I giornali e la triste fine del ragazzino etiope

Di Maurizio Corte

Nella lettura dei servizi giornalistici sul caso del ragazzino etiope che alcuni giorni fa si è ucciso a 14 anni, possiamo ritrovare le insufficienze, le letture parziali, gli stereotipi che caratterizzano anche l’informazione sui migranti di origine straniera. Un’’informazione che studio assieme al mio gruppo di analisi interculturale dei media (www.prosmedia.org) all’Università di Verona. C’è innanzi tutto l’’idea radicata che l’’Africa non sia un continente composito, ma una “nazione”, un monolite. Molti articoli pubblicati sulla vicenda hanno usato l’’espressione “sognava l’’Africa”, che a dire il vero è solo l’’espressione del sentire di qualche occidentale che si è innamorato di una qualche parte di quel continente. Useremmo mai l’’espressione “sognare l’’Europa”? Se un ragazzino tedesco, un italiano o in francese dovessero scappare dall’’Australia o dagli Stati Uniti dove ’è stato adottato, i giornali di quelle aree userebbero forse l’’espressione “ragazzino europeo” e “nostalgia dell’’Europa”? Scriverebbero mai che è morto inseguendo il suo sogno europeo? Ne dubito. E’’ stata data insomma una lettura “mitica” del suo malessere. Il dolore, i problemi di integrazione, la difficoltà di relazione e tutto quanto può esservi in una morte così violenta (l’’impiccagione) anche a livello comunicativo, sono stati letti con la lente occidentale del “sogno africano”. Una lente per la quale l’’Etiopia o la Nigeria, il Mozambico piuttosto che l’’Algeria non sono luoghi precisi, ma sono un’’indistinta “Africa”.

La seconda annotazione che mi sento di fare riguarda il ritratto del ragazzino etiope. Come per l’’informazione sui migranti, quando l’’Altro straniero è bambino (o donna incinta o anziano malato), allora l’informazione assume i toni e l’inquadratura della compassione. E’ un dolore compassionevole quello che possiamo rintracciare negli articoli di giornale sul ragazzino etiope adottato. La compassione per un “bravo ragazzo”, studioso, atleta, che serviva pure a messa. Se quel ragazzo etiope fosse stato più grande di 4-5 anni e avesse commesso un reato (una “rapina in villa”, ad esempio), avremmo potuto rintracciare nei servizi giornalistici il ritratto del “criminale straniero”, dell’’africano minaccioso che ritroviamo nel manifesto razzista di un candidato consigliere regionale della Lega Nord in Lombardia. Il taglio narrativo “compassionevole” per il ragazzino adottivo lo ritroviamo esteso all’’ambiente che lo ha circondato. Qualche giornalista ha insistito sull’’amore da cui il ragazzino era circondato, sulle buone relazioni con i compagni, sulla famiglia adottiva che gli aveva offerto agi e affetto. Insomma, dal mito del sogno africano al mito del paradiso terrestre europeo.

Solo l’’articolo di Bossi Fedrigotti, sul Corriere della Sera, pone l’’interrogativo sull’’accettazione del ragazzino etiope da parte dei compagni di scuola e dell’’ambiente in cui viveva. Anche qui abbiamo, però, la lettura del tragico evento attraverso una “lente africana”: il dolore e i problemi di cui soffriva il ragazzo sono visti come conseguenza della sua alterità, con particolare riguardo al fatto di essere (ancora una volta) “africano”. Non vi è un’’analisi attenta del caso, ma solo la lettura sotto una certa angolazione: eppure bastavano tre telefonate a tre conoscitori/operatori del settore per andare oltre lo “stereotipo africano” e il sogno della terra natìa. Il ragazzino etiope è stato insomma inquadrato dai media sì come ragazzino adottato, ma soprattutto come “africano strappato alle sue radici”. Non vi è stata una piena comprensione e uno scavo dell’’evento tragico, ma il suo inquadramento entro una certa cornice interpretativa (il “frame” di cui parla il sociologo Erving Goffman) che poco ci aiuta a capire. E che anzi ci incanala in un vicolo che non ha finestre sul mondo e sulla vita vera.

E’’ un limite del giornalismo italiano – stando alle ricerche su “media e diversità culturale” che conduciamo come ProsMedia – il non saper scavare, il non saper andare nel profondo. Il giornalismo italiano si porta dietro, per motivi che sarebbe lungo spiegare, un’’abitudine di lavoro e di espressione “paraletterarie”: la passione per il racconto (per lo “storytelling”, per usare un’’espressione che va per la maggiore adesso), per il “bello scrivere” e le sue suggestioni narrative si impone sull’’analisi attenta, informata, rigorosa. Questa volta a farne le spese è stato un ragazzino adottivo che si è ucciso. La prossima volta sarà un adulto adottivo che commette qualche altra infrazione alle regole. Si badi bene, però: non è solo il mondo dell’’adozione, con le sue problematiche, a non essere capito dai media italiani e dai suoi operatori (giornalisti, blogger d’informazione, fotoreporter eccetera); è un po’ tutta la società a non essere tematizzata in modo serio e attento dai mass media. Un po’’ per loro limiti strutturali, legati alle routine professionali; molto per la scarsa formazione dei giornalisti. Questo ho riscontrato con il mio lavoro di ricerca da 15 anni in qua; e questo mi sento di affermare anche nel caso del ragazzino che si è tolto la vita. Sulla vicenda va segnalato il post offerto, e i relativi commenti anche del sottoscritto, del blog http://ilpostadozione.wordpress.com/

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