerne il significato e non utilizzarlo a scopo di lucro. L’immagine del post è presa dal sito Studenti.it.

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