Giornalisti a scuola di dati

data driven journalismLo scorso 20 dicembre una delegazione del nostro gruppo di ricerca ed analisi dei media ha partecipato alla giornata formativa “School of Data” organizzata da Trento Rise, Trentino Open Data, la Fondazione Bruno Kessler e l’organizzazione internazionale Open Knowledge Foundation.

Durante il workshop si è parlato di open data e di come i giornalisti possono integrare l’analisi e la visualizzazione dei dati nei loro reportage. Abbiamo poi visto alcuni strumenti utili e abbastanza intuitivi che è possibile utilizzare per realizzare un servizio di data journalism.

Ma perché andare a scuola di dati? Perché sia la professione giornalistica che quella di ricercatore dei processi mediatici sono e saranno sempre più legate all’utilizzo dei cosiddetti Big Data, così come ai progressi portati avanti dal movimento Open Data su scala mondiale.

Quella di basare i report giornalistici su dei dati “concreti” e verificati non è un’idea nuova, ma lo scenario che ci prospetta l’era digitale va ben oltre ciò a cui siamo abituati. Sempre più dati relativi ai settori più disparati vengono prodotti e collezionati ogni giorno sulla Rete e, contemporaneamente, le nuove tecnologie stanno rendendo più semplice anche la trasmissione e l’analisi di database ed archivi storici. Tutto ciò rappresenta un enorme potenziale narrativo attendibile e verificato per chi si occupa di informazione.

La pratica del data driven journalism, o computational journalism,  si sta diffondendo in tutto il mondo ed anche in Italia si contano ormai decine di iniziative dedicate all’argomento. Oltre alla sezione italiana di Open Knowledge Foundation e la sua School Of Data, ricordiamo tra gli altri il lavoro portato avanti da dataninja.it, Fondazione Ahref, il gruppo Data Journalism Italia, il team di ricerca Density Design del Politecnico di Milano e DataCrew di SudMediatica.

Come nasce una storia basata su dei dati? Come nella ricerca, anche nel caso di un’inchiesta giornalistica il “narratore” può partire da una domanda e cercane la risposta in un database, oppure si può trovare di fronte ad un database interessante e andare a cercare la storia da raccontare al suo interno, senza partire da un’idea o una domanda precisa. Trattasi della famosa differenza tra metodo deduttivo ed induttivo.

Quali dati dovrebbe utilizzare il giornalista? Per rispondere a questa domanda ci ricolleghiamo al concetto di Open Data. Grazie al processo di sensibilizzazione portato avanti dal movimento Open Data su scala mondiale, infatti, sempre più istituzioni governative stanno aprendo i loro database riguardanti moltissime tipologie di dati, da quelli sanitari, ad esempio, sino a quelli relativi ai trasposti pubblici. Per poter raccontare la nostra storia è fondamentale che i dati non solo siano affidabili e verificati ma anche in un formato “open”. I PDF sono banditi. Un esempio nostrano da dieci e lode è il sito dati.trentino.it. Ad ogni modo, il giornalisti può benissimo anche partire da database privati e realizzati da lui in prima persona.

Ho un’idea e anche i dati. E adesso? 

Proponiamo ora una scaletta classica dei passi necessari per realizzare un’inchiesta di data journalism:

1. Asking a question
2. Finding Data
3. Getting Data
4. Cleaning Data
5. Analysing Data
6. Presenting Data

Una volta che abbiamo trovato i dati che ci servono, quasi sicuramente questi andranno “ripuliti” (cleaning data), analizzati e poi rappresentati graficamente nel modo più intuitivo possibile. Per riuscire a fare tutto ciò, è ovvio che ci vuole un po’ di formazione, ma la bella notizia è che ci sono dei software abbastanza intuitivi che possono aiutarci in questo.

E’ il caso di Tabula, la quale con pochi click ci permette di estrarre testi di tabelle dai PDF, Excel, una manna per l’ordinamento e la pulizia dei dati (date un’occhiata qui), Open Refine, sempre per la pulizia e l’ordinamento, RAW, QGIS e Datawrapper per la visualizzazione.

In un’inchiesta di data journalism ci si può anche dividere i ruoli. Solitamente, infatti, più professionalità collaborano nella realizzazione di un progetto. Una divisione delle competenze è quella che prevede un team formato da: uno storyteller, vale a dire colui che pone la domanda ed articola il contenuto, l’analyst, cioè colui che svolge i calcoli matematici e sa come correlare i dati (esperto di statistica), l’engineer, che si occupa della programmazione nei linguaggi informatici, lo scout, che trova i giusti database e riconosce i formati di file da utilizzare,  ed il designer infine sa come dare al tutto un tocco di stile!  

Essendo ProsMedia un gruppo che si occupa di ricerca anche in tema di immigrazione, vi segnaliamo questo esempio di inchiesta di data journalism realizzato da Alessio Cimarelli. Il servizio mira a visualizzare su una mappa interattiva “la strage dei migranti”.

(cliccare sull’immagine per sapere di più)

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Per chi volesse approfondire, vi segnaliamo questo articolo di Guido Romeo, giornalista di Wired Italia che si occupa di data journalism e autore di queste presentazioni sull’argomento.

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Post a cura di Irene Pasquetto

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