Femmicidi nei media

Titoli ProsMediaSono 115 donne uccise da uomini violenti, nella quasi totalità dell’ambiente familiare. Questo è uno dei risultati della ricerca curata da Cristina Martini, del gruppo di analisi dei media ProsMedia, dell’Università degli Studi di Verona, dal titolo “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. I dati sono stati presentati al convegno “Uomo e donna: quale disagio?”, organizzato dall’associazione Donne Insieme tenutosi a Villafranca di Verona il 30 novembre scorso. L’intervento è stato introdotto da Maurizio Corte, giornalista del quotidiano L’Arena e professore a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona, che ha parlato di come vittime e carnefici vengono presentati rappresentati dai media.

Da un lavoro di catalogazione di tutte le donne decedute a causa di violenza di genere è stato possibile ottenere dati statistici su vittime, colpevoli, relazione tra i soggetti, armi del delitto e modalità di uccisione e su quanti lanci dell’agenzia Ansa sono stati dedicati ai singoli casi. Le vittime italiane sono 81 (il 70,4%) mentre le straniere 34 (29,6%). Tra queste ultime le nazionalità più ricorrenti sono rumena, ucraina e albanese. I colpevoli italiani sono per il 74% italiani (84 uomini e una donna: nel 2013 c’è anche un caso di femmicidio in una coppia lesbica) e 24 stranieri, il 20,8%. Le nazionalità più frequenti sono rumena ed albanese. I colpevoli non ancora identificati sono 6, il 5,2%.

Nel 2012 dei 124 casi di femmicidio solo l’8% (10) sono finiti in prima pagina Ansa delle 19. Nel 2013 su 105 casi (fino al 31 ottobre) viene data rilevanza a 26 casi. Dal primo maggio il femmicidio inizia ad essere presente nella cronaca, comparendo in prima pagina Ansa con 6 casi nella settimana successiva al delitto. I media rimandano spesso alle condizioni climatiche per giustificare la violenza di genere: “L’ha uccisa per il caldo”. Non sembra essere così dai dati statistici: la maggior parte dei femminicidi avviene a maggio (17 vittime); seguono giugno e settembre con 14 casi, 12 a luglio e ottobre, 11 a marzo, 10 a gennaio e aprile, 8 a febbraio e 7 in agosto (il mese estivo per eccellenza).

La ricerca comprende anche l’analisi di quattro casi emblematici che hanno avuto particolare rilevanza  per numero di lanci Ansa a loro dedicati: il caso di Lucia Bellucci (vittima italiana e colpevole italiano; Ilaria Leone (con colpevole straniero). L’omicidio Sandita Munteanu (vittima ed omicida entrambi stranieri) ed il caso di Marilia Rodrigues Silva Martins. Con l’uso di un software per l’analisi quantitativa statistica lessicale e testuale, è stato possibile risalire alla frequenza delle forme grafiche (parole) presenti nei lanci di agenzia relativi ai quattro casi e studiare l’utilizzo degli aggettivi e le citazioni presenti nei testi (virgolettati di chi viene interpellato).

È importante avere consapevolezza della rappresentazione della violenza sulle donne data dai media e studiare come questi utilizzano il linguaggio per descrivere i femmicidi. Le parole usate danno ai lettori la chiave di interpretazione: i giornali, i media costruiscono l’enciclopedia della nostra conoscenza, come direbbe Umberto Eco. Quell’enciclopedia, quella competenza che ci fa dire che un uomo ha ucciso durante un “raptus” o che un ragazzo ha rapito la fidanzata per amore o che un fidanzato abbandonato perseguita l’ex compagna per “passione”, non perché è uno stalker.

I media offrono strumenti per discutere, definire le situazioni, leggere ed interpretare gli eventi. È nella costruzione dei significati, che noi possiamo rappresentarci l’avvocato che uccide l’ex fidanzata come “un brillante professionista di bell’aspetto che leggeva Kant”, come “un ex-fidanzato che amava alla follia la donnaccia che l’ha respinto”, come un “omicida in preda a un eccesso d’ira” o un “assassino lucido che, grazie anche alle sue competenze in materia legale, ha premeditato tanto bene un omicidio tanto bene da tentare di ottenere la seminfermità mentale e cavarsela con qualche anno di carcere”.

Sapere come agiscono i media, permette alle associazioni che si battono contro la violenza sulle donne di intervenire nel dibattito pubblico; di dare una propria lettura e di avanzare delle proposte che si traducano in atti concreti. “Se conosci i media li puoi usare in positivo, anziché esserne usato”.

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